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L’Italia oggi con le regioni a statuto speciale

(Giuseppe PACE) I nostri padri che vollero la Carta Costituzionale, nell’ultimo dopoguerra, assegnarono a cinque regioni uno statuto speciale soprattutto per ragioni di bilinguismo (Trentino A.A. Friuli V. G. e Valle d’Aosta) e di isolamento geografico (Sicilia e Sardegna). Dopo sette decadi temporali le ragioni dello statuto speciale alle cinque regioni si sono molto affievolite ed è cresciuta, invece, la richiesta di autonomia fiscale delle regioni settentrionali confinanti. Nel Sud Italia, e parte del Centro, la richiesta di più autonomia fiscale è quasi inesistente e si continua con una politica di spesa pubblica, spesso esagerata, viceversa, nell’Italia Settentrionale, dove però il gettito fiscale è più alto anche per le maggiori unità produttive aziendali. Questo mass media, del ”profondo Sud”, ha già dato spazio a temi di revisione dei confini regionali italiani con la creazione di macroregioni come quella Triveneta. Il più noto mass media “Il Piccolo” di Trieste, dà recentemente spazio ad un articolo grintoso di un’addirittura “invasione” del Veneto. L’articolo è enblematico di una situazione tutta italiana: equilibri instabili tra poteri dello Stato e delle Regioni. Strano che l’On. Serracchiani del PD, che dirige il Friuli V.G., uan regione a statuto speciale, difenda i propri confini regionali in modo così serrato, quasi da guerra fredda con il Veneto, che definisce leghista, eppure i PD veneti superano il 25% dei consensi e quasi metà dei consensi elettorali non sono leghisti-lepenisti. I comunisti come i fascisti sono stati sempre strenui difensori del potere centrale dello Stato padrone che eroga servizi spesso di scarsa qualità, mentre i privati e la competizione ne alzerebbero l’efficienza e la qualità. Da oltre 40 anni lo Stato Italia si è decentrato in 20 Regioni (il Molise si staccò dall’Abruzzo nel 1963 con una solo provincia, poi ne chiese la seconda, Isernia, cittadina con solo 21.000 abitanti) con poteri vari, in primis l’assistenza sanitaria. In Germania i Land o Regioni hanno maggiore autonomia dell’Italia ed alcuni erogano servizi scolastici e addirittura giudiziari. Tra Stato e Regioni in Italia vi è una latente tensione dovuta ai limiti non sempre chiari dei due poteri: centrale e locale o regionale. Le Regioni del Nord Italia, da tempo invocano e supplicano lo Stato centrale di concedere più autonomia regionale che permetta loro anche e soprattutto di poter spendere i soldi versati al fisco sul proprio territorio ritagliando un po’ il principio solidaristico di aiutare le regioni più povere, senza però esagerare: come i 18 mila dipendenti della Regione Sicilia a scapito dei soli 3 mila della Regione Lombardia. L’articolo, de “Il Piccolo”, titolava: ”Il Veneto allunga le mani sul Fvg” Procede la richiesta di referendum pro macroregione del Nordest siglata da 200 sindaci veneti. “Voto a ottobre”. La giunta Serracchiani fa barricate. Ma Zaia ricorda Sappada: è solo l’inizio di Marco Ballico «Tre cirenei ultraottantenni, immuni quindi da velleità carrieristiche, hanno visto che le cose non funzionavano. Non solo per il Veneto ma anche per il Friuli Venezia Giulia. E hanno lanciato il sasso». Ivone Cacciavillani, decano degli avvocati amministrativisti veneti, «vecchio federalista doc», è un fiume in piena: «Dopo quello che è avvenuto sabato, a ottobre possiamo arrivare al referendum per la macroregione triveneta». Sabato a Villa Pisani, comune di Stra al confine tra Venezia e Padova, si sono ritrovate a convegno oltre 200 amministrazioni venete: il primo risultato dell’iniziativa del comitato promotore. Ma, «assieme agli altri due cirenei», il sociologo Ulderico Bernardi e l’economista Ferruccio Bresolin, Cacciavillani guarda già avanti: «Il Comune di Vicenza dovrebbe approvare in Consiglio nei prossimi giorni la prima delibera di richiesta della fusione con Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia». La macroregione, spiega il legale veneto, è un obiettivo possibile sulla base dell’articolo 132 della Costituzione, mentre l’iter è delineato dalla legge attuativa 352 del 1970 (a oggi mai applicata). Per procedere serviranno entro 90 giorni dalla prima delibera i via libera di un numero sufficiente di Comuni a coprire almeno un terzo della popolazione complessiva della nuova aggregazione, vale a dire 2,4 milioni di residenti. A quel punto il governo sarà tenuto a convocare un referendum coinvolgendo anche le altre regioni interessate. In caso di vittoria dei “sì”, poi, il Parlamento dovrà discutere una proposta costituzionale di accorpamento entro 60 giorni. «Passi agevolati – osserva il comitato – visto che è stato indetto per ottobre il referendum confermativo della modifica costituzionale in corso. Se dunque si procede entro maggio al voto dei Consigli comunali, si potrà usufruire di quell’appuntamento». «Yes, we can». Cacciavillani lo pensa e lo dice in Veneto, ma il senso è lo stesso: «Ad affascinarmi è il fatto che si muovono non i politicanti o i partiti, ma i Consigli comunali». E pazienza se la Regione Friuli Venezia Giulia, con l’assessore