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I GRAVI PERICOLI DEL GENDER NELLE SCUOLE

(Gianluca MARTONE) In questi giorni, è iniziato l’anno scolastico, che prevede l’introduzione della “Riforma Buona Scuola” con la teoria gender presente nel famosa art. 1 comma 16 del suo testo. Nell’analizzare questa delicata tematica, occorre innanzitutto smentire tutte le voci, in primis quella del Ministro Giannini che, lo scorso 16 settembre, ha affermato all’Ansa:”Il Miur in queste ore sta inviando a tutti i dirigenti scolastici una circolare, in cui si ribadisce che la “Buona scuola” non introduce la teoria del gender. Se cio’ non bastasse, vi sarà una responsabilità irrinunciabile a passare a strumenti legali contro questa truffa culturale”, analizzando nel migliore dei modi questa normativa.Alcune settimane fa, il sito Pro Vita ha esaminato questa discussa disposizione in modo accurato, con un interessante articolo di Alessandro Fiore.“Questo è il comma 16 dell’art. 1 della “buona scuola”:”Il piano triennale dell’offerta formativa assicura l’attuazione dei princìpi di pari opportunità promuovendo nelle scuole di ogni ordine e grado l’educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni, al fine di informare e di sensibilizzare gli studenti, i docenti e i genitori sulle tematiche indicate dall’articolo 5, comma 2, del decreto-legge 14 agosto 2013, n. 93, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 ottobre 2013, n. 119, nel rispetto dei limiti di spesa di cui all’articolo 5-bis, comma 1, primo periodo, del predetto decreto-legge n. 93 del 2013″. Questa la Legge 119 del 2013, art. 5 comma 2: Il Piano [d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere], con l’obiettivo di garantire azioni omogenee nel territorio nazionale, persegue le seguenti finalità:

b) sensibilizzare gli operatori dei settori dei media per la realizzazione di una comunicazione e informazione, anche commerciale, rispettosa della rappresentazione di genere (…) c) promuovere un’adeguata formazione del personale della scuola alla relazione e contro la violenza e la discriminazione di genere e promuovere, nell’ambito delle indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo di istruzione, delle indicazioni nazionali per i licei e delle linee guida per gli istituti tecnici e professionali, nella programmazione didattica curricolare ed extracurricolare delle scuole di ogni ordine e grado, la sensibilizzazione, l’informazione e la formazione degli studenti al fine di prevenire la violenza nei confronti delle donne e la discriminazione di genere, anche attraverso un’adeguata valorizzazione della tematica nei libri di testo;
Per capire che il “genere” in questi testi è altra cosa rispetto al “sesso biologico” e che segue la logica della teoria gender (e quindi che anche l’educazione e la formazione cui ci si riferisce implichi “l’approccio di genere”) bisogna riferirsi al contesto normativo e soprattutto: 1. alla Convenzione di Istanbul, attuata di fatto dal decreto legge 93 del 2013, modificato dalla legge 119. 2. al “Piano d’azione straordinario” (approvato dai ministeri competenti e dalla Presidenza del Consiglio) che ci dice come il Governo intende la nozione di genere e di educazione contro la discriminazione di genere, in particolare ex art.5 comma 2 della L119 (che si riferisce proprio al “piano d’azione”). 1. Convenzione di Istanbul
