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Nel Sannio il cuore si ripara con tecniche moderne meno invasive

(Giuseppe PACE). SANNIO. E poi dicono che nel Mezzogiorno la sanità non funziona bene? Bisognerebbe intensificare le eccellenze trainanti il progresso della cura sanitaria meridionale, ancora troppo indietro rispetto al Settentrione italiano, dove le eccellenze sono quasi la normale attività ospedaliera pubblica e privata. Le malattie cardiovascolari restano la principale causa di morte nel mondo: 17,3 milioni di decessi ogni anno, che diventeranno 23 milioni entro il 2030. In Italia queste malattie sono responsabili del 44% di tutte le morti che si registrano. Il cuore è un organo impari, cavo, costituito da tessuto muscolare striato involontario. La sua funzione principale è quella di mettere in movimento il sangue nei vasi; è per questo paragonabile ad una pompa, che, contraendosi, spinge il sangue verso i vari tessuti ed organi. Ha una forma che ricorda quella di una piramide rovesciata. Al momento della nascita, il cuore pesa 20-21 grammi e, in età adulta, raggiunge i 250 grammi nella donna, e i 300 grammi nell’uomo. Il cuore risiede nel torace, a livello del mediastino anteriore, poggia sul muscolo diaframma (più potente nei maschi) ed è leggermente spostato a sinistra. È avvolto dal pericardio, un sacco sierofibroso, che ha il compito di proteggerlo e di limitarne la distensibilità. Data la complessità strutturale, il buon funzionamento della valvola mitralica dipende sia dallo stato dei lembi e delle corde tendinee, sia dal ventricolo sinistro. Infatti, un’alterata morfologia del ventricolo, da cui si dipartono i muscoli papillari, può provocare una malfunzionamento della valvola mitrale. La valvola bicuspide o mitrale, somiglia con il copricapo cerimoniale del Vescovo, ha un diametro di circa 30 millimetri e unisce l’atrio sinistro al ventricolo sinistro ed ha un orifizio di 4–6 cm2. Con la valvola tricuspide, presenta una forma leggermente ovale, ma ha due sole cuspidi. Il focolaio di ascoltazione della mitrale è situato in una zona detta l’itto della punta, che corrisponde all’apice del cuore e si apprezza nel V spazio intercostale un centimetro all’interno della linea emi-claveare. A Campobasso, alla Cattolica, si opera magnificamente la valvola mitralica cardiaca con tecniche non tradizionali. Le valvole cardiache sono regolate da muscoli che possono anche non funzionare bene, ecco che la scienza medica interviene con la loro sostituzione. Benemerita è la Fondazione Giovanni Paolo II di Campobasso, che è centro di riferimento nazionale per una metodica innovativa nella riparazione della valvola mitralica. Con questo intervento al Gemelli vengono trattati pazienti altrimenti inoperabili. In particolare le patologie che interessano le valvole cardiache sono incostante aumento. Dal 2016 l’equipe cardiovascolare, diretta dal dottor Carlo Maria De Filippo, esegue un’innovativa metodica mini invasiva, per riparare la valvola mitralica, definita “impianto transapicale di neocorde”. A distanza di circa un anno dal primo impianto il bilancio è assai positivo: sono stati curati diversi pazienti anche molto anziani e con ottimi risultati – riferiscono dal Centro della Cattolica – che sono stati dimessi dopo pochi giorni di degenza. La valvola mitralica è ancorata al cuore da vere e proprie corde che quando si allungano o si rompono determinano un’insufficienza e compromettono notevolmente la funzionalità cardiaca. La tecnica è eseguita a cuore battente, senza circolazione extracorporea e consiste nel sostituire i legamenti del paziente con altri artificiali. Il cardiochirurgo, guidato da un’ecografia 3 e 4D, pratica un’incisione di pochi centimetri (5 centimetri) nella parete laterale del torace e introduce nel cuore uno strumento che ancora le corde alla valvola. Queste sono composte da uno speciale materiale chiamato “gore-tex” che con il tempo assume proprio l’aspetto degli elementi naturali. L’ecografia tridimensionale è indispensabile per definire con precisione la lunghezza dell’impianto. Ad aprile scorso è stato trattato un altro paziente che è stato dimesso dopo cinque soli giorni di degenza. La ridotta estensione del taglio e l’assenza di circolazione extra-corporea garantiscono, infatti, una ripresa veloce e un impatto biologico minimo, che consente di condurre una vita normale in pochissimo tempo. Questa metodica è indicata per persone compromesse o con caratteristiche anatomiche particolari che non possono essere curate con le tecniche tradizionali. È possibile trattare anche pazienti altrimenti inoperabili o ad alto rischio. Dalla vicina Campania molti vanno in Molise per l’assistenza ospedaliera. Perché? Ma perché in Campania, fatta eccezione, per qualche eccellenza a Napoli, poco funziona degli ospedali oltre la burocrazia straordinaria che copre le arretratezze, le omissioni, le inefficienze, gli sprechi e soprattutto la bassa qualità assistenziale delle diagnosi, prognosi ed interventi necessari. La periferia della Campania è afflitta da feudi elettorali che controllano tutto, anche lo Stato che tramite le Regioni eroga la prevenzione e la cura della salute dei suoi cittadini. Quello che sorprende l’osservatore disincantato è l’approssimazione funzionale sia di gran parte del personale medico che ausiliario. In alcune Ulss poi la malavita organizzata addirittura ne controlla parti non sempre solo marginali, vedi Ulss casertane. Fa piacere sapere che nel Sannio o meglio nell’attuale Regione Molise, che pure sta nel Mezzogiorno, la Sanità funziona meglio delle vicine regioni meridionali. Dall’Alto territorio casertano una trentina di comuni fanno riferimento agli ospedali di Pozzili, Isernia, Campobasso e Larino per le operazioni, ma anche per diagnosi più accurate. In Molise molti operatori della sanità pubblica provengono dal Settentrione anche per i rientri lavorativi dopo anni di precariato ed anche stabilizzati negli ospedali lombardi, veneti, ecc.. Sono loro che spesso esportano dalle regioni di provenienza lavorativa tecniche e metodiche sanitarie più avanzate che poi applicano o sollecitano negli ospedali molisani. Quando sono migrati lo hanno fatto perché hanno vinto regolare concorso in Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Friuli V. G, Trentino A.A., ecc.. Nel Mezzogiorno le possibilità di iniziare quel tipo di lavoro erano minori e qualcuno dice precluse dal sistema di parentopoli e tangentopoli. Molti di quegli operatori sanitari preferiscono non rientrare più nel Mezzogiorno nostrano ed hanno spesso delle buone ragioni per farlo. Chi, invece, ritorna soddisfa il proprio bisogno interiore di rientrare nella terra dei padri e dà un contributo più avanzato di conoscenze mediche ed ospedaliere.

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