Crea sito

L’orrore delle pillole abortive

(Gianluca Martone) Di recente, sul Corriere della Sera, è stato pubblicato un inquietante articolo sul consumo della pillola dei cinque giorni dopo tra le adolescenti. Ogni due minuti si vende una pillola abortiva, 15 volte di piu’ rispetto al 2014. Infatti, nei primi mesi del 2014 ne erano state vendute 13 mila, mentre nel 2016 siamo arrivati ad oltre 200 mila, una cifra terribile e allarmante. Ogni pillola, acquistabile senza ricetta, costa 26 euro e 90 centesimi.Nel marzo 2105, il medico Renzo Puccetti esamino’ le varie caratteristiche di questa pillola con grande attenzione:”La pillola dei cinque giorni dopo è una molecola antiprogestinica, cioè capace di contrastare l’ormone più importante per l’avvio e il proseguo della gestazione, il progesterone. L’assunzione della pillola dopo il raggiungimento del picco dell’ormone luteinizzante che precede di 12-24 ore l’ovulazione, ha un’efficacia antiovulatoria pari a quella del placebo, cioè nulla (Brache, 2010). La sua efficacia si spiega dunque con la sinergica azione sull’endometrio modificato in modo da ostacolare l’annidamento dell’embrione. Si dice che Abraham Lincoln una volta domandò: «Se chiami zampa la coda del cane, quante zampe ha un cane?”. Cinque fu la risposta unanime dell’uditorio. No, rispose Lincoln, la risposta corretta è quattro. Chiamare una coda zampa non fa di essa una zampa». Qualcosa di analogo possiamo dire riguardo al meccanismo d’azione di questi prodotti: chiamare l’aborto “contraccezione” non rende l’aborto una contraccezione. I maggiori esponenti scientifici che si sono occupati di produrre pubblicazioni su questo prodotto hanno ammesso candidamente che è l’ora di «astenersi dall’esaltare i meccanismi d’azione pre-fecondativi per giustificare la legittimità dei contraccettivi esistenti» (Raymond et al. 2013). Il più recente studio condotto utilizzando un modello endometriale tridimensionale in vitro ha rilevato l’adesione in 7 embrioni su 10 esposti a placebo, mentre in presenza di Ulipristal l’adesione è avvenuta in 5 casi su 10. L’assenza di differenza statisticamente significativa non ha nessun significato stante la minima dimensione del campione (Berger et al. 2015). Nello stesso studio 6 su 17 geni coinvolti nei processi di ricettività endometriale sono risultati alterati. Secondo aspetto. Poiché la potenza antiprogestinica della pillola dei cinque giorni dopo è simile a quella della RU486 (Mozzanega et al. 2014), la libera vendita in farmacia di un tale prodotto ha la potenzialità di mettere in commercio liberamente uno strumento idoneo a procurare l’aborto anche dopo l’annidamento dell’embrione. Terzo aspetto. Pur senza considerare il meccanismo d’azione di queste molecole, tutta la letteratura mondiale è concorde nel rilevare che la loro diffusione non ha condotto a nessuna riduzione delle gravidanze indesiderate e degli aborti clinicamente rilevabili a livello di popolazione (Polis et al. 2010; Eshre Capri Workshop Group, 2015). Quarto aspetto. Se la pillola dei cinque giorni dopo mantiene la stessa efficacia per cinque giorni dopo il rapporto sessuale, quale necessità (che non sia il comprensibile interesse commerciale dell’azienda) giustificherebbe di saltare il filtro medico? Ultima considerazione. È stato appena pubblicato uno studio che per la prima volta dimostra la possibile pericolosità a livello di popolazione della distribuzione da banco dei preparati ormonali post-coitali. Sono stati esaminati gli aborti e le malattie sessualmente trasmesse negli Stati Uniti in relazione al cambiamento di regime di dispensazione dei prodotti ormonali post-coitali. Dopo che in Usa tali preparati sono stati resi liberamente acquistabili senza prescrizione medica, il numero degli aborti non è diminuito affatto, in compenso sono aumentati i rapporti sessuali a rischio e le infezioni sessualmente trasmesse (Mulligan, 2015). Si tratta di uno studio che si caratterizza per un follow-up decisamente maggiore rispetto agli studi condotti finora che avevano sempre offerto risultati rassicuranti a riguardo della disinibizione sessuale seguente alla disponibilità di questi prodotti”. Tutto cio’ ha reso ancora piu’ problematica la posizione dei farmacisti,  costretti addirittura a cambiare lavoro, come ha scritto Andrea Zambrano sulla Nuova Bussola Quotidiana alcune settimane fa:” Sono i nuovi perseguitati. Discriminati cui nessuno verrebbe