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LA GRAVITA’ DEL PECCATO

(di Gianluca MARTONE) Dopo aver esaminato l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso, è necessario soffermarsi sulla gravità del peccato, tenendo soprattutto in considerazione che, da poche settimane, ha avuto inizio il Giubileo Straordinario della Misericordia. Alcuni anni fa, fu pubblicato un interessante articolo sul sito cattolico “Aleteia” dall’eloquente titolo: “Dio castiga si o no?”, che pubblico integralmente:” Alcune persone si rifiutano di credere che Dio possa castigare, perché la parola castigo oggi ha assunto una connotazione decisamente negativa nella mentalità comune. Nella mentalità dominante nella nostra epoca il castigo è considerato come un’azione riprovevole, quasi che implichi necessariamente cattiveria da parte di chi lo attua. E siccome Dio è per definizione amore e misericordia allora si esclude che possa castigare i suoi figli. Ma il verbo castigare, che deriva dal latino, nel suo significato originario significa “correggere”. Il castigo è quindi una correzione di Dio, una “lezione” se vogliamo, per dei figli che con la loro stolta cecità spirituale e la loro orgogliosa disubbidienza scelgono le vie dell’autodistruzione spirituale. Dio in ultima analisi agisce così solo per il nostro bene, in virtù del Suo amore, per evitarci un male e una sofferenza infinitamente peggiori. I castighi che Dio manda non sono perciò espressione di un desiderio di vendetta, quasi che Dio agisca per una sadica smania di rivalsa alla tiepidezza dei Suoi figli nei Suoi confronti, ma una dimostrazione estrema 1) del Suo amore, 2) della Sua misericordia e della Sua giustizia. Il castigo è una dimostrazione del Suo amore: perché Egli ci castiga per il nostro bene, come farebbe un padre amorevole che riprende i suoi figli disubbidienti. Dio ci vuole salvare tutti e quindi a un’umanità che ha perso l’umiltà e rischia di buttarsi fra le grinfie di Satana Egli cerca di farle comprendere i veri valori, anche con la sofferenza se è necessario. Quei valori che sono il vero patrimonio della nostra Fede e di cui spesso ci sfugge l’importanza, perché sono tante le seduzioni e le suggestioni del mondo di oggi che ci offuscano la mente inducendoci in inganno e impedendoci di discernere ciò che è veramente importante da ciò che non lo è. Il male e le calamità che Dio permette o i castighi che manda di sua mano sono quindi sempre espressione del suo amore. Il castigo è una dimostrazione della Sua misericordia e della Sua giustizia: perché quando il Suo popolo è vittima dell’oppressione e della sofferenza Egli viene con misericordia in suo soccorso mettendo in atto la Sua giustizia contro i nemici anche con rigore se necessario. Quando il male sembra prevalere Egli ascolta le invocazioni dei giusti e interviene con la Sua mirabile potenza per ristabilire la giustizia.Dio quindi può castigare gli uomini permettendo un male, ma anche mandando di propria mano una punizione. Nella Bibbia stessa, i riferimenti ai castighi mandati da Dio non mancano. Pretendere di negare questa realtà significa rifiutare gli insegnamenti stessi della Scrittura. Quando Dio manda le dieci piaghe sull’Egitto lo fa per misericordia verso il popolo di Israele. Dio sul Sinai aveva detto a Mosè: “Ho osservato la miseria del Mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dalla mano dell’Egitto e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso, verso un paese dove scorre latte e miele…” (Esodo 3,7-8). Egli lascia libertà agli uomini, anche di compiere misfatti. Ma quando le azioni dei Suoi nemici minacciano i Suoi eletti e i giusti, pur permettendo talvolta che durino per un certo tempo – il tempo della prova – alla fine viene immancabilmente in loro soccorso. In questi casi il suo castigo può essere un atto di misericordia verso i giusti per liberarli in maniera completa e definitiva dal giogo del