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Don Cosimo Cavalluzzo , un prete che dà la Santa Comunione nelle mani dei fedeli

(di Gianluca Martone) Il grande Cardinale Biffi, Arcivescovo di Bologna, scomparso un anno fa, affermo’ alcuni anni fa nel corso i un’omelia:”Un altro esempio di menzogna che si sta diffondendo è quello di chiamare cattolici integralisti coloro che coraggiosamente si pongono al servizio della Verità. A questi uomini va tutta la mia stima, la gratitudine e la solidarietà della Chiesa. A loro dico: Non preoccupatevi. Essere chiamati integralisti equivale ad essere chiamati cristiani”.Nel corso di una Santa Messa celebrata in occasione della festa di San Benedetto presso il Santuario del Sacro Cuore di Benevento, don Cosimo Cavalluzzo, prete in pensione accolto da poco in questa parrocchia, ha affermato nel corso dell’omelia frasi di inaudita gravità in base alla tradizione della Santa Chiesa Cattolica:” :”I FORMALISTI FANNO MOLTO MALE ALLA CHIESA, MENTRE I NON FORMALISTI CHE NON GIUDICANO E STANO SEMPRE ZITTI, QUELLI SONO I SANTI DI CUI LA SANTA CHIESA HA BISOGNO”. Come se non bastasse, prima di dare la comunione eucaristica ai fedeli, ha pronunciato una frase scandalosa, che viola in modo palese le norme liturgiche:” “IO DARO’ SEMPRE LA COMUNIONE IN MANO PER MOTIVI IGIENICI. ANZI, VI INVITO A PRENDERE LA COMUNIONE IN MANO E A DARE UN BACIO AMOREVOLE A GESU’. IL CUORE E’ IMPORTANTE, NON LA FORMA”.

Nel rispondere a queste frasi, invitando nel contempo pubblicamente il neo Vescovo Di Benevento Mons. Felice Accrocca ad assumere provvedimenti duri e seri nei riguardi di questo sacerdote, che dovrebbe godersi, e sicuramente sarebbe un bene per molti fedeli, la pensione, invece di diffondere le sue eresie, occorre rifarsi al Magistero di San Pio X sui preti modernisti, ideologia a cui don Cavaluzzo si ispira:” “Se i romani pontefici hanno sempre avuto bisogno di aiuto esterno per il compimento della loro missione, questo bisogno è divenuto oggi molto più sensibile, considerate le difficilissime condizioni del tempo, in cui viviamo, e tenuto conto dei continui assalti ai quali la chiesa è esposta da parte dei suoi nemici. E qui non dovete, supporre, Venerabili Fratelli, che noi vogliamo alludere agli eventi di Francia, penosi senza dubbio, ma largamente compensati da preziosissime consolazioni: la unione ammirabile di quel venerando episcopato, il generoso disinteresse del clero, e la pia fermezza dei cattolici, pronti ad incontrare ogni sacrificio per la difesa della loro fede e la gloria della loro patria. Sempre più, è dimostrato che le persecuzioni mettono in evidenza e impongono all’ammirazione di tutti le virtù dei perseguitati… No, la guerra che realmente affligge la Chiesa, la guerra che le fa gridare: “Ecce in pace amaritudo mea amarissima” è quella che nasce dalle aberrazioni intellettuali in virtù delle quali le sue dottrine sono bistrattate, e per cui si ripete nel mondo il grido di rivolta, per cui furono cacciati i ribelli dal cielo. E ribelli purtroppo son quelli che professano e diffondono sotto forme subdole gli errori mostruosi sulla evoluzione del dogma, sul ritorno al Vangelo, vale a dire sfrondato, come essi dicono, dalle spiegazioni della teologia, dalle definizioni dei Concilii, dalle massime dell’ascetica; sull’emancipazione della Chiesa, però in modo nuovo, senza ribellarsi per non essere tagliati fuori, ma nemmeno assoggettarsi per non mancare alle proprie convinzioni, e finalmente sull’adattamento ai tempi in tutto, nel parlare, nello scrivere e nel predicare una carità senza fede, tenera assai pei miscredenti, che apre a tutti purtroppo la via alla eterna rovina. Voi ben vedete, o Venerabili fratelli, se Noi, che dobbiamo difendere con tutte le forze il deposito che Ci venne affidato, non abbiamo ragione di essere in angustie di fronte a questo attacco, che non è eresia, ma il compendio e il veleno di tutte le eresie, che tende a scalzare i fondamenti della fede ed annientare il cristianesimo, perché la Sacra Scrittura per questi critici moderni non è più la fonte sicura di tutte le verità che appartengono alla Fede, ma un libro comune; l’ispirazione per loro si restringe alle dottrine dogmatiche, intese però a loro modo, e per poco non si differenzia dall’ispirazione poetica di Eschilo e di Omero. Legittima interprete della Bibbia è la Chiesa, però soggetta alle regole della cosidetta scienza critica, che s’impone alla teologia e la rende schiava. Per la tradizione finalmente tutto è relativo e soggetto a mutazioni e quindi ridotta al niente l’autorità dei Santi Padri. E tutti questi e mille altri errori li propalano in opuscoli, in riviste, in libri ascetici, e perfino in romanzi, e li involgono in certi termini ambigui, in certe forme nebulose, onde avere sempre aperto uno scampo alla difesa per non incorrere in una aperta condanna e prendere però gli incauti ai loro lacci”.
