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La scoperta dell’”Homo naledi” rivoluziona la Paleontologia umana

(Giuseppe PACE) Solo un secolo poco più di un secolo e mezzo ci separa dal libro l’Origine della specie per selezione naturale di C. Darwin del 1859 e meno tempo ci separa dal successivo libro del grande Naturalista inglese “L’origine dell’uomo” del 1870. Nel secondo libro Darwin precisava che non deriviamo dalla scimmia come gli incolti vogliono attribuirmi. Deriviamo, invece, da un progenitore comune da ricercare. Tale genitore comune è precedente alla stazione bipede degli ominidi. Un nuovo parente remoto dell’Homo sapiens (quasi un cugino lontano dell’uomo. Fratello, se guardiamo i suoi piedi che hanno meravigliato i ricercatori: sono quasi identici ai nostri) è stato rinvenuto recentemente in Sud Africa. Si chiama “Homo naledi”. Si chiama così questo ominide con caratteristiche primitive e moderne al tempo stesso. Non molto alto, piuttosto snello, aveva un cervello minuscolo, ma forse seppelliva già i suoi morti, ben prima dell’Homo sapiens. I diversi sedimenti ritrovati nella caverna non permettono ancora di datare le ossa e risalire alla sua età, ma secondo gli studiosi questa nuova specie umana scoperta in Sudafrica potrebbe avere tra i due milioni e i due milioni e mezzo di anni. Perché la scoperta dell’Homo naledi è così importante? ‘Perché capovolge quello in cui i paleontologi credevano e cioè: l’uomo che camminava eretto aveva perso la capacità di arrampicarsi sugli alberi. Una creaturina da un metro e mezzo, però snella, pesante meno di una cinquantina di chili, non abbiamo capito (e forse non si può capire) se maschio o femmina, rischia di cambiare la storia dell’uomo, di rivoluzionare la Paleontologia umana. “Sì, è una scoperta importante per la paleontologia, mai avevamo trovato dei resti così completi: 1550 reperti che appartenevano a 15 individui primitivi”. C’è anche un italiano, un antropologo dell’università di Pisa, Damiano Marchi, nel team internazionale composto da una cinquantina di ricercatori che ha lavorato sull’Homo Naledi, il nuovo ominine i cui resti sono stati ritrovati in Sudafrica e la cui scoperta è stata annunciata in giornata dall’Università del Witwatersrand, dalla National Geographic Society e dalla National Research Foundation del Sudafrica. Marchi, antropologo del dipartimento di Biologia dell’Università di Pisa, è stato chiamato a collaborare con l’equipe guidata dal professor Lee Berger e si è occupato in particolare dell’arto inferiore dell’ominine, con l’obiettivo di determinare le sue peculiarità locomotorie. Professore, quale è l’importanza di questa scoperta? “L’Homo Naledi possedeva elementi anatomici unici, differenti sia dagli altri ominidi fossili rinvenuti finora, sia dall’uomo moderno, pur dimostrando caratteristiche scheletriche che potrebbero indicare un adattamento locomotorio terricolo simile all’uomo moderno e forse anche un adattamento alla corsa”. E questo cosa cambia dal punto di vista scientifico? “La paleontologia riteneva fin qui che quando l’uomo ha cominciato a camminare su due piedi ha smesso di arrampicarsi invece nei reperti che abbiamo a disposizione scopriamo che le due funzioni motorie coesistevano”. Da cosa lo deducete? “Dal fatto che aveva le falangi delle mani ricurve”. Come è arrivato nel team di esperti? “Vista l’enorme quantità di materiale scheletrico a disposizione e la necessità di organizzare uno studio accurato e tempestivo  il professor Berger ha indetto un concorso internazionale per selezionare un gruppo di esperti nei vari campi della paleoantropologia. Alla fine sono stati individuati vari ricercatori di tutto il mondo, tra i quali sono stato scelto, come unico rappresentante italiano, per i miei studi sulla biomeccanica dello scheletro postcraniale dei primati umani e non umani; che ho utilizzato per creare modelli interpretativi relativi alla locomozione dei primi ominini.” Marchi è tra i coautori del lavoro di descrizione della nuova specie umana, pubblicato sulla rivista  “eLife”, e sarà primo autore del lavoro relativo allo studio dell’arto inferiore, che uscirà in un numero speciale del “Journal of Human Evolution”, una delle riviste leader per gli studi paleoantropologici. I resti del nuovo ominine sono stati portati alla luce in due spedizioni scientifiche effettuate tra novembre 2013 e marzo 2014, con il finanziamento dell’Università del Witwatersrand e della National Geographic Society. Il materiale è stato rinvenuto nella Dinaledi Chamber, localizzata circa 90 metri in profondità all’interno del sistema di caverne denominato Rising Star, nella provincia di Gauteng in Sudafrica. L’importante National Geographic scrive che i resti dell’Homo naledi sono stati rinvenuti in Sudafrica e hanno convinto gli studiosi a inserirlo nel genere di cui noi stessi facciamo parte. L’annuncio dell’incredibile ritrovamento è stato dato dalla University of Witswaterstrand di Johannesburg, dalla e dal Dipartimento per la Scienza e la Tecnologia/National Research Foundation del Sudafrica ed è stato pubblicato dalla rivista scientifica eLife. Un approfondimento della ricerca verrà pubblicato sul numero di ottobre del National Geographic. È il più