Preambolo (…) Riconoscendo che il raggiungimento dell’uguaglianza di genere de jure e de facto è un elemento chiave per prevenire la violenza contro le donne; (…) Riconoscendo la natura strutturale della violenza contro le donne, in quanto basata sul genere, (…) Articolo 3. Definizioni. (…) (c) con il termine “genere” ci si riferisce a ruoli, comportamenti, attività e attributi socialmente costruiti che una determinata società considera appropriati per donne e uomini. Articolo 4 (…) L’attuazione delle disposizioni della presente Convenzione da parte delle Parti contraenti, in particolare le misure destinate a tutelare i diritti delle vittime, deve essere garantita senza alcuna discriminazione fondata sul sesso, sul genere, sulla razza, sul colore, sulla lingua, sulla religione, sulle opinioni politiche o di qualsiasi altro tipo, sull’origine nazionale o sociale, sull’appartenenza a una minoranza nazionale, sul censo, sulla nascita, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere, sull’età, sulle condizioni di salute, sulla disabilità, sullo status matrimoniale, sullo status di migrante o di rifugiato o su qualunque altra condizione. Articolo 6 (…) Le Parti si impegnano a inserire una prospettiva di genere nell’applicazione e nella valutazione dell’impatto delle disposizioni della presente Convenzione (…) Articolo 14 – Educazione. Le Parti intraprendono, se del caso, le azioni necessarie per includere nei programmi scolastici di ogni ordine e grado dei materiali didattici su temi quali la parità tra i sessi, i ruoli di genere non stereotipati (…)2. Piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere (approvato a Maggio 2015), (p.4). Conseguentemente alla ratifica della Convenzione di Istanbul il Parlamento italiano ha approvato il 15 ottobre 2013 la Legge n 119 (…) Ad arricchire ulteriormente lo strumento normativo, l’art. 5 della citata legge, prevede l’adozione di un “Piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere” (…) (p. 18-19). 5.2. Educazione. Recependo l’invito della Convenzione di Istanbul di passare (…) ad una sistemica multi-livello, un ruolo centrale riveste nel Piano nazionale, il tema dell’educazione e della scuola. Obiettivo prioritario deve essere quello di educare alla parità e al rispetto delle differenze, in particolare per superare gli stereotipi che riguardano il ruolo sociale, la rappresentazione e il significato dell’essere donne e uomini (…) nel rispetto dell’identità di genere, culturale, religiosa, dell’orientamento sessuale (…) mediante l’inserimento di un approccio di genere nella pratica educativa e didattica. Nell’ambito delle “Indicazioni nazionali” per il curricolo della scuola dell’Infanzia (…) Il Governo provvederà dunque ad elaborare un documento di indirizzo che solleciti tutte le istituzioni scolastiche autonome ad una riflessione e ad un approfondimento dei temi legati all’identità di genere e alla prevenzione della discriminazione di genere (…)
Del fatto che il termine “genere” in queste normative fosse problematico in sé, in quanto implica una nuova prospettiva (quella di genere, appunto), era consapevole persino il Governo italiano in sede di firma della Convenzione di Istanbul (http://documenti.camera.it/leg17/dossier/Testi/es0030inf.htm#no): l’Italia depositò presso il Consiglio d’Europa una nota verbale con la quale dichiarava che “applicherà la Convenzione nel rispetto dei princìpi e delle previsioni costituzionali”. La dichiarazione era motivata dal fatto che la definizione di “genere” contenuta nella Convenzione (l’art. 3, lettera c) era ritenuta “troppo ampia e incerta e [presentava] profili di criticità con l’impianto costituzionale italiano”. Purtroppo la dichiarazione interpretativa era troppo vaga (“nel rispetto dei principi e delle previsioni costituzionali”) e non ha scongiurato il pericolo, avverato con l’attuazione della convenzione da parte del decreto legge 93 (modificato dalla legge 119) del 2013 e con l’adozione del “piano d’azione straordinario” nel mese di maggio, dell’adozione del termine “genere” invece di “sesso”, e di una interpretazione secondo la prospettiva (teoria) gender”.