Al caro don Cavalluzzo, intriso di spirito mondano, forse avrà dimenticato quello che disse alcuni anni fa Papa Benedetto XVI sulla liturgia antica, che lui quotidianamente disprezza, ergendosi a unico depositario della Verità di Fede:” «C’è bisogno come minimo di una nuova consapevolezza liturgica che sottragga spazio alla tendenza a operare sulla liturgia come se fosse un oggetto della nostra abilità manipolatoria.
La cosa più importante oggi è riacquistare il rispetto della liturgia e la consapevolezza della sua non manipolabilità. Reimparare a riconoscerla nel suo essere una creatura vivente che cresce e che ci è stata donata, per il cui tramite noi prendiamo parte alla liturgia celeste.
Questa, credo, è la prima cosa: sconfiggere la tentazione di un fare dispotico, che concepisce la liturgia come oggetto di proprietà dell’uomo, e risvegliare il senso interiore del sacro. Tutto ciò deve essere preceduto da un processo educativo che argini la tendenza a mortificare la liturgia con invenzioni personali. Per una retta presa di coscienza in materia liturgica è importante che venga meno l’atteggiamento di sufficienza per la forma liturgica in vigore fino al 1970. Chi oggi sostiene la continuità con questa liturgia viene messo all’indice; ogni tolleranza viene meno a questo riguardo. Nella storia non è mai accaduto niente di questo genere; così è l’intero passato della Chiesa a essere disprezzato. Come si può confidare nel suo presente, se le cose stanno così? Non capisco nemmeno, a essere franco, perchè tanta soggezione, da parte di molti confratelli Vescovi, nei confronti di questa intolleranza, che pare essere un tributo obbligato allo spirito dei tempi, e che pare contrastare, senza un motivo comprensibile, il processo di necessaria riconciliazione all’interno della Chiesa. Oggi il latino nella Messa ci pare quasi un peccato. Ma così ci si preclude anche la possibilità di comunicare tra parlanti di lingue diverse, che è così preziosa in territori misti. Se nessuno sa più nemmeno cosa significhi “Kyrie” o “Gloria”, allora si è verificato un depauperamento culturale e il venire meno di elementi comuni. Ci dovrebbe anche essere una parte recitata in latino che garantisca la possibilità di ritrovarci in qualcosa che ci unisce”.
