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Lavoro. Le ragioni della precarietà della vita e dell’abbassamento del reddito di sussistenza

Nella seconda metà degli anni ’90, eliminati con Tangentopoli la DC ed il PSI, l’Italia è teatro di una serie di taglieggiamenti fiscali e riforme legislative propedeutiche all’introduzione della moneta unica che, dietro l’apparenza di un’innocua unità di conto, nasconde in realtà un preciso disegno economico: l’imposizione del liberismo dei circoli euro-atlantici che patrocinano la nascita dell’euro e dell’Europa federale. È sufficiente leggere il Rapporto sull’unione monetaria ed economica stilato nel 1988 dalla Commissione di Jacques Delors per scoprire come la flessibilità dei salari e la mobilità del fattore lavoro (entrambi vendibili ai lavoratori solo in presenza di alti tassi di disoccupazione) sarebbero stati le fondamenta della futura unione monetaria: l’adozione di un approccio liberista avrebbe impedito l’intervento dello Stato per garantire la competitività e l’efficienza delle infrastrutture e dell’industria di base, la piena occupazione, salari crescenti e sviluppo sociale e demografico. Sarebbe iniziata la nefasta stagione dominata dalla finanza, alta disoccupazione strutturale e compressione dei salari, con conseguente decrescita demografica.

Inizia quindi in quegli anni la strenua battaglia per introdurre flessibilità/precarietà nel mercato del lavoro italiano, giunta ad una svolta in queste ultime settimane con i decreti attuativi del “Jobs Act” che contemplano i licenziamenti economici, approvati dal governo Renzi (entrato a Palazzo Chigi con una sorta di golpe bianco), con grande gioia di quel che rimane di Confindustria.

E’ difficile che le scelte dell’attuale governo in materia di lavoro siano ribaltate perché, attualmente, iesso è poco meno di una cinghia di trasmissione del potere detenuto da organismi sovranazionali (BCE-UE-FMI), dietro cui si celano enormi interessi finanziari e geopolitici.

Non è però sempre stato così: dal firma del trattato di Maastricht nel 1992 allo scoppio dell’eurocrisi, sono intercorsi quasi venti anni in cui i sindacati hanno opposto una strenua resistenza alle riforme del lavoro chieste dall’Europa, attraverso scioperi e mobilitazioni che hanno messo a dura prova la tenuta dei governi di sinistra e sfiancato quelli di destra: erano in Italia gli anni della CGIL di Sergio Cofferati, quando si respirava “aria di guerra attorno all’articolo 18” ed il Circo Massimo a Roma era inondato da un milione di persone per protestare contro la riforma del lavoro dell’allora governo Berlusconi.

Essere consiglieri del governo in materia di riforma del lavoro, era allora poco piacevole dato il clima surriscaldato. Nessuno dei docenti universitari e giuslavoristi coinvolti nella riforma avrebbe però mai lontanamente immaginato di cadere vittima dello stesso Stato di cui era servitore. Nessuno di loro poteva ipotizzare che sarebbe stato giustiziato da un ferrovecchio della strategia della tensione, le (Nuove) Brigate rosse per discreditare gli oppositori della riforma del lavoro e facilitarne il varo col sangue.

Il primo a cadere sotto i colpi dei terroristi è il docente Massimo D’Antona, ucciso il 20 maggio del 1999 da un commando cui partecipano i brigatisti Mario Galesi e Nadia Desdemona Lioce. Tre anni dopo, il 19 marzo 2002, è la volta del giuslavorista Marco Biagi, finito nel mirino delle BR perché coautore del “libro bianco sul mercato del lavoro in Italia” e collaboratore dell’allora ministro del Lavoro Roberto Maroni.

Omicidio Biagi: l’esecuzione e la mancata scorta

La sera del 19 marzo 2002 Marco Biagi scende come di consueto alla stazione ferroviaria di Modena, dopo una giornata di lavoro trascorsa a Bologna, telefona alla moglie per avvertirla che sta arrivando ed inforca la bicicletta. Una decina di minuti dopo è la tragedia: un commando di tre brigatisti lo attende nei pressi del portone di casa e, appena lo scorgono, lasciano il motorino su cui attendevano e gli vanno incontro con il casco integrale calato sul viso, esplodendo sei colpi dalla stessa pistola che aveva già ucciso Massimo D’Antona. Marco Biagi spira poco dopo tra le braccia dei soccorritori: quella stessa notte è inviato a 500 indirizzi di posta elettronica il documento di rivendicazione delle Nuove Brigate Rosse.

Nella dinamica dell’omicidio Biagi riveste un ruolo decisivo l’assenza della scorta, in presenza della quale, come ammesso dalla terrorista pentita Cinzia Benelli, i brigatisti non sarebbero mai entrati in azione.

