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I pensionati e la classe media schiacciati dalle tasse

(di Giuseppe PACE) Come Partito dei Pensionati, in Provincia di Padova e in Italia, ci stiamo battendo per una maggiore equità del Governo verso i pensionati, ma, purtroppo, ne rileviamo una non lieve sordità, a partire dalla non ottemperanza governativa della Sentenza della Consulta del 2015, che sbloccava la contingenza degli anni 2012, 2013 e 2014, ma che il Governo di Renzi ha restituito poco o niente in agosto 2015: meno del 20% del dovuto. Le pensioni di vecchiaia assorbono oltre i due terzi (70,0%) della spesa pensionistica totale; seguono quelle ai superstiti (14,9%) e le pensioni assistenziali (8,0%); più contenuto il peso delle pensioni di invalidità (5,6%) e delle indennitarie (1,6%). L’importo medio annuo delle pensioni è di 11.943 euro, 245 euro in più rispetto al 2013 (+2,1%). Nonostante i luoghi comuni, tanto cari ad alcuni, forse volutamente, disinformati, che gridano allo scandalo di più pensioni erogate dal Governo al Mezzogiorno, l’Istat ci informa che il 47,7% delle pensioni è erogato al Nord, il 20,4% nelle regioni del Centro e il restante 31,9% nel Mezzogiorno. I pensionati sono 16,3 milioni, circa 134mila in meno rispetto al 2013. Il 40,3% dei pensionati percepisce un reddito da pensione inferiore a 1.000 euro al mese, un ulteriore 39,1% tra 1.000 e 2.000 euro; il 14,4% riceve tra 2.000 e 3.000 euro mentre la quota di chi supera i 3.000 euro mensili è pari al 6,1%. Le donne rappresentano il 52,9% dei pensionati e percepiscono in media 14.283 euro (contro 20.135 euro degli uomini); la metà delle donne (49,2%) riceve meno di mille euro al mese, a fronte di circa un terzo (30,3%) degli uomini. I nuovi pensionati (le persone che hanno iniziato a percepire una pensione nel 2014) sono 541.982 mentre ammontano a 675.860 le persone che nel 2014 hanno smesso di esserne percettori (i cessati). Il reddito medio dei nuovi pensionati (13.965 euro) è inferiore a quello dei cessati (15.356) e a quello dei pensionati sopravviventi (17.146), cioè coloro che anche nel 2013 percepivano almeno una pensione. Quasi un quarto (23,3%) dei pensionati ha meno di 65 anni, la metà (51,9%) un’età compresa tra 65 e 79 anni e il restante 24,9% ha 80 anni e più. I mass media sono più attenti ad informare che sta sparendo il ceto medio in Italia, ma trascurano che i pensionati, dopo 40 anni di attività, sono tartassati dalle tasse inique, a differenza di altri Paesi europei che detassano i pensionati molto più del nostro Paese, che ci appare non padre-padrone, ma patrigno-padrone. Le statistiche aggiornate del Ministero dell’economia  sul “contribuente tipo” non fanno altro che confermare ciò che era ormai evidente. Il ceto medio nel nostro Paese è stato distrutto e annientato dalle tasse. Da asse portante e fattore di equilibrio sociale, vero e proprio soggetto  cui ancorare lo sviluppo negli anni della crescita economica e dell’ingresso nella élite  delle nazioni più industrializzate, il ceto medio è stato letteralmente preso d’assalto da una politica fiscale occhiuta e ingenerosa.  Dati ufficiali alla mano, più della metà dell’Irpef, ossia dell’imposta sul reddito delle persone fisiche, grava sulle tasche di lavoratori, pensionati e imprenditori che guadagnano almeno duemila euro al mese. Senza contare, ovviamente, il peso di altre tasse e balzelli in aggiunta: dalle addizionali regionali e comunali ai contributi sociali, dall’Imu alle ritenute sui risparmi, alle accise sui carburanti, all’Iva sulle bollette e sui consumi in genere. Insomma, il ceto medio italiano si è progressivamente impoverito sotto la mannaia del fisco. Intendiamoci, il declino del ceto medio, fenomeno comune a gran parte delle democrazie industriali dell’Ottocento, non è come un fulmine che arriva inatteso. Nel 1985 N. H. Rosenthal , economista del ministero del Lavoro americano, si chiedeva in un saggio di largo successo, se era già a quel tempo iniziata una polarizzazione dei redditi con la conseguente