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DITTATURA LGBT NEL LICEO AZUNI DI SASSARI

(Gianluca MARTONE) SASSARI Continua ad imperversare la dittatura LGBT negli istituti scolastici. Presso il liceo Azuni di Sassari, si è svolto recentemente un convegno- dibattito sull’omosessualità con l’intervento dell’insegnante Maria Curreli, che si puo’ vedere in questo video https://www.youtube.com/watch?v=Br8va7XxNnc, la quale ha affermato:”Fin dal lontano 1982, mi sono accorta che gli adolescenti e i pre-adolescenti, i quali scoprivano il loro orientamento sessuale non se la passavano bene. Io sono il prodotto di una cultura omofoba e ignorante. Ho respirato messaggi omofobi espliciti in famiglia. Ho conosciuto ragazzi omosessuali, che non erano mostri, ma erano persone normali come tutti gli altri. Dopo essere diventata mamma, ho cercato di far crescere mio figlio in un ambiente che non fosse eterosessista. Quando mia madre chiese a mio figlio, che frequentava il primo anno della scuola materna, se aveva la fidanzatina, l’ ho sgridata e le ho detto che poteva avere benissimo anche il fidanzatino. Mia madre rimase sconvolta. Io non ho figlio omosessuale, pero’ faccio parte di un’associazione Agedo con sede a Sassari, in quanto credo che sia dovere di tutte le persone, anche eterosessuali, occuparsi dell’estensione dei diritti per tutti. Nel nostro istituto, applichiamo la granfante omofobica, provvedimento che in Parlamento non è stato ancora approvato. La scuola media nella quale insegno è entrata a far parte recentemente di un progetto nazionale contro l’omofobia. La sofferenza di un ragazzo o di una ragazza che scopre il proprio orientamento omosessuale non deriva dall’omosessualità, ma deriva dall’omofobia interiorizzata, che ha maturato nel suo cuore, sentendo dalla nascita espressioni di disprezzo verso le persone omosessuali, arrivando a pensare: meglio un figlio malato, meglio un figlio delinquente, meglio un figlio morto che un figlio omosessuale. Mi rivolgo a voi ragazzi. Create un contesto accogliente per i vostri bambini e siate anche gli educatori dei vostri genitori. L’identità sessuale di un soggetto è quindi la risultanza di quattro fattori: sesso biologico, identità di genere, ruolo di genere e orientamento sessuale. Il sesso biologico è determinato dall’accoppiamento dei cromosomi sessuali: XX femmina, XY maschio. Tuttavia, non esistono solo maschi e femmine. Riguardo al sesso, ci sono casi in cui il sesso biologico non puo’ essere definito dalla nascita e sono definiti casi di intersessualità, dove esiste la combinazione XXY. Nello stesso organismo, ci sono componenti maschili e femminili. L’identità di genere risponde alla domanda: Io come mi sento? Nella natura, possono verificarsi tutte le combinazioni possibili. Ad esempio, in un corpo maschile ci si puo’ sentire femmina, mentre in un corpo femminile ci si puo’ sentire maschi. In questi casi, si parla di disforia di genere. Poi ci sono anche le combinazioni intermedie. Ad esempio, io ho un corpo da donna e mi sento per alcune cose femmina, per altre maschio. La legge italiana consente anche la rettificazione del sesso, in quanto rappresenta una sofferenza incredibile sentirsi una femmina in un corpo da maschio e viceversa. Il ruolo di genere e’ l’insieme delle aspettative che una cultura riserva ai comportamenti maschili e femminili, ossia come si devono comportare un maschio e una femmina. La discriminazione verso le donne è una questione di ruolo di genere. L’orientamento sessuale indica le persone di cui mi innamoro, ossia sono le persone dello stesso sesso o di sesso opposto, o entrambe? Omosessuali si è, non si diventa. La scuola quindi deve creare un contesto accogliente. Chi ha un orientamento omosessuale, si deve riconoscere anche nei programmi curriculari che vengono svolti e anche nei libri di testo. L’orientamento sessuale è naturale. Tutto è naturale, tranne il ruolo di genere, che è deciso dalla cultura”.