Per quanto riguarda la comunione in mano, che lui predilige, questo prete eretico sicuramente ha rinnegato e ha dimenticato la Tradizione Cattolica di sempre. S. Agostino disse: «A forza di veder tutto, si finisce con l’accetta­re tutto». Vero. I più si sono adeguati a questo nuovo stile in buona fede, dopo di aver assi­stito abitualmente a questa no­vità di celebrazione eucaristica, servita da sacerdoti adeguatisi al gusto del giorno. Infatti, nella Chiesa cattolica, è sempre stato uso ricevere la santa Comunione nella boc­ca, distribuita dal Sacerdote, il quale agisce “in persona Chri­sti”. Per questo, S. Pio X inserì esplicitamente nel suo Catechi­smo Maggiore questo vene­rando costume liturgico: «…Nei momenti di ricevere la santa Comunione, bisogna trovarsi in ginocchio, tenere la testa lievemente alzata, gli oc­chi modestamente rivolti verso la santa Ostia, la bocca suffi­cientemente aperta, con la lin­gua un pochino avanzata sul labbro inferiore. Bisogna tenere la tovaglia o il piattello (pa­tena) della Comunione in mo­do che essi ricevano la santa Ostia se dovesse cadere… Se la santa Ostia si attaccasse al palato, bisognerebbe distaccar­la con la lingua, e giammai con la dita». (Catechismo Maggiore, parte IV, c. IV). Non sono dettagli di poca importanza, ma manife­stano la cura di sempre della Chiesa per promuovere il mas­simo rispetto per il SS. Sacra­mento e anche per le minime particelle consacrate. False, comunque, sono state tut­te le chiacchiere di quei sacerdoti che si son dati a raccontare che, nei pri­mi secoli della Chiesa, la distribu­zione della Comunione era senza adorazioni né genuflessioni, che si servivano anche da soli, a do­micilio, intorno a un tavolo. La verità storica è tutt’altro. Certo, le persecuzioni obbliga­vano i cristiani a radunarsi in pri­vato, magari nelle catacombe. Quindi, gli altari di fortuna, le ta­vole, non furono mai la regola, ma solo l’eccezione. Prima di questo, il rispetto all’Eucaristia faceva sì che si scegliessero so­prattutto le tombe dei Martiri come altari. San Felice (Papa dal 269 al 274) ordinò che la Messa fosse celebrata sulla tomba di un Martire (Cfr. Liber Pontificalis, tomo I, p. 158, ed. J. Bayet, Paris. E de Boccard 1955, p. 71 ss.). E questa deci­sione regolarizzava un uso già stabilito (cfr. “Dictionaire d’Ar­chéologie chrètienne et de Li­turgie”, Paris, èd. Letpuzey et Ané., 1914, tome I, art. AUTEL, col. 3165-68). San Pio I (Papa dal 141 al 156) aveva già inculcato il rispetto della Chiesa, “casa di Dio”, e dell’altare. Anche san Soterio (Papa dal 167 al 175) (Cfr. Ibdem­Regesta, pp. 921-922). Si legga anche S. Ireneo di Lione (130­208) (cfr. “Contra haereses”, livre IV, c. 18, n. 6, PG, tome VII, col. 1029). E si leggano i San Grego­rio di Nyssa (335-394), i Sant’A­gostino d’Ippona (354-430), S. Pietro Grisologo (406-450)… e via via! La moda, quindi, della “Cena” intorno a un tavolo non è, dunque, di tradizione apostoli­ca, bensì di quel ex-frate mas­sone Lutero che fantasticò No­stro Signore che celebrava rivolto al “popolo” (I. c. p. 1-8). Così pure non ci fu MAI l’uso di passare di mano in mano, su un piatto o in un canestro, l’Ostia consacrata. Questa non veniva presa, ma ricevu­ta… e solo dalla mano di un Sacerdote. Lo affermò anche Tertulliano: «Non la riceviamo dalla mano di altri, nec de aliorum manu su­mimus» (Cfr. Liber de Corona, III, 3-RL., tomo li, col. 79). È, dunque, storicamente falso ogni altro dire!
S. Sisto I (Papa dal 117-al 136) scrisse: «Solo i ministri del culto sono abilitati a toccare i sacri misteri: hic constituit ut mysteria sacra non tangeren­tur nisi a ministris» (cfr. Liber Pontificalis, tomo I, p. 57-Man­si I. 653; e cfr. “regesta Ponti­ficum Romanorum”, p. 919). L’abitudine di alcuni di fare di­versamente, spinse la Chiesa a prendere delle sanzioni per far adempiere le norme apostoli­che. San Damaso (Papa dal 366 al 384) interdisse l’abitudi­ne di tenere in privato l’Alimen­to divino: “oblationes sub do­minio laicorum detineri vetat” (Cfr. Regesta, p. 931). Il Conci­lio di Saragozza, nel 380, lan­ciò l’anatema (canone III) con­tro coloro che facevano come ai tempi di persecuzione. Lo stesso fu fatto dal Concilio di Toledo, nell’anno 400 (canone XIV). Ma già prima, da Santo Stefano (Papa dal 254 al 257) aveva prescritto che «i laici non dovevano considerare le funzioni ecclesiastiche come fossero loro attribuite» (Cfr. Regesta, p. 925-Mans I, 889). Gli abusi, quindi, non erano la regola della Chiesa primitiva, né della Chiesa primitiva, il co­stume tradizionale di comuni­carsi. S. Leone I (Papa dal 440 al 461) voleva che il Sacramento dell’Eucarestia si ricevesse tramite la bocca: «hoc enim ORE sumitur quod Fide te­netur» (cfr. F L., tomo 54, col. 452). Papa Agapito I nel 536, compì un miracolo di guarigione im­provvisa durante la Messa: “cumque ei Dominicus Corpus mitteret in os”, cioè dopo aver dato l’Ostia consacrata nella bocca. I soli che si comunicavano in piedi e con la mano, furono gli Ariani; ma questi negavano la divinità di Cristo e vedevano nell’Eucarestia solo un semplice simbolo d’unione. La Chiesa cattolica, quindi, non ha MAI cambiato disciplina.
