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IL RISORGIMENTO TRA CAMORRA E MASSONERIA

INCONTRO TEANO( di Gianluca MARTONE) Il Risorgimento è stato uno dei momenti piu’ importanti e controversi della storia del nostro Paese, che condusse all’Unità d’Italia del 1861, poi completata con la famosa breccia di Porta Pia del 1870, con l’annessione dello Stato Pontificio allo Stato italiano. Una domanda tuttavia sorge spontanea: ma gli eventi storici si sono realmente svolti cosi come ci hanno raccontato in questi ultimi 150 anni? Per esaminare accuratamente questi avvenimenti, di fondamentale portata per capire anche la situazione italiana contingente, desidero far riferimento innanzitutto ad un importante libro, presentato circa un anno fa, dal titolo:”Napoli sfregiata, Frammenti di vita e di strada 1860-1864”, scritto dal professore Luigi Iroso e pubblicato da Tullio Pironti Editore. L’opera, frutto di appassionate e meticolose ricerche in archivio nasce, come è possibile leggere nell’introduzione, “dal desiderio di conoscere cosa è avvenuto nel momento in cui Napoli passa dal sistema borbonico a quello sabaudo, dato che permangono in campo tuttora molte zone grigie”. Tutto il libro ruota attorno ad un episodio determinante che condizionerà i destini futuri del popolo napoletano per oltre un secolo e mezzo, e che ancora oggi esercita la sua nefanda influenza, ovvero il patto scellerato siglato dal prefetto Liborio Romano con i capi della camorra partenopea. Iroso, ci racconta, con dovizia di particolari, questo episodio dai risvolti drammatici. Mentre la piazza napoletana è in preda ai tumulti popolari dal 26 al 28 giugno 1860, Liborio Romano, nelle vesti di prefetto di polizia, sigla un patto con il capo camorra più ragguardevole, Salvatore De Crescenzo alias Tore ‘e Criscienzo: libertà per tutti i camorristi e loro arruolamento nei ranghi della “nuova” polizia in cambio del controllo dell’ordine pubblico, gravemente minacciato. In tal modo egli sdogana la camorra, riconoscendole un ruolo catalogo_libriistituzionale, destinato a condizionare negativamente la nostra storia immediata e successiva. Non a caso da questo momento la camorra acquista la consapevolezza di avere un potere fondamentale ed incontrastato che svolge in tutte le attività sociali a suo esclusivo vantaggio, percependone enormi frutti soprattutto nel campo del contrabbando. Di qui inizia la serie di sfregi inferti alla città. Liborio Romano, dunque, sdogana la camorra, riconoscendole un ruolo istituzionale che non aveva prima, per cui essa diventa l’antistato, il che crea uno sconquasso sociale notevole, destinato a condizionare la storia successiva. Non a caso da quel momento la camorra acquista la consapevolezza di avere un ruolo fondamentale che svolge in ogni angolo della società. Su questa base si innestano i futuri sconquassi, come la commistione camorra-politica attiva con il controllo del voto e delle tristi conseguenze derivate. Insomma il patto scellerato stato-camorra, siglato nel 1860 rappresenta un punto nodale per la storia successiva. Il connubio stato- camorra viene esplicitato apertamente e continuamente nel libro. Non a caso fanno parte integrante della polizia, istituita da Liborio Romano, con la carica di commissari e di ispettori anche tre guappi – camorristi, Ferdinando Mele, Nicola Capuano e Nicola Iossa. I dodici camorristi più importanti vengono arruolati, invece, come capi squadra o capi agenti dei singoli quartieri di Napoli. Molto folta la presenza dei camorristi tra i sottocapi squadra, guardie, lanternieri e agenti (come viene descritto dettagliatamente a pag. 17). Nella stessa pagina viene riprodotta anche il relativo