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A 25 anni dalla strage di Capaci non bastano don Peppe Diana e Falcone

(Giuseppe PACE). Interessante è il monito contro la retorica di Vincenzo Musacchio, direttore della scuola di legalità ‘don Peppe Diana’, per il 25esimo anniversario della strage di Capaci. Le onorificenze in guerra si conferiscono, in genere, subito dopo le grandi battaglie e gli eroi servono d’esempio per gli altri non eroi. Diana e Falcone sono stati eroi in una marea di altri non eroi in Campania, in Sicilia ed altrove sui 300 mila kmq del territorio statale nostrano. Dopo le onorificenze conferite ai due eroi suddetti, in alcune scuole si sono svolti e continuano a svolgersi incontri e corsi di legalità per i giovani. Eppure tutta la cultura scolastica è già improntata verso la piena legalità nei programmi e nei comportamenti del personale educativo, che deve sempre agire nel rispetto della coscienza morale e civile del discente, che non può essere diversa da quella legale della società civile del tempo del discente e del docente. Poi magari si scopre che mentre si fanno i corsi di legalità, spontaneamente uno studente ha il coraggio di telefonare alla Guardia di Finanza per segnalare che il bar scolastico non rilascia gli scontrini. Eppure c’era stata una gara d’appalto regolare oppure irregolare? E se era irregolare oltre al Dirigente, che lo sapeva benissimo ed ometteva il controllo, il Consiglio d’Istituto è corresponsabile. Ma chi controlla il controllore in Italia, per la scuola sono circa 10 mila i controllori dirigenti, controllati da altre centinaia di supervisori ed altre decine di supercontrollori ministeriali. Nelle 20 Regioni amministrative si sprecano gli esempi di illegalità diffuse e così negli oltre 8 mila Comuni per non parlare della ”parentopoli diffusa” dei politici nelle ex amministrazioni provinciali. Là in quelle sacche di illegalità forse è destinata a crescere la malapianta malavitosa, che tanto il garantismo eccessivo della nostra legislazione (con un eccesso, quasi tre volte in più di avocati che servono) permetterà loro di difendersi bene. Tanto gli indagati eccellenti hanno soldi per difendersi! Un coetaneo a Piedimonte Matese (CE) mi chiese: ”ti sembra giusto mettere in carcere, con i delinquenti comuni il nostro Sindaco, che è solo indagato fino a sentenza definitiva?”. Risposta: ”Vorresti che la società gli pagasse anche un albergo a 5 stelle, molto probabilmente?”. Quell’amico aspetta che il figlio Ingegnere, ma disoccupato, prenda il posto o lavori per i comuni di quel territorio feudale! In Campania la Magistratura, dopo Falcone, agisce bene e riesce, di tanto in tanto, a dare esempi di legalità al popolo campano, anche dell’Alto Casertano di periferia, facendo arrestare, sia pure per pochi giorni come prevede la Legge sulle indagini di gravi reati, insospettabili Sindaci, Dirigenti di Enti consorziati, Amministratori comunali, regionali, provinciali, ecc.. Adesso si cominciano a scoprire bilanci comunali in rosso di non pochissimi milioni di euro. La DIA campana come altrove, dopo Falcone, è un baluardoo di legalità in Italia, ma resta un ritardo di cultura reale della legalità. Nel film, riproiettato ieri dalla TV, sul dott. Giovanni Falcone si è ben messo in evidenza la necessita di una superprocura per i reati penali commessi dalla malavita organizzata. Lo Stato che, tramite incarichi politici, riesce a controllare, dall’alto, le ombre illegali delle pieghe nascoste nella società del suo territorio. I 60 miliardi di corruzione annui non calano ancora nonostante i due eroi, uno campano e l’altro siciliano. Vuol dire che l’Italia non è ancora evoluta sufficientemente soprattutto nella legalità necessaria per la convivenza pacifica. Se non c’è legalità nel territorio prevale la logica quasi atavica delle società del passato con i boss i capibranco, l’intimidazione ed il poveraccio che si presta per ingrassare le fila della malavita e per combattere i soprusi che intravvede nella mancanza di legalità del suo territorio di vita. A Capaci ci sono passato nell’estate del 1974 e l’ambiente “vivace” intorno a Palermo l’ho constatato in quei pochi giorni trascorsi nel territorio palermitano, ospiti di parenti campano-siciliani emigrati negli USA. Avevo accompagnato un amico d’infanzia campano che accompagnò con la sua automobile la cugina sposata ad un siciliano negli USA con due figli. Allora restai un po’ sorpreso come nella piccola borghesia imprenditoriale palermitana (erano costruttori edili siciliani i parenti ed affini della cugina del mio amico campano) si vivesse in modo meno emancipato che non in Campania periferica. A meno di 20 km da Palermo quando si usciva in gruppo di sera non bisognava accettare inviti, soprattutto a ballare, esterni al gruppo. In Campania l’emancipazione sociale era almeno un decennio più avanti e in settentrione di un altro decennio ancora. Eppure in questi due ambienti, campani e siciliani, la malapianta della malavita organizzata, che sfida le regole dello Stato con l’uccisione degli eroi civili (don Peppe Diana e Giovanni Falcone) ha scatenato, tra l’altro, sia la retorica di Stato, nelle scuole soprattutto, che la rinnovata attenzione verso la filmistica mafiosa e poliziesca che la combatte. Nelle