creazione di una gran massa di arricchiti da un lato, e di un esercito di nuovi proletari dall’altro, con in mezzo l’assottigliamento dei ceti medi. L’analisi si basava su dati incontrovertibili. Ne scaturiva la previsione che l’avanzare dei  processi di deindustrializzazione e  l’avvento delle nuove tecnologie ad alta redditività avrebbero inciso notevolmente su un fenomeno, fino a quel momento appena percepito. Le previsioni di Rosenthal si sono dimostrate abbastanza esatte e lungimiranti. Peraltro, l’economista le aveva formulate in epoca pre-Internet, quando Microsof era ancora una piccola azienda e Bill Gates aveva da poco fatto irruzione con il suo nuovo sistema operativo nel mondo dei  personal computer. Nuove diseguaglianze e una più vasta insicurezza economica apparivano ormai all’orizzonte, individuando il terreno di una nuova sfida per i governi occidentali. In Italia, nel 2006, Massimo Gaggi e Edoardo Narduzzi, dedicheranno all’argomento un interessante saggio, anch’esso dal titolo emblematico,La fine del ceto medio, le cui conclusioni appaiono estremamente attuali.  Soprattutto nella parte dove vengono messi a fuoco i limiti del modello europeo: un’Europa rigida e lenta, che non tiene il passo con i cambiamenti economici in atto  e che non riesce ad adattarsi a questi ultimi, prigioniera  com’è della sua stessa storia. Va detto che si tratta di scritti e analisi che precedono la Grande Crisi e, in alcuni casi, lo stesso impatto dell’euro nella economia  europea e mondiale. Questi ultimi avvenimenti non hanno fatto altro che ulteriormente  appesantire e aggravare la condizione complessiva del ceto medio. Da noi, più che altrove. Fatto sta che il ceto medio resta sulla scena quasi esclusivamente come soggetto da tassare a livelli non più tollerabili, a fronte di una piaga dell’evasione che vale qualcosa come 120 miliardi sottratti all’erario. La previsione, in epoca pre-crisi, di un ceto medio che esauriva il ruolo  ricoperto per oltre due secoli come elemento fondante della società occidentale, per effetto dei cambiamenti imposti dalla globalizzazione, ha mostrato il volto cupo di una stagione punteggiata dall’emergere di un ceto indistinto di consumatori  cui oggi manca ossigeno, respiro e denaro per mantenere  funzione portante e garantire a se stesso un tenore di vita decente. Al di là di tutto, la fotografia dell’impoverimento progressivo della società italiana, reso  più acuto da una politica fiscale assurda e iniqua,  ci consegna una paese in frantumi. I partiti di destra come di sinistra sono per uno Stato dominante sul privato e giustificano la burocrazia statalizzante che mina le basi democratiche vere e proprie che porrebbero il diritto del cittadino al centro. Ma il centro dei partiti italiani, almeno per il momento, ha pochi attori a parte il nostro Partito dei Pensionati che ha solo, purtroppo, circa l’1% dei consensi, anche se in alcune province, come Verona nel 2015, ha superato abbondantemente il 2%. Ernesto Galli della Loggia dedica alla Destra (che non c’è) un fondo sul Corriere della Sera di indiscutibile ampiezza. Non è la prima volta. E probabilmente non sarà neppure l’ultima. La tesi centrale del Nostro è che in Italia, la Destra non c’è per colpa, innanzitutto, di Berlusconi (“Sulla Destra italiana il ventennio berlusconiano ha agito come una droga. L’ha euforizzata con successi insperati, le ha fatto credere di essere sulla cresta dell’onda, che ormai il futuro era suo: per poi lasciarla stremata e a pezzi come appunto appare oggi”). In poche parole, per Galli della Loggia esiste soltanto un “conservatorismo nullista”, inutilizzabile politicamente se non per bloccare i riformatori e i progressisti, per fermare la sinistra. Insomma, in Italia il conservatorismo diffuso nella società è privo di ambizione, carente di progetto, senza alcun orizzonte istituzionale vero. Al contrario, un conservatorismo politico moderno, secondo lo studioso, dovrebbe poggiare su basi solidamente liberali, non chiudersi nella difesa di interessi meramente corporativi