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PARTITO PENSIONATI, REGIONE VENETO E SENTENZA N.70/2015

(Giuseppe PACE) Quale Segretario Provinciale del Partito Pensionati di Padova, esprimo solidarietà al Consiglio della Regione Veneto per solidarizzare con i 5.242.161 pensionati italiani che il Governo ha penalizzato per ragioni di cassa e di iniquità, non di equità come dice il Decreto Legge. Il torto dei 5 milioni e passa di pensionati era di percepire una pensione superiore a 1443 euro lordi mensili. Un’altra botta diretta al ceto medio italiano dunque che questo Governo sembra abbia deciso scientificamente di far scomparire dalla società. Pare che l’obiettivo sia sempre il solito: colpire i ricchi per fare diventare tutti poveri! Solo allora l’obiettivo di equità è stato raggiunto in pieno. Renzi dimendica che molti degli oltre 10 milioni di pensionati, con pensioni inferiori alle 1443 lorde mensili, sono quelli che hanno versato meno all’erario perché autonomi come gli artigiani: idraulici in primis. Questi hanno però, spesso, incassato molto in nero e versato pochissimo all’erario con apertura poi di piccole aziende per figli generi e nipoti. Oggi vengono premiati, addirittura. Allora siamo di fronte ad una politica di premiare i soliti furbetti all’italiana? Ciò si riscontra anche con gli 80 euro dati ai “più poveri” e promessi, ora, anche ad altri come “regalo” o voto di scambio. Fa onore all’ex Sindaco, di Albignasego, Barison, oggi Assessore regionale del Veneto, attivi il Consiglio, insieme a due suoi colleghi, non leghisti, per far ottemperare al Governo Renzi la Sentenza della Corte Costituzionale, del 30 aprile 2015, n. 70, che ha dichiarato “l’illegittimità dell’art. 24, comma 25, del Decreto Legge n.201/2011”. In sostanza la Corte ha dichiarato incostituzionale la decisione del governo di escludere per gli anni 2012, 2013 e 2014 la rivalutazione di tutte le pensioni di importo superiore a 1443 euro mensili lordi. Una decisione che ha danneggiato illegittimamente molti pensionati! Basti pensare che chi percepisce una pensione di 1500 euro lordi ha perso 90 euro al mese di rivalutazione, circa 1000 euro in meno all’anno. Vista la sentenza, i pensionati hanno riacquistato retroattivamente il diritto alla rivalutazione dei propri trattamenti pensionistici e quindi ad ottenere il pagamento degli arretrati, con interessi, e il ricalcolo della pensione sulla determinazione degli assegni futuri. Peccato che il Governo non abbia ancora rispettato la Sentenza! Un noto adagio veneto dice “sopra la gente lo Stato campa, sotto lo Stato la gente crepa”. Lo Stato chiede ai contribuenti puntualità e fino all’ultimo centesimo mentre le stesse regole e sentenze non valgono per il Governo! Renzi promette di elargire 80 euro anche ai pensionati sulla falsa riga di altre categorie di persone, ma non rispetta le Sentenze. I padri della nostra Carta Costituzionale ci hanno lasciato in eredità un bene prezioso: i tre poteri dello Stato Repubblicano. Uno di questi è la Magistratura che quando sentenzia è autonoma e dunque non può essere non ottemperata una Sentenza, soprattutto se è della Corte Costituzionale. Forse Renzi si sente fuori dall’equilibrio dei 3 poteri e tende ad un presidenzialismo statalista. Con una provvedimento, mozione n.33, in Consiglio Regionale del Veneto presentato il 27 aprile 2016 dai Consiglieri Barison, Giorgetti e Donazzan si afferma:”abbiamo voluto chiedere urgentemente al governo di restituire quanto dovuto ai pensionati LA GIUNTA INTERVENGA PRESSO IL GOVERNO PERCHÉ SIA ATTUATA LA SENTENZA N. 70/2015 DELLA CORTE COSTITUZIONALE A FAVORE DEI PENSIONATI. Il Consiglio regionale del Veneto PREMESSO che l’articolo 24, comma 5 del