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Sparanise (Ce) C’è la festa di San Vitaliano il santo Vescovo di Capua che si vestì da donna

(di Paolo Mesolella) SPARANISE (Ce) Sabato 27 agosto a Sparanise, in provincia di Caserta, ma anche a Catanzaro in Calabria, ritorna la festa patronale di S. Vitaliano con quell’atmosfera di fede e tradizione che la contraddistingue ormai da oltre mille anni. Tanti gli appuntamenti in programma, dalla tradizionale Messa domenicale nell’antica chiesa di S. Vitaliano (costruita nell’anno 988 dall’abate Roffredo) alla messa solenne nel Duomo con il vescovo diocesano. Ma ciò che incuriosisce di più della festa è la figura di San Vitaliano, 25° vescovo di Capua che si vestì da donna. La sua vicenda storica è poco nota (nel calendario della Chiesa vi sono altri due S.Vitaliano, venerati a Segni e a Stresa). San Vitaliano di Sparanise, invece, è nato a Capua (l’odierna S. Maria Capua Vetere) dove è stato vescovo per 25 anni, dal 693 al 718 d. C. E c’è quell’episodio della sua vita, che ha sempre divertito i fedeli: all’età di 70 anni, si vesti da donna e fu accusato dai suoi nemici di frequentare le donne. “Questi – si legge nella “Vita di San Vitaliano”, un codice beneventano del XII sec.,- corruppero col denaro un disgraziato che di notte si introdusse nella camera del Santo e sostituì le sue vesti di vescovo con quelle di una donna. Così, la mattina seguente, il santo, non accorgendosi dell’inganno, indossò gli abiti femminili e si recò in chiesa a celebrare le funzioni. Alla luce del sole i fedeli lo videro “travestito” e fu fatto oggetto di scherno e calunnie. Lui che predicava la castità, fu accusato di empietà e di intendersela con le donnacce al punto che ne aveva indossato gli abiti. Vitaliano, allora cercò di lasciare Capua per dirigersi dal papa a Roma, ma i suoi nemici lo inseguirono e raggiuntolo a Sinuessa, (l’odierna Mondragone), lo chiusero in un sacco di cuoio e lo gettarono in mare. Grazie alla protezione divina, però, san Vitaliano raggiunse Ostia, dove venne liberato dal sacco e si trattenne sano e salvo in città per sette mesi. Intanto Capua fu colpita per sei mesi e 20 giorni da una lunga siccità, dalla peste e dalla carestia; per questo gli abitanti, mandarono una delegazione dal santo per chiedergli scusa e per offrirgli di nuovo la sua cattedra vescovile.

San Vitaliano, mosso da pietà, ritornò a Capua e la pioggia incominciò a bagnare la terra, ma rifiutò l’episcopato per ritirarsi in eremitaggio in un luogo vicino a Caserta, chiamato Miliarum (oggi Casola). Qui, secondo la tradizione, richiamata nella bolla dell’arcivescovo di Capua Sennete del 1113, costrui l’eremo di San Vitaliano, e vi visse alcuni anni, compiendo miracoli, dopodichè si diresse sul Monte Virgilianum, dove costruì, con il nome di Monte Vergine, un santuario dedicato alla Madonna. E a Montevergine si sarebbe spento il 16 luglio 699 e sarebbe stato seppellito.
L’ episodio del travestimento e la fondazione del santuario di Montevergine, legano il santo vescovo Vitaliano alla storia dei “femminielli” napoletani. L’abate Giordano, infatti, in “Cronache di Montevergine” del 1649, riporta la tradizione secondo la quale, il Monte Partenio prenderebbe il nome di Cibele dall’esistenza di un tempio dedicato alla divinità. Inoltre, secondo il “Martirologio Gerominiano”, risalente alla prima metà dell’VIII sec., san Vitaliavo, vescovo di Capua del VII sec. d. C., dopo essere stato coinvolto nella vicenda di travestitismo, si sarebbe ritirato sul “Partenio”, (l’attuale Montevergine) e qui, sui resti di un tempio dedicato a Cibele, avrebbe edificato una cappella dedicata alla Madonna.
I momenti fondamentali del culto di Cibele erano la salita al Monte Sacro, l’adorazione di una pietra sacra e la presenza di fedeli maschi, travestiti da donne, che tenevano canti e danze sfrenate al suono di tamburi. Questo culto sarebbe stato indirizzato, in seguito verso la Madonna. “Ancora oggi – spiega Roberto De Simone – la salita al santuario di Montevergine costituisce uno dei momenti
fondamentali della vita dei “femminielli” napoletani. Ogni anno, nel giorno della Candelora, femminielli ed omosessuali salgono sulla montagna diretti al santuario dedicato alla Madonna Schiavona. Si ripete così il rito del pellegrinaggio dei “Femminiellii” al santuario, accompagnati da suonatori di nacchere, tammorre e cimbali ed abbigliati con vestiti molto colorati. La prima sosta del loro “pellegrinaggio” avviene in prossimità di una grotta dove si trova un rozzo sedile di pietra antico ricordo della pietra sacra del culto di Cibele. Poi si riparte per raggiungere la “Scala santa”, una scalinata di 23 gradini che spesso i fedeli percorrono in ginocchio.Dopo la visita, sul sagrato del santuario si canta e si balla con musiche e tammorriate. E’ un rito millenario quello della Candelora al santuario di Montevergine dove i femminielli prima e gli omosessuali, le lesbiche e transessuali oggi, venerano la‘Mamma Schiavona.

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