mai in mente di riconoscere il diritto all’obiezione di coscienza. Alcuni sono stati costretti a cambiare lavoro, altri a mettere nel conto il rischio di essere denunciati. Altri ancora a comparire davanti al giudice per affermare un diritto costituzionale: non si può costringere una persona a provocare il male. Sono i farmacisti cattolici che stanno combattendo per affermare il diritto all’obiezione di coscienza nella vendita di farmaci abortivi. Di loro si parla poco, ma ieri a Modena qualcuno si è ricordato che nella lunga battaglia per affermare la vita nascente, ci sono anche loro e non solo i medici. E’ accaduto nell’ambito della IV Fiaccolata per la vita nascente organizzata dall’Associazione comunità Giovanni XXIII in collaborazione con la diocesi emiliana.Nel corso dell’ormai tradizionale appuntamento hanno preso parte numerose associazioni e rappresentanti di diverse confessioni, ma c’era, come lo scorso anno il vescovo di Modena Erio Castellucci, che ha impresso all’iniziativa i crismi dell’ufficialità. Tre storie e testimonianze hanno fatto da corollario alla serata: quelle di una donna che è stata salvata con il suo bimbo dall’aborto (è questa la principale attività sul territorio della Giovanni XXIII), quella di un operatore della comunità fondata da don Oreste Benzi. E quella di Fausto Roncaglia, parmigiano e vicepresidente dell’UCFI (Unione Cattolica Farmacisti Italiani). La sua testimonianza è stata incentrata sulla richiesta pubblica di una legge che estenda il diritto all’obiezione di coscienza anche a quei farmacisti che si rifiutano di cooperare al male vendendo i cosiddetti farmaci abortivi, che, come vedremo in seguito, farmaci non sono affatto. La Nuova BQ lo ha intervistato.

Roncaglia, da quale esigenza nascono i farmacisti cattolici? Dalla necessità di affermare che il farmacista deve essere al servizio del malato, per la sua cura e che devono difendere la vita sempre. Invece anche in Italia alcune leggi disumane vogliono obbligarci a vendere sostanze in grado di uccidere un embrione già nei primi mesi di vita. Di quali “farmaci” stiamo parlando e quali sono già presenti sul bancone del farmacista? Spirali, EllaOne, Norlevo, i cosiddetti contraccettivi di emergenza. Una parola, se ci pensiamo paradossale perché vengono presi dopo il rapporto per eliminare l’eventuale concepito che si fosse già formato. Anche la Ru 486? Questo vale per le farmacie ospedaliere dove la Ru è somministrata. A che punto è l’obiezione di coscienza dei farmacisiti? Il farmacista al momento non ha la possibilità di obiezione di coscienza perché non c’è una legge specifica come per i medici, prevista dalla 194 o dalla legge sulla fecondazione artificiale. Perché? Perché i prodotti da farmacia non sono rientrati all’interno della legge 194. E’ una grandissima menzogna dell’Oms che per disporre a piacimento degli embrioni ha stabilito che la gravidanza non inizia con il concepimento, ma con l’annidamento dell’embrione entro gli 8-10 giorni. In pratica si riconosce che c’è un embrione, dunque un essere umano, ma non c’è gravidanza. E’ una menzogna colossale. Così hanno preso la palla al balzo e hanno fatto leggi dove in quegli 8 giorni l’embrione è considerato a disposizione di tutti. Perciò li chiamano contraccettivi, ma sono abortivi e lo sono oggettivamente. In più li chiamano farmaci, ma non curano nulla, anzi, non sono farmaci. Quindi? Quindi l’Oms ha pensato di cambiare la definizione di farmaco: non più un prodotto per curare, ma un prodotto che causa delle alterazioni fisiologiche. E chi si oppone? Finisce sotto processo come è successo alla nostra collega di Gorizia che è stata denunciata un anno e mezzo fa. Alla fine è stata assolta, ma nel frattempo ha dovuto subire la gogna mediatica. Come è stata assolta? E’ stato molto bravo l’avvocato Simone Pillon, tra i leader del Comitato Genitori e Figli. Ha dimostrato come l’obiezione di coscienza sia un caposaldo tanto della Costituzione quanto della Dichiarazione dei diritti dell’uomo: nessuno può essere obbligato a uccidere. In più il farmacista è tenuto al rispetto del codice deontologico della professione che all’articolo 3 dice che il farmacista è obbligato al rispetto della vita. Ma l’assoluzione non può far dimenticare i gravi problemi a cui va incontro la nostra professione. Ad esempio? In tanti sono stati costretti a cambiare lavoro. Conosco una collega ad esempio che oggi fa l’insegnante