Nello smontare punto per punto le teorie assurde e inammissibili di questa docente, è importante chiedersi se In Italia esiste effettivamente un problema legato all’omofobia o è soltanto un mezzo per zittire coloro che si oppongono alla propaganda LGBT? Di recente, L’OSCE ha pubblicato i dati relativi agli “hate crimes” – crimini d’odio – quali aggressioni e discriminazioni più o meno violente nei confronti delle minoranze, dei “diversi”. Dati che sono stati quelli forniti prevalentemente dal Ministero degli Interni e dall’UNAR. I crimini d’odio segnalati nel 2014 sono stati 596. Non tutti, poi sono stati perseguiti, perché l’autorità di pubblica sicurezza indaga sulle denunce: talvolta avvia l’azione penale, talvolta il caso viene archiviato perché la denuncia risulta infondata. Di quelli perseguiti, poi, non tutti portano a una condanna: si spera che durante il processo si accerti la verità e si condannino i colpevoli (in linea di massima così dovrebbe essere. Dal 2009 c’è stato un calo nelle denunce. Poi sono purtroppo andate crescendo: 56 nel 2010, 68 nel 2011, 71 nel 2012, 472 nel 2013, 596 nel 2014. Tuttavia si precisa che l’aumento delle segnalazioni è dovuto più che altro ad un sistema più efficiente di rilevazione e di comunicazione dei dati. Sul sito dell’OSCE potete anche vedere in che cosa è sfociato l’odio: a volte in delitti violenti (in qualche caso anche l’omicidio), a volte in minacce, ingiurie ecc. Le vittime di questi odiosi comportamenti discriminatori sono le “minoranze”, religiose, etniche… e a volte anche le persone LGBT. Sempre in base ai dati OSCE, che i casi di razzismo e xenofobia sono stati 413, le discriminazioni per motivi religiosi (cristiani e altre religioni) sono state 153, le discriminazioni nei confronti delle persone LGBT sono state 27.

In un’interessante intervista pubblicata dal “Giornale” il 24 luglio 2011, Luca di Tolve affermò:“L’omofobia è una malattia? Secondo il Dsm, il manuale dei disordini mentali, perché si possa diagnosticare una fobia devono presentarsi almeno quattro dei seguenti sintomi: palpitazioni, tachicardia, sudorazione, tremori, dispnea, dolore al petto, nausea, disturbi addominali, sbandamento o svenimento, depersonalizzazione, paura di impazzire o di morire, parestesie. Chi viene dipinto come omofobo prova quattro di questi sintomi mentre parla dei gay? Non credo. Mi arresteranno appena sarà approvata una legge sull’omofobia? Io mi domando perché il ministro per le Pari opportunità non promuova invece uno studio serio, scientifico, per inquadrare un fenomeno che desertifica l’anima? Forse perché ritiene l’omosessualità una condizione innata e immutabile? Eppure il gene dell’omosessualità non esiste, né mai potrà essere individuato. Altrimenti non si spiegherebbe come mai nei gemelli omozigoti, che condividono il 100 per cento dei geni, solo nel 52 per cento dei casi entrambi i fratelli siano omosessuali. Nella classificazione delle malattie, l’Organizzazione mondiale della sanità include il disturbo F66.1 e stabilisce che, qualora la preferenza sessuale eterosessuale, omosessuale o bisessuale sia causa di disordini psicologici, l’individuo può cercare un trattamento per cambiarla. Come mai si parla tanto di omofobia? È una parola che sulla Treccani neppure compare. L’Ansa la usò per la prima volta, e una sola volta, nel 1984. In questi ultimi anni, è stata adoperata invece molte volte. Si tratta di una precisa strategia dell’attivismo gay per arrivare a sanzionare la libertà di pensiero e di espressione, sancita nell’art. 21 della Costituzione. Non vogliono che si parli di loro, se non per parlarne bene. E’ una vera e propria tattica intimidatoria: se vuoi essere considerato una persona ragionevole, e non un soggetto fobico, ossia un malato, devi condividere l’ideologia omosessualista».

