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GLI U.S.A. HANNO IL PRESIDENTE REPUBBLICANO D. TRUMP

(Giuseppe PACE). Trump è il 45mo Presidente degli USA. Dalle colonne di questo mass media era stato dato spazio alla possibile vittoria di D. Trump, mentre tutti gli altri mass media italiani prevedevano una schiacciante vittoria di H. Clinton. Segno evidente che la stampa italiana è liberal non liberale. Purtroppo, per l’Italia, la moda dei radicalschic è ancora in auge e travisa la realtà mediante luoghi comuni e linguaggi conformisti. Come scrissi già prima dello spoglio elettorale negli USA i grattacieli e la statua della libertà sono i due simboli peculiari di New York, dove sono stato due volte e ho ammirato i grattacieli della V Strada, ecc., che sono stati costruiti da D. Trump. Dunque dire grattacieli, significa dire USA e di conseguenza Trump, no Clinton. Una vittoria netta quanto sorprendente quella del Tycoon, non pronosticata degli esperti e per quasi tutta la campagna anche dai risultati dei sondaggi. Decisivo per Trump soprattutto il voto dei Grandi Elettori (290), venti in più rispetto a quelli necessari per ottenere la maggioranza e, conseguentemente, l’elezione formale a presidente. Hillary si ferma a 218, dato incontrovertibile di una debacle spietata e inaspettata che ha lasciato di stucco gran parte dell’establishment a stelle e strisce. Dopo otto anni di governo democratico sarà un membro repubblicano il nuovo inquilino della Casa Bianca. Con Trump vince l’America del potere finanziario dei grandi imprenditori. Se vinceva H. Clinton, invece, vinceva il Paese delle lobby finanziarie e, per ultimo, il populismo adatto alla mentalità degli ultimi, degli operai e dì molti artisti che li esprimono. Trump ha avuto il merito mantenere le roccaforti repubblicane, vincere il decisivo confronto negli Stati ancora in bilico (Florida ed Ohio), ma soprattutto strappare alla rivale alcuni Stati che sulla carta venivano considerati in mano ai democratici. Già dopo poche ore è stato chiaro che il vento stesse cambiando. I dati e le reazioni dei protagonisti confermavano che Trump stava riuscendo nel suo miracolo: vincere le elezioni seppur avversato da una rilevante parte del suo stesso partito. Le ultime fasi dello spoglio hanno trasformato le sensazioni in certezza: Trump ha infatti chiuso incamerando i seggi di Stati come l’Alaska e l’Arizona storicamente repubblicani e di altri, il Wisconsin, il Michigan e la Pennsylvania che dai sondaggi parevano destinati ai democratici. Anche il voto popolare, seppur molto più equilibrato, premia “The Donald”: è suo il 47,9% delle preferenze, contro il 47,3% della sua contendente. Un dato anch’esso inaspettato, ma che certamente sorprende meno rispetto a quello dei grandi elettori. Nonostante brusche variazioni il parere dei cittadini è sempre parso abbastanza in bilico, seppur pro Clinton. I titoli di coda sono arrivati però con la consueta telefonata da parte dello sconfitto a cui ha fatto eco la prima dichiarazione da vincitore di Trump, molto poco nel suo stile, forse dettata dalla consapevolezza del cambio di ruolo: “Hillary ha combattuto sino alla fine, io sarò il presidente di tutti”. I mass media americani hanno dato più notizie di Clinton che di Trump considerato quasi personaggi da baraccone oppure del vecchio West, ma non è così. False informazioni rilanciate via internet, ondate di documenti distribuiti da Wikileaks contro i democratici, l’entrata a gamba tesa dell’FBI sulle email di Hillary e l’assoluzione finale dell’ultimo momento arrivata domenica sera, quando oltre 40 milioni di americani avevano già votato, avranno sicuramente un peso sui risultati delle urne. Il fattore nuovo del 2016, che non ha avuto una portata decisiva per i democratici, sembrava rappresentato dal ‘voto latino’ in crescita del 27% rispetto al 2012. Questa risposta forte alle affermazioni di Trump sugli immigrati clandestini, in particolare messicani, definiti «criminali e stupratori» non si è verificata I 220 milioni di aventi diritto al voto sui 318 milioni di statunitensi, hanno votato, a notevole maggioranza degli stati, Donald Trump. A mio parere Trump rappresenta il volto del sogno americano di divenire ricchi senza essere nobili come, invece, avveniva e in sordina avviene ancora in Europa, che gli americani definiscono fortezza medievale! Gli USA sono ancora una potenza mondiale e Trump rappresenta meglio il potere di mediazione anche con la Russia di Putin che lo preferisce a H. Clinton, troppo diplomatica e poco affidabile per negoziare la pace in Siria, in Ucraina e altrove. La vittoria delle presidenziali di D. Trump è però soltanto la prima di diverse tappe che portano all’insediamento del nuovo Presidente alla Casa Bianca. Segue infatti un altro momento cruciale, la riunione dei “Grandi Elettori”– fissata precisamente “il primo lunedì che segue il secondo mercoledì del mese di Dicembre” – nei diversi Stati per eleggere formalmente il Presidente ed il vice-Presidente. La votazione avviene su due schede distinte ed il conseguente risultato viene trascritto su un certificato inviato poi al Presidente del Senato per effettuare un conteggio ufficiale davanti al Congresso. Altra tappa è quella che del 6 Gennaio a Washington che vede il Congresso riunito in seduta comune e presieduto, solo per questa particolare occasione, dal vice-Presidente dove si procede al conteggio delle schede pervenute dai diversi Stati. È qui che finalmente avviene la proclamazione ufficiale del Presidente. Alle ore 12 del 20 Gennaio il Presidente può entrare finalmente in carica prestando il celebre giuramento nelle mani del Giudice Capo (Chief Justice) della Corte Suprema. In questo periodo, tra il voto e l’insediamento, è il Presidente uscente a mantenere tutti i poteri e le prerogative di tale figura.