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L’INDOTTRINAMENTO GENDER

(Gianluca Martone) Lo scorso 9 settembre, il ministro Giannini ha affermato che Il governo avrebbe presentato a breve le linee guida per introdurre, tramite la formazione degli insegnanti, “l’educazione all’affettività” nelle scuole italiane. “I tempi sono le prossime settimane, direi la prima metà di ottobre come periodo ideale, perché è un lavoro praticamente concluso” ha aggiunto. La declinazione dei principi è espressa nel comma 16 dell’articolo 1 della legge “La buona scuola”, ma Giannini ha precisato che non si tratta di una “forma prescrittiva” per gli insegnanti. E’ prevista invece “un’attenzione a un quadro di riferimento generale che specifichi quale sarà il progetto formativo per gli insegnanti. Il progetto educativo che poi le scuole, in totale autonomia, come la legge indica, potranno tradurre in diversi tipi di attività”. “I principi del comma sono la diffusione di una cultura delle pari opportunità in tutte le scuole italiane, di contrasto a ogni forma di discriminazione e di violenza di genere. Significa  cultura del rispetto, consapevolezza di sé, essere finalmente anche a scuola nella condizione di parlare di questi argomenti, avendo con gli insegnanti un rapporto aperto e gli insegnanti preparati a poterlo fare. Questo è il nostro obiettivo e sono convinta che sarà una svolta veramente fondamentale”‘ha continuato il ministro. “Le risorse ci sono. È una legge molto finanziata. Abbiamo per la formazione degli insegnanti 40 milioni strutturali permanenti all’anno, ci sarà un segmento che non so quantificare oggi dedicato anche a questo aspetto” ha continuato Giannini. Si tratterà comunque di una formazione obbligatoria per gli

insegnanti, “un tema strutturale dentro il pacchetto delle priorità, insieme alla scuola digitale, alle competenze linguistiche e a tutto il resto”.

Dinanzi a questa deriva gender, si stanno diffondendo interessanti progetti di educazione parentale. Ma cos’è l’educazione parentale? Per rispondere a questa domanda, occorre far riferimento ad un interessante articolo di Giuseppe Brienza pubblicato lo scorso mese di febbraio sulla “Nuova Bussola Quotidiana”, di cui riporto alcuni passaggi significativi:” Come si fa praticamente homeschooling? Gestendo autonomamente, da parte dei genitori o di gruppi di genitori eventualmente assistiti da uno o più tutor, l’istruzione dei propri figli, in armonia con i propri valori etico/culturali e religiosi e con la sensibilità degli stessi bambini. Gli homeschoolers non partecipano quindi in nessun modo al sistema scolastico istituzionalizzato, né statale né parificato, come è prevalentemente strutturato in Europa continentale a partire almeno dal 1700. Gli insegnanti delle cosiddette scuole pubbliche, infatti, vedono il loro lavoro sempre più burocratizzarsi, finendo spesso col ridurlo da una vera e propria “missione” ad un semplice impiego come tutti gli altri. L’insegnamento massificato richiede infatti agli alunni una istruzione prevalentemente nozionistica e tecnica, nonché un adattamento ad automatismi nel delicato processo di apprendimento. I ragazzi omologati in classi di 25-30 persone, sono infatti allenati alla rigidità mentale, e ad aspettare sempre dagli altri cosa dire o fare, inducendo quindi la maggior parte di loro a non desiderare altro che il suono di una campanella. Per questo i genitori che fanno “educazione parentale” ricorrono ad una educazione personalizzata, domestica e comunitaria, perché riconoscono e valorizzano le molte fonti di conoscenza e competenze presenti sia nell’ambiente familiare sia in quello circostante la famiglia. Con la necessaria flessibilità queste risorse possono essere riconosciute, stimolate, integrate ed utilizzate a pieno per l’istruzione dei bambini e dei ragazzi. Senza orari e registri.  Il diritto all’homeschooling, oltre che dagli articoli 14 e 33 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, trae fondamento anche dall’articolo 118 della Costituzione italiana, il quale ha costituzionalizzato nel nostro ordinamento il principio della “sussidiarietà orizzontale”. Il decreto legislativo n. 76, approvato il 15 aprile 2005 dal secondo Governo Berlusconi (Ministro dell’istruzione era Letizia Moratti), ha quindi sancito definitivamente l’ingresso dell’homeschooling nel sistema scolastico italiano stabilendo, all’articolo 1, comma 4, che «I genitori, o chi ne fa le veci, che intendano provvedere privatamente o direttamente all’istruzione dei propri figli, ai fini dell’esercizio del diritto-dovere, devono dimostrare di averne la capacità tecnica o economica e darne comunicazione anno per anno alla competente autorità, che provvede agli opportuni controlli».Tramite la scuola familiare, quindi, i genitori devono:— attestare di possedere i mezzi e le competenze necessarie allo svolgimento “in proprio” dell’istruzione obbligatoria;
— comunicare per iscritto alla Direzione didattica di appartenenza la loro decisione di ricorrere all’homeschooling;
— presentare il proprio figlio agli esami di Stato, previa formale domanda di ammissione agli stessi corredata del programma svolto, se vogliono iscrivere il figlio alla scuola pubblica l’anno successivo. Per orientare e supportare le famiglie che scelgono l’homeschooling, esistono oggi in Italia diverse iniziative. Opera già dal 2002 una “Rete Italiana Scuola Familiare”, alla quale si è successivamente affiancata l’attività del portale “Informagiovani”, gestito da centri comunali e provinciali presenti in quasi tutte le città d’Italia, che dedicano una sezione di attività e documentazione espressamente all’educazione parentale”.