Nel settembre 2013 la Presidenza dell’AGAPO ( Associazione genitori e amici di persone omosessuali), inoltrò una splendida lettera di un genitore su questa delicata materia. “Come genitori e amici di persone omosessuali, desideriamo, in occasione del dibattito parlamentare sulla Legge omofobia, fornire un ulteriore importante contributo alla discussione in corso. Di fronte a un dramma come quello del suicidio del ragazzo 14enne omosessuale di Roma a inizio agosto, siamo tutti sconfitti. Colpisce al cuore ogni genitore che ha un figlio omosessuale e non soltanto lui. I media e i politici colgono l’occasione della tragedia per motivare la propria posizione, che prevede la soluzione al problema attraverso l’introduzione di nuove leggi e programmi educativi contro l’omofobia. Non abbiamo dubbi sulle buone intenzioni di chi si propone in tal senso, ma abbiamo forti motivi per ritenere che le modalità con cui si affronta la questione contribuisce più ad acuire il problema piuttosto che a risolverlo. Quando un giovane entra nella pubertà e si scopre eroticamente attratto da persone dello stesso sesso, mentre il resto dei compagni sviluppa e dimostra invece interesse per l’altro sesso, vive un drammatico momento di solitudine. Intuisce che il suo diverso orientamento sessuale condizionerà profondamente le sue relazioni, le amicizie, gli affetti, il suo modo di stare nel mondo. Come tutti i giovani a quell’età vorrebbe far parte del gruppo dei coetanei, dei pari, ma corre un forte rischio di ritrovarsi etichettato o escluso. Teme gli atteggiamenti “speciali” che i compagni gli riserveranno o già gli riservano, di dichiarata solidarietà, di sottile ironia, di avversione, di ostilità o di velleità protettive quali essi siano. In questa situazione, a nostro avviso, i genitori così come la società in generale, hanno soprattutto il compito di aiutare il ragazzo a sdrammatizzare la situazione: aiutarlo a comprendere che la sua persona consiste in molto di più dell’orientamento sessuale e che l’impulso sessuale stesso non comanda la persona, Di conseguenza, è molto importante che lo si tratti come prima della scoperta dell’attrazione verso lo stesso sesso, cioè come persona “normale” e intera, come tale, con tanti aspetti differenti, di cui l’omosessualità ne è soltanto uno. Bisogna fare in modo che il giovane non si senta “minoranza sessuale” e di avere il mondo contro. Dall’esperienza derivata dai numerosi corsi di educazione alla diversità sostenuti anche dalla nostra associazione, si può costatare che l’ambiente in cui crescono oggi in Italia i giovani con tendenza omosessuale in genere non è omofobo. Per quanto i sentimenti dei compagni possano essere caratterizzati da incomprensioni, insicurezza, imbarazzo e, a volte, disagi e timori, l’odio nei confronti dei “gay” rappresenta un fenomeno complessivamente marginale. Parlare oggi di “odio generale” nei confronti degli omosessuali e “emergenza omofobia”, come spesso appare sui media e sulla bocca di chi chiede la Legge omofobia, a nostro avviso, non centra il vero problema e ignora la solitudine esistenziale del giovane, aggravandola, spingendolo a credere che gli altri siano tutti “contro di lui”. In Italia, le leggi per tutelare le persone discriminate, anche omosessuali, esistono già. Il codice penale prevede infatti la persecuzione di reati per percosse, lesioni, minacce, ingiurie, diffamazione, diffamazione a mezzo stampa. Inoltre, esiste l’articolo 61 sulle aggravanti per motivi abietti o futili. Qualora si costati che l’attuale legge non sia sufficiente, il primo passo da compiere sarebbe certamente quello di monitorare l’applicazione della legge esistente, prima di introdurne un’altra. Chi si intenderebbe colpire con una nuova legge? I compagni dei giovani omosessuali? Gli educatori degli adolescenti perché diffonderebbero l’odio? Chi? Dove sono gli omofobi che non si raggiungono già con l’attuale legge? Temiamo che le prime vittime della conseguente caccia all’omofobo saranno gli stessi giovani omosessuali: dove il mondo intero dice loro di essere perseguitati diventa infatti difficile non sentirsi perseguitati e non rinunciare di fatto alla vita.A nome dei giovani omosessuali e di chi davvero vuole il loro bene chiediamo alla politica di rinunciare alla Legge omofobia, perché una tale legge nella sostanza non aggiunge alcuna tutela a loro favore. Anzi rischia di ottenere il risultato contrario a quello che si prefigge e contribuisce comunque ad alimentare l’etichettatura e la ghettizzazione delle persone”.