decreto legge 6 dicembre 2011, n. 201 “Disposizioni urgenti per la crescita, l’equità e il consolidamento dei conti pubblici”, convertito con modificazioni dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, ha escluso per gli anni 2012 e 2013 la rivalutazione automatica, ai sensi dell’articolo 34, comma 1, della legge 23 dicembre 1998, n. 448, e con le percentuali previste dall’articolo 69 della legge 23 dicembre 2000, n. 388, di tutte le pensioni di importo superiore a tre volte il trattamento minimo INPS dell’anno rivalutato, ovvero 1.443 euro mensili lordi. Tutti i trattamenti pensionistici di importo superiore a quello appena citato sono stati esclusi da rivalutazione. Sul totale di 16.533.152 pensionati, ben 5.242.161, 1 pensionato su 3, sono stati esclusi dalla rivalutazione, secondo quanto riportato dall’INPS, Casellario Centrale dei Pensionati al 31 dicembre 2012; DATO ATTO CHE: – la Corte Costituzionale, con sentenza del 30 aprile 2015, n. 70 ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 24, comma 25, del decreto legge 201/2011, nella parte in cui prevede che “in considerazione della contingente situazione finanziaria, la rivalutazione automatica dei trattamenti pensionistici (…) è riconosciuta, per gli anni 2012 e 2013, esclusivamente ai trattamenti pensionistici di importo complessivo fino a tre volte il trattamento minimo INPS, nella misura del 100%”; – per effetto di tale pronuncia di incostituzionalità, i titolari dei trattamenti pensionistici esclusi hanno riacquistato retroattivamente il diritto alla rivalutazione dei propri trattamenti pensionistici e quindi ad ottenere: a) il pagamento degli arretrati, con interessi; b) il ricalcolo della pensione sulla determinazione degli assegni futuri; – il Governo è intervenuto con il decreto legge 21 maggio 2015, n. 65, convertito con modificazioni dalla legge 17 luglio 2015, n. 109, procedendo a una sola parziale e molto limitata restituzione degli arretrati e ad una ancor più irrisoria rideterminazione dei trattamenti pensionistici, con grave pregiudizio per i pensionati; – in concreto, gli importi restituiti, con il provvedimento appena citato, oscillano tra lo 0% e il 21% di quanto spettante, con un danno pari ad almeno dal 79% al 100% per le pensioni superiori ai 2.810 euro mensili lordi; – in base al provvedimento del Governo gli arretrati liquidati nel cedolino pensione di agosto 2015, hanno oscillato tra i 150 e 800 euro (niente è stato corrisposto ai titolari di pensione superiori a 2.810 euro mensili lordi, con la ingannevole descrizione “CREDITO SENTENZA C.C. 70/2015” non conforme all’effettivo calcolo che applica, in realtà, il decreto legge 65/2015 convertito dalla legge 109/2015; – “il riconoscimento delle perequazioni nei termini citati opera esclusivamente ai fini della determinazione degli importi arretrati relativi agli anni 2012-2013” (circolare INPS n. 125 del 25 giugno 2015), ossia gli arretrati non si consolidano nell’assegno pensionistico futuro, se non in minima parte e non per tutti. La rivalutazione riconosciuta per il 2012-2013 (già ridotta rispetto a quanto di diritto) è infatti ulteriormente ridotta ai fini del calcolo degli assegni 2014-2016, secondo quanto disposto dall’articolo 24, commi 25 bis e 25 ter della legge 214/2011, introdotti dal decreto legge 65/2015; – come rilevato dall’INPS, l’incremento perequativo attribuito per gli anni 2012 e 2013, che costituisce la base di calcolo per le pensioni a partire dal 2014, viene riconosciuto per gli anni 2014 e 2015 nella misura del 20% e per il 2016 del 50% dell’incremento perequativo ottenuto nel biennio 2012-2013; – l’effetto trascinamento implica che i titolari di pensioni superiori a 1443 euro lordi