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La Messa in rito romano antico salverà la chiesa cattolica

(Gianluca Martone)  PRIMA PARTE Una delle perle preziose del Concilio tridentino è indubbiamente il decreto sul santo Sacrificio della Messa, che contiene la pura e autentica dottrina cattolica su questo grande, immenso, adorabile e insondabile mistero. Le indicazioni dogmatiche su questo argomento si rivelano, nuovamente, di strettissima attualità e dovrebbero essere tenute ben presenti per evitare di ridurre la Messa ad opera umana, farcita di innumerevoli elementi estranei ad essa e alla sua sacralità, e a volte letteralmente profanata con gesti, “segni” ed esibizioni totalmente fuori luogo, di cui ampia rassegna è purtroppo facilmente reperibile online da chiunque volesse rendersi conto della situazione davvero preoccupante a cui si assiste in certi luoghi. Come gli altri decreti, anche questo contiene una risposta “frontale” alle eresie protestanti in merito ed è distinto in una parte esplicativa dottrinale (Denz 1738-1750) ed in una dichiarativa e precettiva (canoni, Denz1751-1759). Cominciamo come sempre dalla prima. Il Concilio afferma che l’unico e cruento sacrificio della Croce, compiuto dal Signore il Venerdì santo, doveva essere perpetuato nei secoli. Una redenzione “eterna” compiuta dal Sommo ed eterno Sacerdote. Questa “perennizzazione” doveva avvenire attraverso un sacrificio visibile, che attualizzasse e significasse l’unico sacrificio cruento della Croce offerto una volta per tutte, prolungandone la memoria (efficace e salvifica) fino alla fine del mondo. Questo sacrificio visibile fu istituito nell’ultima Cena, momento in cui, contestualmente ad esso, gli apostoli furono costituiti sacerdoti della Nuova Alleanza (con le parole: “fate questo in memoria di Me”), promulgata in quel medesimo momento. In questo sacrificio visibile che si compie nella Messa, è contenuto e immolato in maniera incruenta lo stesso Cristo che si offrì sulla Croce. Cambia solo il modo di offrirsi della Divina Vittima (cruento sulla Croce, incruento nella Messa). Essendo un vero sacrificio, come tutti i sacrifici è veramente propiziatorio, nel senso che placa la divina giustizia ed ottiene ogni grazia e il dono del pentimento dei peccati ai vivi e la soddisfazione delle pene dovute per i peccati per coloro che non sono ancora pienamente purificati. Questo divino sacrificio è sempre e solo offerto al Padre per la remissione dei peccati e per tutte queste altre intenzioni. Nelle Messe celebrate in onore dei santi non è certo ad essi che si offre il sacrificio eucaristico, ma semplicemente si ringrazia Dio per le loro vittorie (che sono state possibili solo grazie alla redenzione operata da Cristo) e si invoca la loro protezione e intercessione.

Il Concilio prosegue affermando la sacralità dell’antico canone della santa Messa, “che non contiene niente che non profumi di santità e di pietà e non innalzi a Dio la mente di quelli che lo offrono” e spiega che tutte le cerimonie della Santa Messa (i paramenti sacri, l’incenso, le benedizioni, le rubriche del Messale, etc.) sono finalizzate a “rendere più evidente la maestà di un così grande sacrificio” e aiutare i fedeli a contemplare le sublimi realtà nascoste dietro quei veli e simboli. Un deciso encomio e una difesa particolare sono spesi in favore dell’uso esclusivo della lingua latina nella santa Messa. Infine viene sancito che per la validità della santa Messa è necessario che si comunichi solo il sacerdote celebrante, che deve consumare la vittima sacrificale “ad validitatem Missae”. La comunione sacramentale dei fedeli è quanto mai raccomandata e auspicata, ma non è affatto necessaria (checché se ne pensi soprattutto ai nostri giorni), né la partecipazione alla santa Messa da parte di un fedele che non si accosti alla comunione sacramentale deveessere considerata invalida o inopportuna. Si verifica solo una partecipazione meno abbondante ai frutti di questo Sacrificio. Conseguentemente è non solo pienamente lecita, ma anche altamente utile al bene di tutta la Chiesa, una Messa che fosse celebrata dal solo celebrante (dispregiativamente denominata “Messa privata”), perché tale Messa è celebrata dal ministro della Chiesa “non solo per sé, ma per tutti i fedeli che appartengono al Corpo di Cristo”, vivi e defunti e pertanto il sacrosanto sinodo non solo approva questo tipo di Messe, ma anche le raccomanda. Ora come allora.Dopo aver presentato sinteticamente la mirabile dottrina cattolica del decreto sul santo sacrificio della Messa, passiamo ad analizzarne i canoni. 