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Riformare la scuola perchè secolarizzata e indifferente

(di Giuseppe PACE) Un fatto scolastico grave è accaduto nella civilissima Padova, non nelle neglette Napoli e Caserta con la preoccupante “terra dei fuochi”, dove si muore facilmente di tumore. A Padova, una bidella-pardon collaboratore scolastico- si meraviglia della fisiologia di un alunno e scomoda demandando ai familiari di risolvere il catabolico piccolo problema dell’alunno nella sua classe e banco. La Buona Scuola “renziana” deve fare i conti con problemi di Mala Scuola reale. A Padova, i mass media, compreso lo storico Il Gazzettino, veneziano, hanno riportato e dato risalto alla notizia di cronaca scolastica seguente: di Federica Cappellato. PADOVA – Incredulità, sorpresa, amarezza: sono i sentimenti che hanno mosso la mamma di due bambini padovani, di sette e dieci anni, a presentarsi nella scuola elementare frequentata da entrambi i suoi figli, per protestare contro l’iniziativa di una bidella (chiamata dalla maestra), «intollerabile» per un genitore: quella di costringere lo scolaretto più grande ad abbandonare per un quarto d’ora la lezione di educazione fisica, chiamato in fretta e furia a pulire e cambiare il più piccolo, che involontariamente in preda all’influenza intestinale se l’era fatta addosso in classe. Non solo: il fratello maggiore è stato obbligato anche a disinfettare e pulire il pavimento: «Già che ci sei, ecco carta, spray e deodorante, così puoi togliere anche le tracce rimaste sul pavimento e dare una lustrata alle piastrelle»…Già altre volte dalle colonne di questo mass media online si è scritto di scuola reale. Adesso si ribadisce che è ora di privatizzare i circa 300 mila “impiegati statali” non insegnanti e cominciare a pensare anche come fare il doppio canale di docenti che scelgono scuole di Stato e docenti che scelgono scuole Libere. Le paure degli statalisti di sinistra e di destra possono ridursi perché lo Stato, non più padre padrone del sistema istruttivo ed educativo dei suoi cittadini più giovani, assicurerà le graduatorie, non inficiate da chiamate dirette padronali, e compenserà i più bravi studenti in condizioni economiche disagiate con borse di studio frequenti e non da elemosina. Da 30 anni le borse di studio sono scomparse nelle scuole medie superiori, mentre sno imaste solo all’Università con assegni di studio e case dello studente. Ricordo nel 1966 di avere avuto 90 mila lire di borsa di studio mentre frequentavo la IV classe delle medie superiori, bei tempi allora quando la scuola era selettiva, ma anche umana, sensibile e non indifferente come è divenuta poi, purtroppo. Siamo arrivati al punto che un bambino con problemi fisiologici dà fastidio alla scuola peggio di un cane? Ma questo fatto è un segnale grave di un sistema scolastico che non funziona bene e che va riformato non dando più potere ai Dirigenti scolastici ”statali e statalizzanti”come ha fatto lo statalista di Renzi. Bisogna cominciare a pensare e riformare la scuola in modo che lo studente si senta al centro di un sistema piegato sui suoi bisogni d’istruzione corretta, aggiornata e moderna. Bisogna cominciare, almeno per i corsi degli adulti, come molte scuole medie e superiori serali, a far sciegliere al Discente il proprio Docente di matematica, di scienze naturali, di lettere, di lingue, ecc.. Quando si va dal medico il sistema sanitario, in qualche misura èp più elastico di quello scolastico anche percè regionalizzato di più. Il medico si può scegliere e il professore no, perché? I genitori hanno diritto di scegliersi il Docente per i propri figli? Si. E come? Bisogna pensare bene al come, ma bisogna cominciare a farlo, come bisogna cominciare a vedere, nell’arco di un decennio, quanti giorni il Docente si è assentato da scuola. Bisogna anche cominciare ad abolire esoneri e semiesoneri dei collaboratori del Dirigente scolastico e a quest’ultimo bisogna assegnargli almeno una classe