stipendio mensile dei singoli comparti: tale notizia non è stata mai affermata da nessuno studioso. Il regime piemontese, adottando misure dure e violente, colpisce mortalmente persino quanti, in maniera legittima e pacifica, rivendicano i propri diritti calpestati. Il pensiero vola a giovedì 6 agosto 1863: i lavoratori della fabbrica di Pietrarsa non sopportano più le continue vessazioni da parte del gestore Jacopo Bozza il quale, violando gli ultimi accordi sottoscritti, punta a tagliare ulteriormente il personale, ad aumentare l’orario di lavoro giornaliero e a ridurre il salario. Di fronte a questa ennesima provocazione, essi incrociano le braccia, mentre tre loro rappresentanti attendono di ricevere chiarimenti dalla controparte. All’improvviso la tracotante risposta padronale, rifiutando qualsiasi dialogo, si esprime nella carica del 33° battaglione dei bersaglieri che, senza mezzi termini, aprono il fuoco contro i dimostranti. Frastornato dal fuoco ingiustificato, il vice direttore dell’opificio interviene con autorevolezza, fa tacere le armi e riesce a ridurre il massacro. Intanto giacciono bocconi per terra i corpi esanimi di Luigi Fabrocini, Aniello Marino, Domenico del Grosso e Aniello Olivieri, quest’ultimo appena quattordicenne. Tra i ventuno feriti preoccupano soprattutto le condizioni di sei di loro, ricoverati all’ospedale Pellegrini. Nel merito i referti medici sono univoci nelle risultanze esperite sulle vittime: tutte presentano ferite da taglio e, per giunta, sulle spalle. A questo punto le autorità politiche tentano ogni mezzo per stendere un velo di silenzio sull’intera vicenda e trova compiacente la maggior parte della stampa. Rappresenta una eccezione la voce del giornale “Il pensiero. Giornale della Democrazia”, il quale, il giorno successivo, riporta la vera dinamica dei fatti, sulla scorta delle affermazioni di un testimone diretto, identificato in Antonio Campanile, scrivano del personale contabile di artiglieria. Quest’ultimo mostra una dirittura morale encomiabile non solo nel denunciare l’accaduto, ma anche nel rifiutare l’invito pressante a sconfessare, caldeggiato dal questore Nicola Amore. Ed il licenziamento immediato diventa la punta amara del prezzo pagato per amore della verità. La riproposizione di tale pagina vergognosa impone il seguente interrogativo: noi non abbiamo il dovere di ridare adeguato spazio memorialistico alle giuste cause umane e storiche, sottaciute o dimenticate volutamente dai “sedicenti vincitori”?

Il tema dell’ordine pubblico, sventolato a più riprese dal governo piemontese, all’indomani della sciagurata invasione del mezzogiorno d’Italia, rimane sistematicamente inerte sulla carta. La causa dell’immobilismo operativo va ricercata nell’assenza di un organico piano generale, per cui si afferma la strategia spicciola degli interventi gracili ed irrelati che, puntualmente smentiti dalla gravità del vissuto concreto, sfociano nel cosiddetto stato d’assedio, provvedimento attivato a bella posta per distogliere l’immaginario collettivo dalla verità dei fatti. Entro tale cornice si squadernano gli avvenimenti del 1861, allorché anche il visitatore più distratto si accorge che la città di Napoli è tormentata dalle grinfie della delinquenza. Non alludo soltanto ai furti, consumati in gran quantità nelle ore notturne, né al contrabbando diffuso, né ai monopoli commerciali e produttivi, per cui gli stessi individui regolano interi settori sociali secondo l’arbitrio personale ed a detrimento degli interessi effettivi della popolazione. Mi riferisco, soprattutto, alla continua presenza dei camorristi i quali, addirittura, si presentano con fogge diverse per le singole