grosso ritrovamento di ossa di ominidi mai avvenuto: tutto è cominciato nella grotta detta Rising Star, a una cinquantina di chilometri a nordovest di Johannesburg, dove sono stati scoperti oltre 1.500 frammenti di ossa, ancora da datare. Erano ammucchiati in una cavità accessibile solo attraverso un pozzo talmente stretto che per recuperarli è stato arruolato uno speciale team di speleologi e ricercatori che fossero magri abbastanza per entrarci, e addirittura solo con le braccia alzate sopra la testa. Era una regione conosciuta dai ricercatori già dai primi decenni del Novecento come possibile “culla dell’umanità”, vista la quantità di fossili e reperti rinvenuti. Un gruppo. I frammenti di questa nuova specie recuperati finora appartengono ad almeno 15 individui, tutti Homo naledi, e si pensa che ce ne siano molti altri da recuperare. “Abbiamo a disposizione esemplari multipli di quasi tutte le ossa del suo corpo”, dice il paleontologo Lee Berger, della National Geographic Society, che ha guidato le spedizioni di scoperta e recupero nelle quali c’è anche un italiano, Damiano Marchi, dell’Università di Pisa. “Homo naledi è già praticamente la specie fossile meglio conosciuta nella linea evolutiva dell’uomo”, ha detto Berger. Complessivamente, Homo naledi appare come una delle specie più primitive del genere Homo”, spiega John Hawks della University of Wisconsin-Madison, uno degli autori dell’articolo che descrive la nuova specie, “ma ha alcune caratteristiche sorprendentemente umane, tali appunto da farlo ricomprendere nel genere cui apparteniamo anche noi. Aveva un cervello minuscolo, più o meno delle dimensioni di un’arancia, posto in cima a un corpo relativamente lungo e snello”. Secondo i ricercatori, Homo naledi doveva essere in media alto circa un metro e mezzo e pesare 45 chili. Il cranio e i denti appaiono abbastanza simili a quelli di alcune specie più primitive del genere Homo, come Homo habilis e le spalle somigliano di più a quelle delle grandi scimmie. Mani e piedi, invece, ci dicono molto di lui e delle sue abitudini: “Le mani appaiono adatte all’utilizzo di utensili”, dice Tracy Kivell della University of Kent, che ha fatto parte del team che ha studiato l’anatomia della nuova specie, “ma le dita sono molto curve, il che fa pensare che fosse molto bravo ad arrampicarsi”. Quanto ai piedi, sono il tratto anatomico più sorprendente, perché “sono praticamente indistinguibili da quelli di un essere umano moderno”, aggiunge William Harcourt-Smithdel Lehman College della City University of New York, un altro studioso che ha partecipato alla ricerca. Le caratteristiche dei piedi e delle gambe slanciate fanno pensare che la specie fosse adatta anche a lunghe camminate. “La particolare combinazione dei tratti anatomici distingue Homo naledi da tutte le specie finora conosciute”, commenta Berger. È proprio il contesto in cui sono stati ritrovati i fossili a far emergere quello che probabilmente è l’aspetto più straordinario della scoperta: Homo naledi forse seppelliva i suoi morti e la sepoltura finora era considerata una pratica iniziata con l’uomo moderno (risalente a 200mila anni fa, con l’Homo sapiens). Le ossa di neonati, bambini, adulti e anziani, infatti, giacevano in un anfratto molto profondo. “Quella camera è stata sempre isolata dalle altre e non è mai stata direttamente aperta verso la superficie”, assicura Paul Dirks della James Cook University nel Queensland, in Australia, primo firmatario dell’articolo che descrive il contesto della scoperta. “Soprattutto, in questo remoto anfratto mancavano fossili appartenenti ad altri animali di rilievo; c’erano praticamente solo resti di H. naledi”. Gli unici elementi fossili non appartenenti all’ominide (una dozzina di elementi su oltre 1.500) sono resti isolati di topi e uccelli: la cavità attirava pochi frequentatori occasionali. Le ossa di H. naledi non presentano segni di morsi di predatori o saprofagi e non sembrano trasportate fin lì da qualche altro agente esterno, come un flusso d’acqua. “Abbiamo esplorato tutti gli scenari alternativi”, dice Lee Berger, il capo della spedizione: “Una strage, la morte accidentale dopo essere rimasti intrappolati nella grotta, il trasporto da parte di un carnivoro sconosciuto o di una massa d’acqua, e altri ancora. Alla fine, l’ipotesi più plausibile è che gli Homo naledi abbiano intenzionalmente depositato laggiù i corpi dei defunti” e che, dunque, fossero proprio dediti alla sepoltura ben prima dell’Homo sapiens. Se fosse confermata, la teoria farebbe pensare che questa specie fosse già capace di un comportamento ritualizzato (vale a dire ripetuto) finora attribuito solo agli esseri umani moderni. “Questa grotta non ha ancora svelato tutti i suoi segreti”, conclude Berger. “Ci sono ancora centinaia, se non migliaia di resti ancora da studiare sepolti laggiù”. La Storia naturale ha ancora molto di incerto, ma quella sociale non è da meno. Leggendo il libro dell’Imperatore filosofo Marco Aurelio:”A se stesso”, si nota una profonda fede nella valenza universale, naturale e sacra dell’uomo di 2 mila anni fa, che brancola ancora nella ricerca del senso se non sorretto dalle certezze della religione.

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