Dopo queste gravissime affermazioni del Ministro Giannini, Mario Adinolfi, direttore della “Croce Quotidiano”, ha pubblicato un suo editoriale, nel quale spiega le ragioni del giusto dissenso dinanzi a queste parole che, come ha affermato con coraggio Papa Francesco al Bice lo scorso 11 aprile 2014, aprono la strada alla “dittatura del pensiero unico”.“Gentile ministro Giannini, se vuole come ha annunciato denunciare chi mette in guardia i genitori dal possibile dilagare delle teorie gender nelle scuole, cominci da me. Il 20 giugno sono andato in piazza a Roma a San Giovanni con un comitato che ha scelto come nome “Difendiamo i nostri figli” e sul grande striscione che campeggiava sul nostro palco c’era scritto “No al gender nelle scuole”. Davanti a quello striscione c’era un milione di persone. Famiglie vere, giovani, con tanti figli che hanno avuto esperienza nelle scuole italiane di un grande imbroglio: corsi di “educazione di genere” o contro il “bullismo omofobico” che sono state modalità surrettizie di far entrare nella scuola italiana, persino nella scuola dell’infanzia, informazioni e testi tendenti ad affermare un approccio tutto ideologico contrastante con la verità dei fatti. Informazioni e testi che affermano come naturale l’omogenitorialità, sostengono l’uguaglianza tra il maschile e il femminile, esaltano omosessualità e transessualità, sostengono che il “genere” possa essere un abito da indossare distinto dal sesso biologico e scelto a piacere tra infinite sfumature. Il tutto per arrivare a costruire l’impianto ideologico che neghi in radice la necessità di una figura paterna e di una figura materna per la crescita equilibrata di un bambino, sostenendo che si possa nascere da due papà o da due mamme, dunque sostenendo il falso e spacciandolo per vero con un’operazione meramente ideologica. Gentile ministro Giannini questo rischio è stato paventato nettamente dal presidente dei vescovi italiani, il cardinale Angelo Bagnasco, che in un’intervista ad Avvenire purtroppo poco circolata come spesso accade a chi parla di gender ha detto parole chiarissime. Noi de La Croce quelle parole, unico quotidiano in Italia, le abbiamo riprese integralmente in prima pagina e gliele riproponiamo, gentile ministro: “Si vuole far passare la teoria gender anche attraverso l’educazione nelle scuole. Lo vediamo nel nostro Paese e anche in altre nazioni. Questa è una violenza sui bambini perché già dalle materne si vuole imporre una visione delle cose per cui ognuno sceglie di essere sul piano dell’identità sessuale quello che ritiene e per quanto tempo ritiene. Questo significa gettare nella confusione più grande i nostri bambini, ragazzi e giovani. Ed è un gravissimo attacco alla libertà educativa dei genitori”. Questo ha detto Angelo Bagnasco, capo della Chiesa italiana, riverberando parole anche più dure pronunciate da Papa Francesco e sempre riprese in prima pagina solo dal quotidiano La Croce, purtroppo, in cui il Santo Padre ha parlato della famiglia uomo-donna-figli definendola “come Dio la vuole” e mettendo in guardia dalla “colonizzazione ideologica” che il gender compie a partire dalle scuole. Queste parole del Papa, gentile ministro Giannini, sono di appena una settimana fa, pronunciate non a caso a ridosso dell’apertura delle scuole, mentre Bagnasco ha parlato proprio in occasione del primo giorno del nuovo anno scolastico. Capirà, gentile ministro Giannini, che Papa Francesco e Bagnasco hanno un’autorevolezza e una capacità di convincerci superiore alla sua che in una trasmissione radiofonica ha osato affermare che “una parte della Chiesa cattolica” ritiene preoccupante l’articolo che nella legge della Buona Scuola rischia di aprire la porta al gender nelle classi. Non è “una parte della Chiesa”, è la Chiesa, è il suo Papa, è il presidente dei vescovi italiani. Ora, conoscendo il livello di sua legittimazione per occupare la posizione che occupa, immagino anche che lei possa irridere il milione di persone che in piazza le hanno detto di temere per il dilagare del gender nelle scuole. Lei è abituata