mensili percepiranno, vita natural durante, un assegno pensionistico inferiore a quello che sarebbe loro spettato (ad esempio: circa 90 euro mensili in meno per il titolare di una pensione pari a 1.500 euro mensili lordi; circa 160 euro per una pensione di 3.000 euro lordi etc.); – trattandosi di diritti entrati nel patrimonio dei titolari di pensione (diritti “quesiti” o “acquisiti”), il decreto legge 65/2015 è irrilevante sia per quanto attiene agli importi maturati prima della sua entrata in vigore, sia per quanto riguarda la rideterminazione; CONSIDERATO che come rileva la Corte Costituzionale, al paragrafo 10 della citata sentenza, “sono stati valicati i limiti di ragionevolezza e proporzionalità, con conseguente pregiudizio per il potere di acquisto del trattamento stesso e con irrimediabile vanificazione delle aspettative legittimamente nutrite dal lavoratore per il tempo successivo alla cessazione della propria attività” ed è stato disatteso “il nesso inscindibile che lega il dettato degli articoli 36, primo comma, e 38, secondo comma, della Costituzione”; RILEVATO CHE:-l’INPS ha addirittura formalmente comunicato ai patronati di non effettuare conteggi di ricostruzione dei trattamenti pensionistici in base alla sentenza della Corte Costituzionale (messaggio n. 4017 del 12 giugno 2015 – allegato n. 3: “Pertanto, l’inoltro di eventuali domande di ricostituzione dei trattamenti pensionistici interessati alla sopra citata disposizione normativa, dovranno essere respinte e conseguentemente le stesse non potranno essere considerate utili ai fini del finanziamento dell’attività espletata dagli Istituti di patronato”). I patronati si stanno attenendo alle disposizioni avute dall’INPS, non provvedendo a tutelare gli interessi della parte debole, cioè i pensionati, soggetti verso i quali dovrebbero avere specifiche attenzioni e vocazione; – non vi è congruenza tra i contenuti della sentenza della Corte n. 70/2015 e le disposizioni di cui al decreto legge 65/2015; – la solo parziale ottemperanza è stata motivata con la difficile situazione della finanza pubblica e con la necessità di mantenere gli equilibri di bilancio; impegna la Giunta regionale a sollecitare il Governo ad intervenire rapidamente, pur con un criterio di gradualità alla luce degli obiettivi di finanza pubblica, al fine di dare piena ed effettiva attuazione alla sentenza n. 70/2015 della Corte Costituzionale, prevedendo, a favore dei titolari di pensione colpiti dal blocco previsto dall’articolo 24, comma 25, del decreto legge 201/2011, l’integrale restituzione degli importi maturati per effetto del ripristino della perequazione e la ricostruzione del trattamento pensionistico, ai sensi e nella misura prevista dall’articolo 34 della legge 448/1998 e dall’articolo 69 della legge 388/2000 per gli anni 2012 e 2013 e dall’articolo 1, comma 483, della legge 147/2013 per gli anni 2014-2016, con effetti sugli importi degli assegni pensionistici vita natural durante, inclusa la rivalutazione sull’importo rivalutato per gli anni successivi: per il 2012 e il 2013 nelle percentuali e con i parametri previsti dall’articolo 39 della legge 288/2000; per il triennio 2014-2016 nelle percentuali e con i parametri previsti dall’articolo 1, comma 483, della legge 147/2013. Questo è quanto la Regione Veneto può fare, ma dall’alto romano e napoletano si continua ad ignorare la Questione Settentrionale, che, tra l’altro, sta avvisando da decenni l’eccesso di tasse statali per finanziare le cosiddette regioni più povere, dove spesso la malavita organizzata compete con lo Stato e finanzierebbe, addirittura, sia consiglieri, che assessori e segretari regionali di partito, di maggioranza ultimamente. I nuovi fondi