né “essere sempre e comunque contro l’intervento pubblico”. Dovrebbe, siffatta Destra, essere attenta alla tradizione, al retaggio giudaico-cristiano iscritto nei nostri costumi e  nelle nostre istituzioni e dovrebbe battersi per “conservare l’orizzonte entro cui si è nati, custodire per le generazioni future i paesaggi, i luoghi, i tesori d’arte, che il passato ci ha trasmesso”. In conclusione, una cultura autenticamente conservatrice “non può che essere una cultura orientata allo Stato”, alla autorità e sovranità dello Stato. Ossia a quella idea di sovranità nazionale che in Europa è stata messa da parte un po’ troppo affrettatamente. Che di una Destra così concepita non ci sia traccia, Galli della Loggia si dice certo , anche se, con un tocco di umiltà, lascia il giudizio ai lettori. Destra e Sinistra non vanno più usate nell’antica accezione. L’analisi proposta dalle colonne del Corriere è solo in parte condivisibile. La presenza di una Destra diffusa (nell’accezione di un comune sentire) nella società italiana, di uno spirito conservatore che non ha trovato ancora un approdo unificante e un saldo ancoraggio progettuale capace di esprimere una rappresentanza pari al peso di quell’orientamento, va al di là di alcune pessimistiche valutazioni. Essa riverbera in molti passaggi, idee, proposte, azioni dei soggetti che operano nella società e politicamente. Proprio quel patrimonio culturale, quel misto di tradizione e modernità che offre sostanza e profilo ad una opzione conservatrice degna di questo nome, connota elementi che si presentano disseminati qua e là, privi di un fattore che li convogli, rafforzandoli, in un qualcosa di autenticamente incisivo, penetrante, pervasivo, finanche in grado di realizzare una credibile alternativa di governo. Il dato è innegabile. Come è innegabile che Destra e Sinistra non vanno ormai più usate nell’accezione e nel significato che avevano fino a qualche decennio fa. Sono categorie del pensiero, entrambe, che richiedono una ben diversa articolazione critica, uno sforzo di aggiornamento straordinario, un processo di immersione, contaminazione, speculazione nella realtà di oggi. In un mondo dove le ideologie sono morte e le nuove idee, quelle vere, faticano ad emergere, c’è ancora spazio, abbiamo voglia di credere, per rigenerare la politica e  – perché no? – ri-generare l’ opzione di una Destra “conservatrice” che appare fin troppo appannata, sopita, negletta, trascurata. Galli della Loggia permettendo. Secondo i dati raccolti da Luigi Curini, professore associato all’Università Statale di Milano, in uno studio dal titolo “Experts political preferences and their impact on ideological bias”, pubblicato per la rivista scientifica “Party Politics” e presentato all’Istituto Bruno Leoni, la distribuzione delle preferenze politiche dei professori sull’asse sinistra-destra mostra un netto sbilanciamento a sinistra: si parte da un livello elevato di vicinanza rispetto alle idee di Sel, poi la curva sale sempre di più man mano che ci si avvicina al Pd e crolla fino a sparire quando si arriva a Forza Italia e Lega. In Europa i politologi italiani sono i più a sinistra di tutti: su una scala che va da 1 a 20, dove 1 è l’estrema sinistra e 20 l’estrema destra, gli esperti in Italia si posizionano attorno al 6, con una varianza abbastanza stretta (la pensano tutti più o meno allo stesso modo). In Spagna sono a 8, nel Regno Unito a 9, in Germania a 10. Il discorso va plausibilmente allargato a tutto il mondo intellettuale. Per quanto le vecchie schematizzazioni ideologiche appaiano sempre più sfuggenti, certe appartenenze “maggioritarie” nel mondo accademico, nella cultura e nell’informazione sono nulla più che una maschera rassicurante, dietro cui nascondere le proprie contraddizioni ed un sostanziale conformismo, rispetto al “pensiero unico”d’impronta liberista. Di sinistra ma ben attenti al proprio potere e quindi alla conservazione del sistema dominante ? E’ culturalmente plausibile? A sbrogliare la matassa intellettuale ci aiutano le analisi di Charles