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L’Italia è in deflazione, ma alcune regioni lo sono di più

(di Giuseppe PACE) Nel 2000 ero a Buenos Aires e ho toccato, con mano al portafoglio, la deflazione, cioè l’inverso dell’inflazione. L’unica diversità della deflazione attuale in Italia è che da noi i prezzi al consumo dei generi alimentari diminuiscono. In Argentina invece aumentavano anche per la insensata equiparazione pesos dollaro statunitense- mentre per gli immobili ed altro i valori sono in picchiata libera. Nelle periferie delle medie città italiane gli immobili sono dimezzati di prezzo rispetto al 2008, anno di inizio della grave crisi economica nostrana. Da noi, purtroppo, il Pil cresce ma aumenta il debito pubblico più di altri Paesi europei. Dati Istat, Eurostat e Banca d’Italia registrano che nel Centro-nord, la situazione regionale mostra prezzi in diminuzione su base annua in dieci regioni (erano sette a marzo) su dodici. La deflazione si estende su tutte le regioni, comunica l’Istat, tranne che in Valle d’Aosta che vede prezzi in crescita dello 0,1%, il Trentino Alto Adige e l’Abruzzo sono a inflazione zero. L’Umbria è la regione che vede il calo maggiore (-1%). L’Umbria è seguita dal Lazio (-0,6%) e dal Piemonte (-0,5%). Nel Mezzogiorno si riscontrano flessioni tendenziali dei prezzi in quasi tutte le regioni (sei delle sette per le quali sono calcolati gli indici generali) con la Puglia (-0,9%), la Sardegna (-0,8%) e la Basilicata (-0,7%) che, come a marzo, fanno registrare le diminuzioni più ampie. La deflazione contagia tutte le Regioni tranne la Valle d’Aosta. L’Istat inoltre rende noto che il Pil del nostro Paese migliora nel primo trimestre del 2016, ma aumenta sempre il debito pubblico segnala la Banca d’Italia. E secondo l’Istat cala anche il ‘carrello della spesa, che raggruppa i beni alimentari, per la cura della casa e della persona, che segna +0,1% rispetto a marzo ma -0,2% su base annua. Il Pil è aumentato dello 0,3% rispetto al trimestre precedente e dell’1,0% nei confronti del primo trimestre del 2015. Mentre la Banca d’Italia rileva un nuovo record del debito pubblico, che a marzo è aumentato di 14 miliardi rispetto a febbraio, salendo a 2.228,7 miliardi. Per fare paragoni con gli altri paesi europei la Germania segna un +0,7%, e la Ue-19 riscontra un +0,5% nei primi tre mesi dell’anno. Inoltre l’Istat rivede al ribasso i dati sulla deflazione, che ad aprile si attesa allo 0,5% (la stima preliminare era di 0,4%). Si tratta di un ampliamento di tre decimi di punto percentuale rispetto al dato di marzo (0,2%). La maggiore flessione tendenziale “è principalmente da attribuire all’accentuarsi del calo dei prezzi degli Energetici regolamentati”. Il Pil è salito dello 0,5% sia nella zona euro che nella Ue-28, secondo una stima di Eurostat. Nel trimestre precedente era salito rispettivamente di 0,3% e 0,4%. Su base annuale la crescita è stata di +1,5% e +1,7%. Tra i Paesi della zona euro che accelerano di più ci sono Slovacchia (1,7%), Cipro (0,9%), Spagna e Lituania (0,8%), Germania (0,7%), Austria (0,6%), Francia (0,5%). In recessione Grecia (-0,4%), Lettonia (-0,1%), ferma l’Estonia (0%), basso il Portogallo (0,1%). La razionalizzazione della spesa pubblica non riesce a fermare la crescita del debito pubblico forse anche a causa delle ruberie dei politici senza alcuna vergogna come rilevano in molti e non solo la magistratura. I moltissimi centri di spesa pubblica (Enti Locali- in primis comuni e regioni-, Ospedali, Scuole, Caserme, ecc.) continuano a fare gare d’appalto con frequenti lievitazioni in alto dei prezzi per favorire questo o quel titolare d’impresa appaltante, che magari, sottobanco, elargisce laute tangenti, solo una piccola parte si riesce a smascherare. E’ tempo di ridurre i centri di spesa accorpandoli almeno a livello regionale. La Questione meridionale sta cedendo spazio mediatico alla meno nota Questione settentrionale, che ha anche l’aspetto del ribellismo fiscale per l’esosità della tassazione nazionale, la più alta a livello mondiale e con scarsa qualità di molti servizi. Si continua a tassare, noi i tanti furbetti, ma anche e soprattutto i pensionati, mentre in Germania, ed altrove nell’Unione europea, i pensionati hanno meno molto carico fiscale.

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