circostanze ed agiscono con disinvoltura anche in piena luce per imporre la loro legge. Così “”Torillo della Via Nuova”, pur essendo agente di polizia, ordina con tono minaccioso al medico di non mandare in ospedale la sua amante Maria Somma, sebbene sia affetta da malattia venerea: ciò determinerebbe una diminuzione delle sue entrate, affidate alla donna con l’esercizio della prostituzione. Con analoga sicurezza di risultati si muove a Montecalvario Mariella delle Chianche, amante di Salvatore De Crescenzo alias ”Tore ‘e Criscienzo”, imponendo la tangente a quanti risultano esercenti di postriboli nella suddetta sezione. Non esiste affatto la possibilità del diniego, dato l’intervento violento dei numerosi picciotti. Ne conoscono bene le modalità sbrigative le sorelle de Sivo, le quali, incallite esponenti nel settore, le consegnano senza fiatare ogni sera trenta carlini in moneta contante. Addirittura corre da una parte all’altra del quartiere Pendino, fin dalle prime ore del giorno, il camorrista Luigi Lombardi alias “Paposcia”, ascritto nella banda di Antonio Lubrano alias “Totonno ‘a Porta ‘e Massa”. La sua principale attività consiste nella privativa dello smercio sulle interiora dei buoi, chiamate in gergo Merci. Egli le compra al macello, ove obbliga i venditori a rilasciargliele ad un prezzo di favore, al di sotto di quello reale. Le rivende a quelli che le smaltiscono a minuto ad un prezzo concorrenziale, in modo da lucrare sulla materia prima in entrambi i passaggi di mano. Nel contempo rientrano nella sua variegata sfera di malaffare il contrabbando del pesce e la fabbricazione clandestina di tabacchi, ove utilizza come socio il fratello Pasquale. Siffatto spaccato sociale, che manifesta un ripugnante degrado morale, sollecita un interrogativo di fondo: dove è finita la presunta capacità amministrativa dei piemontesi? La realtà suggerisce un peggioramento delle condizioni di vita dei nostri padri. Ahimè! Che triste eredità siamo stati costretti a subire! Al di là delle promesse, inalberate dagli invasori, lì si annidano i germi profondi della questione meridionale, le cui ferite lancinanti sono tuttora aperte. Gli episodi raccontati nel libro sono tanti di più e di estremo interesse, spesso inediti, oltre che supportati da fonti documentali inoppugnabili. Il contenuto del libro dipinge un quadro postunitario decisamente diverso da quello che la retorica risorgimentale ci ha mostrato, tuttavia, ci è capitato di imbatterci in questa recensione de Il Mattino http://www.tulliopironti.it/attache/files/recensione_il_mattino_napoli_sfregiata.pdf che sembra raccontare un altro libro e addirittura titola: “I Borbone con la camorra per fermare Garibaldi”. Il professore la liquida così: “La tesi del giornalista de “Il Mattino” è completamente opposta alla mia, come si evince facilmente dalla verifica diretta del testo. Al di là di tutto, capisco bene che il contenuto del libro risulta “scomodo” e pungente, in quanto distrugge completamente la falsa retorica tradizionale, passata e presente. Pertanto il mio messaggio di rivolge a quanti, fieri del senso di appartenenza, intendono conoscere la vera dinamica storica della loro identità”.
