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IL RAPPORTO TRA SCIENZA E FEDE

(di Gianluca MARTONE) Uno degli argomenti piu’ dibattuti in questi ultimi anni è il rapporto tra la scienza e la fede, sul quale occorre operare alcuni chiarimenti importanti. Alcuni mesi fa, un interessante dossier pubblicato dal sito cattolico UCCR ha cercato di spiegare questo delicato legame:” Il concetto di libera creazione da parte di Dio portato dalla visione ebraico-cristiana fu fondamentale per lo sviluppo del metodo scientifico: per scoprire come sia in realtà l’universo o come effettivamente funzioni, non vi è alternativa dall’andare a vedere direttamente ciò che Dio aveva in mente. Il cammino dalla creazione (e dalle creature) al Creatore risultò la strada più ovvia per arrivare alla comprensione e alla conoscenza di Dio, e in particolare la venuta di Cristo fu decisiva poiché, come ha affermato il fisico britannico Peter E. Hodgson (1928-2008), dell’University College London, «l’incarnazione di Cristo ha fornito ulteriori convinzioni per la scienza: ha spezzato l’idea che il tempo fosse ciclico, ha nobilitato la materia pensando che fosse adatta a formare il corpo e il sangue di Cristo; ha superato il panteismo, dichiarando che la materia è creata e non generata». Tutte convinzioni «necessarie per lo sviluppo della scienza». Una frase di Albert Einstein (1879-1955) sintetizza perfettamente la nuova mentalità che portò il cristianesimo rispetto al modo di approcciarsi alla realtà e all’universo: «La scienza contrariamente ad un’opinione diffusa, non elimina Dio. La fisica deve addirittura perseguitare finalità teologiche, poichè deve proporsi non solo di sapere com’è la natura, ma anche di sapere perchè la natura è così e non in un’altra maniera, con l’intento di arrivare a capire se Dio avesse davanti a sè altre scelte quando creò il mondo» (citato in Holdon, “The Advancemente of Science and Its Burdens”, Cambridge University Press 1986, pag. 91). Dopo Cristo, non si potè più dedurre -come pensavano i greci- il funzionamento dell’universo semplicemente ragionando a partire da principi filosofici a priori, per conoscere Dio occorreva studiarne la creazione. La magia e l’astrologia, in quanto fondate sull’animismo e sul politeismo panteista, cominciarono ad essere considerate pure superstizioni irrazionali e deprecabili, solo nell’Europa cristiana l’alchimia si evolvette in chimica e l’astrologia condusse all’astronomia. Nacque la concezione di un universo come “creatura” da studiare ed indagare, non un’insieme di divinità, o un “animale divino”. Il filosofo russo Nikolaj Berdjaev (1874-1948) scrisse giustamente che «il cristianesimo meccanizzò la natura per restituire all’uomo la libertà», cioè per liberarlo dalla sottomissione del volere degli astri, delle divinità irrazionali nascoste in ogni angolo della natura. Dalla visione teista e cristiana vennero creati quindi i presupposti per il pensiero scientifico. Le conquiste straordinarie che si ottennero dal 1500 d.C. in poi, non vennero certo prodotte da un’esplosione di pensiero laico. Come ha notato in proposito il grande storico della scienza A.C. Crombie, primo docente ad insegnare storia della scienza all’Università di Oxford, «il sentimento che avrebbe inspirato gran parte della scienza del tredicesimo secolo era stato in realtà espresso già all’inizio di quel secolo dal fondatore (san Francesco d’Assisi) di un ordine che avrebbe dato tanti grandi innovatori al pensiero scientifico occidentale, particolarmente in Inghilterra. Fu questo, non vi è dubbio, il sentimento che inspirò Grossatesta, Ruggero Bacone e Peckham a Oxford» (A.C. Crombie, “Da Sant’Agostino a Galileo. Storia della scienza dal quinto al diciassettesimo secolo”, Feltrinelli 1970, p. 149,150). Fu effettivamente la forte convinzione teistica a indurre Francesco Bacone (1561-1626), considerato da molti il padre della scienza moderna, a