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Al Sud i 5stelle stoppano il regionalismo, ma il Veneto pare disposto ad accettare solo le infrastrutture?

(di Giuseppe Pace (Delegato regionale veneto sul federalismo del Partito Pensionati).Il Governatore del Veneto, Luca Zaia, ha benedetto la “bozza tecnica” di intesa sull’Autonomia del Veneto che la ministra, Erika Stefani, ha portato il 14 febbraio c.a., in Consiglio dei Ministri. «La bozza è assolutamente in linea con le aspettative nostre e del Governo, afferma Zaia. «Siamo a un 70%» dell’accoglimento delle richieste del Veneto sull’Autonomia. Manca in particolare il via libera del grillino Ministero delle Finanze sul sistema di compartecipazione ai tributi e l’ autonomia tributaria, chiesta dal Veneto ad esempio per bollo auto e il recupero dell’evasione fiscale; silenzio anche sul coordinamento della finanza pubblica e sulla regionalizzazione delle Casse di risparmio. Altre resistenze sono al capitolo sanità, per cui la Regione potrebbe gestire l’assetto istituzionale e l’organizzazione ospedaliera, i neolaureati in corsia e i ticket, con l’abolizione del superticket di 10 euro. Per le Infrastrutture, muro di no dal ministro Toninelli: no alla regionalizzazione di linee ferroviarie locali, no al finanziamento del Tpl, no alla nomina regionale del presidente dell’Autorità portuale dell’Adriatico settentrionale. Per Venezia il Governo è favorevole a trasferire le potestà dell’ex Magistrato alle Acque ma non la “cassaforte”, la cabina di regia per il Mose. Non c’è infine intesa sui capitoli dell’energia, del demanio marittimo e idrico e infine per i beni culturali. Siamo al dunque della concessione del federalismo regionale? No, ma il Veneto è pronto a prendere anche molto meno di quanto 2 milioni di suoi elettori hanno delegato di prendere: tutte e 23 le materie previste costituzionalmente. Uno dei problemi meno facili da risolvere era il decentramento regionale legato al settore terziario dell’istruzione che, con l’ingente numero di personale addetto, porta con se anche una cospicua dotazione finanziaria, circa un miliardo di euro per la Lombardia e circa 600 milioni di euro per il Veneto. Ma Zaia, forse male consigliato, si limita a chiedere solo la regionalizzazione dei Dirigenti Scolastici e, a scelta, quella del docenti di ruolo. Ma così non pare la via migliore da seguire per una moderna riforma dell’istruzione nel Veneto, che esporta più di quanto importa e che, a parte la crisi, resta pur sempre un gigante economico ed un nano politico. Nel Veneto, come nelle altre 19 regioni nostrane, resta da fare un’amara constatazione: tutto funziona meglio senza gli attuali partiti che hanno generato una casta e una partitocrazia frenante lo sviluppo territoriale al Nord e in misura maggiore al Sud. Se pensiamo alla Sanità della Regione Veneto del nostro tempo, almeno il mio 70ennale, essa era di qualità già ai tempi della D.C. anche se il PCI, maggiore partito d’opposizione, tuonava ”palude veneta”. Poi con la fine del consenso bulgaro alla D.C., oltre il 50%, giunse Forza Italia con il Governatore, Galan, e la Sanità ha continuato con la crescita di qualità e cosi attualmente con la Lega di Zaia. Dunque la buona qualità e l’efficienza della Sanità in Veneto non è un merito ascrivibile ad un partito, ma al sistema economico, sociale e culturale del Veneto, che è migliore di molte altre regioni settentrionali, anche se la Lombardia non è da meno ma essa ha il doppio di residenti del Veneto. Ricordiamo che in Veneto nessun comune chiude il bilancio in rosso, mentre le altre regioni settentrionali alcuni li hanno per non parlare dei comuni meridionali, che a macchia di leopardo diffusamente hanno buchi notevoli di bilancio: Bojano 30milioni, Alife 10, Piedimonte Matese, ecc.. Sta nascendo la moda di segnalare alla Magistratura contabile il disavanzo, mentre prima tutti tacevano come a Piedimonte Matese, Bojano ed Alife, nel Sannio Pentro. Ma gli organi di controllo dormivano sonni profondi? Lo Stato che non controlla è cosa grave e di Stato il Sud ne ha ancora di più del Nord, dove,invece, controlla