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L’Etologia e l’eredità culturale di Danilo Minardi

(Giuseppe PACE). Ho conosciuto di persona il Prof. Danilo Mainardi, al X congresso nazione della società italiana di ecologia a Venezia. A Venezia ero insieme all’amico Biologo, Antonio Garbetta ed insieme abbiamo constatato che Mainardi era persona affabile e colta e si intratteneva con chiunque lo avvicinasse, senza partecipare, con passione, alla “lotta” del cambio dei vertici associativi tra i suoi illustri colleghi universitari. L’illustre scienziato sosteneva che “In natura ogni forma di sapienza è valida nella misura in cui concorre alla vita sana ed equilibrata della propria specie, perché l’unico principio che davvero conta è il perpetuarsi dell’esistenza”. Con Mainardi ci si interroga su quanto l’animale somigli all’individuo umano; quali siano le sue capacità di adattamento; se siano dotati di memoria o particolari capacità di apprendimento. L’Università di Napoli, non è secondaria ad altre illustri università italiane anche per essere stata la prima Università statale, dedicata, a Federico II e al colto cerchio magico della sua Corte che promuoveva la scienza più di altri poteri del suo tempo. Danilo Mainardi ha rappresentato bene l’Etologia sia in Italia che all’estero. L’Etologia è la scienza che studia il comportamento animale in relazione a quello umano. Fu, tra gli altri, allievo del padre dell’Etologia Konrad Lorenz, lo scopritore dell’imprinting o prima impressione: gli anatroccoli che schiusi dalle uova seguivano l’anatra meccanica e non la madre naturale. Dopo la Facoltà di Scienze Naturali dell’Università “Federico II” di Napoli, con i corsi dei proff. di Zoologia di De Lerma prima e di Battaglini poi, ho letto spesso di Etologia, restandone affascinato per le relazioni comparative uomo-animale. n una specie culturale il crescere dell’esperienza è enorme. Una delle eredità di Mainardi è il ribadire che tutti gli animali sono capaci di “istinti” che corrispondono all’istruzione scritta della specie e al processo di apprendimento che essi affrontano. Eppure gli animali apprendono per sé, ovvero affrontano un apprendimento individuale. E, sulla base di queste esperienze, ogni singolo animale adatta il proprio comportamento. Quando l’animale muore la sua sapienza viene persa. In alcune specie ciò non accade e compare un nuovo tipo di apprendimento. Una forma che coinvolge perlomeno due individui: uno possiede l’informazione e l’altro l’apprende. Si chiama apprendimento sociale e ciò che viene appreso non è fine a se stesso ma permane, trasmesso in maniera orizzontale o verticale tra le generazioni. Sopravvive, dunque, alla specie. Quando consideriamo che una mente è posseduta da differenti animali, è evidente come i tragitti evolutivi delle differenti specie sono da considerarsi indipendenti. Ovvero, sono strutture analoghe non parenti tra di loro ma in grado di risolvere i problemi, come quello di realizzare una mappa cognitiva. Sarebbe quindi necessario, come chiedono taluni, di abolire la parola “mente”? No. Basta solo considerare che le varie menti sono strutture diverse che sanno fare le stesse cose. A Mainardi si deve la scoperta, tra le altre, che consente di stabilire se un animale possiede una “mente”. Ad esempio una mosca – priva di una mente – ha difficoltà nel capire come aggirare un vetro contro il quale va ripetutamente a sbattere. L’ape, invece, è capace di farlo in quanto è in grado di sviluppare una mappa cognitiva, analogamente poteva fare il gatto. Immaginiamo di avere una parete di plexiglass attraverso la quale viene fatto passare del cibo. Il gatto nel seguire il cibo è in grado di aggirare l’ostacolo della parete e raggiunge lo scopo. Passando dall’intelligenza artificiale a quella animale, è possibile riflettere sui cefalopodi, ovvero molluschi come polpi, seppie e calamari. Sono animali dotati di una straordinaria intelligenza e capacità di apprendimento. Nell’ambito dello stesso gruppo di molluschi esistono anche i bivalvi, che invece non sono dotati di capacità di apprendimento, ma sono provvisti di una serie di istruzioni ereditate geneticamente dai genitori e che gli consentono di adattarsi alle situazioni. Tra queste due categorie vi è una terza categoria intermedia dei molluschi gasteropodi, come le chiocciole. Questi sono abbastanza dotati di capacità di apprendimento e di memoria, nonché di istruzioni genetiche, definite comunemente come “istinto”. L’intelligenza è un po’ come l’istinto: la gente comune sa di che si tratta, mentre gli studiosi non riescono a mettersi d’accordo. Il motivo è semplice. Gli studiosi vogliono definizioni precise, che descrivano concetti inequivocabili e che consentano misurazioni comparabili. Il che è quasi impossibile, trattandosi di fenomeni compositi, oltretutto tra loro interdipendenti. Partiamo allora dalla sapienza popolare, per cui l’intelligenza è la capacità di capire, di ragionare, di trarre logiche conclusioni che servano a risolvere problemi sia pratici che teorici. Quanto all’istinto, si potrebbe definire come l’intelligenza della specie, quell’insieme di risposte prefabbricate che vengono sparate fuori al momento giusto, indipendentemente dall’esperienza individuale, ma che pure servono a risolvere problemi. A stare al mondo, in definitiva. Ebbene, non c’è specie animale che, se ci rifacciamo alle definizioni “popolari” appena date, non possieda almeno una briciola di