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I MOTIVI DEL NO ALLA COMUNIONE IN MANO

(Gianluca MARTONE) Una delle questioni piu’ dibattute in questi ultimi anni in seno alla Chiesa Cattolica è senza dubbio l’ammissibilità o meno della comunione ricevuta in mano anziché in bocca. E’ importante analizzare questa delicata questione, facendo riferimento al Magistero e alla Tradizione della Dottrina Cattolica. S. Agostino disse: «A forza di veder tutto, si finisce con l’accetta­re tutto». Vero. I più si sono adeguati a questo nuovo stile in buona fede, dopo di aver assi­stito abitualmente a questa no­vità di celebrazione eucaristica, servita da sacerdoti adeguatisi al gusto del giorno. Infatti, nella Chiesa cattolica, è sempre stato uso ricevere la santa Comunione nella boc­ca, distribuita dal Sacerdote, il quale agisce “in persona Chri­sti”. Per questo, S. Pio X inserì esplicitamente nel suo Catechi­smo Maggiore questo vene­rando costume liturgico: «…Nei momenti di ricevere la santa Comunione, bisogna trovarsi in ginocchio, tenere la testa lievemente alzata, gli oc­chi modestamente rivolti verso la santa Ostia, la bocca suffi­cientemente aperta, con la lin­gua un pochino avanzata sul labbro inferiore. Bisogna tenere la tovaglia o il piattello (pa­tena) della Comunione in mo­do che essi ricevano la santa Ostia se dovesse cadere… Se la santa Ostia si attaccasse al palato, bisognerebbe distaccar­la con la lingua, e giammai con la dita». (Catechismo Maggiore, parte IV, c. IV). Non sono dettagli di poca importanza, ma manife­stano la cura di sempre della Chiesa per promuovere il mas­simo rispetto per il SS. Sacra­mento e anche per le minime particelle consacrate. False, comunque, sono state tut­te le chiacchiere di quei sacerdoti che si son dati a raccontare che, nei pri­mi secoli della Chiesa, la distribu­zione della Comunione era senza adorazioni né genuflessioni, che si servivano anche da soli, a do­micilio, intorno a un tavolo. La verità storica è tutt’altro. Certo, le persecuzioni obbliga­vano i cristiani a radunarsi in pri­vato, magari nelle catacombe. Quindi, gli altari di fortuna, le ta­vole, non furono mai la regola, ma solo l’eccezione. Prima di questo, il rispetto all’Eucaristia faceva sì che si scegliessero so­prattutto le tombe dei Martiri come altari. San Felice (Papa dal 269 al 274) ordinò che la Messa fosse celebrata sulla tomba di un Martire (Cfr. Liber Pontificalis, tomo I, p. 158, ed. J. Bayet, Paris. E de Boccard 1955, p. 71 ss.). E questa deci­sione regolarizzava un uso già stabilito (cfr. “Dictionaire d’Ar­chéologie chrètienne et de Li­turgie”, Paris, èd. Letpuzey et Ané., 1914, tome I, art. AUTEL, col. 3165-68). San Pio I (Papa dal 141 al 156) aveva già inculcato il rispetto della Chiesa, “casa di Dio”, e dell’altare. Anche san Soterio (Papa dal 167 al 175) (Cfr. Ibdem­Regesta, pp. 921-922). Si legga anche S. Ireneo di Lione (130­208) (cfr. “Contra haereses”, livre IV, c. 18, n. 6, PG, tome VII, col. 1029). E si leggano i San Grego­rio di Nyssa (335-394), i Sant’A­gostino d’Ippona (354-430), S. Pietro Grisologo (406-450)… e via via! La moda, quindi, della “Cena” intorno a un tavolo non è, dunque, di tradizione apostoli­ca, bensì di quel ex-frate mas­sone Lutero che fantasticò No­stro Signore che celebrava rivolto al “popolo” (I. c. p. 1-8). Così pure non ci fu MAI l’uso di passare di mano in mano, su un piatto o in un canestro, l’Ostia consacrata. Questa non veniva presa, ma ricevu­ta… e solo dalla mano di un Sacerdote. Lo affermò anche Tertulliano: «Non la riceviamo dalla mano di altri, nec de aliorum manu su­mimus» (Cfr. Liber de Corona, III, 3-RL., tomo li, col. 79). È, dunque, storicamente falso ogni altro dire!