S. Tommaso d’Aquino, il mag­gior dottore della Chiesa catto­lica (1225-1274), si fece eco di questa prescrizione apostolica: «La distribuzione del Corpo di Cristo appartiene al Sacerdo­te per tre motivi: in primo luo­go, perché è lui che consacra, tenendo il posto di Cristo. Ora, è Cristo stesso che ha consa­crato il suo Corpo nella Cena, ed è Lui stesso che lo ha dato agli altri da mangiare. Dunque, come la consacrazione del Cor­po di Cristo appartiene al Sa­cerdote, altrettanto appartiene a lui la distribuzione. In secon­do luogo, il sacerdote è stabili­to intermediario tra Dio e il po­polo. Di conseguenza, come a lui spetta l’offrire a Dio i doni del popolo, altrettanto spetta a lui donare al popolo i doni san­tificati da Dio. In terzo luogo, per il rispetto dovuto a questo Sacramento, nulla può toccarlo che non sia consacrato. Per questo motivo, il corporale e il calice vengono consacrati, ed altrettanto le mani del Sacer­dote vengono consacrate per toccare questo Sacramento, e nessun altro ha il diritto di toccarlo, se non in caso di necessità». (Cfr. Summa Teolo­gica, III.a pars, q. 82, a. 3). Il Concilio di Trento, nel 1551, dirà: «… Questo costu­me deve essere ritenuto di diritto e a giusto titolo come proveniente dalla Tradizione apostolica» (cfr. Sess. XIII, DE EUCHARISTIA, c. VIII-Denz Sch. Enchridion… ed. 33 a, N. 16-48°). Lo stesso Papa Paolo VI, nella sua enciclica “Mysterium Fidei” (3.9.1965), scrisse che “non bi­sognava cambiare il modo tradizionale di ricevere la Co­munione” (&& 61-62). Anche il “Memorial Domini” (29 maggio 1969), richiama alla disciplina cattolica: «… Tenuto conto della situazione attuale della Chiesa nel mondo inte­ro, questa maniera di distri­buire la santa Comunione de­ve essere conservata, non so­lamente perché essa ha dietro di sé una tradizione plurise­colare, ma soprattutto perché essa esprime il rispetto dei fedeli verso l’Eucarestia… questo modo di agire, devesi considerare tradizionale, assi­cura più efficacemente che la santa Comunione venga distri­buita con il rispetto, il decoro e la dignità che le competono (…). Una forte maggioranza di vescovi ritiene che nulla debba essere cambiato alla disciplina attuale». Invece,nel periodo immediatamente successivo al Vaticano II (con alcuni accenni da prima), s’in­cominciò la rivoluzione; il “fumo di Satana” inondò tutto il Tem­pio di Dio della Chiesa cattoli­ca. Fu una vera rivoluzione! Si sono truccati persino i testi pri­mitivi; si sono truccate sistema­ticamente anche le enciclope­die, i dizionari, i testi di teologia, di spiritualità, di archeologia, di liturgia, di catechesi mistogogi­che e via dicendo. Si sono fatte affermazioni gratuite, citando vicendevolmente da un testo al­l’altro, giochi da ping-pong che valsero per gli ingenui, gli im­preparati, i sentimentali, i pro­pensi alle grullerie, come fosse­ro del materiale scientificamen­te dimostrato. Così i fedeli vennero gabbati a gettito continuo, abbagliati con mezzi gonfiati dal padre della menzogna, travestito da angelo di luce. Occorre afferma­re che coloro che comunicano, ingiungendo di comunicarsi con la mano, commettono cer­tamente un atto peccaminoso sotto diversi aspetti. Per primo, sarebbe una disub­bidienza alla Tradizione catto­lica. E poi, sarebbe un’ingiusti­zia per l’empietà che com­mette verso Dio di cui lede la Maestà, e verso il Sacerdote cattolico di cui usurpa le prero­gative. Certo, solo Dio sa quale misura abbiano questi peccati, non solo materiali ma anche formali. È incredibile che si sia dimenticato quanto ci insegna­vano prima, in proposito, che era già materia leggera, nel sa­crilegio se si toccava un calice, una patena e altri pannolini sa­cri, senza essere stati autoriz­zati (cfr. Codice 1306). I fedeli che non si sono lasciati sorprendere dal gioco dei mo­dernisti e progressisti, si astene­vano dal comunicarsi con la mano. Ma c’era proprio da