male. Ma anche una dimostrazione della Sua Gloria e un ammonimento per i Suoi avversari affinché si convertano. Per altro troviamo confermata la validità del concetto di castigo divino anche in innumerevoli rivelazioni private di santi, beati e venerabili. Già a Fatima nel famoso “segreto“, la Madonna ammoniva: “Quando vedrete una notte illuminata da una luce sconosciuta, sappiate che è il grande segno che Dio vi dà che sta per castigare il mondo per i suoi crimini, per mezzo della guerra, della fame e delle persecuzioni alla Chiesa e al Santo Padre. Per impedirla, verrò a chiedere la consacrazione della Russia al Mio Cuore Immacolato e la Comunione riparatrice nei primi sabati. Se accetteranno le Mie richieste, la Russia si convertirà e avranno pace”. La Madonna qui ci dimostra che Dio quando è necessario può mandare castighi ai suoi figli, ma al tempo stesso prima li ammonisce, indicandogli anche la via per evitarli. Come sappiamo l’appello della Madonna a Fatima non venne ascoltato e ciò fece sì che la Russia diffondesse i suoi errori (il comunismo) nel mondo. E il mondo durante il XX secolo è stato flagellato da guerre, carestie e persecuzioni, le più terribili della storia, esattamente come la Madonna aveva predetto. Queste piaghe dei nostri giorni non sono state mandate da Dio ma Egli le ha permesse, lasciando che Satana attuasse il suo piano diabolico di odio e distruzione. La ragione per cui ci siamo soffermati così lungamente sul significato di castigo divino è perché la sua comprensione (e la sua accettazione!) alla luce della Fede è di fondamentale importanza per discernere molti degli avvenimenti del nostro tempo, per analizzare nella giusta prospettiva ciò che è accaduto nel XX secolo e ciò che con molta probabilità ci attende in futuro se l’uomo non saprà trarre profitto dalla lezione della storia e dagli innumerevoli ammonimenti della Madonna di questi anni”.

Su questa interessante tematica, alcune settimane fa il vaticanista dell’Espresso Sandro Magister ha pubblicato sul suo blog una lettera molto importante scritta da una fedele: “ Gentile Magister, non sono una personalità come Gotti Tedeschi, né una teologa, né altro di speciale. Sono una insegnante di religione in un liceo e dopo aver letto il suo articolo sulle indulgenze e il purgatorio messi in soffitta, e le prime reazioni su Settimo Cielo, voglio solo condividere alcuni spunti di riflessione. Devo constatare che proprio in ambito ecclesiale e non solo nella vita quotidiana non si parla più o si parla in modo marginale di peccato o di peccati, di colpe o di pene. I miei alunni, soprattutto quando cominciano a leggere la Divina Commedia, mi chiedono invece spiegazioni proprio su questi temi e mi ascoltano con estremo interesse. Mi rendo conto che quando parlo di cristianesimo e dunque narro la storia di Gesù fino alla morte e alla risurrezione, li vedo spiazzati: non hanno minimamente l’idea di cosa sia il peccato, l’aldilà, il perché della croce… Niente. Eppure molti sono cresimati, tutti sono battezzati e tutti hanno fatto la prima comunione. Spesso noto che proprio a causa del silenzio su questi temi e della conseguente non conoscenza, loro non capiscono neanche per quale motivo si dovrebbe essere buoni o cattivi, o anche cristiani anziché altro. È talmente chiaro che se dal mosaico togli dei pezzi importanti non se ne comprende più il senso. Ho notato anche che, quando negli anni ho annacquato le lezioni per renderle più alla portata dei miei alunni, non ho suscitato in loro il minimo interesse. Quando invece ho parlato a loro in verità e con chiarezza ho visto partecipazione, passione, inserimento di nuovi ragazzi e frutti impensabili. Non voglio trarre conclusioni di alcun tipo, antropologiche, filosofiche o sociologiche. Ma semplicemente dire che forse stiamo snaturando il messaggio di Cristo e in questo modo non facciamo il bene di nessuno. Grazie di cuore. Giusy Leone”.