S. Sisto I (Papa dal 117-al 136) scrisse: «Solo i ministri del culto sono abilitati a toccare i sacri misteri: hic constituit ut mysteria sacra non tangeren­tur nisi a ministris» (cfr. Liber Pontificalis, tomo I, p. 57-Man­si I. 653; e cfr. “regesta Ponti­ficum Romanorum”, p. 919). L’abitudine di alcuni di fare di­versamente, spinse la Chiesa a prendere delle sanzioni per far adempiere le norme apostoli­che. San Damaso (Papa dal 366 al 384) interdisse l’abitudi­ne di tenere in privato l’Alimen­to divino: “oblationes sub do­minio laicorum detineri vetat” (Cfr. Regesta, p. 931). Il Conci­lio di Saragozza, nel 380, lan­ciò l’anatema (canone III) con­tro coloro che facevano come ai tempi di persecuzione. Lo stesso fu fatto dal Concilio di Toledo, nell’anno 400 (canone XIV). Ma già prima, da Santo Stefano (Papa dal 254 al 257) aveva prescritto che «i laici non dovevano considerare le funzioni ecclesiastiche come fossero loro attribuite» (Cfr. Regesta, p. 925-Mans I, 889). Gli abusi, quindi, non erano la regola della Chiesa primitiva, né della Chiesa primitiva, il co­stume tradizionale di comuni­carsi. S. Leone I (Papa dal 440 al 461) voleva che il Sacramento dell’Eucarestia si ricevesse tramite la bocca: «hoc enim ORE sumitur quod Fide te­netur» (cfr. F L., tomo 54, col. 452). Papa Agapito I nel 536, compì un miracolo di guarigione im­provvisa durante la Messa: “cumque ei Dominicus Corpus mitteret in os”, cioè dopo aver dato l’Ostia consacrata nella bocca. I soli che si comunicavano in piedi e con la mano, furono gli Ariani; ma questi negavano la divinità di Cristo e vedevano nell’Eucarestia solo un semplice simbolo d’unione. La Chiesa cattolica, quindi, non ha MAI cambiato disciplina.
S. Tommaso d’Aquino, il mag­gior dottore della Chiesa catto­lica (1225-1274), si fece eco di questa prescrizione apostolica: «La distribuzione del Corpo di Cristo appartiene al Sacerdo­te per tre motivi: in primo luo­go, perché è lui che consacra, tenendo il posto di Cristo. Ora, è Cristo stesso che ha consa­crato il suo Corpo nella Cena, ed è Lui stesso che lo ha dato agli altri da mangiare. Dunque, come la consacrazione del Cor­po di Cristo appartiene al Sa­cerdote, altrettanto appartiene a lui la distribuzione. In secon­do luogo, il sacerdote è stabili­to intermediario tra Dio e il po­polo. Di conseguenza, come a lui spetta l’offrire a Dio i doni del popolo, altrettanto spetta a lui donare al popolo i doni san­tificati da Dio. In terzo luogo, per il rispetto dovuto a questo Sacramento, nulla può toccarlo che non sia consacrato. Per questo motivo, il corporale e il calice vengono consacrati, ed altrettanto le mani del Sacer­dote vengono consacrate per toccare questo Sacramento, e nessun altro ha il diritto di toccarlo, se non in caso di necessità». (Cfr. Summa Teolo­gica, III.a pars, q. 82, a. 3). Il Concilio di Trento, nel 1551, dirà: «… Questo costu­me deve essere ritenuto di diritto e a giusto titolo come proveniente dalla Tradizione apostolica» (cfr. Sess. XIII, DE EUCHARISTIA, c. VIII-Denz Sch. Enchridion… ed. 33 a, N. 16-48°). Lo stesso Papa Paolo VI, nella sua enciclica “Mysterium Fidei” (3.9.1965), scrisse che “non bi­sognava cambiare il modo tradizionale di ricevere la Co­munione” (&& 61-62). Anche il “Memorial Domini” (29 maggio 1969), richiama alla disciplina cattolica: «… Tenuto conto della situazione attuale della Chiesa nel mondo inte­ro, questa maniera di distri­buire la santa Comunione de­ve essere conservata, non so­lamente perché essa ha dietro di sé una tradizione plurise­colare, ma soprattutto perché essa esprime il rispetto dei fedeli verso l’Eucarestia… questo modo di agire, devesi considerare tradizionale, assi­cura più efficacemente che la santa Comunione venga distri­buita con il rispetto, il decoro e la dignità che le competono (…). Una forte maggioranza di vescovi ritiene che nulla debba essere cambiato alla disciplina attuale».

