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IL POLESINE DI AMELIO MARCASSA E DI GIACOMO MATTEOTTI

(di Giuseppe PACE) “Uccidi me ma l’idea che è in me non la ucciderai mai”. Questo è il monito scolpito sotto al monumento a Giacomo Matteotti a Rovigo. A ricordare G. Matteotti mi ha quasi sollecitato M. Marcassa, polesano di nascita e padovano d’adozioe. Egli con i fratelli Segio e Mario, hanno pubblicato un romanzo storico: “Soldati nel fango. Storie e ricordi della Campagna di Russia” per i tipi della Cleup di Padova,, 212. In questo romanzo il padre Amelio (Maestro e Sottotenente in Russia, nato nel 1917 a Verona muore a Badia Polesine nel 1984) prima di partire per la Campagna di Russia ricorda lo”Zuccherificio di Cavanella Po: “Addio vecchio zuccherificio di Cavanella Po, dove dalle crepe delle mura e dagli spifferi di vapore surriscaldato dalle condutture trapelava fin troppo chiaramente l’età veneranda. Addio stazioncina ferroviaria dal Paesequattro chilometri di curve polverose….”.Ricorda anche “Le terre nere del Polesine”. Questo romanzo a differenza di quello più noto di Rigoni Stern di Asiago (VI), è più ricco di dettagli ambientali della Russia durante la guerra come “La battaglia di Delbaltsevo (dove viene ferito): “Siamo rimasti parecchi giorni nella periferia di Gorlovka. Il 6 dicembre giunge dal Comando della divisione Pasubio l’ordine di riprendere le operazioni. Avanzano assieme ai reparti della Pasubio anche le divisioni Torino e Celere con l’obiettivo di raggiungere la città di Rikovo….Abbiamo sputato i denti con rabbia lungo le pianure gelate dell’Ucraina…” Maurizio Marcassa mi aggiorna che tutti i comuni polesani, al tempo di Giacomo Matteotti, onorevole a Roma, erano a guida socialista e quando Matteotti si recava nella terra natale faceva corsi per alfabetizzare i segretari comunali per fargli fare dei buoni bilanci, che erano alquanto inesperti. I bilanci comunali dovevano essere compilati con onestà in realistica corrispondenza con le possibilità finanziarie del Municipio. Economie fino all’osso, niente debiti. Se per opere pubbliche di grande utilità e per le scuole mancavano i fondi, si provvedesse aumentando le tasse fino ai limiti consentiti dalla legge. Compilava lui stesso i progetti dei bilanci per i Comuni dove temeva che le sue istruzioni non fossero applicate per l’ostruzionismo dei segretari comunali, i quali approfittavano talvolta della inesperienza dei sindaci per farla da padroni. I segretari Comunali maneggioni e faccendieri di alcuni Comuni, gli impiegati facili e tolleranti, lo consideravano come un nemico. Egli non aveva molta stima del ceto impiegatizio e vedeva con sfiducia l’accorrere degli impiegati nelle leghe confederali e nelle sezioni socialiste appena la fortuna arrideva ai socialisti. Avrebbe voluto che fossero sistematicamente respinte le loro domande di ammissione alla lega e alla sezione. Che cosa poteva fare per gli impiegati un partito operaio classista? Egli considerò sempre con scetticismo il movimento per la conquista dei ceti medi delineatosi nel partito qualche anno fa, oggi molto caldeggiato in seno al partito unitario. Si trattava insomma di categorie economicamente improduttive, il miglioramento delle cui condizioni era dipendente dallo spostamento dei redditi e da altre cause complesse. Urgeva invece provvedere per i lavoratori manuali già proletari. I ceti medi si sarebbero proletarizzati certamente – se pur era possibile – solo dopo un lungo processo di tempo. Quando tutti gli impiegati comunali domandarono nuove condizioni di lavoro, egli fece deliberare dalla Lega dei Comuni provinciale che le trattative si svolgessero su base provinciale, ed egli stesso vi prese parte attivissima dimostrandosi tenacissimo nella difesa degli interessi dei Comuni. Le trattative laboriosissime conclusero ad un capitolato-tipo da introdursi in tutti i Comuni per deliberazioni singole. In questa circostanza gli impiegati di alcuni Comuni, solitamente ossequiosi nei confronti dei vecchi amministratori clerico-moderati, si dimostrarono battaglieri e aggressivi. Ancora oggi il Polesine ha una forte presenza socialista e la Lega Nord non fa molto proselitismo come in altre parti del Veneto, che da terra di contadini è diventata una Regione ricca e imprenditoriale a livello tedesco-olandese. Giacomo