Alcuni anni fa, lo scienziato Herrell condusse un interessante studio su 6553 coppie di gemelli veterani dell’esercito USA tra il 1965 e il 1975; di queste, 6434 erano concordanti per l’orientamento eterosessuale, 16 concordanti per l’orientamento omosessuale e 103 discordanti17. Il 21% dei gemelli entrambi eterosessuali avevano avuto pensieri di morte contro il 50% dei gemelli entrambi omosessuali; il 6,7% dei gemelli eterosessuali desideravano morire contro il 25% dei gemelli omosessuali; il 15,3 dei gemelli eterosessuali presentavano idee suicidarie contro il 56,3 % dei gemelli omosessuali; il 2,2 % dei gemelli eterosessuali avevano tentato il suicidio contro il 18,8 dei gemelli omosessuali. Questi dati confermano nuovamente la maggior inclinazione al suicidio da parte delle persone con tendenze omosessuali rispetto a quelli con tendenze eterosessuali; ma il dato più significativo è un altro. La ricerca ha analizzato gli stessi sintomi anche in coppie di gemelli nei quali uno aveva tendenze omosessuali e l’altro no. In questo gruppo, i gemelli con tendenze omosessuali fornivano esiti simili a quelli delle coppie di gemelli entrambi omosessuali (47,6 % avevano pensieri di morte, 26,2 % desiderio di morte, 55,3 % idee suicidarie e il 14,7 % tentativi di suicidio); tuttavia, i gemelli con tendenze eterosessuali hanno fornito risposte che li collocano a metà strada tra le coppie di gemelli entrambi con tendenze eterosessuali e le coppie di gemelli entrambi con tendenze omosessuali. Ecco le loro percentuali: 30,1 % pensieri di morte, 9,7 % desiderio di morte, 25,2 % idee suicidarie e 3,9 % tentativi di suicidio. Cosa significano questi dati? Gli esiti di questo studio inducono a pensare che sia le tendenze suicidarie che le tendenze omosessuali siano legate ad un malessere che si origina nell’ambiente familiare. A sua volta, questo può significare due cose. Innanzitutto, le tendenze suicidarie sono connesse all’omosessualità stessa (cioè ad una causa endogena, non esogena); secondariamente, entrambe le tendenze sono connesse ad un certo tipo di ambiente familiare. In altri termini, l’omosessualità sarebbe l’esito di un malessere profondo legato a particolari dinamiche familiari. Dopo quello dell’omofobia “che causa i suicidi gay”, anche il totem del “si nasce omosessuali” va dunque in frantumi di fronte al dato scientifico. Chi vuole l’approvazione delle leggi anti-omofobia e per il matrimonio gay non può dunque sfruttare (cinicamente) i frequenti suicidi che avvengono nel mondo GLBT; essi indicano infatti una sofferenza profonda che non è causata dall’omofobia o dal mancato riconoscimento di alcuni “diritti”.Tutto ciò rimette in discussione il dogma dell’omosessualità come “variante naturale della sessualità umana”.

La prof.ssa Giorgia Brambilla in un’intervista pubblicata recentemente sul “Timone” sugli aspetti bioteci e scientifici dell’omosessualità:““Le affermazioni “quest’uomo è omosessuale”o “questa donna è lesbica” danno l’idea che la persona in questione appartenga a una variante della specie umana, diversa dalla variante eterosessuale. Le conoscenze di cui disponiamo ci indicano che le persone con inclinazioni omosessuali sono nate con la stessa dotazione fisica e psichica di chiunque altro e che omosessuali non si nasce. E neanche lo si diventa. Semmai si può parlare di persone, uomini o donne, che hanno, a seconda dell’intensità, sensazioni, tendenze e comportamenti omosessuali. Sul piano epistemologico, infatti, non è possibile parlare delle diversità sessuali, ma solo della diversità sessuale, perché la diversità sessuale è una sola ed è irriducibile: quella tra uomo e donna. Sebbene, in maniera ciclica, spuntino sui giornali notizie, come in questi giorni, su basi genetiche dell’omosessualità, andando a fondo si comprende facilmente la realtà dei fatti: l’uomo e la donna con tendenze omosessuali sono un uomo o una donna per determinazione genetica e hanno tendenze omosessuali per acquisizione. Una cattiva integrazione nel gruppo dei coetanei dello stesso sesso e un senso profondo di esclusione farebbero maturare nell’individuo frustrazione e, quindi, un complesso d’inferiorità quanto alla propria mascolinità o femminilità. Una realtà che nasce dall’intimo della persona e non dall’esterno, quasi fosse causata da esclusione o denigrazione. Gli atti discriminatori che, laddove ci fossero sono da considerare sempre e in ogni luogo deplorevoli, in realtà non causano questo complesso e vanno considerati in quanto tali. Invece, tale è la confusione nel dibattito, che siamo arrivati al punto che, chiunque osi mettere in discussione slogan, proposte di legge, o proposte didattiche su questo argomento, è messo a tacere a volte in termini ideologici, a volte con mezzi più meno intellettuali, il tutto intriso di inestinguibile vittimismo dei militanti gay”.