Invece,nel periodo immediatamente successivo al Vaticano II (con alcuni accenni da prima), s’in­cominciò la rivoluzione; il “fumo di Satana” inondò tutto il Tem­pio di Dio della Chiesa cattoli­ca. Fu una vera rivoluzione! Si sono truccati persino i testi pri­mitivi; si sono truccate sistema­ticamente anche le enciclope­die, i dizionari, i testi di teologia, di spiritualità, di archeologia, di liturgia, di catechesi mistogogi­che e via dicendo. Si sono fatte affermazioni gratuite, citando vicendevolmente da un testo al­l’altro, giochi da ping-pong che valsero per gli ingenui, gli im­preparati, i sentimentali, i pro­pensi alle grullerie, come fosse­ro del materiale scientificamen­te dimostrato. Così i fedeli vennero gabbati a gettito continuo, abbagliati con mezzi gonfiati dal padre della menzogna, travestito da angelo di luce. Occorre afferma­re che coloro che comunicano, ingiungendo di comunicarsi con la mano, commettono cer­tamente un atto peccaminoso sotto diversi aspetti. Per primo, sarebbe una disub­bidienza alla Tradizione catto­lica. E poi, sarebbe un’ingiusti­zia per l’empietà che com­mette verso Dio di cui lede la Maestà, e verso il Sacerdote cattolico di cui usurpa le prero­gative. Certo, solo Dio sa quale misura abbiano questi peccati, non solo materiali ma anche formali. È incredibile che si sia dimenticato quanto ci insegna­vano prima, in proposito, che era già materia leggera, nel sa­crilegio se si toccava un calice, una patena e altri pannolini sa­cri, senza essere stati autoriz­zati (cfr. Codice 1306). I fedeli che non si sono lasciati sorprendere dal gioco dei mo­dernisti e progressisti, si astene­vano dal comunicarsi con la mano. Ma c’era proprio da do­mandarsi come si è giunti fino a quel punto. Il principio fu del clero che cessò di trasmettere le verità di fede al popolo dei battezzati, facendone delle pe­corelle smarrite ed erranti. Ma possibile che non si sappia che la “Comunione sulla ma­no” faceva parte di un “piano massonico” da lunga data pre­parato? Eppure, proprio la CEI (novembre 1989), con un vero “colpo di mano” da parte di vescovi progressisti e neo­modernisti, approfittando del­l’assenza di molti Presuli, da un loro raduno su questo tema, riuscì a far passare l”’ordi­nanza” con un solo voto in più! E così, questo “placet” diven­ne “causa” di profanazioni sacrileghe, di sottrazioni di Ostie consacrate per usi sa­crileghi, di “messe nere”, di dispersione di frammenti per terra, di allontanamento, infi­ne, delle anime dei fedeli dal ringraziamento dopo la Mes­sa, così da sfumare il senso del divino. Per fare questo, si è pro­ceduto a tappe: dall’obbligo (“bisogno”) si passò alla conve­nienza (“conviene”); dalla con­venienza, poi, si passò al si­lenzio, perché non ci fu più, o quasi, il ringraziamento. Eppure, Pio XII aveva scritto: «Raccogliti nel segreto e gioi­sci del tuo Dio, poiché tu pos­siedi Colui che il mondo inte­ro non può toglierti» (cfr. “Me­diator Dei”, 20 settembre 1947). Piano piano, si abrogò che il Sacerdote facesse l’abluzione delle sue dita dopo la Comunio­ne; si eliminò quasi del tutto il digiuno, previa l’assunzione eu­caristica; si è tolto il Santissi­mo Sacramento dal centro dell’altare, mettendolo “in la­terale”, in oscura posizione: si ridussero e si finì col disusare sia le private che le pubbliche devozioni latreutiche para-litur­giche; si tolse dai calendari la solennità del Corpus Domini; si minuscolizzarono le iniziali delle parole sacre; si tolsero i banchi col genuflessorio, sosti­tuendolo con banali sedie e, og­gi, si sono tolte anche queste; non si parlò più della neces­sità della confessione prima di ricevere la santa Comunione, quando fosse necessaria per peccati gravi; si fan trattare le Sacre Specie da tante mani in­degne, e si è arrivato persino, in USA, a spedire, per posta, l’O­stia consacrata a coloro che de­sideravano comunicarsi.
