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La montagna sacra dei Sanniti Pentri, il Matese, e le sue rocche medievali

(Giuseppe PACE). Le montagne sono sempre state nel passato, anche recente, luoghi d’elevazione spirituale, misteriosi e spesso sacri. Il Matese ad esempio era la montagna sacra dei Sanniti Pentri, sulle cui nubi e vette aleggia la Dea, protettrice dei raccolti per le acque abbondanti che vi causava, come ricordano i bojanesi durante il Ver Sacrum, ma, più di qualcuno, a Bojano e a Piedimonte Matese, ama venerare pure un Dio del Matese, ritenendolo più misericordioso della Dea. I monti del Matese separano l’attuale Campania a Sud dal Molise a Nord e con i suoi boschi rigogliosi di faggi sprattutto, rappresentano un habitat naturale di notevole valore per gli animali selvatici, difatti, in quest’area appenninica è facile trovare sia reperti fossili che lupi, rapaci e, ultimamente, cinghiali. Il territorio matesino rappresenta una meta ideale per gli appassionati delle gite escursionistiche nonché di ricerca speleologica, poiché è ricco di cavità di naturali carsiche nelle quali è possibile ammirare splendide stalattiti, stalagmiti, marmitte, sifoni e concrezioni varie. A Nord della seconda vetta del Matese, la Gallinola di 1923 metri di quota, si trova una sperlonga orizzontale profondissima e inesplorata, detta grotta dei briganti, i vecchi pastori la ricordano ancora come luogo misterioso e ululante per il vento che fuoriesce. Chiunque sia appassionato della montagna, oltre alla stazione sciistica per antonomasia, Capitello Matese, frazione del Comune di S. Massimo, poco più a sud in alto vi trova la Grotta delle Ciaule, consigliatami dallo scultore bojanese Mario Cavaliere. Posto a 1450 m il pianoro glaciale e carsico di Campitello Matese, disposto a forma quasi circolare, garantisce una scarsa azione solare e quindi un buon innevamento; può ospitare diverse migliaia di persone durante la stagione invernale ed è dotata di piste e di impianti di risalita di ottima qualità anche se con la grave crisi economica si diffonde il turismo mordi e fuggi o da weekend settimanale o di settimana bianca. Sui versanti pedemontani del Matese e nei suoi paesetti montani esistono vari ruderi di castelli medievali come a: Bojano, Roccamandolfi, Piedimonte Matese, Prata Sannita, Letino, Monteroduni, Gioia Sannitica, Faicchio, Cusano Mutri, Sant’Angelo d’Alife, Ailano, Valle di Prata o ValleAgricola. Il castello di Bojano è ridotto ad un rudere, ma nasconde tesori stoprici inesplorati, in gran parte. Tale castello è posto ad ovest del borgo di Civita di Bojano a 800 metri di quota. Pare che l’edificio derivi dal nome di una delle nobili famiglie, dei Pandone, che lo detennero per circa 80 anni tra il XV e il XVI secolo. Le origini del castello sono però molto più antiche. Fondato probabilmente insieme al borgo fortificato di Civita, del quale tutt’oggi si seguono il circuito delle alte mura e l’impianto medievale di molti edifici abitativi, il castello ebbe la sua prima origine probabilmente nei secoli IX-X quando si assisteva in tutta l’Italia centro-meridionale al fenomeno dell’incastellamento, generato da esigenze difensive dalle incursioni ungare e saracene nonché da motivazioni di ordine sociale ed economico. Alla fine del IX secolo i Saraceni distrussero il castrum Bovianum; nel X secolo quando si passò dal gastaldato alla contea, il borgo montano di Civita fu progressivamente abbandonato, mentre si andava affermando l’insediamento di pianura; il castello, ad ogni modo, continuò a rivestire la sua funzione di difesa. Nel XIII secolo Civita riacquistò importanza, ricevette una sistemazione urbana e venne circondata da mura merlate che includevano anche il castello. In questo secolo, nell’anno 1220, il castello fu teatro di una resistenza energica da parte di Giuditta che non voleva sottomettersi a Federico II. Nel XV secolo sotto i Pandone divenne residenza estiva. Quello che resta del castello di Civita si presenta a pianta rettangolare molto allungata con torri circolari agli angoli e i camminamenti di ronda; lo spazio interno è privo di ambienti abitativi, per cui questa struttura si può far rientrare nella serie dei castelli-recinti, che abbinano la torre con il recinto e che assolvono alla funzione di accogliere la popolazione e gli animali nei momenti di pericolo. Tra i primi scrittori di Bojano si ricordano: Masciotta G.B., “Il Molise dalle origini ai giorni nostri“, Cava dei Tirreni, 1914-52. Piedimonte G., “La Provincia di Campobasso“, 1905. M. Zaccari M., “Bojano 78“, Matrice, 1978; M.Campanella, “Bojano tra storia e cultura popolare“, Bojano, 1997. Tra le pubblicazioni inerenti i Catelli del Matese, si ricorda quella di G. Buonomo e