di sostegno. Perché il problema non è soltanto la mancanza di una legge che riconosca l’obiezione di coscienza, ma il fatto che i titolari delle farmacie spesso fanno pressioni perché opporsi alla vendita di questi preparati killer fa venire meno delle vendite. E’ una situazione frequente? Altroché, che si manifesta anche nel fatto che il farmacista obiettore fa fatica a trovare lavoro perché nei colloqui certe cose i titolari vogliono saperle e li rendono praticamente discriminati rispetto agli altri. Ci sono colleghi che quando vanno al colloquio di lavoro hanno il terrore di non essere assunti. E’ per questo che chiediamo una legge: perché i colleghi possano stare sereni e svolgere la loro professione in sicurezza. C’è qualcuno in Parlamento che vi ascolta? Ci sono diversi progetti di legge, ma sono tutti fermi. L’ultimo era quello dell’onorevole Gigli che aveva predisposto un progetto di legge. Ma è ancora lettera morta alla Camera. Nel frattempo l’obiezione è lasciata all’eroismo del singolo che fa quello che può. In questui ultimi giorni, ha fatto molto discutere la proposta della Giunta Zingaretti della Regione Lazio di diffondere la pillola abortiva nei consultori. Il Forum di famiglie e Vicariato si sono opposti con il seguente comunicato:” Dopo il bando per l’assunzione di medici non obiettori al S. Camillo, dalla Regione Lazio arriva un’altra decisione finalizzata a facilitare sempre di più l’aborto, in barba alle vigenti norme e con notevoli rischi per la salute delle donne. La giunta Zingaretti ha deciso che dalla prossima estate sarà sperimentata per 18 mesi la distribuzione nei consultori della pillola abortiva Ru486. Una decisione che contrasta con la legge che prevede la somministrazione solo in ospedale o nei poliambulatori prima di tutto a garanzia della salute della donna. Fermamente contraria alla sperimentazione dell’aborto farmacologico nei consultori la presidente del Forum delle Associazioni familiari del Lazio, Emma Ciccarelli: “Sono altre le urgenze e gli interventi che attendono risposte organiche e strutturate nella Sanità – afferma – Abbiamo famiglie con malati psichici che non riescono ad avere risposte, mamme ormai anziane che non ce la fanno a gestire le disabilità dei loro figli, liste di attesa per i servizi domiciliari ancora lunghe, famiglie che si trovano sole ad affrontare un malato di Alzhaimer. Chiediamo al presidente Zingaretti di rivedere questa scelta – continua Ciccarelli – e di lavorare più sulla prevenzione di tale fenomeno. L’aborto è sempre un atto estremo per una donna e i tagli alla sanità non si fanno sulla pelle delle donne e dei bambini che portano in grembo”. “Profondo sconcerto e forte preoccupazione” è stata espressa in una nota dalVicariato di Roma, anche per le motivazioni con cui si giustifica la sperimentazione. “Tale decisione veicola il messaggio dell’aborto facile in un contesto di finta umanizzazione e rappresenta un passo ulteriore nella diffusione di una cultura della chiusura all’accoglienza della vita umana e della deresponsabilizzazione etica. La triste realtà è che i consultori sono ormai quasi privi di personale e molti versano in stato di abbandono. Essi sono ben lontani dall’offrire la dichiarata ‘assistenza multidisciplinare’ e faticano ad assolvere al loro compito di sostegno, informazione e presa in carico della donna di fronte a una decisione sempre drammatica. Con questa scelta i consultori verranno ridotti a uffici di mera distribuzione di farmaci abortivi, acuendo nel loro personale le questioni relative all’obiezione di coscienza – sottolineano dal Laterano – Tutto ciò nega nei fatti uno degli obiettivi della legge 194/78, quello della tutela sociale della maternità e della pianificazione di strategie di prevenzione che agiscano sulle cause culturali, economiche e psicologiche del ricorso all’aborto. Strategie che proprio nei consultori dovrebbero trovare un luogo elettivo di realizzazione”. Ma in Vicariato mettono in evidenza anche “i rischi sanitari e la mortalità connessi all’utilizzo della pillola abortiva, notevolmente superiori a quello dell’aborto con procedura chirurgica. La stessa legge 194, nell’art. 8, prevede che l’aborto avvenga in regime di ricovero a tutela della salute della donna. Il ricovero ospedaliero dunque non è un “fatto ideologico”, ma è necessario per la sicurezza della donna. Piuttosto, è ideologico spacciare come “riorganizzazione della