Su questa delicata materia,Emanuele Ciampitti e Susan Vincenzoni, due genitori di Forano Sabino, piccolo centro in Provincia di Rieti, hanno rilasciato questa importante intervista in esclusiva per il nostro Quotidiano, nella quale spiegano le motivazione che li hanno indotti a ricorrere all’educazione parentale: “ Siamo una normalissima famiglia italiana, e abbiamo un bambino di 5 anni e mezzo. La nostra storia e la nostra battaglia sull’ideologia ed indottrinamento sulla spigolosa e complessa questione gender inizia qualche anno fa, leggendo qua e là articoli su internet, approfondendo poi la legge sulla cosiddetta “Buona Scuola” e visionando accuratamente le linee guida OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità). Dopo aver considerato le varie possibilità e ponderato sulle molteplici eventuali di rischio, abbiamo scelto di perseguire la strada più ardua, ovvero l’educazione parentale. Certo, escludiamo il bambino dalla possibilità di confronto scolastico con i compagni di classe e la cosa ci irrita alquanto visto che la scuola in base alla Costituzione Italiana è un diritto per tutti, ma è l’unico modo per prendere tempo senza incombere poi nell’inevitabile deviazione psicofisica di nostro figlio. Ammettiamo che è un grande impegno, ma mai paragonabile alla serenità familiare che ha comportato questa scelta. La cosa decisiva di questa scelta è stata la totale omertà dei docenti, a sentir loro questo nuovo indottrinamento non esisteva nemmeno e tuttora, continuano a negare. Ovviamente è a rischio il loro posto di lavoro, ma non è una giustificazione in grado di sostenere la gravità della distruzione dell’infanzia dei bambini, innocenti e puri senza malizia. Pensiamo e ne siamo convinti, che lo sguardo di un bambino sereno non abbia prezzo, che la naturalezza delle loro domande debba seguire un percorso “naturale”, come giusto che sia l’insegnamento della famiglia “naturale”. In questo percorso di vita abbiamo avuto l’onore di conoscere il grande giornalista Gianluca Martone, sempre in trincea per i sacri diritti dei bambini, una grandissima persona dal cuore d’oro e una volontà di ferro! Ci appelliamo a tutti i genitori: sempre confrontarsi, sempre leggere i testi adottati, sempre approfondire le varie diciture dei POFT (Piano offerta Formativa Triennale) dei vari plessi scolastici, non dobbiamo aver timore di affrontare un insegnante, di chiedere delucidazioni! Controlliamo sempre tutti i progetti sia interni che esterni delle varie scuole. Ci vogliono 3 minuti per perdere un bambino. L’unione farà e sarà la forza, di tutti”.

Lucetta Scaraffia, docente di Storia contemporanea presso l’Università “La Sapienza” di recente ha affermato:” Non si capisce come mai le istituzioni pubbliche occidentali continuino a nutrire una fiducia magica nell’efficacia dell’educazione sessuale. Dopo anni di corsi, naturalmente centrati sui metodi contraccettivi» abbiamo come risultato i dati sopra esposti.  «Ormai è chiaro che non basta assolutamente spiegare loro come possono usare i contraccettivi, e dove trovarli facilmente, per evitare queste tragedie, ma che il problema è più a monte, nell’educazione e quindi nella famiglia. In fondo l’Italia – dove non esiste educazione sessuale scolastica obbligatoria – è uno dei Paesi che se la cava meglio da questo punto di vista: qui i giovani rischiano di meno malattie e gravidanze precoci. Questo avviene «per merito della famiglia, del controllo affettuoso dei genitori sui figli adolescenti, del fatto che i ragazzi non sono abbandonati a se stessi con una scatoletta di anticoncezionali come unica difesa dalle loro passioni e dai loro errori. E, in parte, è merito anche della Chiesa cattolica, che continua a insegnare che i rapporti sessuali sono molto più di una ginnastica piacevole da praticare senza freni senza correre rischi. La Chiesa considera infatti la vita sessuale degli esseri umani come una delle prove più significative della loro maturità umana e spirituale, una prova da affrontare con preparazione e serietà, cioè da collegare a scelte di vita fondamentali come il matrimonio, e quindi alla fondazione di una famiglia in cui la procreazione costituisce uno dei fini principali. La Chiesa insegna rispetto per il proprio corpo, che significa dare importanza e peso agli atti che si compiono con esso, a non considerarli solo possibilità di divertimento o di appagamento narcisistico: e questo è proprio il contrario di quanto dicono i suoi critici. I cattolici quindi non possono accettare che la vita sessuale venga considerata materia di insegnamento come un’attività qualsiasi, la quale presenta dei pericoli che sarebbe meglio evitare; come ben si sa, poi, i giovani sono spesso attratti dai pericoli, e si impegnano a evitarli solo se vengono educati alle ragioni profonde di un diverso comportamento morale».

 

 

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