Robin, autore de La Gauche du capital (ora, in traduzione italiana La sinistra del capitale e dell’alta finanza Edizioni Controcorrente). In un’intervista pubblicata da “Diorama Letterario” (novembre-dicembre 2015, n. 328) Robin sintetizza l’alleanza oggettiva tra estrema sinistra “libertaria” e destra “padronale” nella sottomissione sia ai totem ideologici “di sinistra” (il Progresso, la Diversità, la Tolleranza, ecc.) che al “progetto di civiltà a vocazione universale” di matrice liberista, nel quale trovano posto le massicce delocalizzazioni, l’immigrazione da lavoro, la liberalizzazione incontrollata. All’intellighenzia di sinistra le idee di “norma”, di “limite” e di “frontiera” (idee non sono geografiche ma anche morali e perfino affettive) stanno strette come al capitalismo mondialista, interessato a diffondere le proprie produzioni, il mercato unico, omogenei modelli economico-sociali, l’idea dell’”uomo medio”, atomizzato e consumista. Certe appartenenze intellettuali “a sinistra” non sembrino perciò in contraddizione con la sostanziale acquiescenza verso il “pensiero unico” liberista. Come nota Robin “ … il capitalismo si esporta molto meglio sotto le bandiere multicolori di Benetton che sotto le uniformi dell’Esercito e della Tradizione”. Da tempo scrivo che gli Stati Uniti d’Europa sono da farsi e subito per rispondere con una sola voce, tramite i ministri preposti dall’U.e., al Ministero degli Esteri, dell’Interni, del Commercio, del Turismo, della Difesa, ecc.. Dobbiamo constatare le regole in tutti i campi della nostra vita economica, amministrativa e sociale che vengono emanati da l’Unione Europea. Bruxelles e Parlamento Europeo arrogano addirittura il diritto di decidere sulle regole sessuali e le dimensioni delle zucchine, delle vongole e delle specie ittiche. Decidono anche se il forno a legna è igienico o no (su questo hanno ragione poiché il carbone sotto le pizze, la carne, ecc. è cancerogeno) e come devono essere confezionati prodotti sottaceto o sottolio, insaccati e formaggi in modo difforme dalla tradizione di secoli di conservazione. Così come vogliono spazzare via attraverso la direttiva Bolkestain il sistema della balneazione in Italia attraverso l’appalto delle concessioni che finiranno a grandi concentrazioni economiche. Aldilà del singolo caso, tutto l’orientamento nei confronti delle regole di cosiddetta libera concorrenza, in realtà va nella direzione della omologazione, cancellando ogni specificità locale, regionale o nazionale e distrugge i corpi sociali intermedi a favore di monopolisti che praticano sfruttamento lavorativo e producono nuove povertà. L’innovazione scriveva Igazio Silone, spesso è distruzione, ma la conservazione spesso è della miseria. Se si fa un’analisi storica degli ultimi secoli della Storia europea la grande rivoluzione sociale è stata la stratificazione di un largo ceto medio che ha permesso ai settori più bassi di elevarsi con l’impresa artigiana e il lavoro qualificato, alle libere professioni di conquistare spazi importanti nella società, alla piccola e media impresa di costruire il benessere sociale diffuso attraverso un rapporto personale tra lavoratori dipendenti, quadri e titolari, realizzando sistemi virtuosi di grande qualità e innovazione. Basta pensare alla vicenda incredibile delle cooperative che assistono profughi e rifugiati, che sono un gigantesco business sul bisogno assoluto, pagato dallo Stato ma in cui si arricchiscono gli erogatori monopolisti del servizio sulla pelle dei poveri disgraziati. Tutto in ossequio alla corretta applicazione delle “nuove regole sociali”. Globalizzazione e localizzazione sono due facce della stessa medaglia da tener presente sempre poiché una sola non genera produzione di qualità anche nei servizi ai pensionati e dei pensionati attivi per assistere figli e nipoti disoccupati, che non sono pochi, in Italia, purtroppo. Ai pensionati di oggi tocca sorreggere la mancanza di uno stato sociale distratto dal populismo renziano che fa cassa anche sulla contingenza dei pensionati.