1. Se qualcuno dirà che nella Messa non si offre a Dio un vero e proprio sacrificio, o che essere offerto non significa altro se non che Cristo ci viene dato in cibo, sia anatema. 2. Se qualcuno dirà che con le parole: “Fate questo in memoria di me” (Lc 22,19; 1Cor 11,24), Cristo non ha costituito i suoi apostoli sacerdoti o che non li ha ordinati perché essi e gli altri sacerdoti offrissero il suo corpo e il suo sangue, sia anatema. 3. Se qualcuno dirà che il sacrificio della Messa è solo un sacrificio di lode e di ringraziamento, o una semplice commemorazione del sacrificio offerto sulla croce, e non un sacrificio propiziatorio; o che giova solo a chi lo riceve; e che non si deve offrire per i vivi e per i morti, per i peccati, per le pene, per le soddisfazioni, e per altre necessità, sia anatema. 4. Se qualcuno dirà che col sacrificio della Messa si bestemmia contro il sacrificio di Cristo consumato sulla croce; o che con esso si deroga all’onore di esso, sia anatema. 5. Chi dirà che celebrare le Messe in onore dei santi e per ottenere la loro intercessione presso Dio, come la Chiesa intende, è un’impostura, sia anatema. 6. Se qualcuno dirà che il canone della Messa contiene degli errori, e che, quindi, bisogna abolirlo, sia anatema. 7. Se qualcuno dirà che le cerimonie, le vesti e gli altri segni esterni, di cui si serve la Chiesa cattolica nella celebrazione delle Messe, siano piuttosto elementi adatti a favorire l’empietà, che manifestazioni di pietà, sia anatema. 8. Se qualcuno dirà che le Messe, nelle quali solo il sacerdote si comunica sacramentalmente, sono illecite e, quindi, da sopprimere, sia anatema. 9. Se qualcuno dirà che il rito della Chiesa Romana, secondo il quale parte del canone e le parole della consacrazione si profferiscono a bassa voce, è da riprovarsi; o che la Messa debba essere celebrata solo nella lingua del popolo; o che nell’offrire il calice non debba esser mischiata l’acqua col vino, perché ciò sarebbe contro l’istituzione di Cristo, sia anatema. È davvero preoccupante dover constatare l’estrema attualità che si riscontra in queste indicazioni ad una prima pur rapida lettura di questi canoni. Un segno di quanta confusione oggi dilaghi e soprattutto di quanto qualunquismo, pressappochismo e sciatteria ruotino, sciaguratamente, intorno all’augustissimo mistero della santa Messa.

A proposito del primo canone, si pensi oggi al pensiero, molto diffuso anche in certi ambienti e gruppi ecclesiali, che la comunione sacramentale in cui si riceve Cristo come cibo spirituale sia così parte integrante della santa Messa che, qualora fosse impossibile, per ragioni contingenti o perpetue accostarsi ad essa, si avrebbe una sorta di partecipazione menomata al divino sacrificio. Questa idea fu però messa in giro dai riformatori protestanti, che da sempre accentuarono la dimensione conviviale dell’eucaristia, esaltando (a scapito della natura essenzialmente sacrificale) il “banchetto eucaristico” come sua precipua ragion d’essere, interpretando a sproposito le parole dell’istituzione (“prendete e mangiatene tutti”, “prendete e bevetene tutti”), dimenticando che esse furono rivolte solo ai Dodici apostoli (gli unici ad essere presente) i quali, come abbiamo già avuto modo di notare, devono obbligatoriamente comunicarsi alle Sacre Specie per la stessa validità della Messa. Quante volte abbiamo dovuto sentire dire in questi anni frasi e slogan del tipo: “se non fai la comunione è come se ti invitassero a cena e tu non mangiassi?”. Ma come si fa a non capire che dietro una frase di questo genere c’è esattamente lo stravolgimento della dottrina cattolica sul carattere sacrificale della Messa in favore di quella luterana circa il suo carattere eminentemente e prevalentemente conviviale, condannato senza mezzi termini proprio da questo primo canone tridentino? Sappiamo, inoltre, che i riformatori luterani negarono l’esistenza del sacerdozio ministeriale come distinto ed essenzialmente diverso dal sacerdozio comune, di cui sono rivestiti i fedeli di Cristo in quanto battezzati. Negarono quindi l’esistenza di una vera istituzione del sacramento dell’ordine sacro da parte del Signore. Ora, evidenziare come la prima – sia pur “del tutto singolare” – ordinazione sacerdotale sia avvenuta con le parole “fate questo in memoria di me”, fa invece comprendere e risaltare la natura assolutamente peculiare dell’ordine sacro, il suo legame intrinseco e indissolubile con l’eucaristia e la sua funzione mediatrice e propiziatrice, che perpetua la mediazione sacrificale e salvifica di Cristo Sommo sacerdote. I sacerdoti, quando esplicano le funzioni loro proprie, agiscono “in persona Christi”: cioè Cristo li usa come strumenti meramente passivi per continuare ad esercitare il suo sacerdozio salvifico nel tempo e nella storia. Cosa, questa, ben diversa dal sacerdozio comune, con il quale i cristiani sono abilitati a ricevere i sacramenti, a pregare il Signore per sé e per tutti e ad offrire se stessi e i propri sacrifici per la salvezza propria o altrui. Qui è Cristo che offre il suo proprio sacrificio per mezzo dei sacerdoti; un gesto essenzialmente e totalmente differente, dal quale peraltro traggono origine ed efficacia tutte le preghiere, offerte e atti compiuti dai cristiani, che senza di esso non avrebbero nessun senso né valore davanti a Dio. Sminuire o minimizzare la grandezza del sacerdozio cattolico è cosa che non favorisce affatto l’umiltà dei ministri ordinati, ma solo una indebita banalizzazione delle loro altissime funzioni, con grande danno per la loro personale santità e, soprattutto, per il bene della Chiesa e dei fedeli tutti.

Di recente, il Cardinale Robert Sarah ha affrontato questa importante questione in un’intervista rilasciata sulla Nuova Bussola Quotidiana:” «Nel rapporto con la liturgia si decide il destino della fede e della Chiesa»: è questa una delle affermazioni più note e radicali di Joseph Ratzinger e forse anche una delle meno comprese. In fondo, quanti di noi sorridono e scuotono la testa, a metà tra l’ironico ed il compassionevole, al pensiero che il cuore del problema della crisi vocazionale nella Chiesa, dell’apostasia di intere nazioni, della distruzione della famiglia e del crollo della vita morale e sociale in tutti i suoi risvolti, si trovi nel modo con cui si celebra la liturgia! Eppure, scriveva ormai vent’anni fa il futuro Benedetto XVI, è proprio «nella liturgia [che] si tratta della nostra comprensione di Dio e del mondo, del nostro rapporto a Cristo, alla Chiesa e a noi stessi», perché la liturgia esprime e modella il mondo dell’uomo che vi partecipa, attraverso un insieme di codici, prevalentemente non verbali (sacerdoti un po’ troppo “loquaci” permettendo). La liturgia, nel suo aspetto di azione rituale, influisce giorno dopo giorno sull’uomo, pone un ordine nella sua vita, suscita e modula in lui reazioni emotive, fornisce cornici di significato e riferimenti simbolici: in una parola, plasma la sua vita. Come affermava l’antropologo Victor Witter Turner, grande studioso dei rituali religiosi, «se vogliamo indebolire o togliere vigore a una religione dobbiamo innanzitutto eliminare i suoi riti, i suoi processi generativi e rigenerativi. Perché la religione non è solo un sistema cognitivo, un insieme di dogmi: è esperienza significativa e significato ricavato dall’esperienza».  Detto in altro modo: se vuoi cambiare una società, cambia la sua religione e se vuoi cambiare la religione modifica i suoi riti.  E’ solo collocandoci a questo livello di profondità che possiamo comprendere l’importanza della recente intervista del Cardinal Robert Sarah al settimanale Famille Chrétienne. «La liturgia è la porta della nostra unione con Dio. Se le celebrazioni eucaristiche si trasformano in autocelebrazioni umane, il pericolo è enorme, perché Dio sparisce. Bisogna cominciare a porre nuovamente Dio al centro della liturgia». La Chiesa infatti esiste per Dio, e quando nel culto questo aspetto viene oscurato o persino negato, allora l’esito è inevitabile: «la Chiesa diventa una società puramente umana, una semplice Ong, come ha detto papa Francesco. Se invece Dio è al cuore della liturgia, allora la Chiesa ritroverà il suo vigore e la sua linfa». Il Prefetto della Congregazione per il Culto divino suggerisce la necessità di «una conversione interiore», di ritrovare «la sacralità e la bellezza della liturgia» ed anche «il silenzio: questa capacità di tacere per ascoltare Dio e la sua parola». E poi aggiunge con grande chiarezza un’indicazione molto concreta: «Convertirsi significa rivolgersi verso Dio. Sono