scuole non è male parlare anche della storia della mafia italiana, ma mancano gli esempi del relatore che quasi sempre, dall’alto del bello e comodo posto occupato nell’apparato molle dello Stato, fa retorica, senza avere titoli acquisiti sul campo della legalità attiva, delle denunce presentate per combattere la corruzione, gli appalti, i concorsi truccati, le turbative d’aste, ecc..Nei comuni periferici, ma anche di città piccole soprattutto, il Tecnico comunale viene assunto spesso da corruttele consolidate dei feudi elettorali, e cosi il direttore di biblioteca, di museo e di parco naturale locale, senza che nessuno faccia l’eroe, se nativo e vivente in quel posto. L’omertà impera. Il Dott. Falcone e il prete Peppe Diana non solo vanno ricordati, ma bisogna impegnarsi affinché non siano dimenticati. Leggiamo le esternazioni di Vincenzo Musacchio – direttore scientifico della Scuola di Legalità “don Peppe Diana” di Roma e del Molise: ”Sembra la reiterazione dello stesso concetto ma così non è. La nostra bella e sfortunata Italia spesso dimentica, omette, mistifica. Ho stampato nella mia memoria, come se fosse oggi, la famosa puntata del Maurizio Costanzo Show in onda da Palermo nel lontano 1991. Lo si accusò di cercare visibilità per poi candidarsi in politica. Ricordo gli attacchi per le sue interviste nonostante fossero concentrate tutte sulla lotta alla mafia. Ricordo di un famoso magistrato che di Falcone appena morto disse “io i morti li rispetto, ma certi morti no!”. Quel magistrato è rimasto al suo posto giungendo all’apice della sua carriera, mentre Falcone per difendere i valori in cui credeva si è sacrificato. Io stesso, giovanissimo laureato, criticai Falcone perché aveva deciso di andare a Roma, accettando quell’incarico di direttore generale degli affari penali presso il Ministero di Grazia e Giustizia. Non avevo capito la sua decisione e gli scrissi una lettera alla quale lui rispose che da quel posto avrebbe potuto combattere più efficacemente la mafia. Aveva ragione! Grazie a quella scelta oggi abbiamo una procura nazionale antimafia ed ottimi strumenti di lotta alla mafia. Tanti suoi “pseudo amici” ebbero più volte da ridire sul lavoro di Falcone. In tv e sui giornali in quegli anni si parlava solo di lui, ma non del suo meraviglioso lavoro di magistrato, dei suoi eccellenti metodi investigativi, per i quali è osannato oggi in tutto il mondo, ma per attaccarlo sotto ogni profilo, per annientarlo davanti all’opinione pubblica. Ma questo sfortunato Paese si sa dimentica tutto e presto. A me sembra che in Italia si voglia la giustizia e la legalità a condizione che questa non tocchi i cosiddetti poteri forti. Se vogliamo non dimenticare Giovanni Falcone, dobbiamo andare oltre la retorica di convenienza. In occasione del 25° anniversario della strage di Capaci dobbiamo portare le sue idee in mezzo alla gioventù. E’ necessario che le nuove generazioni sappiano quello che ha fatto: cose non comuni come, ad esempio, il maxi-processo di Palermo e la requisitoria scritta con Paolo Borsellino all’interno del Carcere dell’Asinara. Dobbiamo dire ai nostri ragazzi della sua cultura, della sua abilità oratoria, della sua dedizione al lavoro, del suo rigore morale, della sua osservanza delle regole, del suo senso dello Stato e del dovere: questo era Giovanni Falcone. Questo è l’esempio che dovremo portare nelle aule di scuola e nelle nostre famiglie. Questo è quello che da oltre venticinque anni cerco di fare nelle scuole di tutto il Paese. Falcone deve diventare un punto di riferimento importantissimo per le nuove generazioni. Se riusciremo a far questo, la sua e la nostra missione avranno un senso. E’ inutile ricordarlo nei cortei, negli slogan, nella propaganda di una certa antimafia diventata sempre più fine a se stessa e sempre più assetata di denaro. Cerchiamo di fare tesoro di tutto ciò che ci ha insegnato come magistrato e come uomo. Portiamolo in mezzo ai giovani ogni volta che ci sarà data occasione. Falcone in vita rimase spesso solo se vogliamo veramente ricordarlo, facciamo in modo che dopo il suo sacrificio diventi patrimonio della nostra gioventù”. Patrimonio culturale immateriale è la cultura in quanto tale, che se trasmessa bene dal docente lascia un segno indelebile nello studente, viceversa sarà superficiale o addirittura insignificante. Lo studente, tranne non poche eccezioni, sa benissimo distinguere il bravo docente che combatte per la legalità da quello che fa finta e si adegua bene nell’ambiente sociale comune. Quanti sottufficiali in servizio nel nostrano Mezzogiorno fanno colazione al bar oppure mangiano la pizza facendosi offrire il cappuccino e il dolcetto oppure la pizza, magari con la propria famiglia il Sabato sera? Una volta erano di più? Chissà! Ma allora se ci sono ancora tali comportamenti la mala pianta delle organizzazioni mafiose trovano terreno fertile per crescere e rinnovarsi. Ciò vale ancora di più quando il figlio laureato, magari in Ingegneria o Architettura, fa il concorso per Tecnico comunale vacante, ma a vincere è il solito predestinato dalla ”legalità feudale” della partitocrazia locale nonostante il ricorso che si arena nei tempi lunghi del clima di garantismo esasperante, ecc..

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