insegnare che Dio ci ha fornito due libri, quello della natura e la Bibbia, e che per essere istruiti in maniera davvero adeguata bisogna applicare l’intelletto allo studio di entrambi. E come lui la pensavano i padri della scienza moderna, come Galilei, Keplero, Copernico, Pascal, Boyle, Newton, Faraday, Babbage, Mendel, Pasteur, Kelvin, Maxwell… tutti teisti, e in gran parte devoti cristiani (qui si possono leggere loro citazioni in merito). La loro fede era spesso la principale ispirazione, ad esempio la forza trainante alla base dell’intelletto indagatore di Galileo (1564-1642), era la sua profonda convinzione che il Creatore «che ci ha dotati di sensi, di discorso e d’intelletto, abbia voluto, posponendo l’uso di questi, darci con altro mezzo le notizie che per quelli possiamo conseguire» (citato in J. Lennox, “Fede e Scienza”, Armenia 2009, pag. 23). Mentre per Giovanni Keplero (1571-1630), «lo scopo principale di ogni indagine sul mondo esterno dovrebbe essere quello di scoprire l’ordine razionale che vi è stato imposto da Dio e che egli ci ha rivelato con il linguaggio della matematica» (citato in M. Kline, “Mathematics: the loss of certainty”, Oxford University Press 1980, pag. 31). Nel XVI secolo, Cartesio (1596-1650) giustificò la sua ricerca delle «leggi» naturali sul fatto che tali leggi dovessero esistere perché Dio era perfetto, e agiva «nel modo più costante e immutabile possibile» – tranne che nelle rare eccezioni dei miracoli (Cartesio, “Oeuvres”, libro 8, cap. 61). Il biochimico e teologo Ernest Lucas, professore onorario di Theology and Religious Studies presso l’University of Bristol, ha infatti giustamente confermato che «gli storici della scienza hanno riconosciuto sempre più spesso questo fatto: la fiducia dei primi scienziati moderni, Keplero, Bacone, Newton, di poter indagare il mondo trovandolo ordinato ed intellegibile scaturiva dalla fede cristiana. In secondo luogo, essi credevano di essere fatti ad immagine di Dio, e che quindi la loro mente sarebbe stata in grado -tanto per citare le famose parole di Keplero- di “pensare i pensieri di Dio dopo di Lui”, e di scoprire quell’ordine» (intervista in R. Stannard, “La scienza e i miracoli”, Tea 2006, pag. 221-222).

Non soltanto i padri della scienza erano guidati dalla fede cristiana, ma poterono confrontarsi grazie alle università, sorte durante il Medioevo. Lo conferma uno dei più importanti storici delle religioni viventi, Rodney Stark (1934), spiegando che le grandi innovazioni scientifiche «furono il culmine di molti secoli di progressi sistematici portati avanti dagli scolastici medievali e sorretti da un’invenzione del XII secolo prettamente cristiana: l’Università. Scienza e religione non erano solo compatibili, ma addirittura inseparabili, e la scienza nacque grazie a studiosi cristiani profondamente religiosi» (R. Stark, “La vittoria della ragione”, Lindau 2008). Le prime Università nacquero in Italia e in Europa, e non nel resto del mondo. E’ in questi luoghi, spesso di origine ecclesiastica e sotto il protettorato pontificio, che studiarono Galilei e gli altri padri della scienza e della medicina moderna. Il filosofo Stefano Zecchi, ordinario di estetica presso l’Università degli Studi di Milano, nel suo saggio “Storia dell’estetica, antologia di testi” (vol. I, Il Mulino 1995, p. 126,159), ha spiegato infatti: «L’origine anche medievale della scienza moderna è ben evidente qualora si studi la nascita dell’anatomia. Essa infatti sorge con le prime dissezioni di cadaveri umani, intorno al 1315 a Bologna. Per lungo tempo Bologna, Padova e Roma saranno le capitali mondiali di questa nuova scienza, abbondantemente favorita, come è chiaro dagli studi più recenti, dalla Chiesa cattolica» (si veda ad esempio M. Grmek – R. Bernabeo, “La macchina del corpo” in “Storia del pensiero medico occidentale”, vol. II, Laterna 1991, p.5; e G. Ferrari, “Il Rinascimento italiano e