di più: aprire una pizzeria o altra attività commerciale al Sud è facilissimo, aprirla al Nord non è così immediato e facile. In Italia assistiamo ad un’invadenza partitocratica che anziché migliorare la Governance regionale la peggiora. Anni fa ricordo un caso eclatante: ero andato ad accompagnare nel centrale palazzo Santo Stefano di Padova, sede della Provincia e della Prefettura, con la mia automobile un amico il prof. Luigi Spolaore, Autore di un libro Piante Medicinali ed alimentari del Venet”, che mi incaricò di presentarglielo al castello di San Martino di Cervarese Santa Croce (PD) dove c’è anche un interessante museo del fiume Bacchiglione. Dovevo prendere un esemplare del libro per poterlo leggere e riaccompagnarlo l’Aautore a casa sua con un pacco del libro suddetto la cui presentazione scritta era stata del Presidente della Provincia di Padova. Mentre aspettavo in automobile davanti il portone della Provincia, mi si avvicina un commesso provinciale con una baldanza ed arroganza fuori limite. Mi riproverò di non essere andato a prendere di persona il pacco di libri che, invece, gli toccò portare. Mi aveva scambiato per un facchino dell’Autore ed in ogni caso sembrava lesa maestà delle mansioni di nullafacente dell’impiegato esecutivo provinciale. Idem un collaboratore scolastico davanti ad una scuola media di Torre, frazione nord di Padova, che all’invito delle mamme di pulire il sudiciume diffuso dietro il cancello d’ingresso e nel cortiletto adiacente, disse che non era suo compito. Siamo nel Veneto, ripeto e non a Canicattì o nel profondo Sud. Ne conseguirebbe che l’autonomia regionale voluta fortemente da Zaia più che da Maroni ed altri Governatori settentrionali, non debba limitarsi ad ingolfare i ben retribuiti dipendenti regionali come la richiesta veneta di regionalizzare i dirigenti scolastici, e i professori di ruolo a piacere. Gli impiegati pubblici in Veneto non sono migliori di altre regioni d’Italia, soprattutto se regionali e provinciali, spesso assunti nel sottobosco clientelare partitocratico e non concorsuale trasparente. Tempo fa presso l’Università di Padova un’Associazione di Giurisprudenza mi ha invitato a dibattito promosso per sentire il Governatore del Veneto, la Ministra Stefani, delegata al federalismo regionale, pure veneta, e il Direttore de “Il Mattino di Padova”, che modera il dibattito quasi a senso unico dei relatori. L. Zaia sembrava entusiasta di portare a casa, come dice lui spesso, tutte e 23 le materie contese a Roma o al Governo centrale. Quando si assiste a molti TV venete sembra che esista solo il Veneto in Italia e il provincialismo appare macroscopico tra i relatori. Però se è vero quello che sta accadendo sul federalismo, frenato a Roma dai 5Stelle, e della grande voglia di accettare solo le briciole o le infrastrutture di L. Zaia, la cosa puzza di bruciato. Non si dimentichi in Veneto che quando l’Assessore Ghisso prendeva tangenti nei lavori pubblici chi presiedeva la Giunta era sempre Zaia, che però risulta incensurato. Da un media, con testa nel Trentino, si legge che:”Era nell’aria e puntualmente è arrivata la poderosa frenata sul percorso di concessione di maggiore autonomia alle regioni Veneto e Lombardia e, in misura minore, per l’Emilia Romagna. Il Consiglio dei ministri ha registrato il vigoroso rallentamento sulla corsa del treno della maggiore autonomia imposto dagli esponenti M5s decisamente timorosi che la concessione alle regioni virtuose del Nord si tramuti nella cessazione delle mance erogate a favore delle fameliche clientele sudiste, costrette alla dieta forzata e al conseguente caldo del voto di scambio”. Sul “sudiste” non sarei concorde perché le fameliche clientele affaristiche nordiste e veneto non scherzano affatto se il Governatore trevigiano d’origine è disposto soprassedere sulle 23 materie ed accettare le infrastrutture. Ci si può chiedere se dietro non ci siano famelici appetiti di imprese e faccendieri, vista la cronaca delle passate Amministrazioni regionali del Veneto, che con la Cupola del Mose ha mostrato grandi capacità di superare i suddisti famelici. Parlare