In una accorata lettera scritta alcuni anni fa, don Marcello Stanzione, Fondatore della Milizia di San Michele Arcangelo, ha cosi analizzato questa delicata questione:” Sono nato nel 1963, sono entrato in seminario nel 1983 e sono stato ordinato sacerdote nel 1990. La mia formazione teologica non è stata assolutamente “conservatrice” o “preconciliare”, ma fin da ragazzo ho sentito istintivamente un senso di disagio nel dare o ricevere la Santa Comunione sulla mano.
Poche sere fa, insieme al Direttore Gianluca Barile, ho avuto modo di discutere dell’argomento a cena con il Cardinale Francis Arinze, Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, che si è detto assolutamente contrario all’amministrazione della particola sulla mano. Attraverso i secoli, illustri teologi e grandi mistici ci hanno insegnato che la Santa Eucarestia è veramente il Corpo, il Sangue, l’Anima e la Divinità di Gesù Cristo.
I Padri del Concilio di Trento definirono il Divino Sacramento con precisione e cura, San Tommaso d’Aquino ci ha insegnato che, al di là della venerazione verso questo Sacramento, toccare ed amministrare il Sacramento spetta solo al sacerdote o al diacono. Per secoli, i genitori cattolici, a casa, così come le suore docenti a scuola e le catechiste in parrocchia, hanno insegnato che era sacrilegio per chiunque toccare l’Ostia Santa, tranne che per il sacerdote o il diacono. Attraverso i secoli, i Papi, i vescovi, i preti ci hanno insegnato la stessa cosa, non tanto con le parole, ma con l’esempio, specialmente con la celebrazione della Messa secondo il rito di San Pio V, in cui c’era, in ogni gesto che il sacerdote faceva, profondo rispetto per il Divino Sacramento, in quanto vero Corpo di Cristo.
Dunque, l’introduzione della Comunione sulla mano dimostra un’inosservanza di quanto i nostri Padri, lungo i secoli, ci hanno insegnato. E benché questa pratica sia stata introdotta ed erroneamente presentata come uno sviluppo liturgico autentico del Concilio Vaticano II, in realtà la Comunione sulla mano non solo non è uno sviluppo liturgico autentico ordinato dal Concilio Vaticano II, ma mostra disobbedienza e disprezzo totali nei confronti di secoli di insegnamento e pratica. La Comunione sulla mano fu introdotta sotto un falso ecumenismo, attraverso compromessi e falso senso di tolleranza, portando ad una profonda irriverenza ed indifferenza verso il Santissimo Sacramento. La Comunione sulla mano non è menzionata in nessun documento del Vaticano II, né se ne parlò nei dibattiti conciliari. Prima del Vaticano II non c’è testimonianza storica di vescovi, preti o laici che abbiano richiesto ad alcuno l’introduzione della Comunione sulla mano. Al contrario, chiunque crebbe nella Chiesa preconciliare, ricorderà chiaramente che gli fu insegnato che era sacrilegio per chiunque, tranne che per il prete, toccare l’Ostia Sacra. Lo mette in evidenza l’insegnamento di San Tommaso d’Aquino, il quale nella sua Summa Teologica spiega : “Dispensare il Corpo di Cristo spetta al sacerdote per tre ragioni: perché egli consacra nella persona di Cristo. Ma come Cristo consacrò il Suo Corpo nell’Ultima Cena e fu Lui che ne diede agli altri per essere condiviso da loro, così, come la consacrazione del Corpo di Cristo spetta al sacerdote, anche la distribuzione spetta a lui; perché il prete è l’intermediario stabilito tra Dio e il popolo, quindi spetta a lui offrire i doni del popolo a Dio, così spetta a lui distribuire i doni consacrati al popolo; perché, al di là del rispetto per questo Sacramento, nulla lo può toccare tranne ciò che è consacrato; allo stesso modo solo le mani del sacerdote lo possono toccare. Quindi a nessun altro è lecito toccarlo, tranne che per necessità, per esempio se stesse per cadere a terra, o altro, in qualche caso di emergenza” (ST. III, Q 82, Art. 13). San Tommaso, che nella Chiesa è il principe dei teologi, la cui Summa Theologica fu posta sull’altare vicino alle Scritture durante il Concilio di Trento, chiaramente insegna che spetta al prete e soltanto a lui toccare e distribuire l’Ostia Sacra, che solo ciò che è consacrato (le mani del sacerdote) deve toccare il Consacrato (l’Ostia Sacra). La Comunione sulla mano certamente fu praticata nella Chiesa antica, ma attenzione: gli uomini potevano ricevere l’Eucarestia sulla mano, mentre le donne non potevano riceverla sulle mani nude e dovevano coprirle con un indumento chiamato domenicale. Nel quarto secolo, San Cirillo di Gerusalemme insegnava ai fedeli che si doveva ricevere il Santissimo Sacramento con rispetto e attenzione. Con il passare del tempo, man mano che il rispetto ed il discernimento della vera natura del Santissimo Sacramento, grazie alla guida dello Spirito Santo, crebbe e si perfezionò, la pratica di porre l’Ostia sulla lingua del comunicando divenne sempre più diffusa, così che non ci fosse la più remota possibilità che la più piccola particella cadesse a terra e fosse dissacrata. La Comunione sulla mano fu condannata come un abuso al Sinodo di Rouen nell’anno 650, così che si può dire con ragionevole certezza che, grazie al desiderio di maggior rispetto e come salvaguardia contro la dissacrazione, era la norma ricevere l’Ostia sulla lingua”.