Mateotti (1885-1924), nacque a Fratta Polesine (Rovigo) da una famiglia di proprietari terrieri di origine trentina. Due fratelli, Matteo (già laureato) e Silvio, morirono giovani. Giacomo, dopo aver fatto il liceo a Rovigo, si laureò in giurisprudenza a Bologna nel 1907. Influenzato da Matteo, il fratello maggiore. Matteotti s’iscrisse al PSI (Partito socialista italiano) intorno al 1900. I primi segni della sua presenza in seno a esso si ebbero dal 1904, quando in La Lotta, il periodico socialista di Rovigo, venne indicato come l’elemento di riferimento del PSI per la zona di Fratta. Sino al 1908 le testimonianze di un suo impegno politico furono alcuni articoli apparsi nelle colonne de La Lotta, nel cui comitato di redazione entrò nel maggio 1908. L’anno successivo s’impegnò attivamente nella campagna elettorale per le elezioni politiche a favore della candidatura di I. Bonomi. Tra il 1909 e il 1910 i suoi due fratelli, Matteo e Silvio, morirono per tisi. La tragedia familiare gli provocò un’acuta crisi, che lo indusse a ritirare la sua candidatura alle elezioni provinciali suppletive del luglio 1910. Seguì un lungo viaggio di studio in Inghilterra, da dove Matteotti rese nota ai compagni di partito la sua rinuncia a occupare la carica di consigliere provinciale per il mandamento di Occhiobello, dov’era riuscito eletto malgrado non avesse condotto la campagna elettorale. La crisi non dovette durare a lungo, poiché già nell’ultimo scorcio del 1910 fu tra i protagonisti della vita politica di Rovigo, che gli ha eretto un monumento a memoria che le idee non si uccidono. Matteotti al socialismo si era avvicinato sedicenne, accanto al fratello Matteo, colpiti dalle condizioni vita delle umili genti polesane, condannate quasi da sempre alla miseria e allo sfruttamento, soggette periodicamente alle febbri malariche e alla pellagra e costrette spesso ad emigrare. Il territorio della provincia di Rovigo oggi conta 50 comuni, tutti in pianura, e rientra nella regione geografica dell’attuale Polesine, di cui occupa quasi l’intera superficie (fatta eccezione per una porzione dell’area delle Valli Grandi Veronesi, all’estremo ovest e per una parte del Comune di Cavarzere (VE) a centro-est). Esso si estende longitudinalmente per circa 100 km, dai confini con le provincie di Verona e di Mantova al litorale adriatico, ove si situano le bocche di Po, nei Comuni di Rosolina, Porto Viro, Porto Tolle e Ariano nel Polesine a formare il relativo delta.

Piazza della Vangadizza, Abbazia e Casa di riposo di Badia Polesine
Come detto, il territorio provinciale coincide sostanzialmente con il Polesine odierno ovvero ne è interamente compreso; è una striscia di terra lunga circa 100 km in direzione ovest-est e larga circa 18 km in direzione nord-sud; ha una superficie di 1.789 km² e un’altitudine compresa tra -4 e 15 m s.l.m.. Il territorio è compreso tra il basso corso dei fiumi Adige e Po, che ne delimitano i confini rispettivamente a nord da Badia Polesine alla foce (con la sola eccezione del territorio di Cavarzere nella città metropolitana di Venezia) e a sud da Melara alla foce (Po di Goro). La parte orientale della provincia corrisponde al Delta del Po e si espande costantemente verso est a causa dei sedimenti depositati dal fiume alle sue foci. La provincia è tradizionalmente divisa in tre zone geografiche, da ovest verso est, seguendo il percorso ideale delle bonifiche del territorio: l’Alto Polesine, il cui capoluogo è Badia Polesine; il Medio Polesine, il cui capoluogo è Rovigo; il Basso Polesine, il cui capoluogo è Adria, che ho visitato durante il tempo libero quando ero presidente di commissione nel locale liceo scientifico. Altri centri importanti della provincia sono Porto Viro, Lendinara, Porto Tolle e Taglio di Po. Negli ultimi decenni il Comune di Occhiobello, in particolare la frazione di Santa Maria Maddalena, ha avuto un discreto sviluppo demografico dovuto in particolare alla sua vicinanza alla città di Ferrara. Nel 1910, su pressione della sezione socialista di Occhiobello, Matteotti, fu candidato alle elezioni del consiglio provinciale di Rovigo e fu eletto, abbandonando da quel momento gli studi giuridici per dedicarsi all’impegno politico. Fu dall’inizio un socialista riformista, nel senso che credeva che la via per giungere al