male non è bene, diceva G. Andreotti, ma spesso si azzecca. Le pressioni che si sono intensificate negli ultimi giorni sugli esponenti penta stellati hanno avuto l’esito sperato, con il rinvio della firma delle tre intese a tempi migliori. Sul tavolo, l’aspetto del contendere è legato al finanziamento delle nuove competenze alle regioni che hanno chiesto la maggiore autonomia. Nonostante l’esito dei due referendum autonomistici celebrati in Veneto e in Lombardia un anno fa, M5s ha maggiormente a cuore il proprio bacino elettorale, dove alle elezioni politiche del 2018 ha fatto man bassa. Anche se il governatore Luca Zaia afferma che «il 70% delle richieste presentate è stato accolto dal Governo», manca ancora la “quadra” sulla gestione delle infrastrutture e delle concessioni elettriche e portuali (Toninelli, M5s), sul comparto sanitario (Grillo, M5s), sull’ambiente (Costa, M5s) e sulla cultura (Bonisoli, M5s). «Se si risolvono questi punti firmiamo» ha precisato Zaia, ben conscio che questa soluzione non sarà dietro l’angolo. Se ciò avviene la Lega in Veneto potrebbe avere un calo di consensi elettorali già ad iniziare dalla prossima tornata di maggio, all’europee. Finirà il quasi monopolio leghista attuale come lo fu della D.C. prima e di Forza Italia poi? Suppongo di si, ma il tracollo del M5stelle sarà ancora più certo in tutto il Nord, mentre al Sud già dà segni di cedimento, vedi l’Abruzzo che era la punta più a Nord del Regno di Napoli. Anche sul fronte lombardo, i punti cruciali sui quali manca l’accordo riguardano materie di competenza grillina: ticket sanitari, valutazioni d’impatto ambientale, bonifiche, infrastrutture e regionalizzazione delle soprintendenze. Per il governatore Attilio Fontana, che come il collega veneto ha richiesto tutte e 23 le materie previste dall’articolo 116 della Costituzione, si è detto fiducioso: «ci sono aspetti da chiarire, ma va bene. Sulle risorse che dovranno essere trasferite per le nuove attività che svolgeremo è stato raggiunto un accordo col ministero dell’Economia». Per entrambe, uno dei nodi più complessi da sciogliere è legato al settore dell’istruzione che, con l’ingente numero di personale addetto, porta con se anche una cospicua dotazione finanziaria, circa un miliardo di euro per la Lombardia e circa 600 milioni di euro per il Veneto. L’Emilia Romagna, a differenza del Veneto e della Lombardia, non ha indetto il referendum ma ha cercato direttamente l’intesa con l’allora governo Gentiloni, reclamando maggiore autonomia su 15 materie. Tra queste: tutela e sicurezza del lavoro, istruzione, ricerca, protezione civile, agricoltura, salute, sport e cultura. «Sono stati fatti passi avanti – ha detto il governatore DS Stefano Bonaccini – ma l’intesa va ancora trovata, e su questa aspettiamo fatti e risposte concrete». Anche se dalla seduta del Consiglio dei ministri è uscita una fumata grigia, vanno invece a tutto vapore le polemiche propalate dai contrari alla maggiore autonomia delle tre regioni del Nord: da quelle del sindaco di Napoli, Luigi De Magistris a quelle del suo collega di Regione Vincenzo De Luca (che, però, ha dichiarato di voler anche lui salire sul treno della maggiore autonomia assieme a Piemonte, Lombardia, Toscana, Marche ed Umbira), al presidente del Lazio Nicola Zingaretti che temono il nascere di un’Italia suddivisa in più classi su base territoriale. Peccato che tutti costoro lo Svimez (l’associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno), nel suo ultimo rapporto metta nero su bianco che dal 2000 al 2016 il Meridione ha incassato ben 325 miliardi di euro. Un’ingente massa di denaro che invece di creare sviluppo, crescita culturale, sociale ed economica è finita solo per alimentare le fameliche clientele che albergano in quei territori, trasmigrate armi e bagagli dai “vecchi” partiti (Forza Italia e Partito Democratico in primis) al “nuovo” M5s, che ora ha il terrore di tagliare il ramo su cui s’è seduta gran parte della propria classe dirigente. Altri studi, quelli della spesa standard e dell’efficienza amministrativa, evidenziano come se tutte le Regioni adottassero