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GLI STATI UNITI D’AMERICA TRA I CLINTON E I TRAMP

(Giuseppe PACE) Grattacieli e statua della libertà sono i due simboli peculiari di New York, dove sono stato due volte e ho ammirato i grattacieli della V Strada, ecc., che sono stati costruiti da D. Tramp. Dunque dire grattacieli, significa dire USA e di conseguenza Tramp. Se domani dovesse vincere Tramp vincerebbe l’America del potere finanziario dei grandi imprenditori. Se vince W. Clinton, invece, vince l’America delle lobbi finanziarie, delle multinazionali e, per ultimo, il populismo adatto alla mentalità degli ultimi, degli operai e dì molti artisti che li esprimono. Se vince Clinton vince l’11% degli americani di colore e vince il volto femminile in un’America, da sempre guidata agli uomini. Certo è che da noi mai e poi mai un ex presidente scenderebbe in campo per palesemente appoggiare un candidato, i Clinton, e parlare male dell’altro candidato, i Tramp. Un po’ lo ha fatto G. Napolitano, ma meno spregiudicatamente di Obama. I mass media americani danno più notizie dei Clinton che dei Tramp considerati quasi personaggi da baraccone oppure del vecchio West, ma non è così. Le ultime ore di battaglie e di comizi però sembrano indicare che tutti i precedenti per queste elezioni del 2016 potrebbero non valere più, perché le mappe geopolitiche dei 50 Stati sembrano cambiate significativamente e si registrano forti oscillazioni nei sondaggi a favore del candidato repubblicano ad esempio in Ohio e Wisconsin, mentre la Clinton sembra aver fatto breccia in Arizona e Nevada da decenni dominio dei repubblicani. L’ultima variante che infine sta disorientando i sondaggisti riguarda gli oltre 38 milioni di americani che hanno già votato anticipatamente, dalla Florida all’Iowa, dalla Carolina del Nord al Maine. Molti gli indecisi, ma anche molti quelli che voteranno, più in in silenzio dei fann di W. Clinton, D. Tramp. Gli americani o meglio gli elettori degli USA stanno assistendo alla più bizzarra, difficile, ma forse anche più insidiosa e divisiva contesa elettorale degli ultimi decenni. False informazioni rilanciate via internet, ondate di documenti distribuiti da Wikileaks contro i democratici, l’entrata a gamba tesa dell’FBI sulle email di Hillary e l’assoluzione finale dell’ultimo momento arrivata domenica sera, quando oltre 40 milioni di americani avevano già votato, avranno sicuramente un peso sui risultati delle urne. Il fattore nuovo del 2016, che potrebbe avere una portata decisiva per i democratici, sembra rappresentato dal ‘voto latino’ in crescita del 27% rispetto al 2012. Sembra questa la risposta forte alle affermazioni di Trump sugli immigrati clandestini, in particolare messicani, definiti «criminali e stupratori». L’altro grande blocco elettorale è quello delle donne, delle città ma anche dei sobborghi dove Hillary conserva un vantaggio del 15%. Infine i millenials attratti molto più da Bernie Sanders che dalla Clinton nelle primarie sembrano adesso avvicinarsi alla candidata democratica, perché ha messo come temi prioritari del suo programma le spese per il college, l’ambiente e l’aumento della paga oraria, uguale per uomini e donne. Fino a lunedì notte sia Hillary che Trump saranno sul palco. Barack e Michelle Obama raggiungeranno la Clinton in Pensylvania per il gran finale, mentre Trump sarà circondato da tutta la famiglia e farà un’ultima puntata nella decisiva Florida prima di spostarsi all’Hilton di New York martedì sera, non solo per votare in tempo ma per partecipare a quello che la sua campagna ha già ribattezzatto “il party della vittoria”. Oltre a eleggere il presidente degli Stati Uniti per i prossimi 4 anni, martedì 8 novembre  l’America rinnoverà anche i 435 deputati della Camera che rimangono in carica 2 anni oltre a 34 dei 100 senatori che compongono il Senato e che hanno invece un mandato di 6 anni. Ma nelle enormi schede che variano da Stato a Stato oltre a senatori, deputati governatori e giudici, si rinnoveranno anche a livello statale consiglieri e super sceriffi come l’ultra conservatore Joe Arpaio nella contea di Maricopa in Arizona grande sostenitore di Trump sulla cacciata degli immigrati che per la prima volta in un quarto di secolo però è in svantaggio contro il suo rivale democratico dopo essere stato mandato sotto processo per “abuso di potere”. Le condizioni ambientali oggi sono considerate ottime in tutti gli Stati Uniti, dall’Alaska alle Hawaii, dove vive il mio omonimo italoamericano che voterà convinto per W. Clinton. Ma il vero motore del successo, in grado di portare Hillary Clinton nello Studio Ovale potrebbe essere la macchina della mobilitazione popolare e del volontariato che i democratici hanno messo in moto più di un anno fa, chiedendo in prestito a Obama alcune formule vincenti. «Abbiamo bussato a più di 40 milioni di porte – dice il coordinatore della logistica per i democratici –. I nostri volontari hanno lasciato messaggi in oltre 82 milioni di segreterie telefonichee parlato direttamente con milioni di persone».  In New Hampshire, anche se vale solo 4 voti elettorali, il presidente Obama e Hillary si sono precipitati anche ieri perché nulla vada perduto. Ma è soprattutto il Michigan, considerato uno Stato operaio e tradizionalmnete democratico, a entrare in ballo nelle ultime giornate dopo due improvvise visite di Trump e del suo vice Pence. «La missione che mi attende – ha detto la Clinton ai giornalisti – è quella di riunificare il Paese, e per riuscirci ho molto lavoro da fare». Oggi si capirà se gli americani le daranno il mandato per farlo. Infine i referendum. Ce ne sono una trentina nei 50 Stati, dal controllo delle armi all’aumento della paga oraria, dall’allargamento del diritto di voto all’estensione degli asili nido. Ma quello più noto di tutto è la legalizzazione della marijuana così come è già avvenuto in Colorado,Oregon, Alaska, Washington e District of Columbia . Altri 5 lo richiedono e tra questi California, Arizona e Maine. Per farlo passare sarà decisivo il voto dei millennials. Hanno detto tutto e si sono tirati addosso di tutto i due candidati in lizza per la Casa Bianca. I sondaggi non valgono più. L’America sta già votando. Quello che conta oggi è l’affluenza alle urne. Più alta sarà, maggiori sono le probabilità per Hillary Clinton di diventare questa notte la prima donna nella storia presidente degli Stati Uniti. Rimane lei la favorita. Il suo vantaggio negli ultimi rilevamenti a livello nazionale è salito e ora oscilla tra i 2,5 e i 5 punti. È in testa anche nei più importanti Stati chiave, dalla Florida alla Pennsylvania, ma sempre dentro il margine d’errore fissato dagli esperti. In più a questo incremento in termini percentuali secondo RealClearPolitics è corrisposto un calo dei Grandi elettori sicuri, scesi a quota 202, se si considera unito il risultato del Maine, quando ne servono 270 per conquistare la Casa Bianca. Trump sembra che resti inchiodato a 164. I 200 milioni di aventi diritto al voto sui 318 milioni di statunitensi, se andranno a votare tutti voteranno, a notevole maggioranza, D. Tramp a mio parere. Perché Tramp rappresenta il volto del sogno americano di divenire ricchi senza essere nobili come, invece, avveniva e in sordina avviene ancora in Europa, che gli americani definiscono fortezza medievale!

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