socialismo non era quella di decreti imposti dall’alto o quella violenta e rivoluzionaria, ma quella di cambiamenti graduali seriamente impostati e concretamente realizzati. Perciò ebbe spirito organizzatore e amministratore, estraneo ad ogni forma di demagogia e di rivoluzionarismo verbale. Offrì costantemente ai compagni la propria assistenza giuridica e la competenza in materia economica e finanziaria, credendo che il vero cambiamento radicale avvenisse nell’impegno sindacale e nelle amministrazioni locali, così facendo vera opera educatrice e di maturazione politica. Riorganizzò la Camera del Lavoro di Rovigo, creò nuove sezioni, leghe, cooperative, circoli politici. Fu sindaco di Villamarzana e di Boara Polesine, consigliere in una decina di comuni (Lendinara, Badia, San Bellini, Fratta ed altri) e guidò l’opposizione socialista al consiglio provinciale di Rovigo, interessandosi dei bilanci, delle scuole primarie, della creazione di biblioteche popolari, di asili, sanatori, strade, comunicazioni tranviarie, fluviali, telefoniche. Progettò un piano di consorzio tra tutti i comuni rossi del Polesine, fino a far nascere, seppur per poco, essendo scoppiata la guerra, la Lega dei comuni socialisti. Da socialista e internazionalista quale si sentiva profondamente e coerentemente, fu contro il militarismo e la guerra. Già eletto deputato nel 1919 per la circoscrizione Ferrara-Rovigo, Matteotti si segnalò per la straordinaria competenza in materia finanziaria e amministrativa. Fu diffidente e critico delle posizioni massimaliste nel partito e comuniste provenienti sia dall’Italia che da Mosca, contro quella che era non la dittatura del proletariato, ma la dittatura di pochi sul proletariato, ma era contro la divisione delle forze socialiste, anche per far fronte alla nascente violenza squadrista del fascismo che egli conobbe bene fin dall’inizio nella zona del ferrarese e del palesano. In questo forse è la distinzione profonda tra Socialisti e Comunisti, ancora oggi che il PSI ha perso quasi tutti i suoi 6 milioni di elettori raggiunti durante l’epoca del centrosinistra DC-PSI. Per la sua opera socialista nella zona Matteotti conobbe a Ferrara nel 1921 già feroci attacchi giornalistici e un’aggressione con ferimento alla mano. Capì subito il clima grave e pesante della reazione sociale che stava dietro allo squadrismo ”La classe che detiene il privilegio politico, la classe che detiene il privilegio economico, la classe che ha con sé la magistratura, la polizia, il governo, l’esercito ritiene sia giunto il momento in cui essa, per difendere il suo privilegio, esce dalla legalità e si arma contro il proletariato.”. Essa voleva annientare tutte le conquiste non solo economiche, ma anche politiche e amministrative dei lavoratori. Alla Camera denunciò il clima della sua zona ”Non è più lotta politica, è barbarie, è medioevo.”. Sempre nel 1921 a Castelguglielmo fu sequestrato sopra un camion di fascisti e duramente percosso. Fu così costretto ad abbandonare il polesano, stabilendosi a Padova, dove pure ebbe persecuzioni fasciste e nella notte del 16 agosto sfuggì a stento ad un agguato fascista. Accusò di tolleranza e complicità i governi Giolitti e Bonomi ”Il peggio di tutto è che la garanzia dell’impunità è assoluta per criminali di codesta specie. E codesta garanzia di impunità diviene necessariamente un incitamento a nuovamente delinquere, e di questo, siete voi, signori del governo, i responsabili.” Ma dovette conoscere all’interno del partito nuove amarezze. Con Turati e la corrente riformista fu espulso al congresso del PSI di Roma del 1922. Ma si reagì costituendo il Partito Socialista Unitario, di cui Matteotti divenne segretario, dando al nuovo partito salda ed efficiente organizzazione. Fu contrario ad ogni cedimento, ad ogni compromesso, denunziò anche fuori d’Europa profeticamente il pericolo fascista, come fenomeno non solo italiano. Nel 1923 preparò lo scritto ’Un anno di dominazione fascista’, in cui dimostrava, dati alla mano, i fallimenti sui temi del risanamento economico e finanziario e della restaurazione dell’ordine e dell’autorità dello stato. Accusò il governo fascista di aver sostituito in dodici mesi l’arbitrio alla legge, asservito lo stato ad una fazione, diviso nettamente il paese in dominatori e sudditi. Denunciò alla vigilia delle ultime elezioni del 1924 il clima ormai non più legale e democratico ”Milizie nazionale, pubblica sicurezza, prefetti e tutto l’apparato dello stato sono al servizio aperto e chiaro del partito dominante…Fuori per le strade, nessuna libertà, nessuna possibilità di propaganda.”