In un suo articolo, il teologo don Leonardo Maria Pompei ha cosi analizzato l’importanza dell’esame di coscienza:” A detta di molti il sacramento che attualmente verserebbe in maggiore crisi è il sacramento della confessione. I fedeli non si confessano, quando lo fanno si confessano male, i confessori sarebbero poco disponibili e tra quelli che lo sono regnerebbe spesso un certo pressappochismo e sdolcinato buonismo, teso quasi sempre a minimizzare, giustificare o negare l’esistenza di colpe e peccati. Al di là di questo quadro, non certo incoraggiante, bisogna evidenziare che il sacramento della confessione è forse quello in cui la componente umana, sia del penitente che del confessore, gioca un ruolo assai maggiore che negli altri sacramenti. Infatti, come insegna san Tommaso d’Aquino e come ha sancito il Concilio di Trento, gli “atti del penitente” (che vedremo nel corso della trattazione) costituiscono la “quasi-materia” del sacramento. Si chiamano “quasi-materia” perché a differenza delle “materie” in senso stretto degli altri sacramenti (da cui, si ricordi e si badi, dipende la validità degli stessi e non solo la loro efficacia o fruttuosità), che sono sostanze appunto materiali (l’acqua per il battesimo, l’olio per l’unzione degli inferni, il pane e il vino per l’eucarestia, etc.), qui non si tratta di realtà ma di disposizioni e atti (interiori e esteriori) del penitente da cui dipende la validità della confessione. Nel senso che, se questi atti non vengono posti in essere o vengono posti male, non solo la confessione è sacrilega, ma è anche totalmente invalida (non si è realmente perdonati dei propri peccati). Anche i requisiti soggettivi del confessore, come vedremo, possono influire molto negativamente sulla validità del sacramento. Procediamo tuttavia con ordine, in omaggio al luminoso principio di san Tommaso d’Aquino, giusta il quale nelle cose di Dio occorrono poche idee chiare e distinte.
L’immortale catechismo di san Pio X (troppo frettolosamente messo in soffitta o archiviato come obsoleto e “anacronistico”) recitava limpidamente che per fare una buona confessione ci vogliono cinque condizioni: 1) Un buon esame di coscienza; 2) Il dolore dei peccati commessi; 3) Il proponimento di non più commetterli; 4) L’accusa integrale di tutti i propri peccati; 5) L’esecuzione fedele della soddisfazione sacramentale imposta dal sacerdote. Il primo punto è indispensabile per ben preparare la confessione; gli altri quattro (che, in senso stretto, si riducono a tre, in quanto il secondo e il terzo specificano il duplice contenuto del “pentimento”) costituiscono gli atti del penitente, a cui la validità della confessione è subordinata.
L’esame di coscienza è elemento fondamentale e indispensabile e richiede una buona formazione, oppure il ricorso a dei buoni schemi che mettano il penitente di fronte ai punti fondamentali su cui deve esaminarsi: i dieci comandamenti, i precetti generali della Chiesa, i doveri del proprio stato. Si tratta di un esame oggettivo, che presuppone il riconoscere il peccato come tale, senza indulgere a facili autogiustificazioni oppure a espressioni del tipo “per me questo non è peccato”. Il bene e il male non sono decisi arbitrariamente dalla coscienza soggettiva della persona, ma sono definiti oggettivamente dalla legge di Dio. Non si può non essere d’accordo, non si può dissentire; o meglio, liberissimi di farlo, rinunciando però ad andarsi a confessare, perché Dio non può perdonare chi gli si presenta dinanzi e confessa solo i peccati da lui ritenuti tali, calpestando disinvoltamente il resto dei suoi precetti con il pretesto di non condividerli. Se non si è d’accordo, bisogna pregare e chiedere al Signore la grazia della conversione, ovvero dell’accettazione piena, integrale e incondizionata delle esigenze della legge di Dio e rimandare la confessione ad un secondo momento. Avendo da sempre ricevuto molte richieste circa schemi per l’esame di coscienza, penserei di concludere questa prima parte proponendo uno schema per l’esame di coscienza pensato proprio per chi fa la confessione per adempiere il precetto pasquale, ovvero che aiuti la coscienza di un adulto (o giovane-adulto) a porsi dinanzi a Dio scoprendo quali sono i principali comportamenti che costituiscono colpa grave ai suoi occhi onde prenderne coscienza, pentirsene e confessarli sinceramente.