Questa attenta e meticolosa ricostruzione storica dello scrittore Luigi Iroso trova conferma in un interessante articolo scritto alcuni mesi fa da Francesco Pipitone sul quotidiano on line “ Vesuviolive”, nel quale si sofferma sulla condizione della città di Napoli prima dell’Unità d’Italia:” Il 10 maggio 1734 Carlo di Borbone, figlio di Filippo V di Spagna, entrò trionfante a nella città di Napoli rendendola capitale di uno Stato indipendente. Dopo varie vicende che riguardavano la lotta per la successione alla corona spagnola tra i Borbone di Francia e gli Asburgo d’Austria, alla morte precoce e senza eredi di un Carlo II deforme e malaticcio fin dalla nascita (a causa dei matrimoni tra consanguinei), nel 1707 gli Austriaci invasero il Regno di Napoli, mentre il Regno di Sicilia, che dal 1713 fu dato a Vittorio Amedeo II di Savoia, nel 1720 passò ancora agli Austriaci, che riuscirono dunque a riunire sotto un’unica corona il territori del Mezzogiorno d’Italia. Gli Asburgo, che avevano promesso al popolo e alla nobiltà napoletani che sarebbero stati governati in un regno indipendente, senza essere una semplice provincia austriaca, smentirono tale proposito deludendo gran parte di coloro che speravano nell’indipendenza stessa, creando un certo smembramento all’interno del Regno di Napoli. La parentesi austriaca tuttavia durò poco, perché il figlio del Re di Spagna prese il Regno di Napoli, come abbiamo detto, nel 1734, entrando a Napoli il 10 Maggio. Il pretesto dello scontro armato tra Spagna e Austria fu ancora una volta la successione a una corona, stavolta quella polacca, che all’epoca non si trasmetteva ereditariamente, bensì era elettiva. Una prima elezione fu resa nulla a causa della mobilitazione delle truppe armate da parte della Russia, alleata dell’Austria, e così alla seconda fu scelto come Re Federico Augusto II, sostenuto proprio da queste due potenze. La Francia e il Regno di Sardegna, allora, mossero guerra all’Austria, e in seguito a difficili trattative nell’alleanza rientrò pure la Spagna, grazie soprattutto a Elisabetta Farnese, la madre di Carlo, che desiderava per il figlio quella che definì “la più bella corona d’Italia”. In seguito i rapporti tra la Spagna e gli alleati si incrinarono, e Carlo partì per Napoli da Parma, dando contestuale ordine di trasferire l’imponente collezione Farnese, di sua proprietà, e che ancora oggi possiamo ammirare tra Capodimonte e il Museo Archeologico di Napoli, prevedendo un possibile tradimento dei Francesi e dei Piemontesi. Dopo la discesa dello stivale, il passaggio autorizzato dal Papa attraverso lo Stato della Chiesa e le prime conquiste, don Carlo entrò a Napoli il 10 Maggio 1734, festeggiato dal popolo stanco della dominazione austriaca e dai nobili, i quali vedevano rinnovate le speranze di indipendenza. Le resinstenze austriache, tuttavia, erano tutt’altro che domate, e gli Spagnoli dovettero conquistare le roccaforti una ad una: il 26 maggio ci fu la storica battaglia di Bitonto, vicino Bari, dove ancora si svolge la rievocazione degli avvenimenti dell’epoca, in ricordo del punto di avvio di una nuova prosperità per il Mezzogiorno, fino al 24 Novembre, con la caduta di Capua. Nel 1735 Carlo scacciò gli Austriaci anche dalla Sicilia, venendo incoronato Re di Sicilia il 1735, a Palermo. I due Regni saranno poi uniti anche formalmente nel 1816 dal figlio di Carlo, Ferdinando, dando vita al Regno delle Due Sicilie. A Napoli, secondo l’investitura papale, fu Carlo VII, in Sicilia Carlo III, però egli scelse di non usare nessuna titolatura perché i sovrani precedenti regnarono da un trono straniero: il Re identificò se stesso, a questo punto, semplicemente come “Carlo”. Don Carlo, il buon Re, fu un sovrano amato dal popolo e che amò il popolo, tanto che, dovendo abbandonare Napoli perché la corona spagnola nel 1759 era rimasta senza eredi, se ne andò palesemente controvoglia; in Spagna divenne Carlo III, non essendoci, questa volta, alcuna diatriba circa la numerazione. Nel frattempo Carlo aveva avviato una serie di interventi che faranno prosperi i suoi regni, e di Napoli una delle principali capitali d’Europa. Inaugurò gli Scavi