Sempre attorno alla mancata protezione di Marco Biagi, ruotano le inchieste della magistratura: la prima ipotesi di reato formulata è cooperazione colposa in omicidio nei confronti del direttore dell’Ucigos (Ufficio centrale per le investigazioni generali e per le operazioni speciali) ed il suo vice, il questore ed il prefetto di Bologna, archiviata nel 2003; la seconda ipotesi di reato, cronaca di questi giorni, è invece di omicidio per omissione e vede indagati l’allora Ministro degli Interni Claudio Scajola e l’allora capo della polizia Gianni De Gennaro.

Dall’inizio della sua collaborazione al “libro bianco sul mercato del lavoro in Italia”, Marco Biagi percepisce di essere un potenziale obbiettivo dei brigatisti, riceve telefonate minatorie ed ha il sentore di essere pedinato: non si raccapezza quando la circolare emanata il 15 settembre 2001 dal ministro Claudio Scajola gli revoca la scorta. Da allora, e fino alla sua morte, Marco Biagi si prodiga in tutti i modi per riottenerla, in primis facendo pressione sugli esponenti del governo con cui collabora: scrive al ministro del lavoro Roberto Maroni, al sottosegretario Maurizio Sacconi, all’allora presidente della Camera Pierferdinando Casini, al direttore di Confindustria ed altri ancora. Invano.

Il ministro Scajola in un primo momento sostiene davanti al Parlamentoche l’iniziativa di togliere la scorta a Marco Biagi sia partita dalle prefetture interessate e che non fosse stato informato della specifica situazione del giuslavorista. Poi, durante una visita ufficiale a Cipro, Scajola si abbandona ad salace commento su Marco Biagi (“un rompicoglioni che voleva il rinnovo del contratto di consulenza”) che lo obbliga alle dimissioni da ministro degli interni nel luglio del 2002.

Fatto sta che dall’omicidio di Marco Biagi, ci siamo avviati verso un salario medio e una pensione di 450 euro al mese ovunque. Cifra che non garantirà i diritti come curarsi, l’istruzione, una serena vecchiaia. Quanti costretti a lavorare per vivere diverranno prima o poi poveri.
I nuovi schiavi, i braccianti del nuovo millennio sono quelli che vivono sentendo sempre il rumore di un gruppo elettrogeno e il puzzo di nafta e olio perché non riescono a pagare la bolletta del servizio elettrico, quelli che trascinano pesantissime bombole del gas perché non possono permettersi l’allacciamento al metano, quelli che il telefono di rete fissa è un lontano ricordo, quelli che vivono sotto l’incombenza di uno sfratto e delle tasse che non riescono a pagare se hanno una casa di proprietà, quelli che vedono soffrire al freddo nella propria casa i figli l’inverno, quelli che camminano sempre a piedi perché non possono permettersi di pagare l’assicurazione alla macchina, quelli che soffrono in silenzio perché non possono permettersi di curarsi.
Ma col passare del tempo vivranno male anche quanti vivono di rendita perché non ci sarà più chi assicurerà loro la rendita, vivranno male i lavoratori che (con la fatica) hanno accumulato risparmi perché prima o poi i risparmi finiranno, vivono già male quelli che hanno un lavoro nero ma sicuro perché spendono tutto quanto per sopravvivere. Vivranno male anche coloro che oggi si adagiano su rendite di posizione che permettono loro di avere redditi da lavoro ancora sopra la soglia di sostentamento (pensioni e stipendi oltre i 1000 euro) perché prima o poi il loro reddito sarà ridotto come accaduto in Grecia. Oppure ci penserà il licenziamento coatto a norma di legge.
Povertà oggi e povertà da vecchi per i giovani di oggi per i quali, in assenza di contribuzione, le future pensioni saranno vicine alla soglia dell’assegno sociale di 450 euro.
In altri Paesi, come la Germania e gli Stati Uniti dove si muovono le fila di questo sfruttamento del lavoro globale, i salari sono mantenuti più alti del reddito di sussistenza. Ai Paesi vicini vanno gli avanzi e a quelli più lontani le briciole!
In altri Paesi dove la soglia di sostentamento è ben al di sotto dei 450 euro mese, anche se non c’è crisi (Cina, Est Europa, Africa, America Latina) si emigra in quelli dove riescono a racimolare qualche moneta in più da rimettere a casa, livellando i salari verso il basso dei Paesi dove vanno. Nei Paesi dove lo sfruttamento del lavoro globale non attecchisce vengono fatte scoppiare guerre, non sempre controllabili.
Le persone costrette a lavorare per vivere, ricercano le soluzioni più variegate per vivere meglio, e non sempre soluzioni oneste: dalla percezione di una rendita di sussistenza statale mascherata da pensione di invalidità (diffusissime in Italia e in Grecia), dalla ricerca della rendita da capitale con la corruzione, con l’imbroglio, con il malaffare, con la politica.

(a cura di red.tratto da http://federicodezzani.altervista.org/omicidio-marco-biagi-il-terrorismo-di-stato-e-fra-di-noi/ – Omicidio Marco Biagi: il terrorismo di Stato è fra di noi)