ESAME DI COSCIENZA
1. Rapporto con Dio
· Irreligione: Prego regolarmente almeno mattino e alla sera?
· Bestemmia: Ho bestemmiato Dio, la Madonna o i santi?
· Comunioni sacrileghe: Ho fatto la comunione eucaristica in stato di peccato grave, senza confessarmi (magari in occasione di un funerale, o in matrimonio)?
· Confessioni sacrileghe: Durante le mie confessioni passate, ho nascosto volutamente al confessore (non dicendolo) qualche grave peccato per paura di essere rimproverato o di non essere assolto, oppure per vergogna? Ho adempiuto la penitenza impostami dal confessore?
· Digiuno e astinenza: ho digiunato il Mercoledì delle ceneri e il Venerdì santo (anche negli anni passati)? Ho mangiato carne i Venerdì di Quaresima e gli altri Venerdì dell’anno?
· Precetto pasquale: mi sono sempre confessato e comunicato almeno per Pasqua?
· Messa domenicale: Sono stato a Messa tutte le Domeniche e le feste comandate (Natale, Pasqua, Assunzione, Epifania, Ognissanti, Immacolata, Capodanno)?
· Irriverenze: Durante la Messa, mi sono inginocchiato almeno durante la consacrazione? O sono rimasto sempre in piedi? Ho fatto la genuflessione dinanzi al Tabernacolo entrando in Chiesa?
· Lavoro nel giorno festivo: Ho lavorato, senza esservi costretto da vera e grave necessità, di Domenica, privandomi del giusto riposo e del tempo da dedicare alla preghiera ed alla famiglia?
· Profanazione del luogo sacro: sono entrato in Chiesa vestito in maniera indecorosa o indecente (con pantaloncini corti, maglie senza maniche, scollature, gonne al di sopra del ginocchio)?
· Offese ai ministri di Dio: Ho parlato male della Chiesa, del Papa, dei sacerdoti? Ho contestato pubblicamente o privatamente le verità di fede cristiana o le posizioni del Papa e dei Vescovi?
· Peccati contro la fede e la morale cattolica: Sono favorevole a dottrine contrarie al cristianesimo e condannate dalla Chiesa (aborto, divorzio, contraccezione, eutanasia, fecondazione artificiale, etc)? Ho dato il voto a partiti o persone che appoggiano queste aberrazioni? In passato ho votato a favore dell’aborto o del divorzio?
· Superstizione: porto addosso o in casa amuleti, portafortuna, corni, ferri di cavallo o altre cose superstiziose?
2. Rapporti con il prossimo e con me stesso
· Verso i genitori: Ho onorato i miei genitori? Li ho aiutati, anche economicamente, se sono nel bisogno? Mi prendo cura di loro, se anziani, o preferisco tenerli in ospizio?
· Verso i figli: sono stato attento e premuroso? Li ho corretti con amore, se hanno sbagliato? O ho lasciato correre per quieto vivere? Ho pregato con i miei figli e in famiglia?
· Verso il coniuge: Ho litigato con mia moglie/marito (magari davanti ai figli…)?
· Odi, rancori, inimicizie: Ho odi, rancori o desideri di vendetta verso qualcuno? Sono in lite con qualcuno (non ci parlo), specialmente con qualche parente?
· Aborto: Ho abortito oppure cooperato all’aborto, acconsentendovi o anche solo consigliandolo? Ho accompagnato qualcuno ad abortire?
· Percosse: Ho usato violenza fisica contro le persone (coniuge, figli, nemici)?
· Rapporti prematrimoniali? Se sono ancora fidanzato, ho peccato contro la purezza e la castità (rapporti sessuali prematrimoniali)?