Archeologici di Pompei, Ercolano e Stabia, oltre alle costruzioni del Teatro di San Carlo, le Regge di Portici e Capodimonte, il Foro Carolino (l’attuale Piazza Dante a Napoli), la Reggia di Caserta, gli Alberghi dei Poveri a Napoli e Palermo, oltre ad altri diversi interventi in tutti i suoi territori, in particolar modo di tipo amministrativo e politico. Il riportare alla luce le città sepolte dal Vesuvio creò grande entusiasmo in tutta l’Europa, vale a dire in tutto il mondo, e Napoli divenne la meta finale e più preziosa del Gran Tour; lo stesso Re Carlo si recava spessissimo a controllare lo stato degli scavi, e portava sempre al dito un anello che aveva trovato a Pompei, l’anello che poi restituirà in quanto di proprietà del popolo napoletano, quando se ne partì per la Spagna. Imparò la lingua napoletana per essere in grado di capire e comunicare con il suo popolo e, secondo una leggenda, in Spagna portò con sé anche un po’ del sangue di San Gennaro”. Questi dati eloquenti sono stati confermati anche in un recente articolo pubblicato sul “Sole 24 ore” e riportato sempre dal collega Pipitone sul quotidiano on line “Vesuviolive”, dove il Regno delle due Sicilie viene addirittura paragonato alla Germania di oggi:” Il Regno delle Due Sicilie secondo “Il Sole 24 Ore”. Prima ci ignoravano, adesso ci vogliono confutare: stiamo parlando di coloro, storici, economisti ed addetti ai lavori in generale, che si impegnano a smontare e ridicolizzare le ricostruzioni storiche del periodo precedente all’Unità d’Italia, effettuata da studiosi che non accettano che si dicano quelle falsità secondo cui Garibaldi e Cavour sarebbero venuti a liberare il Sud dall’oppressore straniero, quel Sud estremamente arretrato, così arretrato che neanche 153 anni di Italia sono riusciti ad ammodernare. Il Meridione, secondo gli storici ufficiali, era assimilabile nel 1861 all’Africa, abitato da individui incivili, sporchi e rozzi, mentre chi afferma il contrario è subito etichettato come diffusore di frottole (vedi Alessandro Barbero) e spregiativamente “neoborbonico”. Per fortuna, possiamo dire, esistono casi in cui lo stretto controllo in chiave antimeridionale viene meno, e così accade che su “Il Sole 24 Ore”, del quale credo si possa dire che è tutt’altro che neoborbonico, esca un articolo di Giuseppe Chiellino che in merito agli eurobond afferma che nel 1861 il Regno delle Due Sicilie era paragonabile alla Germania di adesso. La riflessione di Chiellino prende spunto dal fatto che Angela Merkel, cancelliere tedesco, ha fatto tramontare l’ipotesi degli eurobond, e si chiede se la decisione sia ascrivibile alla ricerca di Stéphanie Collet, storica della finanza della Université Libre de Bruxelles, la quale ha studiato gli effetti dell’unificazione del debito sovrano dei 7 Stati che costituirono il Regno d’Italia. Nell’articolo del 2012, dall’eloquente titolo “Gli eurobond che fecero l’Unità d’Italia quando il Regno di Napoli era come la Germania”, si può leggere: “A voler utilizzare le categorie di oggi, il Regno di Napoli economicamente era per l’Italia quello che oggi la Germania è per l’Eurozona. «Come il Regno di Napoli prima dell’integrazione del debito sovrano, la Germania di oggi è l’economia più forte dell’eurozona e beneficia del costo del debito più basso in assoluto» scrive Collet. Considerazioni, queste, che faranno storcere il naso a molti, ma sicuramente non di parte. Del resto, come ricorda Collet, Napoli era di gran lunga la città più importante del neonato Regno d’Italia. E le regioni del Sud avevano una discreta struttura industriale, un’agricoltura fiorente sia pure basata sul latifondismo, e importanti porti commerciali”.
