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LA ROSA DEL PROFETA.

(Giulio De Monaco)   Antonio La Motta è stato un’icona della mia fanciullezza come tanti altri amici che chierichettizzavano allegramente e talvolta furfantescamente tra la conventuale Chiesa barocca di Santo Francesco che è raffigurato nella lunetta della porta d’ingresso insolitamente paffuto e quasi privo dei peli del viso e il tormentato Duomo ricostruito nel 1957 e riaperto al culto. Riaperto dopo i dissennati bombardamenti a capocchia dei fidi alleati inglesi e americani.Il capotribù delle birichinate chierichettiche era il simpatico Armandino dinoccolato occhialuto e magro come Stanlio. Il capo effettivo era Peppino Razzino sensato e grave il capo carismatico era lo scrivente .Quello che facevamo passare al povero Antonio è indescrivibile. Basta dire che finiva per diventare paonazzo come un tacchino: ci urlava una seria di innocenti improperi e infilata a razzo la porta della chiesa come per magia si dissolveva nelle ombre pietose della sera. Al malcapitato Luigino sagrestano-direttore megagalattico toccava di mala voglia sostituirlo. Il giorno dopo lo avrebbe recuperato quasi indenne e ricondotto al sagrestanico ovile con un minuscolo supplemento del già magro stipendio. Tempi eroici leggendari visti anche nella nostra ottica di giannizzeri della miseria.Mentre il Canonico De Monaco tra una Messa e l’altra un ufficio divino in coro e un’occhiatina speculatoria alle sue adorate monete antiche sentenziava a uso di tutti : “Io non sono quello che scrivo. Io sono ciò che provi mentre mi leggi”.   Ad Antonio ero simpatico simpatico anche perché mi ricordavo del compleanno e onomastico con qualche ricordino. Un giorno me lo vidi davanti come spuntato dalla lampada del Genio. Girava e rigirava tra lo sereno e delicato Natale carissimo insostituibili mani sempre ben curate, un pacchettino color malva. Era il 20 dicembre compivo 12 anni si era ricordato di me. Mi piazzò tra le mani con visibile imbarazzo come la primizia di un carciofo il pacchetto e si imporporò come la zimarra del Vescovo. Aprii con studiata lentezza il dono : era un libro: “La rosa del Profeta” .Non ne ricordo gli autori ma lo lessi avidamente e mi piacque. Quando stava in vena Antonio si cantava tra denti e lingua qualche inno liturgico o qualche frammento di romanza popolare in dialetto tipo:“T’ accumpagno vico vico sulo a tte ca si’ ‘n’ amico.” Naturalmente non includeva in questo consorzio il ruvido Luigino dai canuti capelli e l’eterno sigaro in bocca.

Antonio continua a vivere eterno nei nostri cuori come la rosa del Profeta di tempi moderni in un perenne Natale dell’Anima con la sua voce soave e mistica. Continuerà a vivere amabile e fiorito finché l’ultimo di noi sopravviverà perché la penna è la lingua dell’anima.    Dedico ai Puri di cuore . Buon Natale.

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