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Un’era glaciale è iniziata con massima espansione nel 2050

(Giuseppe PACE) Fino a pochi decenni fa quasi tutti sapevamo che vi era sul pianeta Terra un ritiro dei ghiacciai come quelli alpini. Ai corsi di meteorologia (come quello sostenuto a Capodichino dallo scrivente nel 1973), alle università e a scuola i professori e i maestri spiegavano il fenomeno climatico interglaciale. Sui fiordi norvegesi in particolare si misurava l’alleggerimento glaciale, è una delle prove dell’interglaciazione o ritiro glaciale, il sollevamento dei fordi per il minor peso dei ghiacci.
Era glaciale in arrivo? Esperti Usa e Messico confermano ipotesi. Scienziati statunitensi e messicani confermano la teoria del russo Abdussamatov: una nuova era glaciale sta arrivando, inizierà nel 2014 Il clima terrestre si sta raffreddando: è ciò che sostiene, ormai da anni, lo scienziato russo Habibullo Abdussamatov. Secondo tale ipotesi, dal 2014 assisteremo ad una graduale diminuzione delle temperature che porteranno il nostro pianeta a vivere una piccola “Era Glaciale”. Dinamica del cambiamento. Il clima del Nord Europa, compreso quello del Regno Unito, diverrà presto gelido, con inverni simili a quelli siberiani, ma ripercussioni anche per le altre stagioni. L’Europa meridionale subirà un cambiamento meno drammatico, ma certamente rilevante. Le simulazioni indicano che il raffreddamento potrebbe raggiungere il picco nel 2050, per poi durare per tutto il resto del secolo. La colpa? Tutta dell’attività solare, che indebolendosi, influenzerebbe significativamente la temperature terrestre. Secondo Abdussamatov, il riscaldamento globale nel corso degli ultimi decenni del ventesimo secolo non è legato alla CO2, ma alla de-gassificazione di grandi quantità di biossido di carbonio rilasciato in atmosfera dagli oceani a causa della radiazione solare. A supporto della propria teoria ci sarebbero una serie di fattori: i cinque periodi di freddo dell’ultimo millennio (nel 1030, 1315, 1500, 1680 e 1805) si sono verificati tutti durante minimi dell’attività solare, i cosiddetti Minimi di Maunder. -Il “global warming” s’è verificato nel secolo scorso anche su Marte e sugli altri pianeti del sistema solare, senza il concorso di gas serra. -Negli ultimi 15-17 anni la temperatura media del pianeta, non è più salita. Gli ultimi dati di temperatura media a livello globale evidenziano effettivamente una “frenata” del surriscaldamento terrestre. Il grafico sottostante mostra le anomalie termiche media mensili a partire dal 1958 misurate con l’ausilio dei satelliti. Si evidenzia la salita della temperatura a partire dalla metà degli anni ’70 fino ai primi anni 2000 e una successiva stazionarietà o addirittura leggero calo. E’ inoltre plottata la curva che rappresenta le concentrazioni di CO2 rilevate dall’Osservatorio del vulcano di Mauna Loa (Hawaii); il differente andamento proprio a partire dagli anni duemila suggerisce che l’aumento di CO2 non porta necessariamente ad un aumento della temperatura, o meglio, è solo uno dei fattori che però in questo caso non risulta predominante. I dati di anomalia sono calcolati in base al periodo 1998-2006, una scelta dell’autore (Ole Humlum, Climate4you), dettata dalla vicinanza del suddetto periodo ai giorni nostri. Vista la “pazza”. La condizione climatica che abbiamo vissuto (e che stiamo tutt’ora vivendo) è il frutto di un’anomalia e non può essere definito uno scenario climatico (che riguarda condizioni climatiche permanenti per tempi molto più lunghi).Resta comunque da vedere quale sarà il comportamento del clima nei prossimi mesi ma soprattutto nei prossimi anni, e soprattutto sarà necessario valutare meglio l’influenza del Sole, il primo imputato nell’eterno contrasto tra sostenitori del Global