Questi fatti sono stati riconfermati anche in un recente articolo scritto lo scorso mese di settembre dalla giornalista Germana Squillace sempre su “Vesuviolive”:” “L´ingresso nella grande capitale ha più del portentoso, che della realtà. Accompagnato da pochi aiutanti, io passai frammezzo alle truppe borboniche ancora padrone, le quali mi presentavano l´armi con più ossequio certamente, che non lo facevano in quei tempi ai loro generali. Il 7 settembre I860!”. La “grande capitale” è Napoli, “io” è Giuseppe Garibaldi e “il 7 settembre 1860” è la data in cui il generale fece il suo ingresso nella città partenopea mentre il re Francesco II di Borbone si recava a Gaeta per organizzare l’ultima resistenza. L’eroe dei due mondi arrivò a Napoli a bordo di un treno accompagnato da tutte le personalità che erano andate a Salerno per accoglierlo. In testa al corteo Liborio Romano, Ministro di Polizia e Salvatore De Crescenzo, capo della camorra dell’epoca, detto “Tore ‘e Criscienzo”, i cui uomini mantennero l’ordine pubblico. Dopo aver percorso via Marina, essere passato dinanzi il Maschio Angioino ed essersi fermato al Duomo per ascoltare il “Te Deum “e a Largo di Palazzo, l’attuale piazza del Plebiscito, per fare un breve discorso, Garibaldi si diresse fino a Palazzo Doria D’Angri, dal cui balcone proclamò l’annessione delle province meridionali al Regno sabaudo.Questa data segnò l’inizio della fine. La fine del Regno delle due Sicilie e l’inizio del patto tra Stato e Camorra a Napoli. A sostegno di quest’ultima tesi le carte che dimostrano che il 26 ottobre 1860 Garibaldi pagò una pensione vitalizia di 12 ducati mensili a nome di Antonietta Pace, Carmela Faucitano, Costanza Leipnecher, Pasquarella Proto e Marianna De Crescenzo, le principali esponenti femminili della Camorra napoletana. Quest’ultima era sorella proprio di quel De Crescenzo che aveva camminato accanto a Garibaldi al suo ingresso a Napoli. Il losco personaggio aveva acquistato il ruolo di intermediario tra politica e camorra quando Liborio Romano per contrastare le sommosse nate sulla scia di quella siciliana del 1848 lo chiamò per chiedergli di radunare tutti i capi-quartieri della città e stipulare un patto di aiuto reciproco. Di De Crescenzo si racconta che avesse fatto sgozzare da una banda di camorristi Totonno ‘a Port’ ‘e Massa, il famoso contrabbandiere e capo del quartiere di Porto, quando si trovava all’interno delle carceri dell’antico castello della Vicaria. Ma Romano non reclutò solo “Tore”, già nel luglio 1860 altri camorristi furono nominati funzionari di polizia. Il ministro iniziava quindi a preparare l’accoglienza di Garibaldi dotando inoltre coloro che appoggiavano la sua causa di coccarda tricolore. Non bisogna dimenticare, poi, che Romano fu anche corrispondente di Camillo Benso di Cavour e iniziò a mettersi in rapporti con l’eroe dei due mondi quando era ancora al servizio di Francesco II grazie all’apparecchiatura telegrafica che si era fatta istallare nel proprio gabinetto. In una lettera il conte addirittura lodava e riconosceva “l’illuminato e forte patriottismo e la devozione alla causa” che contraddistinguevano il ministro. Ovviamente per “causa” intendeva la creazione del Regno d’Italia. Entrato a Napoli, Garibaldi formò immediatamente un governo con a capo proprio Romano e come primo atto ufficiale cedette al Piemonte la potente flotta da guerra borbonica. Così come scriveva il condottiero arrivato in carrozza “cadeva l´abborrita dinastia che un grande statista inglese avea chiamato ‘Maledizione di Dio’! e sorgeva sulle sue ruine la sovranità del popolo”, o forse no. Fonti: “Gli avvenimenti d’Italia del 1860”, Venezia, Cecchini Editore, 1860. Aldo Servidio, “L’imbroglio nazionale: unità e unificazione dell’Italia (1860-2000)”, Napoli, Guida, 2002”.
L’influenza della massoneria britannica nella famosa spedizione dei Mille è analizzata molto attentamente in un interessante articolo di Gian Maria De Francesco scritto sempre su “Vesuviolive”:” La conquista degli Stati che componevano la Penisola italiana e, in particolare, del ricco Regno delle Due Sicilie da parte dei Savoia non fu solo dettata dall’esigenza di rientrare dall’esposizione nei confronti di Banque Rothschild che aveva già investito parecchio nelle avventure belliche piemontesi. Nella spedizione dei Mille il ruolo della massoneria inglese fu determinante con un finanziamento di tre milioni di franchi ed il monitoraggio costante dell’impresa. A rivelare il particolare non trascurabile è stata la Massoneria di rito scozzese, dell’Obbedienza di Piazza del Gesù, che ha ricordato la data di nascita (4 luglio 1807) del nizzardo Garibaldi in una conferenza stampa ed un convegno alla presenza del Gran Maestro Luigi Pruneti e del Gran Maestro del Grande Oriente di Francia, Pierre Lambicchi.