a organizzare raduni ben più partecipati di suoi sostenitori, che sosterranno magari la sua tesi per cui “il gender non esiste”. Quello che suona davvero fastidioso è il suo minacciare, gentile ministro Giannini. Davvero è insopportabile la boria arrogante con cui lei annuncia di voler “denunciare con strumenti legali adeguati” chi dovesse operare “una truffa culturale” parlando di rischio gender nelle scuole. Ora, poiché di tale rischio parlano il Papa e il capo dei vescovi italiani, io credo che lei non avrà il coraggio di prendere parola esplicitamente contro di loro. E allora mi autodenuncio io: io ero su quel palco il 20 giugno scorso per denunciare esattamente quello che lei afferma non esistere, cioè il rischio che l’ideologia gender dilaghi nelle scuole. Ho inteso insieme ad altri amici alzare la guardia e far alzare la guardia a milioni di famiglie, seguendo la preoccupazione di Papa Francesco, di tutta la Chiesa e anche di tanti giornalisti e intellettuali laici miei amici o colleghi. Siamo dei “truffatori culturali”? Bene, ci denunci e ci faccia arrestare. Perché io, e credo anche i miei amici, continuerò a mettere in guardia i genitori affinché siano vigili nelle scuole, affinché non deleghino all’istituzione da lei presieduta l’educazione dei loro figli e lo sa perché? Perché sono genitore anch’io e ho visto con i miei occhi quello che surrettiziamente si vuole far avanzare negli istituti pubblici. Opero da cittadino, da genitore, da giornalista il mio diritto di verificare l’azione delle istituzioni, prima fra tutte le istituzioni a cui affido le mie figlie ogni mattina.Se a lei dà fastidio la mia azione di vigilanza, ha il potere per farmi arrestare. Il mio consiglio è di non farlo, di abbassare i toni perché se il potere si fa prepotente, si dimostra assai insicuro. E lei sa bene che i rischi che paventiamo sono reali. Ora l’arroganza del minacciare denunce tramite i consueti mass media proni e compiacenti le farà conquistare un titolo su Repubblica, ma non il rispetto di milioni di genitori che vorrebbero che a difesa dei loro figli ci fossero le agenzie educative come la scuola e anche le istituzioni. Invece la “colonizzazione ideologica” paventata da Papa Francesco passa proprio da loro, che arrivano a minacciare i genitori che non delegano e vigilano. Noi però abbiamo una caratteristica. Abbiamo dimostrato che non ci facciamo facilmente intimidire. E poi siamo tanti. Qualcuno, dopo l’arresto, si occuperà di portarmi le arance. Cambi tono, gentile signor ministro Giannini”.
Lo scorso 15 settembre, è stato pubblicato un importante articolo del collega De Lorenzo sul “Giornale”, nel quale viene raccontato l’indottrinamento gender nelle scuole emiliane, attraverso il manuale “W l’Amore”, imposto addirittura con l’autorizzazione di Enti Pubblici come la Ragione e l’Usl, denunciato da una docente.
“La scuola è (o dovrebbe essere) il luogo della discussione. Dell’approfondimento. E delle decisioni condivise. Invece, quando si tratta di inserire un programma di autoerotismo ed educazione sessuale così ammiccante all’ideologia “gender”, le scuole italiane lo fanno senza informare i docenti. Di nascosto, relegandone la presentazione all’ultimo ordine del giorno dell’ultimo Collegio Docenti prima della fine dell’anno. E’ questa la denuncia di Francesca, nome di fantasia di un’insegnante che ci chiede di difendere la sua identità. Il suo istituto in provincia di Bologna, come tante altre scuole, ha iniziato la somministrazione agli adolescenti del manuale “W l’Amore”. Durante l’ultimo collegio docenti di giugno il progetto è stato approvato senza coinvolgere gli insegnanti sui contenuti e negandogli la possibilità di dissentire. Obbligandoli, di fatto, ad accettarlo. Non solo masturbazione, malattie veneree e tanto sesso. Nel libretto distribuito ai ragazzi di terza media si parla anche di “genere” e di come ognuno possa “scegliere” la propria identità. Per fare un esempio, agli studenti viene chiesto se condividono (o meno) il modello di “uomo e donna” che vivono in famiglia. “Pensavo che per crescere bene servissero un padre e una madre – si legge nelle riflessioni date in mano ai ragazzi – Invece ho amici con genitori separati, single o addirittura omosessuali!”