· Adulterio: Ho commesso adulterio (anche solo col pensiero o con lo sguardo)?
· Contraccezione: Ho adoperato mezzi contraccettivi contrari alla morale cattolica (pillola, profilattico, spirale, coito interrotto)?
· Masturbazione: Ho commesso atti impuri in modo solitario?
· Immoralità: Ho visto spettacoli immorali, letto stampa immorale, navigato su siti internet immorali?
· Pensieri impuri: ho volontariamente guardato ciò che non si deve desiderandolo?
· Peccati contro il buon uso del denaro e dei beni: Ho pagato i miei debiti? Ho giocato d’azzardo? Ho restituito beni e denaro presi a prestito? Sono stato onesto nello stabilire prezzi o parcelle professionali? Ho frodato qualcuno (assicurazioni auto, clienti, fornitori, etc.)? Ho acquistato materiale di cui sapevo con certezza la provenienza illecita o dal contrabbando? Ho procurato gratuitamente danni all’ambiente (città, luogo di lavoro, natura)?
· Volgarità e trivialità: sono volgare nel modo di parlare? Ho detto parolacce? Ho fatto discorsi osceni?
· Peccati contro la verità e la buona fama del prossimo: Ho mentito, alterando la verità? Ho parlato male di qualcuno? Di chi? Della Chiesa, del Papa, di qualche sacerdote?

· Modestia e decoro nell’abbigliamento: Sono stato sempre casto, dignitoso, decoroso e modesto nel modo di vestirmi?

In un altro suo articolo, sempre lo stesso teologo Pompei fornisce indicazioni molto esaustive su come confessare i peccati:” Il quarto requisito per una buona confessione è l’accusa sincera dei peccati commessi di cui si ha memoria. Come la santa Madre Chiesa ha autorevolmente (e dogmaticamente) insegnato, sono oggetto obbligatorio e necessario tutti e ciascuno i singoli peccati commessi da quando si ha l’uso della ragione in poi, i quali vanno confessati bene, ovvero non genericamente, ma per specie, numero e circostanze. L’inosservanza volontaria di tale indicazione, come già visto per ciò che concerne il sincero pentimento, non solo rende la confessione invalida, ma la trasforma in sacrilega. Cerchiamo di focalizzare bene i dettagli di questo importantissimo ulteriore elemento costitutivo della “quasi materia del sacramento”.
Bisogna quindi anzitutto distinguere tra oggetto obbligatorio e necessario della confessione e oggetto consigliato e raccomandato di essa. È strettamente obbligatorio confessare i peccati mortali, ovvero quelli aventi una materia grave (in sé o per le “proporzioni” della trasgressione) e che siano stati commessi con piena avvertenza (rendendosi conto di ciò che si stava facendo) e deliberato consenso (non sotto la spinta di violenza o altra gravissima causa). Tanto per fare qualche esempio di comuni peccati che sono sempre mortali per la gravità della materia in se stessa, possiamo citare i sacrilegi, le irriverenze, le bestemmie, il falso giuramento, l’omessa santificazione del giorno festivo, l’uso di droga, le percosse, l’impurità in tutti i suoi generi e specie, l’inverecondia e l’immodestia. Ci sono invece alcuni peccati che diventano mortali quando la materia da “lieve” diventa “grave”. Per esempio il furto, che è peccato veniale quando cade su oggetti di scarso valore, mentre è peccato mortale quando l’entità della cosa rubata o ingiustamente trattenuta è considerevole; le mancanze nei confronti dei genitori, che diventano gravi quando sono ingiurie o quando sono disubbidienze in cose di grande entità; le volgarità e le parolacce, che diventano gravi quando sono a sfondo sessuale o quando sono dette con odio per ferire e colpire il prossimo. Questi peccati vanno confessati non in maniera generica, ma per specie: non basta dire “ho peccato contro il secondo comandamento”, perché un conto è la bestemmia, un conto il falso giuramento, un conto la nomina inutile del nome di Dio, della Madonna o dei santi; non basta dire “ho commesso atti impuri”, perché altra cosa è l’adulterio rispetto ai rapporti prematrimoniali, o al peccato impuro solitario; etc. Va inoltre specificato il numero, perché tanti sono i peccati mortali quante sono le volte che si sono commessi e ciò