intelligenza o di comportamento istintivo. Eppure il suo collega, M. Sarà definiva, senza ombra di dubbio, scrive che “l’intelligenza è la capacità di adattarsi a situazioni nuove”. Etologi tedeschi hanno dimostrato sperimentalmente che tagliando le ali alle api operai, quelle soldato le sostituivano nell’andare a raccogliere il nettare per lo stato sociale delle api. I ruoli dunque, anche dell’uomo, sono intercambiabili e dipendono dalla necessità. D. Mainardi si era Laureatosi in Scienze biologiche nel 1956 all’Università di Parma, dal 1967 al 1992 ha insegnato Zoologia, Biologia generale e infine Etologia presso il medesimo ateneo; direttore dal 1973 della Scuola internazionale di etologia del Centro Ettore Majorana di Cultura scientifica di Erice, è stato professore emerito di Ecologia comportamentale nell’Università Ca’ Foscari di Venezia. Autore di numerose ricerche sull’evoluzione biologica, particolarmente in rapporto con lo studio dei modelli di comportamento e di scelta sessuale (tra le più importanti pubblicazioni su questo tema vanno citate La scelta sessuale nell’evoluzione della specie, 1968, e Il comportamento animale, 1970), è stato tra i primi etologi italiani ad avvalersi di documenti filmografici in grado di evidenziare sequenze di azioni dalle quali fosse possibile inferire i meccanismi posti in atto dagli animali sociali per la risoluzione di problemi specifici; il portato di tali ricerche ha aperto la possibilità di estendere a varie specie la facoltà umana di produrre e trasferire informazioni da un membro all’altro, e di costruire in tal modo una “storia naturale della cultura”, stabilendo un percorso evolutivo in cui la specie umana si colloca al vertice (L’animale culturale, 1974). Abile divulgatore, Mainardi ha alternato la sua copiosissima produzione scientifica (che si è andata estendendo agli studi di eco-etologia, alla definizione dei fondamenti teorici dell’educazione ambientale e della sua funzione per la protezione dell’ambiente) a testi rivolti a un pubblico più ampio, quali il Dizionario di etologia (1992) e Lo zoo aperto (1994), privilegiando in anni più recenti la scrittura sostanziata da uno sguardo affettivo, ironico e garbato sul mondo animale, come ad esempio in Arbitri e galline. Le sorprendenti analogie tra il mondo animale e il mondo umano (2004), L’intelligenza degli animali (2009), Le corna del Cesare (2012), L’uomo i libri e altri animali (con R. Ceserani, 2013) e Noi e loro. Cento piccole storie di animali (2013). Membro di numerose accademie e società scientifiche, consulente di varie trasmissioni televisive (Dalla parte degli animali, Quark), Mainadi ha collaborato con Il Corriere della Sera, Il Sole 24 Ore e con i periodici Airone e Quark. Quando insegnavo in Romania al Colegiul Tehnic”Transilvania” di Deva notavo, lungo le scale che dal primo piano (dov’erano le aule dei saperi umanistici) che conducevano ai piani superiori (dei saperi scientifici e tecnici) vi era un grande cartello di zoologia con l’evoluzione biologica e l’Uomo in alto. In Romania le scienze avevano prevalenza sui saperi umanistici, e, quasi tutti, i dirigenti erano laureati in Chimica, Fisica, Ingegneria, viceversa, in Italia. Ma restiamo nell’eredità lasciataci da D. Mainardi. Quando cito l’eccesso di nostalgia per i luoghi nativi da parte di non pochi “provinciali”, mi rifaccio sempre all’imprinting, che i primi tempi di vita, non di tutto il periodo vitale di ogni uomo. L’uomo come qualunque animale, si evolve sia biologicamente che culturalmente, e, da adulto, si lascia guidare, quasi sempre, dalla ragione non dall’istinto che in qualche misura l’imprinting recepisce. L’Etologia di Mainardi era specialistica, ma anche comprensibile a tutti per l’uso dei mass media popolari e non solo per le sue tante pubblicazioni. L’eredità che ci lascia non è poca cosa e non appartiene all’utilitarismo economico, tanto di moda in quest’Italia ragionieristica dei nostri giorni. Resta comunque aperto l’antico problema della torre d’avorio dentro la quale il mondo universitario dialoga tra sottili distinguo, tanto caro agli specialisti settoriali o dei saperi vari rispetto al sapere sui grandi temi universali del senso della vita e degli altri perché esistenziali. Mainardi, milanese (1933), è stato prof. emerito di Ecologia comportamentale nella Università Ca’ Foscari di Venezia e direttore della scuola internazionale di etologia del Centro Ettore Majorana di Erice. È presidente onorario della Lipu e membro di accademie e società tra cui l’Accademia Nazionale delle Scienze e l’International Ethological Society di cui è stato presidente. Si è occupato di molti aspetti del comportamento sociale, in particolare di scelte sessuali, aggressività e trasmissione culturale negli animali. Ultimi libri pubblicati sono i saggi “Nella mente degli animali” (2006), “La bella zoologia” (2008) e “L’intelligenza degli animali” (2009), pubblicati da Cairo editore, Milano. Collabora con Rai 1 (Superquark e TG1), con il Corriere della Sera e con il Sole 24 Ore. Sulle lebbra del Sacerdote è depositata la polvere della scienza dice il profeta Ezehiele, del VI sec. a. C., ma dalle labbra del Professore, di qualunque sapere disciplinare, devono poter uscire messaggi di pace, di concordia e di verità per tutti. Solo allora il sapere diventa universale e democratico e non riservato ad una stretta cerchia di iniziati o di addetti.

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