profondamente convinto che il nostro corpo debba partecipare a questa conversione. Il modo migliore è certamente quello di celebrare – sacerdoti e fedeli – volti insieme verso la stessa direzione: verso il Signore che viene. Non si tratta, come talvolta si pensa, spalle ai fedeli o di fronte a loro. Il problema non è lì. Si tratta di volgersi insieme verso l’abside, che simboleggia l’Oriente dove troneggia la croce del Signore risorto. Grazie a questo modo di celebrare, sperimenteremo il primato di Dio e dell’adorazione, fin nel nostro corpo. Comprendiamo che la liturgia è primariamente la nostra partecipazione al sacrificio perfetto della croce. Ne ho fatto personalmente l’esperienza: celebrando così, al momento dell’elevazione, l’assemblea, con il sacerdote al suo vertice, viene come aspirata dal mistero della croce».

Molti sacerdoti e fedeli pensano erroneamente che tale orientazione sia stata “abolita” dalla riforma liturgica o addirittura dal Concilio Vaticano II stesso e che occorra una specie di “indulto” per celebrare versus orientem. Non si può nascondere che tale persuasione sia molto radicata; perciò il Cardinal Sarah, con grande autorevolezza, avverte il bisogno di fare chiarezza: «In quanto prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, ci tengo a ricordare che la celebrazione versus orientem è autorizzata dalle rubriche del Messale, che precisano il momento in cui il celebrante deve voltarsi verso il popolo. Non c’è dunque bisogno di alcuna particolare autorizzazione per celebrare rivolti al Signore». E per indicare un graduale percorso di realizzazione, il cardinale guineano richiama una proposta da lui fatta lo scorso anno su L’Osservatore Romano, e cioè che «i sacerdoti e i fedeli si voltino verso l’Oriente almeno durante il rito penitenziale, il canto del Gloria, le orazioni e la preghiera eucaristica».  Ed aggiunge: «L’orientazione dell’assemblea verso il Signore è un mezzo semplice e concreto di favorire una vera partecipazione di tutti alla liturgia», la quale «non dev’essere intesa come la necessità di fare “qualcosa”. Su questo punto abbiamo deformato l’insegnamento del Concilio. Al contrario si tratta di lasciare che Cristo ci raggiunga e di unirci al suo sacrificio». Dare spazio a Cristo: è forse questo il vero modo per dare una svolta a questo processo di secolarizzazione che ha travolto il mondo e incancrenito la Chiesa. E perché ciò non sia solo un pio desiderio che si arresta scoraggiato di fronte a problematiche che appaiono sempre più insormontabili, il Cardinale Sarah ci dà questa semplice ma preziosa indicazione: iniziamo dalle nostre celebrazione a dare spazio a Cristo e ad orientare tutto verso di Lui.

Dopo questo interessante intervento, è arrivata subito la risposta del vaticano attraverso il giornalista Andrea Tornielli, i quali hanno bloccato per l’ennesima volta il ritorno alla Santa Messa Tridentina:” Era sembrato più di un invito, visto che a parlarne, seppure nel corso di una conferenza e non con un atto ufficiale, era stato il cardinale Robert Sarah, Prefetto della Congregazione del culto divino. Il porporato africano una settimana fa, da Londra, in apertura del convegno Sacra Liturgia, aveva lanciato una sorta di appello a tutti i preti del mondo invitandoli, a partire dalla prima domenica di Avvento, il prossimo novembre, a celebrare la messa «versus Orientem», cioè con l’altare rivolto verso Oriente, dando le spalle al popolo, come si usava prima della riforma conciliare. «È molto importante che torniamo, appena possibile a un orientamento comune, di preti e fedeli rivolti insieme nella stessa direzione, a oriente, o almeno verso l’abside, verso il Signore che viene», aveva detto, aggiungendo: «Vi chiedo di applicare questa pratica ovunque sia possibile».   Le parole di Sarah erano rimbalzate in tutto il mondo, trovando appoggi entusiastici nei siti e nei blog dei cosiddetti tradizionalisti, anche perché il cardinale aveva aggiunto di voler iniziare, d’accordo con il Papa, uno studio per arrivare a una «riforma della riforma» liturgica, per migliorare la sacralità del rito. Il giorno dopo la conferenza di Sarah, il cardinale arcivescovo di Westminster, Vincent Nichols, aveva scritto una lettera ai suoi sacerdoti invitandoli a non celebrare la messa rivolti a Est, come chiesto dal Prefetto del Culto divino, anche a motivo della legislazione vigente su questa materia.