determina un profondo aggravamento sia della situazione della coscienza sia delle pene dovute per il peccato (che faranno fare il Purgatorio nonostante l’assoluzione). Quando non si ricorda il numero preciso, bisogna dare al confessore “l’ordine di grandezza”, avvicinandosi il più possibile alla verità. Se un penitente sa di aver colpevolmente “mandato in vacanza il Padre eterno” durante il periodo estivo, non sarà per lui sufficiente dire “ho mancato alla santa Messa”, ma dovrà appunto specificare “per tutto il periodo estivo”. Se si confessa un bestemmiatore abituato, dovrà far chiaramente capire che non è che gli scappata una bestemmia in un momento di collera, ma che più volte ha offeso il nome di Dio, etc. Infine vanno specificate le circostanze quando queste mutano la natura del peccato oppure ne aggravano o diminuiscono la gravità. Se si è bestemmiato dinanzi a un figlio piccolo, bisogna specificarlo, perché questa aggravante (il vero e proprio scandalo dato a un piccolo dal proprio genitore) è quasi più grave del peccato commesso; così come se si è mancati alla santa Messa, avendo dei figli piccoli che devono avere nei genitori un modello e uno sprone per imparare l’osservanza della legge di Dio. Se si è commessa qualche impurità, bisogna specificare se il complice, per esempio, fosse sposato in Chiesa (anche se divorziato), perché l’atto si trasforma immediatamente in adulterio che è molto più grave della fornicazione semplice, etc. Similmente se si è mancati alla santa Messa non per negligenza ma per improvvisi problemi che hanno reso molto difficile la partecipazione (se non addirittura moralmente impossibile: la malattia personale, un incidente stradale, il ricovero improvviso di una persona cara), bisogna specificarlo; così come se fosse scappata una bestemmia in preda all’ira da parte di chi non ha questa abitudine e si è ritrovato con un’espressione blasfema uscitagli dalla bocca senza nemmeno capire come è successo; oppure i peccati che sono stati commessi per ignoranza anche se colpevole (cosa che avviene quando si trasgredisce gravemente la legge di Dio, senza sapere o avere la piena consapevolezza della gravità del peccato, per difetto di formazione della coscienza, etc.).
I peccati mortali vanno confessati tutti, anche quelli molto lontani nel tempo, di cui non si abbia la certezza di averli già portati dinanzi al tribunale della divina misericordia. La confessione, infatti, copre solo i peccati non confessati per dimenticanza, ma comporta sempre in sé l’obbligo che, qualora affiorino nella memoria peccati anche molto antichi che si è certi o quasi di non aver mai confessato, essi vengano umilmente confessati alla prima confessione utile. Sembra assai probabile l’opinione di chi ritiene, in caso di peccati molto antichi, che nonostante l’obbligo di confessarli alla prima occasione utile, il fedele possa accostarsi alla comunione sacramentale, diversamente da ciò che accade qualora, nel presente, si commetta un peccato mortale, nel qual caso non bisogna per nessun motivo accostarsi all’eucaristia senza premettere la confessione sacramentale.
Gli altri peccati (quelli veniali) e le imperfezioni morali non costituiscono oggetto obbligatorio di confessione, ma la Chiesa ne “raccomanda caldamente” la loro confessione, dato che una coscienza che li sottovaluti si espone grandemente al pericolo di cadere in mancanze gravi e comunque, nel caso di peccati in senso stretto (piccole maldicenze, atti di superbia, bugie, volgarità non eccessive, scatti di collera, etc.), si offende comunque Dio e si “aumenta” il tempo di purgazione che sarà necessario affrontare in Purgatorio prima di accedere alla visione beatifica. Un’anima poi che voglia santificarsi non può in nessun caso e per nessun motivo prendere alla leggera venialità e imperfezioni, altrimenti cadrà inevitabilmente nelle sciagurate sabbie mobili della mediocrità e della tiepidezza, perderà un numero considerevole di grazie divine, farà molto meno bene (o lo farà molto peggio) di quello che dovrebbe o potrebbe”.