Di recente, è giunta una nuova segnalazione di indottrinamento gender addirittura dalla Regione Veneto, nonostante questo importante provvedimento, da parte delle seguenti associazioni: La Manif Pour Tous Italia- Generazione Famiglia, Associazione Famiglia Domani e Rete Nazionali Circoli La Croce, le quali hanno indirizzato il seguente comunicato al comune di Treviso, al Sindaco Giovanni Manildo e alla Giunta comunale presso la sede comunale:”Oggetto-“La nuda verità”- Piazza San Vito 13 febbraio 2016- Trasmissione relazione e richiesta di chiarimenti. In relazione all’evento in oggetto, le sottoscritte associazioni inviano il resoconto dei fatti svoltisi nel centro di Treviso il 13 febbraio scorso, che appaiono invero di inaudita gravità. E’ importante analizzare nello specifico questa abominevole iniziativa. Lo scorso 13 febbraio è stato organizzato l’evento”la nuda verità” a Treviso in piazza S. Vito. Al tavolo dedicato all’affettività/sessualità, sono stati presenti una sessuologa, una psicologa al tavolo dedicato alla “Contraccezione e consultori” e un gruppo di ragazzi al tavolo dedicato alle malattie sessualmente trasmissibili. Nell’iniziare il percorso di dialogo, le dottoresse spiegavano ai giovani passanti che gli organizzatori di questo evento avevano deciso di proporre ai giovani della città di Treviso un modo meno banale di festeggiare l’amore per San Valentino. Quindi non frivoli cioccolatini o mazzi di fiori o rose rosse, ma un modo alternativo intelligente, basato sulla seguente informazione. La Rete Studenti Medi di Treviso con la collaborazione del Coordinamento Lgbt di Treviso ha fornito la locandina dell’iniziativa ( fronte/retro con baci etero, omosex e lesbici), distribuita ai ragazzi in piazza insieme ai preservativi che venivano offerti in omaggio al termine del percorso. Alcuni genitori incuriositi da questa manifestazione sono andati in piazza per capire cosa veniva offerto e hanno notato subito che la locandina dell’evento portava il patrocinio oltre che della Rete Studente Medi anche del Treviso Pride, gruppo organizzatore del Gay Pride in cantiere nella stessa città veneta. L’evento inoltre è stato anche pubblicato sulla pagina face book Arcilesbica queerquilia. Gli organizzatori hanno specificato ai genitori che questo è solo l’inizio di tutta una serie di iniziative che saranno via via avviate e portate avanti per “aiutare i giovani” a scoprire positivamente la loro sessualità. In pratica vi erano tre banchetti: affettività- sessualità con la sessuologa Teresa Rando, contraccezione e consultori con la psicologa Miriam Bordignon e contraccezione e prevenzione malattie sessualmente trasmissibili, con vari ragazzi che distribuivano i preservativi al termine del percorso, ossia dopo aver interloquito con i precedenti due tavoli.
Si è inoltre rilevato che, nella parte finale del testo della locandina, vi era il link www.casserosalute.it . Visitando questo sito, sotto lo slogan sesso –salute –benessere -piacere, si è rilevato quanto segue: masturbazione, sesso orale, sesso anale, sesso vaginale, sesso con l’urina, sesso con le feci, sesso con i sex toys, sesso con pratiche bondage, ovvero con l’utilizzo di manette, fruste, collari, catene, pinze per capezzoli, piumini per sollecitare,lacci, che implicano una tipologia di gioco erotico basato sulla dominazione- sottomissione (sado masochismo); nonché pratiche di penetrazione vaginale o anale con l’intera mano, comprendendo nel gioco anche la possibilità di piu’ persone ( orge). A distanza di pochi giorni dall’evento del 13 febbraio scorso, dopo che alcuni genitori erano entrati nel sito www.casserosalute.it e si erano comunicati i rispettivi contenuti ed immagini, il sito stesso è stato bloccato e, attualmente, non risulta accessibile.