do­mandarsi come si è giunti fino a quel punto. Il principio fu del clero che cessò di trasmettere le verità di fede al popolo dei battezzati, facendone delle pe­corelle smarrite ed erranti. Ma possibile che non si sappia che la “Comunione sulla ma­no” faceva parte di un “piano massonico” da lunga data pre­parato? Eppure, proprio la CEI (novembre 1989), con un vero “colpo di mano” da parte di vescovi progressisti e neo­modernisti, approfittando del­l’assenza di molti Presuli, da un loro raduno su questo tema, riuscì a far passare l”’ordi­nanza” con un solo voto in più! E così, questo “placet” diven­ne “causa” di profanazioni sacrileghe, di sottrazioni di Ostie consacrate per usi sa­crileghi, di “messe nere”, di dispersione di frammenti per terra, di allontanamento, infi­ne, delle anime dei fedeli dal ringraziamento dopo la Mes­sa, così da sfumare il senso del divino. Per fare questo, si è pro­ceduto a tappe: dall’obbligo (“bisogno”) si passò alla conve­nienza (“conviene”); dalla con­venienza, poi, si passò al si­lenzio, perché non ci fu più, o quasi, il ringraziamento. Eppure, Pio XII aveva scritto: «Raccogliti nel segreto e gioi­sci del tuo Dio, poiché tu pos­siedi Colui che il mondo inte­ro non può toglierti» (cfr. “Me­diator Dei”, 20 settembre 1947). Piano piano, si abrogò che il Sacerdote facesse l’abluzione delle sue dita dopo la Comunio­ne; si eliminò quasi del tutto il digiuno, previa l’assunzione eu­caristica; si è tolto il Santissi­mo Sacramento dal centro dell’altare, mettendolo “in la­terale”, in oscura posizione: si ridussero e si finì col disusare sia le private che le pubbliche devozioni latreutiche para-litur­giche; si tolse dai calendari la solennità del Corpus Domini; si minuscolizzarono le iniziali delle parole sacre; si tolsero i banchi col genuflessorio, sosti­tuendolo con banali sedie e, og­gi, si sono tolte anche queste; non si parlò più della neces­sità della confessione prima di ricevere la santa Comunione, quando fosse necessaria per peccati gravi; si fan trattare le Sacre Specie da tante mani in­degne, e si è arrivato persino, in USA, a spedire, per posta, l’O­stia consacrata a coloro che de­sideravano comunicarsi.
Don Cavalluzzo, preso dalla sua mania di onnipotenza, ha forse dimenticato questa importante risposta data nel 2002 dal Prefetto della Congregazione del Culto Divino e della Disciplina dei Sacramenti su questa questione di fondamentale rilevanza per il futuro della Chiesa Cattolica:” A questa Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti sono recentemente giunte notizie di fedeli membri della vostra Diocesi cui veniva rifiutata la Santa Comunione ove non stessero in piedi per riceverla, invece che in ginocchio. È riportato che tale politica era stata annunziata ai parrocchiani. Ci sono sospetti che un simile fenomeno possa in qualche modo espandersi ulteriormente nella Diocesi, ma la Congregazione non è in grado di verificarlo. La Congregazione è effettivamente preoccupata di fronte al numero di tali lamentele ricevute negli ultimi mesi da varie direzioni, e ritiene che qualsiasi rifiuto della Santa Comunione ad un fedele sulla base del suo modo di presentarsi sia una grave violazione di uno dei più fondamentali diritti del fedele cristiano, precisamente quello di essere assistito dai suoi Pastori per mezzo dei Sacramenti (CIC 213). E tenendo conto della norma per cui “i ministri dei sacramenti non possono negarli a chi legittimamente li chiedono, essendo propriamente disposti e non sia loro vietato di riceverli” (canone 843 comma 1), non dovrebbe esserci un tale rifiuto ad alcun cattolico che si presenti per la Santa Comunione alla Messa, tranne casi che presentino pericolo di grave scandalo ad altri credenti, che scaturisca da peccato pubblico impenitente od eresia impenitente o scisma, pubblicamente professati o dichiarati, della persona. Anche ove la Congregazione abbia approvato