 

Nei giorni scorsi il cardinale Sarah è andato nuovamente in udienza da Francesco. E nel pomeriggio di lunedì 11 luglio padre Federico Lombardi, nel giorno in cui è stata annunciata la nomina del suo successore, ha rilasciato una dichiarazione evidentemente concordata con il Pontefice e con il cardinale, che smonta la valenza dell’invito di Sarah e boccia pure l’espressione «riforma della riforma», già a suo tempo abbandonata da Benedetto XVI.  «È opportuna una precisazione – afferma il portavoce vaticano – a seguito di notizie di stampa circolate dopo una conferenza tenuta a Londra dal cardinale Sarah, Prefetto della Congregazione del Culto Divino, alcuni giorni fa. Il cardinale Sarah si è sempre preoccupato giustamente della dignità della celebrazione della messa, in modo da esprimere adeguatamente l’atteggiamento di rispetto e adorazione per il mistero eucaristico. Alcune sue espressioni sono state tuttavia male interpretate, come se annunciassero nuove indicazioni difformi da quelle finora date nelle norme liturgiche e nelle parole del Papa sulla celebrazione verso il popolo e sul rito ordinario della messa».  «Perciò è bene ricordare – continua Lombardi – che nella Institutio Generalis Missalis Romani (Ordinamento Generale del Messale Romano), che contiene le norme relative alla celebrazione eucaristica ed è tuttora pienamente in vigore, al n.299 si dice: “Altare extruatur a pariete seiunctum, ut facile circumiri et in eo celebratio versus populum peragi possit, quod expedit ubicumque possibile sit. Altare eum autem occupet locum , ut revera centrum sit ad quod totius congregationis fidelium attentio sponte convertatur” (cioè: “L’altare sia costruito staccato dalla parete, per potervi facilmente girare intorno e celebrare rivolti verso il popolo, la qual cosa è conveniente realizzare ovunque sia possibile. L’altare sia poi collocato in modo da costituire realmente il centro verso il quale spontaneamente converga l’attenzione dei fedeli”)».  «Per parte sua il Papa Francesco – afferma ancora il portavoce vaticano – in occasione della sua visita al dicastero del Culto Divino, ha ricordato espressamente che la forma “ordinaria” della celebrazione della Messa è quella prevista dal messale promulgato da Paolo VI, mentre quella “straordinaria”, che è stata permessa dal Papa Benedetto XVI per le finalità e con le modalità da lui spiegate nel motu proprio Summorum Pontificum , non deve prendere il posto di quella “ordinaria”».  «Non sono quindi previste nuove direttive liturgiche a partire dal prossimo Avvento – chiarisce Lombardi – come qualcuno ha impropriamente dedotto da alcune parole del cardinale Sarah, ed è meglio evitare di usare la espressione “riforma della riforma”, riferendosi alla liturgia, dato che talvolta è stata fonte di equivoci. Tutto ciò è stato concordemente espresso nel corso di una recente udienza concessa dal Papa allo stesso cardinale Prefetto della Congregazione del Culto Divino».

Dopo il coraggioso e, nello stesso tempo, timido gesto di Benedetto XVI, costituito dal motu proprio del 2007, si è assistito ad una costante opera di “confino” della Tradizione della Chiesa. Il Santo Padre disse che la Messa antica non fu mai abolita. In qualche modo confermò che non si può abolire, perché l’Autorità nella Chiesa serve a custodire la Tradizione come fonte della Rivelazione, così come serve a custodire la Sacra Scrittura, e non può mai far da padrona su di esse; se facesse da padrona, l’Autorità non sarebbe quella voluta da Nostro Signore e si configurerebbe come autoritarismo. Ebbene, dopo il motu proprio Summorum Pontificum, le varie curie diocesane si impegnarono in una instancabile opera per fermare, arginare, confinare qualsiasi tentativo di ritorno alla gloriosa Tradizione della Chiesa, in campo sia liturgico che dottrinale.