Pertanto, il materiale informativo distribuito ai giovani, anche minorenni sulla pubblica piazza e consultabile nella relazione in allegato, non richiede alcun commento, dato il suo carattere assolutamente esplicito. Esso infatti, come si puo’ vedere dalla documentazione medesima, si risolve in una sorta di manuale di pratiche erotiche e di pornografia. In particolare, considerato che l’iniziativa era accessibile a chiunque, e quindi anche ai minori; all’organizzazione hanno partecipato attivamente due signore che, in qualità di “esperte”, tengono nelle scuole della città i corsi di educazione all’affettività e alla sessualità; per molte famiglie diventa imprescindibile che venga chiarito quale ruolo dette signore rivestano concretamente, e in quali termini si svolga la loro attività di collaborazione scolastica. Nella specie, si chiede alla Direzione dell’Ulss n.9, a quale titolo soggetti carichi di responsabilità nei confronti di bambini e adolescenti abbiano potuto promuovere una simile iniziativa e persino utilizzare in essa la produzione di natura pornografica del Cassero Salute. Si chiede infine al Dirigente responsabile del servizio comunale competente di spiegare in base a quale criterio sia stato consentito alle associazioni promotrici dell’iniziativa e ai loro referenti di usare lo spazio pubblico per una propaganda offensiva del comune senso di pudore, abusando peraltro della naturale curiosità di soggetti indifesi. In attesa di riscontro si pongono cordiali saluti. Treviso, 26 febbraio 2016”.
Questa vicenda abominevole proveniente nuovamente dalla Regione Veneto, nonostante la presente di una Giunta che si è schierata aperta contro l’ideologia gender, ripropone all’attenzione di tutti la tematica delicata dell’educazione sessuale, già affrontata alcuni mesi fa dal collega Peppino Zola sulla “Nuova Bussola Quotidiana”, il quale affermò:” 1) Tutto ciò che attiene alla sfera sessuale riguarda la parte più intima di ogni persona umana e questa intimità deve essere rispettata con ogni mezzo. Fare dell’educazione sessuale una materia scolastica significherebbe entrare con indelicatezza e, talora, con violenza in un ambito che non trova gli studenti tutti maturati allo stesso modo per affrontare un tema così delicato. Sulle questioni intime, un conto è parlarne a tu per tu, un conto è parlarne di fronte a 20 o 30 persone. In famiglia questa intimità viene meglio rispettata, perché i genitori conoscono bene il grado di maturazione dei propri singoli figli e quindi sanno quando e come affrontare certi temi. La conoscenza sessuale non può non avvenire per gradi, secondo l’evoluzione di ogni giovane: ciò non potrebbe, per forza di cose, avvenire nella scuola. Quanto qui detto vale in ogni caso, anche se gli insegnanti fossero i migliori del mondo, perché si tratta di un problema oggettivo, non soggettivo. 2) Quanto scritto al punto precedente vale tanto più oggi. Dato lo stato semi anarchico in cui si svolge la vita scolastica, è noto che riescono ad entrare nella scuola gruppi di “educatori” che, con la scusa di predicare contro l’emarginazione, di fatto svolgono una educazione sessuale a senso unico, che è poco definire violenta. Si sono verificati casi in cui, fatti uscire dalla classe gli insegnanti ordinari (i quali dovrebbero rifiutarsi di farlo), parlano di masturbazione a bambini di 4-6 anni, affermano nelle classi delle medie che i rapporti orali e anali sono normali, dicono a ragazzine delle medie di non dire ai genitori se rimangono incinte, perché sarà il giudice a decidere circa l’aborto. Sono esempi non rari, che confermano come sia meglio per l’intera società che l’educazione sessuale rimanga in capo alla famiglia. 3) Si parla tanto, a proposito ed a sproposito, di privacy: ecco, se l’educazione sessuale diventasse una materia scolastica, la privacy sarebbe clamorosamente e per forza violata, perché sarebbe materialmente impossibile evitare tale violazione in un gruppo di 20/30 persone, soprattutto se giovani. 4) L’educazione sessuale non può essere assimilata ad altre materie scolastiche. Un conto è illustrare le leggi fisiche o matematiche, un conto è affrontare tematiche che sconfinano necessariamente in questioni di carattere morale e di senso della vita, che, ancora una volta, riguardano la tradizione famigliare e sulla quale uno Stato democratico non deve intervenire. Solo le dittature entrano nelle convinzioni intime delle singole persone”.

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