Lo scorso 30 dicembre 2015, sul sito cattolico “Aleteia”, è stata esaminata la tematica delicata dell’indulgenza, strettamente correlata all’Anno Giubilare:” I nostri peccati comportano conseguenze gravi. È vero che quando li confessiamo nel sacramento del Perdono ci vengono perdonati, ma l’impronta del peccato richiede un lungo cammino di rigenerazione. Si racconta che un Presidente degli Stati Uniti, per far capire al figlio le conseguenze delle nostre azioni, gli propose un esercizio. Gli diede un martello, un grande chiodo e una tavola di legno, e gli chiese se era capace di inchiodarlo. Il bambino rispose che era molto facile, e senza problemi con due o tre martellate ben assestate inchiodò perfettamente il chiodo nella tavola. Il padre allora gli disse: “Molto bene, ora cerca di toglierlo, se ci riesci”. Il bambino faticò parecchio, e dopo un’ora riuscì a togliere il chiodo lasciando un grande buco nel legno. Il padre gli disse: “Vedi, figlio mio, fare il male è facile, ma eliminarlo, quando non è impossibile, è molto difficile, e resta sempre la ferita”. Papa Francesco lo spiega così: “Nonostante il perdono, nella nostra vita portiamo le contraddizioni che sono la conseguenza dei nostri peccati. Nel sacramento della Riconciliazione Dio perdona i peccati, che sono davvero cancellati; eppure, l’impronta negativa che i peccati hanno lasciato nei nostri comportamenti e nei nostri pensieri rimane”. L’indulgenza, quindi, non riguarda il fatto di perdonare un peccato, ma di superare completamente le conseguenze negative del peccato. Si tratta di una realtà molto seria, lungi da un automatismo magico al margine della nostra ricerca sincera di Dio e del suo perdono, e che si traduce nella volontà di condurre una vita autenticamente evangelica e di riprendere il cammino. Non è semplicemente passare per una porta”.
Pochi giorni fa, anche il quotidiano cattolico on line “Riscossa Cristiana” si è soffermato su questo delicatissimo argomento:”Perché la Chiesa ha fatto gli Anni Santi, perché ha pensato ai Giubilei con le loro indulgenze plenarie? Semplicemente perché gli uomini devono tornare a Dio, allontanandosi dal peccato che causa loro la morte eterna. Non c’è altra ragione, non ce n’è proprio un’altra! Si assiste a una strana insistenza sulla misericordia di Dio, che suona straniera, molto straniera ad orecchie cattoliche. Si sente parlare del Signore che perdona sempre, ma questa insistenza non è mai preceduta e accompagnata dal ricordo della gravità del peccato, con le sue mortali conseguenze. È la solita storia: si prendono verità cattoliche, le si isolano da tutto il resto, trasformandole così in qualcosa d’altro. È la tecnica per fondare una nuova Chiesa, la chiesa dell’umanità che non è più la Chiesa di Cristo. E tutto questo ha qualcosa di illogico, di non ragionevole: perché mai il Signore ti accoglierebbe con misericordia, se non perché tu hai bisogno di essere strappato dal peccato e dalla morte? Ma no! oggi va di moda, e proprio nella Chiesa, parlare della bontà accogliente di Dio, senza richiamare la gravità del peccato, di ogni peccato. Anzi, chi ancora nella Chiesa si attarda a denunciare il male e la sua gravità, viene visto come nemico della misericordia di Dio, da eliminare come falso apostolo, affinché la bellezza della “nuova chiesa” possa finalmente risplendere. Quanti disastri morali si compiranno in questo Anno Santo, se non si tornerà alla Misericordia vera, quella di Cristo, che accogliendoti in pianto per i tuoi peccati, ti perdona e ti dice “d’ora in poi non peccare più”. La misericordia di Dio, quella di Cristo, non può mai essere disgiunta dalla condanna ferma del peccato, di ogni