norme sulla posizione del fedele durante la Santa Comunione, in accordo con gli adeguamenti ammessi alla Conferenza Episcopale dall’Institutio Generalis Missalis Romani 160 comma 2, ciò è stato fatto colla clausola per cui su tale base non si potrà negare la Santa Comunione ai comunicandi che sceglieranno di inginocchiarsi. E fattivamente, e come sua Eminenza Card. Joseph Ratzinger ha recentemente sottolineato, la pratica d’inginocchiarsi per la Santa Comunione ha in suo favore una tradizione secolare, ed è un segno particolarmente eloquente di adorazione, completamente adeguato alla luce della presenza vera, reale e sostanziale di Nostro Signore Gesù Cristo sotto le specie consacrate. Conviene ai sacerdoti il capire che la Congregazione terrà molto serio conto di future lamentele di tale natura, e se esse venissero verificate è determinata a richiedere azioni disciplinari consone al peso dell’abuso pastorale. + Jorge A. Cardinale Medina Estévez, Prefetto +Francesco Pio Tamburrino, Segretario Arcivescovile”.
Sicuramente questo prete eretico, per la salvezza della sua anima, farà bene a rifarsi ad un’eccezionale testimonianza del Vescovo Fulton Sheen sul suo amore per l’Eucarestia:” Qualche mese prima di morire, il vescovo Fulton J. Sheen venne intervistato dalla televisione nazionale: “Vescovo Sheen, migliaia di persone in tutto il mondo si ispirano a lei. A chi si è ispirato? Forse a qualche papa?” Il vescovo rispose che la sua più grande fonte di ispirazione non era un papa, un cardinale o un altro vescovo, e nemmeno un sacerdote o una suora, ma una bambina cinese di 11 anni. Spiegò che quando i comunisti avevano preso il potere in Cina, avevano arrestato un sacerdote nella sua rettoria, vicino alla chiesa. Il sacerdote osservò spaventato dalla finestra come i comunisti invadevano il tempio e si dirigevano al santuario. Pieni di odio, profanarono il tabernacolo e presero il calice gettandolo a terra, spargendo ovunque le ostie consacrate. Era un periodo di persecuzione, e il sacerdote sapeva esattamente quante ostie c’erano nel calice: trentadue. Quando i comunisti si ritirarono, forse non avevano visto o non avevano prestato attenzione a una bambina che, pregando nella parte posteriore della chiesa, aveva visto tutto ciò che era accaduto. Di sera la piccola tornò e, eludendo la guardia posta nella rettoria, entrò nel tempio. Lì fece un’ora santa di preghiera, un atto d’amore per riparare all’atto di odio. Dopo la sua ora santa, entrò nel santuario, si inginocchiò e, chinandosi in avanti, con la lingua ricevette Gesù nella Sacra Comunione (all’epoca ai laici non era permesso di toccare l’Eucaristia con le mani). La piccola continuò a tornare ogni sera, facendo l’ora santa e ricevendo Gesù Eucaristico sulla lingua. La trentesima notte, dopo aver consumato l’ostia, per caso fece rumore e attirò l’attenzione della guardia, che le corse dietro, l’afferrò e la colpì fino a ucciderla con la parte posteriore della sua arma. A questo atto di martirio eroico assistette il sacerdote, che sconsolato guardava dalla finestra della sua stanza trasformata in cella di prigionia. Quando il vescovo Sheen ascoltò quel racconto, fu talmente ispirato da promettere a Dio che avrebbe compiuto un’ora santa di preghiera davanti a Gesù Sacramentato tutti i giorni per il resto della sua vita. Se quella bambina aveva dato con la propria vita una testimonianza della reale presenza del suo Salvatore nel Santissimo Sacramento, il vescovo si vedeva obbligato a fare lo stesso. Il suo unico desiderio sarebbe stato attirare il mondo al Cuore ardente di Gesù nel Santissimo Sacramento. La piccola insegnò al vescovo il vero valore e lo zelo che si deve nutrire per l’Eucaristia; come la fede può sovrapporsi a qualsiasi paura e come il vero amore per Gesù nell’Eucaristia deve trascendere la propria vita”.

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