Di recente, anche il Cardinale Raymond L. Burke è tornato su questo spinoso argomento con la prefazione a Corpus Christi, la communion dans la main au cœur de la crise de l’Église (Contretemps 2014) di mons. Athanasius Schneider, recente edizione francese di Corpus Christi. La santa comunione e il rinnovamento della Chiesa, pubblicato nel 2013 da Libreria Editrice Vaticana:” La Santa Eucaristia è il mistero per eccellenza della fede. Mediante l’azione della Santa Messa, Cristo, assiso in gloria alla destra del Padre, discende sugli altari delle chiese e delle cappelle di tutto il mondo per rendere nuovamente presente il suo sacrificio sul Calvario, sacrifico unico con il quale l’uomo è salvato dal peccato e perviene alla vita in Cristo grazie all’effusione dello Spirito Santo. È mediante la santa Eucaristia che la vita quotidiana di un cattolico riceve simultaneamente ispirazione e forza. Mi ricordo bene, nella mia infanzia, la diligenza di cui davano prova i miei genitori, così come i sacerdoti e le suore della scuola cattolica, per preparare i bambini a ricevere per la prima volta la santa Comunione. Mi sovvengono anche i frequenti richiami alla riverenza e all’amore che dovevamo dimostrare ricevendo la santa Comunione e facendo il ringraziamento subito dopo la ricezione del sacramento. All’epoca della mia prima comunione, il 13 maggio 1956, la santa Ostia si riceveva alla balaustra, sulla lingua e in ginocchio, con le mani ricoperte da una tovaglia. Questo modo di ricevere la santa Comunione mi ha sempre colpito come la più alta espressione dell’infanzia spirituale insegnata da Nostro Signore (Mt 18,1-4), e di cui santa Teresa di Lisieux è una delle figure più notevoli. Proprio in quel periodo della mia vita, mio padre era gravemente malato ed era costretto a letto in casa. Morì nel mese di luglio 1956. Ricordo la grande preparazione e l’attenzione che egli manifestava ogni volta che il sacerdote veniva a portargli la santa Comunione. Si preparava una piccola tavola di fianco al suo letto, con un crocifisso, dei ceri e una tovaglia speciale. Si accoglieva il sacerdote in silenzio alla porta con un cero acceso e, anche se mio padre non poteva alzarsi, tutti restavano in ginocchio durante la cerimonia. Anni più tardi, nel maggio 1969, è stata autorizzata la pratica di ricevere la Comunione in mano, a discrezione delle Conferenze episcopali, in parallelo con la pratica plurisecolare di ricevere la Comunione direttamente sulla lingua. Uno degli argomenti avanzati per introdurre la seconda opzione era l’esistenza di un uso antico di ricevere la santa Comunione in mano. Nello stesso tempo, l’istruzione della Congregazione per il Culto Divino, che permetteva la pratica della ricezione della santa Comunione in mano, sottolineava il fatto che la tradizione plurisecolare di ricevere la Comunione sulla lingua doveva essere preservata a motivo del rispetto dei fedeli verso la santa Eucaristia che questa pratica esprime. In questo senso, è interessante notare che il Papa Paolo VI (durante il cui pontificato è stato dato il permesso di ricevere la santa Comunione in mano), nella sua lettera enciclica Mysterium Fidei sulla dottrina e il culto del Santissimo Sacramento, promulgata quattro anni prima della concessione del permesso, si riferisce a un costume antico dei monaci che vivevano in solitudine, nonché dei cristiani perseguitati, secondo il quale essi prendevano la santa Comunione con le loro proprie mani. Tuttavia, il Papa aggiunge subito che questo riferimento ad un uso di altri tempi non rimette in questione la disciplina che si è diffusa in seguito circa il modo di ricevere la santa Comunione. La pratica tradizionale si comprende meglio alla luce dell’ermeneutica della riforma nella continuità, contrapposta all’ermeneutica della discontinuità e della rottura, di cui ha