e 9 ore di lezione delle 18 complessive. assegnate agli altri professori, in modo che i genitori e i colleghi vedano le “supposte” capacità del Dirigente non dello Stato padrone, ma della Scuola attiva, formativa e democratica di un Paese europeo, moderno, trasparente e con il principio di Autorità e non di autoritarismo burocratico, secolarizzato e disumano. La scuola è da riformare e da subito senza se e senza ma degli statalisti ad oltranza di destra e di sinistra. La scuola di massa è terminata ed ha svolto il suo ruolo di avvicinare gli umili e i poveri alla scuola, ma questo, in Italia, è avvenuto nel ventennio del miracolo economico, 1953-1973, non più dopo che ha visto la scuola burocratizzarsi, piegarsi su se stessa con i molti dei Dirigenti che troppo spesso chiosano solo le leggi con oltre 150 circolari interne, che nessuno legge, ma che tutti firmano per presa visione. Attorno ai Dirigenti si è generata una crema burocratica di scansafatiche che pensa solo ad arrotondare lo stipendio da far valere poi come supplemento pensionistico. Altro che Docenti più preparati, sicuramente più ipocriti e lecchini del potere statale e statalizzante. Basta con l’ipocrisia di una scuola che funziona più di altri Paesi europei, non è vero, l’ho constatato insegnando all’estero e facendo l’esaminatore in molti Paesi di vari continenti. Funziona meglio la scuola italiana all’estero, ma quella rimasta nel Bel Paese è da riformare perché troppo burocratizzata ed indifferente alle energie giovanili positive che hanno bisogno di essere guidate e valorizzate per incidere nel sistema Paese che non cresce e che allontana paurosamente l’inizio dell’attività lavorativa dei giovani che a 35 anni non hanno ancora potuto versare alcun contributo per la loro pensione contributiva! Portare la percentuale di dispersione scolastica sotto il 10% è uno dei pilastri della strategia denominata Europa 2020 e va, perciò, considerato un fattore fondamentale per stimolare la crescita economica, oltre che ridurre i tassi di povertà, esclusione sociale, criminalità, morbilità e mortalità nel lungo periodo. Nel 2013, con il suo 17% in media (donne a meno del 14% e uomini a più del 20%), l’Italia si collocava al quintultimo posto nell’EU a 28 paesi, con un gap di circa il 5% sul sestultimo paese (Bulgaria). Non un quadro edificante, che può spiegare l’enfasi assegnata all’alternanza scuola-lavoro nella riforma cosiddetta della Buona scuola approvata di recente dal governo guidato dal giovane e dinamico Matteo Renzi. Il fatto increscioso accaduto a Padova è grave poiché accade in un sistema regionale scolastico tra i migliori d’Italia.

In Veneto la quota di ragazzi che lasciano la scuola prematuramente è bassa. Sfiora il target europeo che punta a ridurre al 10% entro il 2020 questa quota: infatti, nel 2013 a livello veneto si registra un insuccesso scolastico per il 10,3% dei giovani 18-24enni, contro il 18,1% del 2004. Si tratta della quota più bassa fra tutte le regioni italiane, come dicono le penultime elaborazioni della Sezione Sistema Statistico Regionale riferite agli abbandoni scolastici. “Le statistiche ci dicono che una buona istruzione rappresenta uno strumento importante in un mercato del lavoro instabile: livelli più elevati di scolarizzazione sono associati a minor rischio di disoccupazione e quindi minore probabilità di esclusione sociale. E’ fondamentale la capacità della scuola di aiutare i ragazzi a riconoscere le proprie inclinazioni, a scegliere i percorsi di studio e di lavoro più vicini alle proprie attitudini. Questo serve a contenere anche la dispersione scolastica”. Un ulteriore elemento di positività del trend del Veneto viene anche dal fatto che, poiché le regioni italiane partono da perfomances più basse rispetto a molti paesi europei, il governo nazionale ha comunque fissato un target più realistico per l’Italia da raggiungere entro il 2020, ovvero il 15-16% di abbandoni. “Target più che raggiunto dal Veneto”.