l’Europa: le scienze”, vol. V, p.341,361). E’ dunque il Medioevo, ancora oggi identificato come “secoli bui”, ad essere stato la culla della scienza. L’eminente storico della scienza, sir Alfred North Whitehead (1861-1947), dell’Università di Harvard, si domandò come poteva essere avvenuta una tale esplosione di conoscenze nel circoscritto periodo del 1700, e si rispose così: «La scienza moderna deve provenire dall’insistenza medievale sulla razionalità di Dio […]. La mia spiegazione è che la fede nella possibilità della scienza, generata anteriormente allo sviluppo della moderna teoria scientifica, sia un derivato inconscio della teologia medievale […]. Le ricerche sulla natura non potevano sfociare che nella giustificazione della fede nella razionalità» (A.N. Whitehead, “Science and the Modern World”, Macmillan 1925, pag. 19,31). Lo scrittore C.S. Lewis (1898-1963) sintetizzò così l’opinione di Whitehead: «Gli uomini divennero scientifici perché si aspettavano una legge in natura, e si aspettavano una legge in natura perché credevano in un legislatore». Anche lo storico e filosofo dell’Università di Bruxelles, Lèo Moulin (1906-1996), si è soffermato su questo: «Mi sono chiesto perché l’unica civiltà tecnologica e scientifica sia la nostra. Ho cercato di trovare le ragioni, posso garantire che ci rifletto da parecchio tempo, e l’unica spiegazione che ho trovato è la presenza del terriccio, dell’humus della cristianità. Perché? Perché Dio ha creato un mondo diverso da Lui, non si integra in esso» (L. Moulin, “L’europa dei monasteri e delle cattedrali“, Meeting per l’amicizia fra i popoli, Rimini 27/8/87). Nel maggio 2011 sul sito web di Nature, una delle riviste scientifiche più importanti del mondo, è apparsa una recensione al saggio di James Hannam, dottore in Storia e Filosofia della Scienza presso l’Università di Cambridge, intitolato “The Genesis of Science: How the Christian Middle Ages Launched the Scientific Revolution” (“La nascita della scienza: come il cristianesimo medioevale ha lanciato la rivoluzione scientifica”), selezionato per l’assegnazione del Royal Society Science Book Prize. Il ricercatore si è interrogato sul permanere di numerose leggende nere sulla presunta opposizione della Chiesa allo sviluppo scientifico, rispondendo: «la Chiesa non ha mai insegnato che la Terra fosse piatta e, nel Medioevo, nessuno la pensava così, comunque. I Pontefici non hanno cercato di vietare nulla, né hanno scomunicato qualcuno per la cometa di Halley. Nessuno, sono lieto di dirlo, è stato mai bruciato sul rogo per le sue idee scientifiche. Eppure, tutte queste storie sono ancora regolarmente tirate fuori come esempio di intransigenza clericale nei confronti del progresso scientifico». Al contrario, ha proseguito lo storico, fino alla Rivoluzione francese «la Chiesa cattolica è stata lo sponsor principale della ricerca scientifica. La chiesa anche insistito sul fatto che la scienza e la matematica avrebbero dovuto essere obbligatoria nei programmi universitari. Nel XVII secolo, l’ordine dei Gesuiti era diventata la principale organizzazione scientifica in Europa, con la pubblicazione di migliaia di documenti e la diffusione di nuove scoperte in tutto il mondo. Le cattedrali sono state progettate anche come osservatori astronomici per la determinazione sempre più precisa del calendario». Anche Hannam ha quindi sottolineato che tale sostegno alla ricerca scientifica è stato giustificato dal fatto che «i cristiani hanno sempre creduto che Dio ha creato l’universo e ordinato le leggi della natura. Studiare il mondo naturale significava ammirare l’opera di Dio. Questo “dovere religioso” ha ispirato la scienza quando c’erano pochi altri motivi per preoccuparsi di essa. È stata la fede che ha portato Copernico a respingere l’universo tolemaico, a spingere Keplero a scoprire la costituzione del sistema solare, e che convinse Maxwell dell’elettromagnetismo».