Warming e decisi oppositori dello stesso. Sull’effetto delle attività umane odierne che causerebbero un aumento dell’anidride carbonica atmosferica vi sono discussioni tra esperti. Alcuni, più realisti ed ottimisti, ma non affetti dalla sindrome culturale dell’ecocatastrofismo di moda, sostengono che la sola eruzione di un vulcano medio, fa fuoriuscire più anidride carbonica di quanto ne ha causato l’uomo dalla rivoluzione industriale. Insomma siamo oppure non siamo all’inizio di una nuova era glaciale. Sembra presto per dirlo, ma è bene sussurrarlo ai posteri. Di annate particolarmente fredde ricordo quella del 1956 sui monti del Matese, a Letino, quando un elicottero venne ed atterrò con difficoltà davanti al paesetto, vicino al fiume Lete, per portare un malato all’ospedale. In Romania, Transilvania, ricordo i meno 24 gradi Celsius del mese di febbraio del 2004 e per anadare a scuola (Colegiul Tehnic „Transilvania” di Deva) ponevo il naso dietro una sciarpa per respirare aria non troppo fredda. Là, ero tra i Carpazi meridionali o Alpi transilvaniche, ma lo scienziato russo Abdussamatov penso che conosca freddi siberiani più glaciali della Transilvania, dove anche Dracula si prendeva delle vacanze notturne e non appariva nella stanza del monaco cattolico (detto „Spione del Papa di Roma” come mi apostrofava, scherzando, Gligor Hasa mio collega di Storia e scrittore dell’Accademia di Romania) del castello di Mattia Corvino di Hunedoara, a mezzanotte. Un altro russo, chimico, ha dimostrato che le persecuzioni draculiane dei secoli XVI e XVII erano dettatate dall’ignoranza anche di nobili e clero, che anzichè curare una certa e diffusa dermopatia (tali malati non uscivano durante il di, ma di sera poichè i raggi solari irritavano la pelle) li uccidevano (con la croce nella mano sinistra e un paletto acuminati nella mano destra da conficcare nel cuore del malcapitato) perchè ritenuti indemoniati o vampirizzati, altri ancora strofinavano l’aglio sulle ferite della pelle per sentire le grida ”vampiriche”, altra forma d’ignoranza sull’effetto irritante dell’aglio, che in Romania viene molto utilizzato nelle ciorbe ed altre ricette gastromiche: come riportato nel mio libro „Italia e Roania…”, edizioni Sapere, nonchè altri libri con le edizioni online leolibri.it. Ma tornando al clima, in Transilvania nordoccidentale, nel massiccio montuoso di Bihor, esiste una Grotta dell’Orso, che è un reperto classico dell’era glaciale ultima, treminata oltre 10 mila anni fa. Là, in fondo alla profonda grotta ricca di stalattiti e stalagmiti, vi erano carcasse di numerosi orsi, morti per il rigore del freddo esterno, un freddo dunque che uccideva anche gli orsi con meno salute per poter migrare più a sud al caldo del nostro Mare Mediterraneo. Duemila anni fa lo scrittore latino di „Arte di amare”, Publio Ovidio Nasone, in migratio perpetua a Costanza- allora si chiamava Tomis- sul Mar Nero romeno, scriveva in Tristie, di freddo intenso l’inverno e di strati di ghiaccio che crescevano e non si scioglievano quasi mai! Egli non ebbe mai la grazia imperiale e morì in esilio, al freddo intenso della Romania marina, infatti sul Mar nero giungono i freddi venti siberiani non mitigati dal caldo freddo dei Carpazzi o Alpi (a Trieste fa più freddo con la Bora, siberiana, che ha, a nord, Alpi tra le più basse di tutta la lunga catena), il Fhon, che si genera quando una massa ventosa fredda ascende il versante nord del monte e scendendo all’alltro versande si comprime e si riscalda, causando slavine e uccidendi i nostri più esperti tra le guide alpine, a volte ma in maggioranza inesperti turisti di montagne. Sia favonio che Föhn derivano dal latino favōnius (da favēre, “far crescere”), nome con il quale i Romani chiamavano il vento di ponente (il greco zefiro). Il nome