Nessuna delle regioni italiane raggiungeva nel 2013 l’obiettivo di Europa 2020, ma alcune regioni, prevalentemente del Nord-Est (Trento, Veneto, Friuli) e del Centro (Abbruzzo e Umbria) si attestavano su valori inferiori al 12-%. Solo il Veneto con il suo 10.3% è vicino a raggiungere l’obiettivo di Europa 2020. Per quanto riguarda la Campania nel 2009, l’ultimo anno per il quale sono disponibili dati a questo livello di disaggregazione, la provincia di Napoli è ultima con il suo 29%, quasi il triplo del valore richiesto da Europa 2020. Seguono Caserta (21.5%) e Salerno (17.9%) che si colloca intorno al valore medio italiano. Avellino (poco più del 15%) e, in particolare, Benevento (12% circa) si collocano in posizione nettamente migliore. Benevento è l’unica provincia campana che potrebbe raggiungere effettivamente l’obiettivo di Europa 2020. Come nel resto del paese, anche in Campania, c’è un progressivo miglioramento nel corso del periodo considerato, con il tasso di abbandono che passa dal quasi 30% in media del 2004 a meno del 25% del 2009 (un 15% in meno del valore di inizio periodo). Il miglioramento riguarda soprattutto gli uomini, con le differenze di genere a livello regionale che tendono ad annullarsi. Un dato interessante è, infatti, che, alla fine del periodo considerato, proprio grazie al miglioramento relativo superiore, gli uomini hanno un tasso di abbandono inferiore, ancorché di poco, a quello delle donne. In realtà, c’è una situazione abbastanza variegata nelle differenze di genere a livello regionale, con le donne in posizione di svantaggio nei due centri a maggiore tasso di urbanizzazione (Napoli e Salerno), dove le donne abbandonano più frequentemente degli uomini, anche se solo per poco in termini percentuali nel 2009, e le rimanenti province, meno urbanizzate, dove accade invece il contrario. Lo studente meno motivato tende a non vedere il reddito netto futuro atteso del proprio investimento in istruzione. Si può dire, con linguaggio tecnico-economico, che ha un saggio di sconto molto alto e quindi attribuisce poca importanza ai maggiori redditi futuri che la scuola gli potrà garantire, consentendogli di acquisire una qualifica professionale. Questa impazienza tipica dei giovani a rischio li porta a guardare poco ai redditi futuri, ma in prevalenza a quelli attuali. Tendono a leggere il trade-off fra redditi attuali (che riescono a guadagnare spesso con attività lavorative occasionali e informali, se non illecite) e maggiori redditi futuri (che potranno ottenere con attività lavorative stabili, formali e perciò accompagnate da una serie importante di diritti) tutte a favore delle prime. In altri termini, è tipico dei giovani a rischio non vedere i redditi futuri, ma solo quelli attuali. In Veneto, più che nel Sud, i giovani abbandonano gli studi per inserirsi nel ciclo produttivo, che mantiene ancora un 30% di aziende che esportano molto. Nel Sud l’abbandono scolastico ingrossa le fila dei nullafacenti e alimenta la malavita che ha capi incolti,non scolarizzati. In Campania, da questo punto di vista sconta sicuramente la difficoltà di un tessuto produttivo sfilacciato, spesso legato ad attività informali che non possono perciò costituire una sponda per l’istituzione scolastica, ma non mancano le imprese, anche quelle piccole che potrebbero aiutare ad affrontare uno dei problemi più seri della regione e di Napoli in particolare. Le barriere culturali avverso l’apprendistato e l’alternanza scuola-lavoro dei giovanissimi è forte in Campania, anche nelle forze più sane. Per questo, è importante parlare di questi temi anche fra gli imprenditori più avveduti affinché comprendono che la riforma della Buona scuola richiede un contributo importante anche a loro! D’estate, quando gli operai delle industri tedesche vanno in ferie, subentrano gli studenti che vengono pagati esentasse, anche l’Italia deve poterlo fare e non criticare solo chi lo fa. La scuola italiana è malata, è secolarizzata e piena di indifferenza verso la necessità culturale che aumenta con la società moderna che usa tecnologia sempre più sofisticata. Gli studenti oggi superano i maestri per l’uso dei telefonini, dei computer e del linguaggio straniero, li superano qualche volta, al liceo, anche per la conoscenza di culture esterne all’Italia perché hanno girato di più il mondo. La scuola italiana va sprovincializzata. Chi lo chiede ha insegnato per 41 anni in diverse regioni italiane e Paesi stranieri e conosce il sistema scolastico dal di dentro non da di fuori.

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