il modello lombardo nella capacità della spesa pubblica, il Paese tutto risparmierebbe ogni anno 60 miliardi. Praticamente cinque volte l’ammontare della manovra di bilancio 2019 condotta quasi tutta in deficit. Soldi che potrebbero abbattere rapidamente il mostruoso debito pubblico senza ulteriori manovre nel giro di qualche lustro. Tocca ai grillini decidere se impersonare il “vecchio” e perpetrare l’atavico assistenzialismo piagnone del Sud Italia o impersonare quel “nuovo” che in ogni occasione, a parole, dicono di perseguire. Fino ad ora, i fatti vanno in direzione opposta a quanto proclamato dagli esponenti pentastellati. Per il Veneto, a me pare, che il Governatore, sia interessato a dare più l’immagine di un’autonomia fiscale che sulle materie da promuovere in modo migliore di prima ad iniziare dalla scuola, che deve poter rimuovere il paletto dell’art. 33 comma 3 oltre a risparmiare poche centinaia di milioni di euro da dare poi ai Dirigenti Scolastici già pagati bene con l’ultimo aumento, mentre restano sottopagati i Docenti che sono tutti uguali come impiegati quasi esecutivi di un sindacalismo che li ha repressi e uniformati al personale non docente. La partita cruciale però non è l’istruzione che non pare interessi sia i governatori settentrionali che meridionali, questi ultimi guidati da DS Governatore della Campania il cui figlio in Consiglio Regionale è indagato per contatti con la camorra per smaltire i rifiuti campani. I Governatori sono, invece, interessati alle infrastrutture, vista la richiesta di trasferire le competenze amministrative, i fondi statali e pieni poteri su rete ferroviaria, autostradale, aeroportuale e portuale, ignora completamente che la maggior parte delle reti di trasporto per se stesse hanno caratteristiche sovra territoriali (nazionali o almeno interregionali) ed escono dai confini amministrativi, seguendo la mobilità delle persone e delle merci che, appunto, è senza confini. Si rischia di creare nuovi dazi che, anziché avere perimetri comunali, avranno quelli regionali. Lo spezzatino di reti autostradali e la creazione di organismi con poteri concedenti rischia di avere lo stesso risultato che si è già visto in Lombardia e in Veneto, rispettivamente con il CAL Concessioni Autostrade Lombarde e il CAV Concessioni Autostradali Venete, che hanno costruito mostri burocratici e poco trasparenti, dando vita ad autostrade inutili e costosissime come la Brebemi, la Tangenziale Esterna Milanese e l’incompleta Pedemontana in Lombardia e la Pedemontana Veneta. Opere che hanno visto triplicare i costi, giustificate da una sovrastimata domanda il cui esito sarà (se venissero completate) nuovo consumo di suolo agricolo e un danno all’utenza che si troverebbe a sostenere pedaggi doppi di quelli tradizionali. Così i pendolari dell’automobile, che già pagano un salatissimo bollo regionale di circolazione, si accollano anche un pedaggio elevato per andare a lavoro mentre i Tir continuano a utilizzare la viabilità ordinaria per risparmiare sui costi. La rete sotto la piena gestione della Lombardia comprenderebbe 55 km dell’Autostrada del Sole fino a Piacenza, 93 km della A4 Milano-Brescia, 27 km della Torino-Milano, fino a Magenta, 36 km della Brescia-Padova, 53 km della A7 Milano-Serravalle, 32 chilometri della Lainate-Chiasso. A questi poi vanno aggiunti i 45 km della A8 Milano-Varese, il tratto della A22 Verona-Modena, la Tangenziale Est di Milano, e altre ancora. Su tutte queste autostrade, la Regione avrebbe competenza legislativa e amministrativa, affiderebbe e controllerebbe le concessioni, verificherebbe i piani finanziari (difficile che il proprietario e al tempo stesso gestore di una infrastruttura riconosca i suoi sbagli), definirebbe le tariffe massime e, inoltre, ne incasserebbe i canoni. Tutti compiti oggi svolti dal ministero delle Infrastrutture. Lo stesso varrebbe per parte della rete stradale che oggi fa capo all’Anas. Meglio sarebbe l’adozione d’innovativi e responsabili contratti di servizio tra regioni e Ministero dei Trasporti e delle infrastrutture, dove significativi negoziati precedono le decisioni