. L’obiettivo dichiarato è quello di combattere gli “stereotipi di genere”. E nel farlo si racconta a bambini 14enni che “non c’è un modo giusto per essere maschi e femmine e non ci sono caratteristiche esclusivamente maschili e femminili”. Si introduce, insomma, il concetto di “omologazione” di ogni “modo di essere”, parificando ogni atteggiamento. Si parla poi di “rapporti orogenitali ed anali” come un dato acquisito ed universalmente praticato, si presenta la “pillola del giorno dopo” come un sistema contraccettivo ma nascondendo che possa funzionare come meccanismo abortivo. Incontriamo Francesca a Bologna. Vuole spiegarci e denunciare il tentativo di imporre un “pensiero unico” senza dare la possibilità a chi non è d’accordo di dissentire. “C’è un disegno dietro – dice – stanno cercando di costringerci ad accettare un modello basato sul falso e senza veridicità scientifica”. Un argomento così delicato meritava maggiore spazio. “Non si può introdurlo senza avvisare. Tratta argomenti così sensibili e importanti che è inimmaginabile farlo senza coinvolgere tutte le parti in causa. Docenti compresi”. Così non è stato. Il Collegio docenti, senza nemmeno poter esprimete un voto, si è trovato a dover accettare il corso sponsorizzato (e pagato) dalla Regione Emilia Romagna. Infatti, “non è stato spiegato nulla. Non si è entrati nel merito del progetto e del suo messaggio. E’ stato presentato genericamente. Senza scendere nei particolari”. Il problema non è solo del singolo istituto. “Nella scuola italiana – continua Francesca – stanno entrando programmi costruiti da altri su temi fondamentali come l’identità sessuale dei ragazzi, all’interno di un quadro educativo che non può essere dato per scontato che tutti debbano accettare. Sono moltissimi quelli che non lo condividono”. Il timore è si stia usando “la scuola per imporre a tutti il pensiero unico”. “Ma le associazioni Lgbt hanno il monopolio di questi temi? – si chiede Francesca – Ma se volessi rivolgermi ad altri enti non lo posso fare?”. La richiesta è semplice: così come il ministero ha permesso alle famiglie di escludere i loro bambini dall’orario di educazione affettiva, allo stesso modo deve vigilare sul dovere degli insegnanti di proporre dei progetti di educazione sessuale in maniera seria, consapevole e soprattutto condivisa da tutto il corpo docenti. Che vogliono avere il diritto all’”obiezione di coscienza”.
Risuonano quindi profetiche le parole pronunciate da Papa Francesco lo scorso mese di gennaio, durante il viaggio di ritorno dalle Filippine.“Venti anni fa, nel 1995, una Ministro dell’Istruzione Pubblica chiese un prestito forte per fare la costruzione di scuole per i poveri. Le concessero il prestito, a condizione che nelle scuole ci fosse un libro per i bambini di un certo livello. Era un libro di scuola, un libro preparato bene didatticamente, dove si insegnava la teoria del gender. Questa donna aveva bisogno dei soldi del prestito, ma quella era la condizione. Furba, ha detto di sì e anche ha fatto fare un altro libro e ha dato i due (libri) e così è riuscita… Questa è la colonizzazione ideologica: entrano in un popolo e mirano a colonizzare il popolo con un’idea che cambia o vuol cambiare una mentalità o una struttura. Durante il Sinodo, i Vescovi africani si lamentavano proprio di questo. Perché dico “colonizzazione ideologica”? Perché prendono proprio il bisogno di un popolo o l’opportunità di entrare e farsi forti, per (mezzo de)i bambini. Ma non è una novità questa. Lo stesso hanno fatto le dittature del secolo scorso. Sono entrate con la loro dottrina. Pensate ai Balilla, pensate alla Gioventù Hitleriana. Hanno colonizzato il popolo, volevano farlo. Ma quanta sofferenza. I popoli non devono perdere la libertà. Il popolo ha la sua cultura, la sua storia; ogniBambini senza padre popolo ha la sua cultura”.

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