«Il finanziamento – ha detto il professor Aldo Mola, docente di storia contemporanea all’Università di Milano e storico della massoneria e del Risorgimento – proveniva da un fondo di presbiteriani scozzesi e gli fu erogato con l’impegno di non fermarsi a Napoli, ma di arrivare a Roma per eliminare lo Stato pontificio». Tutta la spedizione garibaldina, ha aggiunto il professor Mola, «fu monitorata dalla massoneria britannica che aveva l’obbiettivo storico di eliminare il potere temporale dei Papi ed anche gli Stati Uniti, che non avevano rapporti diplomatici con il Vaticano, diedero il loro sostegno». I fondi della massoneria inglese, secondo lo storico, servirono a Garibaldi per acquistare a Genova i fucili di precisione, senza i quali non avrebbe potuto affrontare l’esercito borbonico, «che non era l’esercito di Pulcinella, ma un’armata ben organizzata». Senza quei fucili, Garibaldi avrebbe fatto la fine di Carlo Pisacane e dei fratelli Bandiera, i rivoltosi che la monarchia napoletana giustiziò nella prima metà dell’Ottocento. «La sua appartenenza alla massoneria – ha sottolineato Mola – garantì a Garibaldi l’appoggio della stampa internazionale, soprattutto quella inglese, che mise al suo fianco diversi corrispondenti, contribuendo a crearne il mito, e di scrittori come Alexandre Dumas, che ne esaltarono le gesta».
Al «fratello Garibaldi» ha reso omaggio con un «evviva» il Gran Maestro del Grande Oriente di Francia”.
Ma Garibaldi è realmente “l’eroe dei due Mondi” come ci è stato sempre narrato dalla storiografia moderna? Leggendo questa interessante lettera che Garibaldi invio’ pochi giorni prima di morire al professor Carlo Lorenzini, meglio conosciuto come Carlo Collodi, e riportato nel romanzo “Le confessioni di Joseph Marie Garibaldi” di Francesco Luca Borghesi, non sembrerebbe assolutamente:” «Illustrissimo professore Carlo Lorenzini, Scrivo con rispetto e gratitudine a Voi che decideste di farmi cosa grata riportando le mie memorie al popolo di una penisola che mai amai come avrei potuto, che mai difesi come avrebbe meritato.Una penisola che non fu mai e mai sarà la mia patria. Una penisola meravigliosa che io non solo non unificai, se non unicamente al nome, ma che addirittura divisi, e, per mia colpa, divisa sarà per sempre.[…] codesto giorno, trentuno maggio ottantadue del secolo milleottocento, sono a ricordare la mia vita trascorsa, in attesa che venga definitivamente compiuto il mio destino […] forse non temo neppure: diciamo che attendo che presto sia fatta giustizia e chi mai può sapere se dopo la morte vi sarà giustizia?!Voi infatti penserete che io sia felicemente italiano: se così fosse le sorprese non vi mancheranno. Se vi aspettavate un patriota, troverete un avventuriero. Se vi aspettavate un probo, troverete un dissoluto. La spedizione dei mille fu realmente la più vile porcata che il suolo della penisola possa aver mai vissuto e, a questo punto, spero che mai sia costratta a rivedere. La mia vita era rivolta alla ricerca di fama e ricchezza: mi venne in mente di unificare l’Italia in quanto sarei potuto diventare potente e ricco. Cercai appoggi, soldi e falsi ideali su cui far leva e trovai qualcuno che, dopo avermi usato, mi mise da parte. Diciamo subito e senza giri di parole: il patriottismo in Italia non è mai esistito.