è conservato nella regione delle Alpi, degli Appennini e degli altri rilievi maggiori della penisola italiana e della Svizzera italiana con il significato attuale, ma lo stesso fenomeno è presente in varie regioni del mondo dove ha assunto nomi diversi: in Argentina è noto come zonda, chinook nelle Montagne Rocciose, vento del diavolo nell’area della baia di San Francisco, venti di Santa Ana nella California del Sud, sharav o hamsin in Israele, hamsin in Arabia, Nor’wester a Christchurch, Nuova Zelanda e nelle pianure di Canterbury e halny nei Carpazi, in Francia meridionale, nella Valle del Rodano, Mistral (anche se quest’ultimo si riferisce soprattutto al nome francese del Maestrale, le Mistral). Inoltre, il nome favonio è usato anche in Puglia (faùgna) per indicare un vento caldo molto umido proveniente da sud.. Se in Italia si usa per lo più la versione tedesca Föhn, entrata nel lessico italiano, nella Svizzera italiana anche se più a contatto col mondo germanico è più comune trovare la versione italiana del nome: favonio. Innsbruck , capoluogo del Tirolo austriaco è chiamata anche come la città del Favonio. Il föhn è un fenomeno ventoso molto noto in città e spira dai quadranti meridionali o orientali. Questo vento di caduta, caldo e secco, può manifestarsi in qualsiasi stagione, ma con maggiore frequenza in autunno. La velocità del vento può toccare nell’area urbana i 120 km/h (200 km/h sul Patscherkofel). Il termine Föhn è presente nel lessico italiano anche quale sinonimo di asciugacapelli. In questo caso è più frequentemente scritto erroneamente phon e fon. Mentre è accettabile la grafia Foehn al posto di Föhn (da notare che i sostantivi tedeschi hanno sempre la maiuscola), è errato scrivere foehn. Lo studio della climatologia è necessario soprattutto per chi vive in zone montuose e per gli alpinisti. Il favonio (detto anche Föhn in tedesco [ˈføːn], feun in piemontese) è un vento caldo e secco che può presentarsi, in differenti configurazioni bariche, su entrambi i lati della catena alpina. Il favonio è un vento di caduta caldo e secco che si presenta quando una corrente d’aria, nel superare una catena montuosa, perde parte della propria umidità in precipitazioni (pioggia, neve o altro). Quando la corrente sale verso l’alto, infatti, l’aria si espande, si raffredda, dopodiché possono verificarsi due possibilità: se l’umidità in essa contenuta non viene persa (rimanendo sotto forma di semplice nuvola), l’aria, nel ricadere sul versante opposto si comprime e si riscalda tornando alle condizioni di partenza; ma se la condensazione del vapore acqueo sfocia in precipitazioni, non si ritorna alle condizioni dalle quali si è partiti e l’aria arriva a valle con una temperatura più alta di quella di partenza. Inoltre a causa della rapidità con cui il vento raggiunge la pianura, spesso si verifica anche un aumento di pressione che aumenta ulteriormente la temperatura. Il favonio può causare un aumento delle temperature anche di 30  °C in poche ore. Per questo motivo è detto anche “mangianeve”, perché fa fondere rapidamente la neve a causa dell’effetto congiunto dell’innalzamento termico e della bassa umidità. Il nome favonio si riferisce in realtà solamente al vento caldo e secco discendente. Dal versante sopravento si ha lo Stau, un vento umido ascendente che porta pioggia, neve e nubi. A sapere ciò non è solo il climatologo, ma qualunque studente che ha appreso a scuola le scienze naturali con la geografia fisica, come io l’ho appresa grazie anche al prof. Ludovico Brancaccio dell’Università di Napoli, che ha studiato bene i fenomeni carsici in particolare dei monti: Matese, Maiella, Lattari, Alpi, mentre io ho studiato, grazie anche ai suoi insegnamenti pure i Carpazi dove ho scoperto anche nuove specie fossili della classe dei Molluschi.