. Aveva proposto l’astensione, un fronte unico non solo tra i partiti socialista massimalista, socialista riformista, comunista, ma anche con le altre forze antifasciste (criticato e boicottato da Togliatti). Disegnò personalmente il nuovo contrassegno del partito. Nel corso della campagna elettorale subì due nuove aggressioni da parte dei fascisti a Cefalù e a Siena. Contro il clima già di sfiducia esistente a sinistra e nel suo stesso partito diceva “Ci vuole gente di volontà e non degli scettici.” Si rivolgeva ai giovani del suo partito, sulle colonne del loro quindicinale ’Libertà’, per lanciare un appello alla lotta e al sacrificio. Quando alla riapertura della Camera il 30 maggio 1924, il presidente Rocco mise in votazione la convalida degli eletti e quindi la legalità e la regolarità delle elezioni, Matteotti, con un celebre discorso, contestò i risultati delle elezioni, vergognosamente falsati dalle violenze e dai brogli commessi dai fascisti. Su ordine di Mussolini, nel pomeriggio del 10 giugno, mentre si recava in Parlamento, venne rapito sul Lungotevere Arnaldo da Brescia da cinque sicari fascisti e brutalmente assassinato. Il corpo, abbandonato nella campagna romana, fu ritrovato solo dopo due mesi. Il delitto suscitò un’emozione profonda in tutto il paese, fu la crisi più grave che dovette attraversare il fascismo. Le opposizioni non seppero unire profondamente gli sforzi e passare ad un contrattacco frontale. Il fascismo si riprese e si impose, ma il delitto Matteotti pesò fino alla fine storica della dittatura come la più grave ombra pesante e solenne di condanna morale e politica e resta esempio imperituro di lotta intransigente contro dittature e dittatori, scettici, traditori, settari, fanatici, complici di destra e anche della sinistra massimalista e comunista. I 106 interventi parlamentari di Matteotti riguardano veramente le materie più disparate. I suoi discorsi – due volumi, quasi mille pagine – furono raccolti e fatti pubblicare per la prima volta nel 1970, per volere di Sandro Pertini, allora presidente della Camera dei deputati. Come ho appena ricordato, la centralità della scuola ritorna in parecchie circostanze: una scuola che per Matteotti significa non soltanto programmazione ministeriale, libri, materie da insegnare, ma anche necessaria attenzione all’edilizia scolastica, alla condizione delle persone, alle strutture materiali che sono a disposizione degli studenti, alla variegata situazione delle realtà locali, nell’ambito di una visione pedagogica più generale in cui il socialismo “riformista” vedeva l’istruzione come opportunità fondamentale per contribuire all’emancipazione delle masse e, soprattutto, di quelle che lui definiva “le plebi agricole del Polesine”. Diversi altri temi possono essere menzionati. Matteotti interviene anche sugli asili, per esempio, e poi sulla riforma dell’università. Viene presto riconosciuto come un esperto di riforma tributaria. Quantità e qualità di presenza. Presidia l’aula, ma anche le commissioni, con una cura minuziosa dedicata alle proposte che decide di avanzare così come alle critiche, spesso aspre, da lui rivolte alle politiche del governo di allora. Tra le prime proposte di legge che Matteotti firma e porta in Parlamento spicca una iniziativa che si pone l’obiettivo di mettere fine a quello che lui stesso definì “un privilegio intollerabile”. Come si sa, Matteotti fu amministratore in diversi comuni della sua provincia. Non solo a Fratta, ma a Villamarzana, Frassinelle, Villanova del Ghebbo, per citarne alcuni, e questo era dovuto anche al fatto che nell’Italia liberale continuava a vigere un sistema elettorale ancora parzialmente censitario: un sistema in base al quale chi possedeva proprietà e beni su un territorio poteva facilmente essere eletto in più comuni, esercitando da più parti contemporaneamente il ruolo di sindaco, assessore e consigliere. Una delle prime cose che Matteotti, siamo nel 1920, propone appena arrivato in Parlamento è di riformare questo sistema, da lui giudicato molto