parlato il Papa Benedetto XVI nel suo discorso di Natale 2005 alla Curia romana. Nell’ermeneutica della continuità, l’unica Chiesa «cresce nel tempo e […] si sviluppa, rimanendo però sempre la stessa». Così, la pratica tradizionale di ricevere la santa Comunione manifesta una crescita ed uno sviluppo tanto della Fede eucaristica, quanto delle espressioni di riverenza verso il Santissimo Sacramento. Si potrebbe dire a proposito del modo tradizionale di comunicarsi ciò che il Papa Benedetto XVI diceva a proposito dell’Adorazione eucaristica nell’Esortazione Apostolica postsinodale Sacramentum Caritatis: «l’Adorazione eucaristica non è che l’ovvio sviluppo della Celebrazione eucaristica, la quale è in se stessa il più grande atto d’adorazione della Chiesa». Sfortunatamente, l’iniziativa di ristabilire l’uso antico sopraggiunse proprio in un momento in cui numerosi abusi liturgici avevano gravemente sminuito la riverenza e la devozione dovute al Santissimo Sacramento. Inoltre, il periodo conosceva una secolarizzazione e un relativismo crescenti, i cui effetti furono devastanti nella Chiesa. Per di più, la “restaurazione” di questa pratica fu incompleta, perché si limitò alla ricezione della Comunione in mano, senza però includere gli altri ricchissimi dettagli dell’uso antico. In esito a tutto ciò, la ricezione della santa Comunione è diventata l’occasione di negligenze – anzi, addirittura di vere e proprie irriverenze – e, in qualche caso particolarmente deplorevole, il Santissimo Sacramento ricevuto in mano non viene consumato, ma, al contrario, assoggettato a varie forme d’abuso, fino al caso estremo in cui qualcuno porta via il Corpo di Cristo per profanarlo più tardi nel corso di una “messa nera”. Nella mia personale esperienza pastorale, i casi in cui la santa Ostia era stata lasciata in un libro di canti o in qualche altro posto, o anche portata a casa per la devozione privata – mi spiace doverlo segnalare – non sono stati rari. È ugualmente triste aver visto abbastanza spesso alcuni comunicanti strapparmi letteralmente l’Ostia dalle mani piuttosto che ricevere il Corpo di Cristo in modo conveniente”.

Pubblico infine un’importante risposta data nel 2002 dal Prefetto della Congregazione del Culto Divino e della Disciplina dei Sacramenti su questa questione di fondamentale rilevanza per il futuro della Chiesa Cattolica:” A questa Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti sono recentemente giunte notizie di fedeli membri della vostra Diocesi cui veniva rifiutata la Santa Comunione ove non stessero in piedi per riceverla, invece che in ginocchio. È riportato che tale politica era stata annunziata ai parrocchiani. Ci sono sospetti che un simile fenomeno possa in qualche modo espandersi ulteriormente nella Diocesi, ma la Congregazione non è in grado di verificarlo. La Congregazione è effettivamente preoccupata di fronte al numero di tali lamentele ricevute negli ultimi mesi da varie direzioni, e ritiene che qualsiasi rifiuto della Santa Comunione ad un fedele sulla base del suo modo di presentarsi sia una grave violazione di uno dei più fondamentali diritti del fedele cristiano, precisamente quello di essere assistito dai suoi Pastori per mezzo dei Sacramenti (CIC 213). E tenendo conto della norma per cui “i ministri dei sacramenti non possono negarli a chi legittimamente li chiedono, essendo propriamente disposti e non sia loro vietato di riceverli” (canone 843 comma 1), non dovrebbe esserci un tale rifiuto ad alcun cattolico che si presenti per la Santa Comunione alla Messa, tranne casi che presentino pericolo di grave scandalo ad altri credenti, che scaturisca da peccato pubblico impenitente od eresia impenitente o scisma, pubblicamente professati o dichiarati, della persona. Anche ove la Congregazione abbia approvato norme sulla posizione del fedele durante