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Sabino Acquaviva ci ha donato un’eredità culturale non indifferente

(di Giuseppe PACE) Ho conosciuto il Prof. Sabino Acquavia nel ruolo di Docente al Corso biennale Internazionale di Ecologia Umana, postlaurea, che si teneva all’Università di Padova. Nelle sue lezioni di Sociologia traspariva un amore sconfinato per i saperi scientifici ed era molto cordiale con noi corsisti. Dopo G. Colombo- lo scopritore di meccanica celeste e del cavo che collega due astronavi spaziali- ed altri professori illustri dell’ateneo patavino, è morto, all’età di 88 anni, il sociologo Sabino Acquaviva, un padovano più illustre di quelli che spesso vengono riconosciuti da un’antica Associazione patavina( tra questi Don Mario Gastaldo animatore del mensile Noi della ZIP o Zona Industriale Padova). “Con la scomparsa di Sabino Acquaviva la città e la sua Università perdono una figura di spicco, fra i maggiori sociologi italiani. – ha commentato Rosario Rizzuto, Rettore dell’Università di Padova -. Con grande lucidità le sue opere hanno fotografato la società italiana e non solo, elevandosi nell’analisi dei fenomeni religiosi e della crisi di valori della società contemporanea. Le sue opere hanno affrontato diverse tematiche e rimarranno un contributo fondamentale per il dibattito sociologico”. Nato a Padova nel 1927, insegnò dal 1967 al 1971 all’Università di Trento, poi fu professore di sociologia alla Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Padova, di cui fu preside dal 1977 al 1978, quindi direttore del dipartimento dal 1985 al 1988. L’eclissi del sacro nella civiltà industriale’ (1961), è libro in cui S. Acquaviva teorizza la scomparsa della dimensione sacra dalla vita quotidiana dell’uomo, identificando quali conseguenze storiche la “secolarizzazione del mondo” e la “secolarizzazione della religione”, la sua opera più significativa. Egli coglie più di altri che oltre la metà dei 7 miliardi di individui della nostra specie Homo sapiens sono indifferenti alle religioni (maggiormente in Russia o meglio nell’ex URSS, perché là, il comunismo bollò come “oppio dei popoli” la religione- ma anche negli USA e in Europa settentrionale soprattutto con l’imperare del consumismo. Al tempo della sua breve e intensa esperienza di preside della Facoltà di Scienze Politiche dell’ateneo patavino, nel pieno degli anni di piombo, cercò di analizzare a mente fredda i movimenti di guerriglia urbana e di lotta armata. Lucida l’analisi fatta da Acquaviva su questi temi dopo la rivolta armata del ‘77. Gli anni seguenti al ’68, sino al delitto Moro, erano stati per Acquaviva “il tempo della verità. La gente – aveva spiegato – ha dovuto dire concretamente, di fronte alla possibilità di morire o di uccidere, se accettava o no il modello rivoluzionario classico”. Oltre alla carriera accademica, fu anche brillante romanziere, conquistando con la novella “La ragazza del ghetto” numerosi premi. Ma anche la televisione fece parte del suo curriculum: giornalista e creatore di programmi televisivi, collaborò tra gli altri, a “La Notte della Repubblica” di Sergio Zavoli. E, una volta terminata la sua breve esperienza in Rai, come direttore per due anni (tra il 1995 e il 1996) del settore cultura della tv pubblica, nominato da Letizia Moratti, espresse tutto il suo spirito critico, traendo un bilancio disincantato: “In Rai – aveva detto in una conferenza stampa – non ho potuto fare gran parte di ciò per cui ero stato chiamato. In tv esiste un solo tipo di cultura. Se vuoi modificarlo colpisci la personalità di figure che si sono formate attraverso un processo di anni”. La sua fama internazionale è legata al suo lavoro di analisi dei fenomeni religiosi e della crisi dei valori nell’era contemporanea: “Con i suoi studi