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In 50 anni 884 miliardi di euro di merci esportati dal veneto in unione europea

(Giuseppe PACE). PADOVA. A 60 anni di appartenenza dell’Italia e del suo Veneto all’Unione europea, credo sia utile informare anche di alcune macroscopiche differenze economiche e sociali interne all’Europa delle Regioni più che delle nazioni. La frequente reazione nel territorio della Regione Veneto alla ipertassazione “romana” con la minaccia d’indipendenza dall’Italia, trova giustificazioni in un’economia che spesso tira bene. A 60 anni di Unione europea, il Veneto registra un export di 884 miliardi di euro nei 50 anni di adesione alla sovranazione dell’U. e.. A tanto ammonta, secondo le stime del Centro Studi Unioncamere Veneto, il valore attualizzato e cumulato delle esportazioni di beni e prodotti del Veneto in Europa dall’entrata in vigore dell’unione doganale tra i Paesi della CEE (1 luglio 1968) ad oggi. Si tratta di circa sei volte il Pil regionale e di circa il 60% del Pil italiano attuali. I dati sono stati diffusi in occasione del convegno “L’Europa 60 anni dopo: quali vantaggi per le nostre imprese? L’esperienza del Veneto e del Lussemburgo”, organizzato a Treviso da Unioncamere Veneto e Camera di Commercio di Treviso-Belluno per celebrare il compleanno dell’Europa comunitaria che il 25 marzo 2017 festeggia 60 anni. L’occasione è servita anche per capire cosa è stato fatto dall’Unione europea e come il Veneto s’inserisca nel contesto comunitario. Un focus è stato dedicato ai rapporti con il Lussemburgo, rappresentato nel trevigiano da Pierre Gramegna, ministro delle Finanze del Granducato. Gli 884 miliardi di euro esportati dal Veneto in Europa in 50 anni rappresentano il 62% delle vendite all’estero della regione (1.417 miliardi di euro) con un saldo di 177 miliardi di euro, che ha consentito all’economia del Veneto di uscire dalla situazione di arretratezza in cui si trovava alla fine degli anni ’60 e di affermarsi come locomotiva economica del Paese. La Questione Meridionale non piagnona (fu C. Maranelli, prof. a Campobasso a distinguerla da quella piagnona, oggi tanto di moda anche con il libro bestseller “Terroni”) è diversa dalla meno nota Questione Settentrionale, che ha molte sfaccettature, quasi tutte basate sul ribellismo fiscale. Il Veneto, ad esempio, lamenta che dei 20 miliardi di tasse pagate allo Stato ogni anno, nulla torna indietro. Ecco perché L. Zaia, il Governatore del Veneto, propone un referendum per l’Indipendenza del Veneto dall’Italia. La Questione Settentrionale, a differenza di quella Meridionale, va sostenendo tramite la Lega Nord soprattutto, ma anche il PD lo dice, che: sono troppe le tasse al Nord. Tale eccesso di tasse è causato anche da un Sud che non decolla. In realtà al Sud pare che stia decollando solo l’assistenzialismo e il meridionalismo “piagnone”: tutte le colpe dei ritardi meridionali sono stati causati dai settentrionali, ad iniziare dal 1861. Intanto alla TV1, Giretti, di Domenica pomeriggio, intervista il rappresentante dei Neoborbonici. Questi, continua imperterrito con il meridionalismo piagnone, a dire che il Sud prima dei Savoia era ricco e le banche avevano molti più soldi del Nord, ma non precisa che erano soldi dei nobili feudatari rimasti paternalisti e affamatori di un popolo che era indicente molto più di quello del nord, dove i nobili non praticavano più la mezzadria ed erano divenuti imprenditori agricoli ed industriali, producendo ricchezza per tutti. Sarebbe da rileggere Carlo Maranelli ad iniziare dal suo libro edito dalla casa editrice, La Terza: ”La Questione Meridionale”. Il Veneto sta chiedendo un referendum per l’Indipendenza dall’Italia a soli 151 anni di appartenenza. «Senza Europa e senza mercato unico europeo probabilmente il Veneto non avrebbe mai raggiunto l’attuale status di seconda regione italiana, dopo la Lombardia, per apertura commerciale e propensione all’export – ha sottolineato Gian Angelo Bellati, segretario generale di Unioncamere Veneto –. Ciò non toglie che esistano delle criticità perché, senza coordinamento, la direttiva per la libera circolazione dei servizi e l’assenza di omogeneità per i residui fiscali provocano concorrenza sleale, che rappresenta una delle principali problematiche assieme a una politica commerciale di eccessiva libertà e, soprattutto, di poca difesa da pratiche scorrette per le nostre piccole medie imprese». Altro che imprese assistite del Mezzogiorno nostrano. «In questo momento è richiesto un rinnovato slancio unitario, una forte volontà politica per affrontare sfide determinanti per i cittadini e per le imprese volto alla crescita economica e in grado di assicurare azioni efficienti ed immediate. Grazie all’Unione Europea c’è particolarmente attenzione alle regioni, al loro sviluppo e al contributo che danno al raggiungimento dei target nazionali – afferma Mario Pozza presidente della Camera di commercio di Treviso–Belluno -. Nel periodo 2014-2020 l’Italia riceverà complessivamente circa 32,2 miliardi di euro provenienti dai fondi della politica di coesione, dei quali 7,6 miliardi di euro sono destinati a progetti in regioni più sviluppate (tra le quali si conta il Veneto), e 567,5 milioni di euro sono destinati all’iniziativa a favore dell’occupazione giovanile. Anche la Banca Europea di Investimento è particolarmente attiva: gli investimenti complessivi della Banca in Italia nel quinquennio 2011-2015 hanno superato i 47,3 miliardi di euro». L’Unione Europea risulta la più ampia economia del mondo, il massimo esportatore e importatore, il principale agente e destinatario per gli investimenti esteri e il più largo donatore di aiuti umanitari. Con appena il 7% della popolazione mondiale, raggiunge oltre il 25% del Pil del globo col 15% delle esportazioni e il 14,8% delle importazioni mondiali. Il 62% degli scambi commerciali avvengono tra Paesi dell’Unione Europea, un mercato unico in cui le persone possono muoversi, studiare, lavorare mentre merci, servizi, denaro e capitali circolano come all’interno di un singolo Paese. Questo è particolarmente vantaggioso in tempi di recessione, consentendo ai Paesi Membri di continuare a commerciare tra loro, piuttosto di ricorrere a misure protezionistiche che peggiorerebbero la propria condizione. I 21 milioni di imprese, piccole e medie, includono il 99% delle imprese totali, il 67% dei posti di lavoro e l’85% di tutti i nuovi posti creati. Ecco dunque una pagella di produttività veneta nonostante la grave crisi in atto, che, per alcuni versi, in Veneto è più grave che altrove poiché non si era più abituati da alcuni decenni di benessere diffuso con il capitalismo familiare dei capannoni industriali al posto di antiche case di campagna e botteghe artigiane. Si era giunti a 1 imprenditore per ogni 7 abitanti a Padova e 5 a Treviso, record europei

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