la Santa Comunione, in accordo con gli adeguamenti ammessi alla Conferenza Episcopale dall’Institutio Generalis Missalis Romani 160 comma 2, ciò è stato fatto colla clausola per cui su tale base non si potrà negare la Santa Comunione ai comunicandi che sceglieranno di inginocchiarsi. E fattivamente, e come sua Eminenza Card. Joseph Ratzinger ha recentemente sottolineato, la pratica d’inginocchiarsi per la Santa Comunione ha in suo favore una tradizione secolare, ed è un segno particolarmente eloquente di adorazione, completamente adeguato alla luce della presenza vera, reale e sostanziale di Nostro Signore Gesù Cristo sotto le specie consacrate. Conviene ai sacerdoti il capire che la Congregazione terrà molto serio conto di future lamentele di tale natura, e se esse venissero verificate è determinata a richiedere azioni disciplinari consone al peso dell’abuso pastorale. + Jorge A. Cardinale Medina Estévez, Prefetto +Francesco Pio Tamburrino, Segretario Arcivescovile”.

Lo scorso 10 giugno 2015, sul sito cattolico “Aleteia” è stato pubblicata un’eccezionale testimonianza del Vescovo Fulton Sheen sul suo amore per l’Eucarestia:” Qualche mese prima di morire, il vescovo Fulton J. Sheen venne intervistato dalla televisione nazionale: “Vescovo Sheen, migliaia di persone in tutto il mondo si ispirano a lei. A chi si è ispirato? Forse a qualche papa?” Il vescovo rispose che la sua più grande fonte di ispirazione non era un papa, un cardinale o un altro vescovo, e nemmeno un sacerdote o una suora, ma una bambina cinese di 11 anni. Spiegò che quando i comunisti avevano preso il potere in Cina, avevano arrestato un sacerdote nella sua rettoria, vicino alla chiesa. Il sacerdote osservò spaventato dalla finestra come i comunisti invadevano il tempio e si dirigevano al santuario. Pieni di odio, profanarono il tabernacolo e presero il calice gettandolo a terra, spargendo ovunque le ostie consacrate. Era un periodo di persecuzione, e il sacerdote sapeva esattamente quante ostie c’erano nel calice: trentadue. Quando i comunisti si ritirarono, forse non avevano visto o non avevano prestato attenzione a una bambina che, pregando nella parte posteriore della chiesa, aveva visto tutto ciò che era accaduto. Di sera la piccola tornò e, eludendo la guardia posta nella rettoria, entrò nel tempio. Lì fece un’ora santa di preghiera, un atto d’amore per riparare all’atto di odio. Dopo la sua ora santa, entrò nel santuario, si inginocchiò e, chinandosi in avanti, con la lingua ricevette Gesù nella Sacra Comunione (all’epoca ai laici non era permesso di toccare l’Eucaristia con le mani). La piccola continuò a tornare ogni sera, facendo l’ora santa e ricevendo Gesù Eucaristico sulla lingua. La trentesima notte, dopo aver consumato l’ostia, per caso fece rumore e attirò l’attenzione della guardia, che le corse dietro, l’afferrò e la colpì fino a ucciderla con la parte posteriore della sua arma. A questo atto di martirio eroico assistette il sacerdote, che sconsolato guardava dalla finestra della sua stanza trasformata in cella di prigionia. Quando il vescovo Sheen ascoltò quel racconto, fu talmente ispirato da promettere a Dio che avrebbe compiuto un’ora santa di preghiera davanti a Gesù Sacramentato tutti i giorni per il resto della sua vita. Se quella bambina aveva dato con la propria vita una testimonianza della reale presenza del suo Salvatore nel Santissimo Sacramento, il vescovo si vedeva obbligato a fare lo stesso. Il suo unico desiderio sarebbe stato attirare il mondo al Cuore ardente di Gesù nel Santissimo Sacramento. La piccola insegnò al vescovo il vero valore e lo zelo che si deve nutrire per l’Eucaristia; come la fede può sovrapporsi a qualsiasi paura e come il vero amore per Gesù nell’Eucaristia deve trascendere la propria vita”.

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