la sociologia della religione acquisirà lo statuto di disciplina scientifica”, ha ricordato il sociologo Vincenzo Pace, professore all’Università di Padova, citando le sue pioneristiche indagini sulla secolarizzazione. “Spirito critico ed eclettico – ricorda ancora Pace -, Acquaviva si è interessato di sociologia della scienza, di mass media e socio-biologia. Al tempo della sua breve e intensa esperienza di preside della Facoltà di Scienze Politiche, nel pieno degli anni di piombo, cercò di analizzare a mente fredda i movimenti di guerriglia urbana e di lotta armata”. Lucida l’analisi fatta da Acquaviva su questi temi dopo la rivolta armata del ’77. Gli anni seguenti al ’68, sino al delitto Moro, erano stati per Acquaviva “il tempo della verità. La gente – aveva spiegato – ha dovuto dire concretamente, di fronte alla possibilità di morire o di uccidere, se accettava o no il modello rivoluzionario classico”. “Si è scoperto – concludeva – che ormai interessi e valori erano mutati, che aveva altre priorità: anche questo, ma chiaramente non solo, ha portato alla crisi drammatica del marxismo in Occidente”. Oltre alla carriera accademica, fu anche brillante romanziere, conquistando con la novella “La ragazza del ghetto” numerosi premi. Ma anche la televisione fece parte del suo curriculum: giornalista e creatore di programmi televisivi, collaborò tra gli altri, a “La Notte della Repubblica” di Sergio Zavoli. E, una volta terminata la sua breve esperienza in Rai, come direttore per due anni (tra il 1995 e il 1996) del settore cultura della tv pubblica, nominato da Letizia Moratti, espresse tutto il suo spirito critico, traendo un bilancio disincantato: “In Rai – aveva detto in una conferenza stampa – non ho potuto fare gran parte di ciò per cui ero stato chiamato. In tv esiste un solo tipo di cultura. Se vuoi modificarlo colpisci la personalità di figure che si sono formate attraverso un processo di anni”. Tra le sue opere più note: Televisione e bambini immagine nel mondo della prima infanzia (1976); La modernizzazione sperata (1978); La montagna del sole: il Gargano (1982); e Social Structure in Italy, Crisis of a System (1976); La democrazia impossibile (Marsilio 2002); Le radici del futuro (Castelvecchi, 2014) propugnò il rilancio dell’Europa, contro la sfida del declino demografico, attraverso la fine degli stati nazionali e il rilancio delle identità locali e regionali; Alto Adige. Spartizione subito? (1980), L’eclissi del sacro nella civiltà industriale (1985), Il seme religioso della rivolta, collana: problemi attuali, Rusconi libri, 1979 Eros, morte ed esperienza religiosa (1993), Sociologia delle religioni. La strategia del gene. Bisogni e sistema sociale, Laterza, 1995 Problemi e prospettive (1996), Giovani sulle strade del terzo millennio. I giovani degli ostelli: tra pellegrinaggio interiore e turismo culturale (1999), Dio dopo Dio. Diario 1964-2005 (2007). Altre opere sono dedicate agli anni di piombo anche se affrontati da prospettive diverse, come Guerriglia e guerra rivoluzionaria in Italia (1979), Il seme religioso della rivolta (1979), La montagna del sole. Il Gargano, RAI-ERI, 1982; Fatica d’amare, Rusconi, 1983; Sinfonia in rosso (1989). Un terzo gruppo di libri si occupa di sociologia politica come Progettare la felicità (1994) e La democrazia possibile (2002). Della corteccia cerebrale, neocortex o neoencefalo, Acquaviva sapeva tutto e ne ammirava le diverse aree specializzate dall’evoluzione biologica. Ci ha lasciato un’eredità culturale non indifferente Sabino Acquaviva che non fu un Docente chiuso, come la maggior parte nella “Torre d’avorio”, ma comunicava con tutti, anche per di strada e nei bar dover spesso sorbivamo il caffè in cordiale allegria.

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