destinati a risolvere la Questione Meridionale rischiano di finire, in misura considerevole, come i precedenti, nel sistema collaudato di tangentopoli. Non si dica, dall’alto romano, che in Settentrione sono xenofobi perché non è vero. In Settentrione si chiede, invece, solo più equità, trasparenza ed equilibrio dei tre poteri dello Stato nazionale. Anche al nord non si mette in discussione lo Stato quando funziona in modo moderno, efficiente ed equo con tutti i cittadini, senza demagogia e populismo. L’Italia deve imparare a trattare bene i suoi pensionati e non i falsi poveri e i furbetti che studiano come farsi campare anche in giovane età. La pressione fiscale sui pensionati è la più alta dei Paesi europei e forse mondiali. Basta con il fare cassa sui pensionati che hanno contribuito, con più di 40 anni di versamenti, derivanti dall’onesto lavoro. Per il sistema pensioni, dal prossimo 2 giugno diviene operativa la nuova forma di flessibilità in uscita prevista dalla Legge di Stabilità (comma 284), ovvero il part-time per la pensione per lavoratori del privato a cui mancano massimo tre anni al raggiungimento del requisito di vecchiaia. Le regole sono fissate dal DM Lavoro 7 aprile 2016 (Gazzetta Ufficiale del 18 maggio). Sono esclusi dall’opzione i dipendenti pubblici ed i lavoratori prossimi al requisito per la pensione di anzianità (precoci). Non hanno dunque diritto al part-time per la pensione i cosiddetti lavoratori precoci, ovvero coloro che al 31 dicembre 2018 maturano i requisiti per la pensione di anzianità, ossia 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne. I destinatari sono invece i soli lavoratori dipendenti del privato, con contratto indeterminato a tempo pieno, che maturano entro il 31 dicembre 2018 il diritto alla pensione di vecchiaia: in pratica, lavoratori con almeno 20 anni di contributi, che avranno 66 anni e 7 mesi (65 anni e 7 mesi per le lavoratrici). Ricordiamo che lo strumento consente di scegliere un part-time al 40-60%, con una busta paga più alta rispetto all’orario di lavoro ridotto (perché comprensiva anche di una somma esentasse pari ai contributi per l’orario che non viene più lavorato)e contributivi figurativi che coprono gli anni del part-time come fossero a tempo pieno. Alla fine, il lavoratore non subisce decurtazioni sulla pensione finale. Per finanziare la misura sono stanziati 60 milioni di Euro per il 2016, 120 milioni per il 2017 e 60 milioni per il 2018. Il bilancio di previsione 2016 dell’Inps, guidato da Tito Boeri, approvato dal Consiglio di indirizzo e vigilanza con il voto contrario della Uil, indica in 11,2 miliardi il disavanzo economico stimato per questo esercizio: 2 miliardi in più rispetto a quello registrato nel 2015. Il disavanzo finanziario di competenza dovrebbe invece attestarsi a 3,2 miliardi, 2,8 in meno rispetto alle previsioni aggiornate per il 2015. Il patrimonio è ridotto a 1,78 miliardi e, ha detto G. Patta, andrà “sotto zero nel 2017″. Quanto alle entrate e uscite contributive, la previsione è di 218,6 miliardi di entrate, in aumento di 4,6 sul 2015, e 308,8 miliardi versati per prestazioni istituzionali: 724 milioni in meno rispetto all’anno scorso. La spesa per prestazioni pensionistiche è prevista pari a 272 miliardi, 679 milioni in meno rispetto al 2015. Basta con la politica del dare al povero prendendo dal ricco, di onestà. Se proprio bisogna alleggerire le pensioni di alcuni per fare cassa, si inizi con i Dirigenti (ministeriali, delle aziende municipalizzate, delle banche) i vitalizi d’oro ai politici, fino al sistema di tangentopoli diffuso negli appalti pubblici. Al Settentrione vi è maggiore consapevolezza dello Stato, ma non padrone e lo si combatte se è tale.