Nell’aprile 2012, lo storico Peter Harrison, docente e primo ricercatore presso il Centre of the History of European Discourses dell’University of Queensland, già docente presso l’Università di Edimburgo e Oxford, ha spiegato che «una alleanza tra scienza e ateismo è qualcosa che i fondatori della scienza moderna avrebbero trovato sconcertante. E’ noto da tempo che le figure chiave nella rivoluzione scientifica del XVII secolo hanno accarezzato sincere convinzioni religiose». Per loro, ha continuato, la religione «era parte integrante delle loro indagini scientifiche e ha fornito un fondamento metafisico fondamentale per la scienza moderna. Le vestigia delle convinzioni teologiche di questi pionieri della scienza moderna può ancora essere trovato nel comune presupposto che ci sono leggi di natura che possono essere scoperte dalla scienza». Occorre infine chiarire che sarebbe falso dire che non ci fu, per tutto questo, alcun antagonismo tra scienza e fede. Ad esempio John H. Brooke (1944), il primo docente di Scienza e Religione ad Oxford, ha spiegato: «Nel passato le credenze religiose servivano da presupposto dell’impresa scientifica fintanto che sottoscrivevano tale uniformità, anche se le particolari concezioni della scienza sostenute dai suoi pionieri erano spesso ispirate da credenze teologiche e metafisiche» (J. Brooke, “Science & religion: some historical perspectives”, Cambridge University Press 1991, pag. 19). La scienza nasce “serva” della teologia: cioè per capire l’opera di Dio, occorre fornirne una spiegazione. E’ esattamente così che si percepivano coloro che presero parte alle grandi conquiste del XVI e XVII secolo: come qualcuno che persegue i segreti della creazione (un “libro” che andava letto e compreso). E alcune volte, purtroppo, si è preteso che le scoperte scientifiche dovessero per forza confermare le scoperte teologiche”.
Anche il grande scienziato Albert Einstein affermò con coraggio che “la scienza conduce ad uno spirito immensamente superiore, come ha riportato lo scorso 12 marzo 2015 il sito cattolico UCCR in un interessante articolo, che pubblico integralmente:” E’stata ripresa una lettera del grande fisico Albert Einstein su Dio, indirizzata ad una giovane studentessa. Questa ragazza, di nome Phyllis, scrisse il 19 gennaio 1936 al già famoso scienziato riportandogli una domanda sorta nella sua classe: “Gli scienziati pregano? E cosa o chi pregano?” All’epoca erano pochi i personaggi che potevano rappresentare dignitosamente quell’intera elitè di personaggi riconducibili al nome “scienziato”, e certamente Einstein era tra questi. La semplicità e la natura della lettera avrebbero potuto scocciare o irritare uno scienziato di tal fama, ma ciò che più sorprende è proprio la stessa semplicità e la rapidità con cui il fisico rispose alla piccola studentessa, lettera che riporta la data del 24 gennaio 1936. Lo scienziato non perde tempo e chiarisce subito un dato: «gli scienziati credono, danno per scontato che ci siano delle leggi di natura a cui ogni cosa, ogni evento, e così anche ogni uomo devono sottostare. Uno scienziato, quindi, non tenderà a credere che il corso degli eventi possa vedersi influenzato dalla preghiera, ovvero dalla manifestazione soprannaturale di un desiderio». Ma, Einstein non si ferma e aggiunge un “however”, un “tuttavia”. Aggiunge un altro tassellino al ragionamento precedente: «Ad ogni modo, dobbiamo ammettere che la nostra conoscenza reale di queste forze è imperfetta, per cui, alla fine, credere nell’esistenza di uno spirito ultimo e definitivo dipende da una specie di fede. È una credenza generalizzata anche di fronte ai successi attuali della scienza». Questo è sicuramente un punto fondamentale: la scienza di per sé non annulla “una specie di fede”, anzi la provoca essa stessa nelle sue falle e debolezze. Ma la lettera non è ancora finita e Einstein pare affrontare proprio ora il succo del discorso, dando un giudizio molto più personale: «Allo stesso tempo, chiunque sia veramente impegnato nel lavoro scientifico si convince che le leggi della natura manifestano l’esistenza di uno spirito immensamente superiore a quello dell’uomo. In questo modo la ricerca scientifica conduce a un sentimento religioso di tipo speciale che è davvero assai differente dalla religiosità di qualcuno piuttosto ingenuo. Cordiali saluti, A. Einstein». Solamente chi è seriamente “impastato”, chi è davvero implicato nel ricercare la scienza diventa convinto di questo, è portato ad avere degli speciali sentimenti religiosi, cioè una particolare fede, che si distacca da quella comune, e che perciò contraddistinguerà l’uomo di scienza dalla massa”.
Di recente, anche la scienziata Fabiola Gianotti, attualmente a capo del Cern, ha cosi esaminato il suo rapporto con Dio:” «Si, io credo in Dio. Non ci sono contraddizioni tra scienza e fede, l’importante è lasciare i due piani separati: essere credenti o non credenti, non è la fisica che ci darà una risposta. La scienza si basa sulla dimostrazione sperimentale e la religione si basa su principi completamente opposti, cioè sulla fede, tanto più benemerito chi crede senza aver visto».