G. R. Palumbo del 1995, edito per l’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano e dedicato a B, Caso, illustre naturalista di San Gregorio Matese imparentato con gli Zurlo di Baranello. Nell’estate scorsa il bojanese Alessio Spina ha rivisitato il Cstello di Letino restandone estasiato per la posizione ed il panorama che fa godere nonostante racchiuda dal 188 il cimitero letinese, paesetto che deriva dal nome del suo fiume mitico, il Lete. L’ex Sindaco di Letino, Luigi Spocchetti, fece una proposta di spostare il cimitero fuori del castello ed adibire questo gioiello Longobardo-Normanno a Museo d’attrazione turistica, ma la proposta trovò contrariati i letinesi per il culto dell’aldilà dei loro morti. Imponente e spettrale si ricorda il castello di Roccamandolfi e quello ducale di Piedimonte Matese, dei Gaetani, Signori di Piedimonte d’Alife con proprio feudo che confinava con la Gallinola e il Lago Matese, oggi di San Gregorio M., ma ancora viene ricordato a Bojano come il Lago di Piedimonte. A pochi chilometri ad est di Boiano vi è lo splendido santuario dedicato ad Ercole, nel territorio di Campochiaro. L’edificio, merita una visita come quella dello scrivente con il colto M. Campanella che mi condusse ai piedi del folto bosco da cui proveniva una dolce e fresca brezza estiva. Esso dovrebbe essere a destinazione d un turismo cultuale. Il tempio della transumanza lungo il Tratturo Pescasseroli Candela, conserva almeno su tre lati il podio e i muri perimetrali (m. 16,40 x 21,50); esso è ottenuto con muratura in opera poligonale con blocchi di dimensioni piuttosto grosse (anche se non megalitici) ben levigati e perfettamente combacianti; a questa muratura in alcuni tratti (sul lato opposto alla fronte e su parte della fronte stessa) si aggiunge una muratura in opera quadrata con blocchi di calcare squadrati e sovrapposti a secco (seconda fase). Dai resti delle basi e di rocchi di colonne, nonché dalle dimensioni del tempio, si evince che quest’ultimo era prostilo (con colonne solo sulla parte frontale), tetrastilo (cioè con una fila di quattro colonne) ed in antis (cioè con due colonne in seconda fila, fra i prolungamenti in avanti dei muri laterali della parte chiusa del tempio). Restano alcuni capitelli; le colonne sono lisce, con un’altezza originaria di almeno m. 3,50. Non è dato sapere con esattezza l’altezza del podio né il modo di raccordo tra il piano di calpestio esterno e il piano del tempio, mancando tracce della scalinata frontale consueta nei templi italici: è comunque da escludere l’esistenza di una scala che si inseriva nel podio, mentre è molto probabile che essa fosse al di fuori della struttura, un corpo aggiunto ad essa addossato. Sul lato opposto alla fronte è venuta alla luce una muratura curvilinea, riferita ad una tarda fase di utilizzo del tempio originario. Dai particolari costruttivi la struttura sembra pertanto aver conosciuto almeno tre fasi: la fase di impianto, la fase di ripristino del podio e forse delle strutture di alzata del podio, l’adattamento tardo al culto cristiano. La frequentazione del sito ebbe vita molto lunga, come documentano i reperti che si datano tra il IV secolo a.C. ed il V secolo d.C. Tali reperti si riferiscono alle pratiche di culto che avvenivano nel santuario ed alle attività connesse con il santuario stesso, inteso sia come luogo di preghiera che come luogo in cui si favorivano e si facilitavano incontri e scambi. I materiali più antichi sono decisamente prevalenti rispetto a quelli più recenti; da essi si ricava che il periodo di massima frequentazione del santuario fu l’epoca sannitica, tra il III ed il II secolo a.C.. Alcuni degli ex voto rinvenuti nella zona, ed in particolare quelli anatomici, farebbero ipotizzare un culto a carattere salutare, ma si potrebbe pensare a valenze cultuali collegabili alla sfera della fecondità, della riproduzione e della maternità. Dopo questi secoli di massima vitalità del tempio, il sito continuò ad essere frequentato, ma in modo molto ridotto. Il Matese è uno scrigno di bellezze e tesori storici inestimabile, ma lo stato di incuria è raccapricciante nonostante uomini valorosi che si sforzano di dare lustro, anche a proprie spese. A Piedimonte esiste l’Associazione Cuore Sannita che ha come simbolo il Corridore del Cila posto, in statua, di lato al Municipio. A tale Associazione si formulano fervidi voti augurali di buon lavoro. Mentre al Caffè dei Pentri, di Bojano, posto in piazza e a pochi metri a Nord del Tratturo della Transumanza orizzontale tra Pescasseroli e Candela, si augura un ritorno all’antico splendore per il significato storico che rappresenta anche come possibile e frequente caffè letterario.

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