rete sanitaria della Regione Lazio” l’introduzione della RU486 nei consultori, distraendo l’attenzione mediatica dalle reali priorità della sanità laziale quali l’assistenza domiciliare che non decolla, i pronto soccorso intasati, le infinite liste di attesa, la mancata presa in carico degli anziani e dei disabili. L’aborto rappresenta sempre una sconfitta per tutti, e nella solitudine delle pareti domestiche questa esperienza, che viene propagandata come facile e sicura, diventa ancor più devastante e dolorosa. Chiediamo perciò alle autorità regionali di riconsiderare tale decisione che avrebbe come vero risultato, da una parte, apportare un ulteriore danno alla percezione del valore della vita umana come bene comune e, dall’altra, lasciare una volta di più la donna sola ad affrontare il dramma dell’aborto”. Il Movimento per la Vita ha annunciato la possibilità di ricorrere al Tar contro questo provvedimento. “La pillola abortiva – spiega Roberto Bennati, vicepresidente nazionale del MpV – va assunta con tutte le precauzioni mediche e l’assistenza ospedaliera necessaria. Invece così si tenta di aggirare i problemi connessi ai costi dei ricoveri e all’obiezione di coscienza, senza tuttavia considerare adeguatamente le possibili conseguenze dannose per la salute delle donne e riportando il dramma dell’aborto a una sfera strettamente privata, snaturando la funzione dei consultori familiari”. Pochi mesi fa, come ha riportato il Messaggero, un’infermiera è stata licenziata a Voghera per aver negato la pillola del giorno dopo:” L’azienda ospedaliera di Pavia ha respinto la richiesta di revoca delle dimissioni di Chiara Margherita Ulisse, l’infermiera di Voghera che aveva negato la «pillola del giorno dopo» a una ragazza. L’assistente sanitaria aveva lasciato il lavoro ai primi di ottobre, in seguito a una polemica che aveva fatto molto discutere e spaccato l’opinione pubblica. La vicenda incriminata, in realtà, era accaduta alcuni mesi prima, una mattina di maggio, nel triage del pronto soccorso pavese. Fu allora che in ospedale si presentò una ragazza con il fidanzato intenzionata a richiedere il farmaco anticoncezionale in seguito a un rapporto sessuale non protetto. L’infermiera, come aveva fatto almeno altre 5 volte con altrettante donne negli anni precedenti, cercò di dissuaderla dalla visita ginecologica per assumere il contraccettivo di emergenza. La ragazza, però, denunciò l’accaduto e scoppiò il caso della «pillola negata». L’infermiera 32enne abruzzese, dopo aver ribadito di aver applicato una «clausola di coscienza» prevista dal codice deontologico, decise di dare le dimissioni «per non scendere a compromessi con il potere». La vicenda continuò a far discutere e l’azienda ospedaliera di Pavia, nell’atto di accettare le dimissioni volontarie della giovane, avviò un’indagine interna per chiarire l’accaduto ed eventuali responsabilità. Dopo un lungo periodo lontana dall’ospedale per esaurire le ferie maturate, il 1° dicembre Chiara Margherita Ulisse è rientrata come da contratto per il suo ultimo mese di lavoro, sebbene trasferita nel reparto di Cardiologia. Nel frattempo, forse ripensando alla sua scelta drastica di mollare tutto, aveva chiesto all’azienda ospedaliera di poter revocare le sue dimissioni. Ma martedì mattina il postino le ha recapitato, puntuale, la risposta dell’ospedale: la sua richiesta non è stata accettata, dal 1° gennaio l’infermiera sarà ufficialmente disoccupata”. Dinanzi a questa deriva, per ciascun cattolico praticante devono risuonare sempre le eccezionali parole di San Giovanni Paolo II, che pubblico integralmente:” Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata… Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha  l’autorità di distruggere la vita non nata… Ci alzeremo quando un bambino viene visto  come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un’emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio… Ci alzeremo quando l’istituzione del matrimonio viene abbandonata all’egoismo umano… e affermeremo l’indissolubilità del vincolo coniugale… Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche… e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell’individuo ma anche per quello della società… Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l’energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia… Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore,
di cura e di rispetto.