Mi ricordano tutti come il patriota Giuseppe Garibaldi, ma queste sono voci, magari leggende, ma certamente menzogne. Mi chiamo Joseph Marie Garibaldi e, contrariamente, a quanto pensano molti, sono e mi sento francese.
[…] l’Italia del Nord depredò ltalia del Sud con atti di ferocia tale che mai potrà essere cancellata ed ancora accade mentre sto scrivendo…».
Questo fu invece il testamento, che “l’eroe dei due Mondi” lascio’ ai posteri prima di morire e pubblicato nel libro “La vita di Giuseppe Garibaldi” di G. Sacerdote nel 1933, edizioni Rizzoli:” Ai miei figli, ai miei amici, ed a quanti dividono le mie opinioni, io lego: l’amore mio per la libertà e per il vero; il mio odio per la menzogna e la tirannide. Siccome negli ultimi momenti della creatura umana, il prete, profittando dello stato spossato in cui si trova il moribondo e della confusione che sovente vi succede, s’inoltra e mettendo in opera ogni turpe stratagemma, propaga con l’impostura in cui è maestro, che il defunto compi, pentendosi delle sue credenze passate, ai doveri di cattolico. In conseguenza io dichiaro, che trovandomi in piena ragione oggi, non voglio accettare in nessun tempo il ministero odioso, disprezzevole e scellerato d’un prete, che considero atroce nemico del genere umano e dell’Italia in particolare. E che solo in istato di pazzia o di ben crassa ignoranza, io credo possa un individuo raccomandarsi ad un discendente di TORQUEMADA”.
Di recente, anche lo storico direttore di Repubblica Eugenio Scalfari ha analizzato il Risorgimento con queste significative parole:”Non fu Unità! Fu occupazione piemontese e, se l’avesse fatta il Regno di Napoli, che era molto piu’ ricco e potente, sarebbe andata diversamente. La mentalità savoiarda non era italiana. Cavour parlava francese. E gli italiani quel nuovo Stato l’hanno detestato”.
Concludo con un auspicio. Nei mesi scorsi, come ha riportato l’avv. Antonio Gaudiano in un interessante articolo pubblicato su tutti i maggiori quotidiani regionali, tra i quali il “Mattino”, la Giunta del Comune di Limatola, in provincia di Benevento, ha deciso di cambiare il nome di una strada prima intitolata a Giuseppe Garibaldi. Cancellato “l’eroe dei due Mondi”, la strada è stata intitolata a tal Bartolomeo Varrone, nato a Santa Barbara di Caserta nel 1758, parroco di Limatola e cultore di storia locale. Che un’amministrazione comunale arrivi a cancellare il nome di Garibaldi da una strada, non è cosa da poco. Occorre grande preparazione storica; spiccata intelligenza; indomito coraggio: quello di andare ‘controcorrente’, contro la storiografia scritta e imposta dai vincitori, al fine di far valere e far emergere le verità storiche di un Sud che non era Sud, ma che tale fu reso da un esercito di invasori che, con l’aiuto di organizzazioni criminali, si macchiarono dei più orrendi crimini, spesso contro popolazioni inermi. Quante piazze, vie, Corsi e viali intitolati a Garibaldi, Vittorio Emanuele, etc. aspettano amministrazioni e sindaci culturalmente attrezzati e capaci che ne cambino il nome dedicandole a personaggi del Sud che di questo sono stati lustro e per questo hanno combattuto.
Mi auguro che questo esempio di coraggio sia seguito anche da altri comuni, in primis proprio da quello di Benevento, cancellando il nome di questo traditore della Patria dal corso principale del capoluogo sannita e intitolandolo ad esempio al grande San Pio da Pietrelcina che, il prossimo 14 febbraio 2016, farà il suo ritorno al Duomo di Benevento 116 anni dopo la sua ordinazione sacerdotale avvenuta il 10 agosto 1910. La rinascita di un Paese, di un territorio, di una città, non puo’ che iniziare dalla riscoperta di quei Valori cristiani, che hanno costituito, nonostante gli attacchi di sfondo massonico degli ultimi 300 anni, la base per la costruzione della nostra società fondata sulla famiglia.

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