Anche il fisico Charles Townes, scomparso recentemente, cosi descriveva il suo rapporto con la fede, in un interessante articolo scritto da Francesco Agnoli sul “Timone”:” Charles Townes aveva vinto il Premio Nobel per la Fisica nel 1964; era membro della Pontificia Accademia delle Scienze; aveva vinto anche il Premio Templeton, per «contributi alla comprensione della religione». Ricevendo il Templeton aveva dichiarato che «lo sviluppo concreto della scienza fu possibile grazie alla religione monoteista» e che «lo stesso concetto di un universo governato in modo ordinato da un Dio era un presupposto per lo sviluppo delle leggi scientifiche». È stato autore di un saggio, La convergenza tra scienza e religione, pubblicato su IBM Journal Think e sul Mit Alumni Journal. In Italia ha partecipato al Meeting di Rimini del 2009. Ha detto: «Credo fermamente nell’esistenza di Dio, basandomi sull’intuizione, sulle osservazioni, sulla logica, e anche sulla conoscenza scientifica» (C.H. Townes, A letter to the compiler T. Dimitrov, 24/05/2002); «La scienza, con i suoi esperimenti e la logica, cerca di capire l’ordine o la struttura dell’universo. La religione, con la sua ispirazione e riflessione teologica, cerca di capire lo scopo o significato dell’universo. Queste due strade sono correlate. Io sono un fisico. Anch’io mi considero un cristiano. Mentre cerco di capire la natura del nostro universo in questi due modi di pensare, vedo molti elementi comuni tra scienza e religione. Sembra logico che a lungo i due potranno anche convergere» (C.H. Townes, Logic and Uncertainties in Science and Religion, in Proceedings of the Preparatory Session 12-14 November 1999 and the Jubilee Plenary Session 10-13 November 2000). «Ci si potrebbe chiedere: dove è Dio? Per me è quasi una domanda inutile. Se credi in Dio, non vi è alcun particolare “dove”, Lui è sempre lì, ovunque, Egli è in tutte queste cose. Per me, Dio è personale ma onnipresente. Una grande fonte di forza, Egli ha fatto una differenza enorme per me» (C.H. Townes, Making Waves, American Institute of Physics Press, 1995). «La religione è stata molto importante nella mia vita. Sono sempre stato ispirato e guidato dalla religione» (Il Sussidiario, 26 agosto 2009)”.
Lo scorso mese di dicembre 2015, è stato pubblicato un articolo molto importante sul “Timone”, scritto da Umberto Fasol, dall’eloquente titolo: “La scienza non potrà mai negare l’esistenza di Dio”:” Per il noto e influente fisico e biologo Edoardo Boncinelli sappiamo molto su quanto è accaduto qualche frazione di secondo dopo il Big Bang, conosciamo molte delle leggi della fisica che possono rendere ragione della formazione degli atomi e delle stelle, ma rimangono aperte le domande fondamentali o, “velenose”, come l’Autore stesso le chiama: “Da dove derivano le leggi fisiche che sembrano valere per tutti i tempi e tutte le regioni del cosmo? Perché sono quelle e non altre? È evidente che le leggi non possono giustificare se stesse [cioè la propria esistenza], ma solo i propri effetti. Evidentemente c’è ancora qualche problemino da risolvere…”. Oggi addirittura, a rincarare la dose di incertezza, gli scienziati ritengono che dobbiamo rassegnarci all’idea che il 95% (!) del tessuto dell’Universo sia formato da materia e da energia “oscura”, che non possiamo vedere con i nostri strumenti di indagine. La vita – prosegue Boncinelli – avrebbe potuto essere anche diversa se le cose fossero andate in altro modo, ma così è accaduto e non è stata fatta alcuna scelta, né dagli organismi né tanto meno dall’esterno del mondo. Invertendo il discorso della maggioranza dei filosofi greci e medievali, per Boncinelli, “il divenire è il fondamento dell’essere”, ovvero la materia è fatta in modo tale da evolvere, aggregarsi e disaggregarsi in modo continuo, all’interno dei paletti imposti dalle leggi note della fisica e della chimica, con tutta la variabilità generata dall’intreccio del caso e della necessità e non esiste dunque alcuna finalità nello sviluppo del mondo e quindi non si deve ricorrere ad alcuna Ragione che ne giustifichi la comparsa e il divenire. Ora, però, se è vero che la forza di gravità, la forza nucleare e la forza elettromagnetica possono rendere ragione dell’evoluzione dell’universo, non possono però spiegare la comparsa dell’Universo stesso al momento del big bang. Inoltre, queste forze fisiche non possono spiegare la complessità e la finalità-teleonomia (= la propensione verso uno scopo, rilevato persino dall’ateo J. Monod, nel suo famoso Il caso e la necessità) presenti negli esseri viventi. Ai viventi presi nel loro insieme e anche solo in ciascuno dei loro dettagli biochimici e morfologici, non sono riducibili ai loro ingredienti; il cuore, o il rene, o l’occhio, presi singolarmente, non solo non vivono e dopo qualche ora degenerano, ma soprattutto non hanno alcun senso.