di spesa e il trasferimento di risorse. Già oggi, tra tratte autostradali (se ne contano 25), porti, aeroporti e interporti medi, piccoli e piccolissimi, si giustifica la frammentazione della spesa (il più delle volte clientelare) rendendo impossibile qualsiasi economia di scala e di scopo. Tutti sanno che un km di strade in Italia costa più di 4 volte quello stesso fatto oltre le Alpi. Dunque al lettore un’altra amara constatazione. Per i Pensionati, in Partito, pur schierati con il centrodestra questo tipo di federalismo richiesto e concesso appare fuorviante dai problemi reali in primis la scuola che soffre da troppo tempo di elefantismo burocratico e senza meritocrazia per Docenti e Discenti. Ma leggiamo in casa Lega nel Veneto leghista che si dice: Partiamo da Treviso:”Adesso ci rifletteremo, non so cosa potrà succedere”. E’ il commento a caldo del Sindaco di Treviso e segretario regionale della Lega in Veneto, Gianpaolo Gobbo, alla notizia della bocciatura, 15 voti a 15, del federalismo in bicamerale. La cosa non è certamente positiva – ha aggiunto – ed è evidente che c’é amarezza”. Secondo, invece, il senatore leghista Giampaolo Vallardi, sindaco di Chiarano, nonostante il voto sul federalismo espresso oggi dalla bicamerale “il governo può andare avanti lo stesso. In ogni caso – aggiunge – sul da farsi deciderà Umberto Bossi. Sicuramente – conclude – tutti ci auguravamo che le cose andassero meglio ma occorre essere ottimisti perché tutte le persone di buon senso non possono che sperare nel federalismo come soluzione dei problemi del Paese”. Ma leggiamo anche posizioni meno accomodanti in area leghista del Veneto: “Noi siamo sempre pronti ad ogni avventura e siamo sempre con i fucili carichi”. Lo dice il senatore leghista Piergiorgio Stiffoni, a proposito di ciò che potrà accadere a livello politico dopo il voto della bicamerale di oggi sul federalismo. Fucili beninteso in senso figurato – precisa -. Le nostre armi sono le matite con le quali gli elettori, al prossimo voto, metteranno tante croci sul simbolo della Lega, ed è per questo, probabilmente, che al voto non ci andremo”. Stiffoni infine si dichiara perplesso sul fatto che i rappresentanti politici della sinistra non hanno approvato un disegno di federalismo sul quale i sindaci della loro stessa parte politica avevano dato il loro consenso. Più interessante appare la dichiarazione dell’altra forza, fuori del Governo ma dentro il centro destra, con Fabio Gava, parlamentare del Veneto di Forza Italia sullo stop in Bicamerale in Parlamento: “Il voto di oggi in bicamerale non boccia, con il suo risultato di pareggio, il modello di riforma federalista. Infatti la proposta di decreto è già stata approvata dalla Commissione Affari della Costituzione e dalla Commissione Bilancio della Camera, per cui il governo può tranquillamente presentarsi in Parlamento, alla Camera e al Senato, per ottenere il via libera al decreto, essendo evidente che la volontà del plenum delle camere sarà assorbente rispetto al parere espresso della Commissione Bicamerale. Del resto appare evidente che la composizione della bicamerale non risponde più alla posizione delle forze politiche attualmente presenti alla Camera e al Senato per cui si pone anche perentoriamente la necessità di ricalibrare tale composizione della Bicamerale”. Un pensionato ed amico, patavino come me, mi scrive:”Sulle autonomie regionali sai come la penso. Non sono contrario di principio ma come sono state fatte e come s’intende farle sono state la disgrazia della finanza pubblica e rischiano di esserlo sempre di più, con queste nuove iniziative, se non si fanno le cose con criterio. I sono per le macroregioni ma in un contesto integrato non possiamo permetterci 20 repubbliche indipendenti !!!!!!! Io credo, invece, che la strada è in salita ma bisogna andare avanti con il decentramento per maggiori responsabilità degli Enti Locali, ma anche le macroregioni sono da ipotizzare come il Triveneto (Veneto-Friuli VG e Trentino AA), il Sannio che allarghi l’attuale Molise al beneventano e parte del casertano, ed altre macroregioni, rispettando la Storia.