iniquo e non in linea con i principi di quel sistema democratico che si sarebbe dovuto costruire e solidificare. Ci sono poi ovviamente diversi altri argomenti affrontati a più riprese negli interventi tenuti alla Camera, che riguardano la pace e i profitti di guerra, le tasse, la burocrazia, la riforma del catasto ecc., tutti aspetti che rendono conto della profonda serietà di un impegno profuso quotidianamente, senza tregua, e danno l’idea di un’attività febbrile svolta dentro l’istituzione e, allo stesso tempo, in contatto con il territorio, in un dialogo mai veramente interrotto nonostante le traversie. Come ha recentemente scritto un suo biografo, Matteotti si dedicò all’attività parlamentare come fece per qualsiasi altra impresa della sua vita, cioè realmente senza risparmio, buttandosi a capofitto nelle battaglie politiche, ma sempre con estremo senso del dovere, marcando un impegno personale che fu totalizzante, denso di rinunce e sacrifici. La rivoluzione liberale (fondato da Piero Gobetti) anno 4 numero 25 in seconda pagina il 21-6-1925 viene pubblicato questo trafiletto dal titolo Giacomo Matteotti di Aldo Parini www.erasmo.it/liberale/. Giacomo Matteotti … grazie a qualche baiocco sparso in alcuni paesi – così egli diceva sorridendo – poté essere amministratore in parecchi Comuni del Polesine (Fratta, Villamarzana, San Bellino, Badia, Lendinara, Rovigo, ecc.) in giovane età. Nei Comuni di Fratta e di Villamarzana ebbe anche le funzioni di assessore e di sindaco. Partecipò assiduamente ai lavori del Consiglio provinciale in rappresentanza del mandamento di Occhiobello: leader della minoranza socialista. Ebbe la carica di presidente della Deputazione provinciale per brevi giorni nel 1914. Escluso dal Consiglio provinciale per sopraggiunte sue incompatibilità, vi ritornò con le elezioni dell’autunno 1920 che diedero ai socialisti 38 seggi su 40. Fu membro dei Consigli amministrativi di molti enti ed istituti locali. I problemi scolastici furono oggetto di suo assiduo appassionato studio. La fondazione di biblioteche popolari e scolastiche, il riordinamento delle scuole primarie dei Comuni rurali ebbe da lui grande impulso. Ancora oggi Rovigo ha buone biblioteche come quella di Palazzo Roverella con la nuova sede della pinacoteca dell’Accademia dei Concordi, una delle più importanti del Veneto e luogo di prestigiose mostre contemporanee”. Durante il 1997 e l’anno successivo mentre ero presidente di commissione in Liceo scientifico ed ITIS rodigini ho visitato ed ammirato i molti reperti di storia locale e non capisco l’ignoranza, diffusa in Veneto, che vuole Rovigo dimenticata più delle altre sei realtà provinciali in cui è suddiviso il Veneto, che aspira a diventare macroregione Triveneto. Per conoscere Rovigo e le sue tradizioni è quasi d’obbligo una visita al Museo dei Grandi Fiumi, dedicato alla storia della civiltà contadina sospesa tra terra e acqua, ma da sempre legata ai ritmi del fiume Po. Per il Matteotti il problema della redenzione operaia era un problema di produzione e di capacità. Si vale per quanto si produce e si produce per quanto si sa. Bisognava quindi educare, istruire il proletario. Dopo la grandiosa bonifica della terra, vi era da compierne un’altra non meno importante, quella dell’uomo. Matteotti pensava che per l’uomo la dignità era importante più ancora del pane. Formare l’uomo del lavoro per formare la classe e innalzarla. La forza collettiva della massa insieme alla capacità per organizzare le forze della produzione e preparare alla gestione sociale. Su questa via di conquista avviarsi con passi progressivi. Non imporsi mai, ma conquistare e convincere con la propria virtù. Questo il pensiero di Giacomo Matteotti, il quale fin dal 1910 aveva già scritto in La Recidiva: “Per l’Italia nostra, troppo ricca di delinquenti e di analfabeti insieme, nelle disgraziate regioni meridionali, ci permettiamo un unico atto di fede, contro ogni dubbio che dia veste scientifica all’inerzia, al malvolere; crediamo all’utilità dell’istruzione…”. A Matteotti va il merito di essere stato un riformista moderato e realista. Dal quale le nuove generazione devono trarre insegnamento e il meritorio monumento innalzato in piazza a Rovigo ci ricorda che le dittature, quella fascista nella fattispecie, uccidono gli uomini non le loro idee.