peccato. Anzi, è proprio insegnando la gravità del peccato che la Chiesa ha sempre aperto i cuori alla vera misericordia di Dio. Il beato Cardinal Newman ha parole impressionanti proprio sulla necessità della condanna severa del peccato. Parlando del compito dottrinale della Chiesa così si esprime: “Anzitutto, la dottrina del maestro infallibile deve iniziare da una vibrata protesta contro lo stato attuale dell’umanità. L’uomo si è ribellato al suo Creatore. Questa ribellione ha provocato l’intervento divino; e la denunzia della ribellione dev’essere il primo atto del messaggio accreditato da Dio” (Apologia pro vita sua, cap. V). Non c’è che dire, il grande Cardinal Newman, spacciato troppe volte per anticipatore della confusione conciliare, su questo è chiaro: la ribellione dell’uomo a Dio va denunciata, e questa denuncia sta all’inizio del parlare della Chiesa, viene prima di tutto, con essa incomincia tutto! Ma continuiamo con Newman: “La Chiesa deve denunciare la ribellione come il più grave di tutti i mali possibili. Non può scendere a patti; se vuole essere fedele al suo Maestro, deve bandirla e anatemizzarla” (ibid.). La mancanza della denuncia del peccato è di fatto un scendere a patti col peccato; così è percepita dai più. È colta come una tregua, come una rinuncia della Chiesa alla lotta contro il male e il demonio. È colta come un cambiamento di morale, come un depennare alcuni comandamenti dal decalogo, per far tregua con il mondo che non vuole cambiare. Sì, si rischia di intendere l’Anno Santo, con la sua misericordia “larga”, come una grande tregua al peccato, che prelude alla nascita di una nuova chiesa pacificata col mondo moderno, che di cambiare non ne ha proprio voglia: che illusione mortale! Illusione mortale, quella di pensare di conquistare il mondo con un perdono che non richiede il dolore del peccato e il proponimento di non commetterlo più! Illusione mortale, quella di pensare di riempire le chiese non chiedendo più niente alle anime. Illusione mortale, quella di pensare di spalancare le porte a tutti senza chiedere nulla: entreranno forse in molti, ma occuperanno una chiesa debole, che si trasformerà in loro; e dopo averla resa simile alla loro casa confusa da cui provenivano, la rigetteranno per l’ennesima volta come una chiesa inutile. Ma ascoltiamo ancora il grande Henry Newman: “La Chiesa cattolica pensa sia meglio che cadano il sole e la luna dal cielo, che la terra neghi il raccolto e tutti i suoi milioni di abitanti muoiano di fame nella più dura afflizione per quanto riguarda i patimenti temporali, piuttosto che una sola anima, non diciamo si perda, ma commetta un solo peccato veniale, dica una sola bugia volontaria o rubi senza motivo un solo misero centesimo” (ibid). Carissimi, il compito della Chiesa non può cambiare, perché Cristo non cambia. Non fidiamoci dei falsi maestri che scambiano il perdono, l’indulgenza plenaria, con una “tregua” dal sapore troppo umano che sa di diabolico.La Chiesa è stata posta come baluardo per la salvezza delle anime dal male, dall’abisso del peccato. “All’intensità del male che si è impossessato del genere umano, è stato contrapposto un potere capace di fronteggiarlo; e il primo atto di questo potere istituito da Dio è ovviamente una sfida al nemico. Questo preambolo dà un senso alla posizione della Chiesa nel mondo, e dà una chiave per interpretare tutto il suo insegnamento e la sua condotta attraverso i secoli.” (ibid). Preghiamo il Signore e la Vergine Maria, perché ci concedano pastori secondo il cuore di Dio, che non temano di fronteggiare il peccato, di porsi come sfida al nemico”.

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