È stato il boicottaggio totale della volontà del Papa, volontà che poi era un semplice atto di giustizia: non si può abolire la Messa che la Chiesa ha celebrato per quindici secoli e che ha fatto i Santi. Nemmeno la terribile mancanza di preti, cui assisteremo in questi anni, nemmeno questa potrà liberare la Tradizione dal suo confino. Piuttosto staranno senza preti, piuttosto chiuderanno le chiese, ma non permetteranno a un sacerdote tradizionale di celebrare la messa di sempre. Quanti preti erano pronti a passare alla Tradizione, quanti erano seriamente interessati a riappropriarsi di ciò che è il più profondo patrimonio della Chiesa, quanti chiesero di imparare la Messa antica. Poi, come mannaia implacabile, la scure scese su coloro che con gioiosa semplicità iniziarono a celebrarla: processi canonici, rimozione dalle parrocchie, sottili accuse di scisma!… ecc… la storia la conoscete. Così il gelo cadde sui sacerdoti, molti dei quali giovani, che sognavano già di poter dire salendo all’altare “Introibo ad altare Dei…”. E che dire dei chierici? “Se ami la Tradizione sei pericoloso e non puoi essere ordinato per questa Chiesa”, questo è il refrain dei superiori dei seminari obbedienti ai loro vescovi.

Un gelo tremendo è così calato su una primavera possibile per le anime, dei sacerdoti prima e dei fedeli poi. Il Papa aveva sperato in un cambio di clima nella Chiesa, ma la vecchia guardia, fatta di ex- sessantottini oggi nelle curie diocesane, non ha permesso alcunché. I preti amanti della Tradizione si sono rinchiusi in un mutismo prudenziale, i seminaristi in una “apnea” di coscienza per poter giungere alla sospirata ordinazione, illusoriamente convinti che le cose cambieranno quando saranno preti. Ma è normale tutto questo? No di certo, non è normale nella Chiesa!
Tutti questi signori che osteggiano la Tradizione e la impediscono con strani bizantinismi, sono ancora preoccupati per la salvezza delle anime? Vogliono ancora fare il Cristianesimo? O aspirano a qualcosa di diverso? E se è così perché occupano la Chiesa di Dio?
Hanno promosso una nuova religione con dei timidi riferimenti al Cristianesimo di un tempo. Hanno lavorato, spendendo notevoli soldi!, per una trasformazione del Cattolicesimo in una religione presentabile nei salotti della cultura; si perdono dietro un dipinto da restaurare o dietro un testo da commentare, ma sono assenti sul campo… non vanno in confessionale e non salgono tutti i giorni all’altare, perché impegnati in qualche progetto culturale. Sono ancora preoccupati che le anime si accostino ai sacramenti? Reputano ancora i sacramenti necessari alla salvezza, o sono solo preoccupati di fare “comunità”, sostituendo la struttura all’essenziale, cioè a Dio? Ci auguriamo di tutto cuore:
1. Un sussulto di coraggio in tutti quei preti e seminaristi che stanno soffrendo per una chiesa sempre più nemica del suo passato. Vorremmo dire loro “Cosa aspettate a ribellarvi? Sì, a ribellarvi per obbedire a Dio! Considerate l’esito di questa Chiesa malamente ammodernata, considerate la grande tristezza che ha prodotto e obbedite gioiosamente a Dio. Solo così servirete con amore la Chiesa, perché la Chiesa è Tradizione“.
2. Un ravvedimento in coloro che hanno così osteggiato la Messa tradizionale e l’hanno confinata. Sappiamo che non tutti sono in cattiva coscienza. A loro vorremmo dire “lasciateci fare l’esperienza della Tradizione”, dateci le Chiese, permetteteci la cura delle anime e poi venite con tutta semplicità a considerare i frutti. Avete dato le chiese anche agli ortodossi scismatici, pubblicate anche gli orari di culto degli eretici protestanti, quando farete uscire dal limbo la Messa di sempre? Cosa direbbero i vostri vecchi parroci, i vostri nonni e i santi di duemila anni di cristianesimo?