alle Autonomie Paolo Panontin, ha già alzato le barricate parlando di «iniziativa unilaterale che si presta a letture annessionistiche». «Questo è strabismo – ribatte l’avvocato veneto -: come può pensare una regione così piccola come il Friuli Venezia Giulia di competere con Baviera o Sassonia? Nessuna annessione, nessuna sottomissione. Semplicemente si tratta di lavorare insieme con le rispettive specificità, penso alla spiaggia di Lignano, per evitare di essere spazzati via». Il “nemico” per il Veneto non è infatti il Friuli Venezia Giulia: «Il problema è il Trentino Alto Adige, visti i clamorosi aiuti di Stato consentiti da quel tipo di specialità. Con il Friuli Venezia Giulia non ci sono invece più di tante differenze. E se pensiamo solo al fatto che il porto di Capodistria ha numeri superiori a quelli della sommatoria Venezia-Trieste, la fusione non può che essere utile a entrambe le regioni». Rassicurato il Fvg e premesso che la presenza sabato in villa è stata «assolutamente trasversale», Cacciavillani non si preoccupa dall’assenza dei sindaci leghisti: «So di una circolare che consigliava di non venire al convegno, ma pazienza, eravamo comunque in tanti, e di città importanti». Luca Zaia può non essere convinto? «Non lo so – risponde l’avvocato – ma, nel caso, saranno affari suoi. Io non dimentico che è stata la sua giunta a ragionare in passato di macroregione e ad affidarmi la difesa del Veneto in Corte costituzionale. Intanto l’altro fronte, più piccolo, è quello di alcuni comuni che minacciano di passare a regioni a statuto speciale come il caso di Sapada. “Sappada al Fvg: al Senato arriva il primo sì”. Via libera della Commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama al disegno di legge che permetterà alla cittadina montana di lasciare il Veneto e aggregarsi alla Regione autonoma Di sicuro, solo ieri mattina, Zaia è intervenuto su un altro fronte bollente nei rapporti con il Veneto: il passaggio di Sappada al Friuli Venezia Giulia. Il governatore non è stato certo soft contestando la «disparità tra Veneto e statuti speciali»: «È evidente che se, per colpa del governo, dovremo lasciare Sappada al suo destino, numerosi altri comuni di confine con Trento, Bolzano e Friuli Venezia Giulia, rivendicheranno la medesima opportunità. A quel punto daremo il via libera a tutti e, quindi, consentiremo a Trento e Bolzano di raggiungere il mare». Tornando al referendum, l’entusiasmo di Cacciavillani si scontra al momento con il gelo del Friuli Venezia Giulia. Dalla giunta Serracchiani è già arrivata una bocciatura. Ma anche a Roma la questione non pare sfondare. «Il tema non è all’ordine del giorno» dichiara il capogruppo del Pd Ettore Rosato. Il presidente dell’Anci Fvg Mario Pezzetta alza a sua volta l’altolà: «La risposta non può essere la macroregione, ma un’autonomia speciale rinnovata e aggiornata. L’occasione è quella delle revisione dello statuto». E il Veneto? «Ha la possibilità di essere più autonomo senza immaginare processi di annessione». Sorprende che mass media friulani, a differenza di quelli veneti più moderati, diano voce a posizioni non concilianti di accorpamento regionale. La revisione della spesa pubblica deve poter essere attuata con molti onorevoli regionali in meno e piccole regioni da cancellare (Valle d’Aosta, Trentino A.A., Friuli V.G., Umbria, Molise, Basilicata, Liguria, ecc.). Le rivalità territoriali sono iniziate tra confinanti regionali, ma il problema resta: concedere l’automia fiscale con principio solidaristico meno forte (per evitare sprechi delle regioni non parsimoniose nella spesa pubblica). Al settentrione l’insofferenza veroso Roma accentratrice e sprecona al sud, soprattutto, non è recente. In Veneto si dice che Roma incassa 100 e dà meno di 40, mentre dalle regioni limitrofe a statuto speciale Roma incassa 100 e dà 170 e 140. Dunque conviene lo statuto speciale perché il cittadino di quelle regioni è esentato dall’esoso principio solidaristico che permette sprechi ed assistenzialismo quasi illimitato, soprattutto nel Mezzogiorno. Più di qualche onorevole, a Roma, vorrebbe tutte le regioni a statuto ordinario per risparmiare, ma mentre le regioni suddiste esultano, quelle nordiste non sono concordi e continuano a chiedere più autonomia fiscale come il Veneto, che spesso minaccia addirittura l’indipendenza rifacendosi alla storia illustre della Serenissima Repubblica di Venezia nonché alla più oculata amministrazione asburgica rispetto a quella savoiarda. L’Avv. Patavino, Domenico Menorello, quasi onorevole alle scorse elezioni politiche, caldeggia il Triveneto poiché ha posizioni centriste, moderate, come, in genere è il cittadino veneto, che la Lega Nord sta spingendo verso estremismi politici lepenisti. Il Partito dei Pensionati incoraggia il Triveneto per assicurare all’attuale Veneto un futuro governo ed una amministrazione nel contesto dell’unità nazionale sia pure con maggiore autonomia fiscale poiché il tessuto produttivo locale continui a produrre e ad esportare e il Veneto non diventi una terra d’assistenzialismo statalista a tutto campo, come altrove, purtroppo.

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