Semplicemente non possono esistere da soli; la loro finalità si esplica in relazione con il tutto del corpo. È infatti l’organizzazione del corpo interno che fa vivere e dà significato ad ogni suo dettaglio-parte. Come spiegare questa relazione tra il tutto del vivente e ogni suo dettaglio? Da dove proviene? È impossibile trovare una risposta a questa domanda rimanendo all’interno della materia grezza: gli atomi non hanno una relazione con gli atomi che non toccano. Invece, nel corpo di un vivente come un mammifero le cellule del fegato sono in relazione anche con quelle del cervello e con quelle dello scheletro, che non vedono e non toccano: in virtù di quale proprietà intrinseca possono farlo? Questo è il mistero degli organismi viventi, di cui vediamo gli effetti, ma la cui causa non riusciamo a descrivere né in termini di fisica, né di chimica, né di biologia, né di informatica.
Il mistero apre al Trascendente e ce lo fa incontrare, se lo vogliamo. Qual è invece la presunta risposta che offrono alcuni biologi odierni come Boncinelli in alternativa al rinvio al Trascendente? La risposta è “Frozen Accident”: “Chiamiamo incidente congelato una struttura o una funzione che si presenta in un dato modo, e che ci pare particolarmente indovinato, ma che poteva anche essere diversa”. (Boncinelli). Tutta la storia della vita della Terra, dalla sua comparsa iniziale fino ai fiori, ai pesci, agli elefanti, e agli uomini, viene interpretata alla luce di questo concetto: compare la membrana cellulare? È stato un incidente. Compare l’autocoscienza dell’uomo? È stato un incidente…
Ma l’esempio maggiormente usato da Boncinelli nei suoi libri è il codice genetico. Il codice genetico, secondo lui, è nato in modo relativamente arbitrario (è un incidente di percorso del divenire) che si è tramandato (congelato).
Ma questo codice è estremamente complesso: quale incidente può generarlo? Inoltre, il codice genetico dei viventi comunica delle istruzioni sensate alle parti del vivente stesso; ora, la comunicazione di una frase sensata, legata sintatticamente a tutte quelle che compongono un discorso, non può essere un altro incidente di percorso! Se diciamo che tutte le proposizioni dell’articolo che il lettore ha tra le mani sono stati altrettanti episodi non voluti che si sono sviluppati e ordinati da soli senza alcuna finalità, diciamo una cosa molto irragionevole. Quello che voglio dire, cioè, è che non possiamo continuare a negare l’evidenza di un disegno se guardiamo i viventi. Nessuno può spiegare la famosa Gioconda di Leonardo senza ricorrere a un genio che ha creato quelle pennellate. E nessuno può dire che le pennellate sono incidenti. Ma i viventi sono molto più complessi e stupefacenti della Gioconda. Infatti, ritornando al nostro esempio, ammesso e non concesso che il codice genetico, sia sorto senza alcuna intenzione, come possiamo spiegare che il suo prodotto, ovvero le proteine (ce ne sono almeno due milioni di tipi diversi nel nostro corpo), creino una rete infinita di relazioni (weblife) tale da costruire il metabolismo cellulare e il metabolismo dell’intero organismo? Il mistero è davanti a noi: c’è un mondo che esiste e che potrebbe benissimo non esistere. E più lo interroghiamo, più scopriamo le cause, relazioni effetti, algoritmi, armonie. Tutte proprietà inspiegabili con la materia sola, dalla quale tutto sarebbe scaturito, secondo Boncinelli”