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I giovani dal Veneto emigrano più della Sicilia

Giuseppe Pace (Segretario Provinciale Partito Pensionati di Padova). 38mila da Padova, Rei per 100mila famiglie in Veneto. Dalla provincia di Padova migrano 38 mila giovani, in gran parte laureati, a fronte dei 320 mila da tutto il territorio regionale del Veneto. I dati resi noti dal rapporto Svimez, l’associazione sull’economia del Mezzogiorno, segnalano che un meridionale su tre è a rischio povertà. Ma nei prossimi anni è prevista una piccola ripresa del Pil, anche al Nord. Sono circa 200mila i laureati che negli ultimi 15 anni hanno abbandonato il Sud per trasferirsi nelle regioni del Centro-Nord. A dirlo è il rapporto Svimez. Questa cifra, moltiplicata per il costo medio che serve a sostenere un percorso di istruzione elevata, porta, secondo il rapporto, a una perdita netta in termini finanziari per il Meridione di circa 30 miliardi, andati nelle zone centro-settentrionali e in piccola parte all’estero. Secondo i dati distribuiti dall’Associazione sull’economia del Mezzogiorno, un abitante del Sud su tre è a rischio povertà ma il Sud crescerà quasi quanto il Nord nei prossimi anni. A ribadirlo c’è anche Porta a Porta, trasmissione condotta da B. Vespa del 12 dicembre 2017. Si accende la voglia di partire. Che sia per la crisi, o semplicemente per il desiderio di cambiare vita e darsi nuove opportunità, gli abitanti del Nordest hanno ripreso la valigia. Ma se l’Italia la percentuale cresce sensibilmente a Nordest è da record, con il Veneto che risulta essere la seconda regione italiana per emigrazione: del biennio 2012-2013 sono lievitati di 14.195 (dalla Lombardia +17.573) chi ha deciso di lasciare la propria terra. Nordest è così la seconda area per emigrazione d’Italia dopo il Centro (seguita dal Nordovest, dalle Isole e dal Sud). Un Nordest che esporta cervelli, ma non solo: se infatti quasi la metà di chi se ne va ha un titolo di studio spendibile, l’altra metà si butta sulle professioni manuali. Sono infatti cresciuti, in modo consistente, gli espatriati con licenza media inferiore (erano lo 0,3% nel 2010, sono il 24,4% nel 2011) diretti soprattutto in Germania e in Svizzera. Un flusso che fa tornare alla mente gli spostamenti degli anni ’50. Ad andarsene, ora anche verso la Cina meta emergente, è a livello nazionale circa il 3.1 per cento in più rispetto al 2012. Emigrati che naturalmente non hanno più la classica valigia di cartone, come emerge dal Rapporto dellA Fondazione Migrantes: il 22% di chi parte è laureato, il 28% è diplomato e le prime regioni a perdere petali sono proprio le locomotive d’Italia (Lombardia e Veneto), seguite dalla Sicilia. Quindi si va via a caccia di una opportunità, oppure per concludere gli studi: cresce infatti anche il numero di ragazzi che sceglie di studiare all’estero (decisione onerosa, ma spesso legata all’impossibilità di entrare in facoltà come Medicina o Odontoiatria). Ma non tutto il Veneto è uguale. Arsiè, piccolo paese del Bellunese detiene in Italia un record: il 79 per cento della popolazione se ne è andata all’estero, lo stesso Lamon (Belluno), ha il 68,1; Fonzaso (sempre nel Bellunese) 60,1 per cento. Percentuale elevata anche per Cordignano, comune del Trevigiano dove ha fatto preso il biglietto il 32 per cento della popolazione. Tra i capoluoghi la percentuale maggiore è registrata da Belluno, seguita da Treviso, Venezia, Padova, Verona e Vicenza. Il Friuli Venezia Giulia non registra “picchi” così elevati come quelli veneti. Caneva, in provincia di Pordenone, la percentuale dei “migranti” è vicina al 36 per cento, a San Giorgio della Richinvelda (Udine) del 30. Bassa nei capoluoghi: 12,2 a Trieste, 8,8 a Gorizia, 6,3 a Pordenone e 5,8 a Udine. E dove si va? I friulgiuliani preferiscono l’Argentina, seguita dalla Francia e dalla Svizzera, i Veneti il Brasile, con a ruota Svizzera e Argentina. Nel biennio 2012-2013, anche per il Nordest spicca il trend positivo dell’Asia (+8,6%), una meta che inizia ad essere appetibile per motivi di studio e per il commercio. In prossimità o Sotto l’elezioni politiche tutti i partiti promettono soldi pubblici a quanti più elettori possibili? Sembra proprio che sia vera una tale insidia configurabile in un voto di scambio. Noi non promettiamo pensioni a chi non ha versato i contributi, ma nemmeno siamo per la Dittatura statalista di decidere quando permettere ai sudditi di andare in quiescenza. Nel programma del nostro piccolo Partito Pensionati, ma non secondario affatto agli altri grandi partiti, non ci sono promesse illusorie. Il Partito pensionati è contro il voto di scambio elettorale e promuove quello d’opinione. Tutti i partiti dovrebbero avere tale modalità, ma il voto di scambio elettorale in Italia non è cosa rara, purtroppo. Eppure il Legislatore della nostra Repubblica, lo proibisce e punisce chi lo pratica, se ben individuate le responsabilità. Chi cavalca la politica del voto di scambio è qualunque partito che ”regala” soldi pubblici ai residenti in qualsiasi territorio italiano. Certo il regalo non è per i ricchi, che sono più concentrati nelle regioni settentrionali perché le catene di montaggio hanno prodotto merci e servizi tenendo legati al ritmo lavorativo sia donne (molte rispetto al Sud dove la disoccupazione femminile è altissima) che uomini. Questi lavoratori settentrionali e meridionali immigrati, hanno risparmiato, investito ed oggi, non pochi, superano il reddito per avere il Rei (Reddito d’inclusione). Al Mezzogiorno è previsto il 55% del Rei. L’Ansa informa che “Sulla base dei dati Istat e Caritas in Veneto ci sono oltre 100.000 famiglie in condizione di povertà. Il nuovo Rei appena approvato dal consiglio dei ministri sarà un supporto per oltre 30.000 famiglie”. Lo afferma il veneto senatore del Pd, capogruppo Pd in Commissione Bilancio, ipotizzando gli effetti in regione del provvedimento del Governo. “Siamo di fronte – aggiunge – ad una tappa importante della lotta alla povertà, un impegno che il Pd e il Governo stanno portando avanti fin dall’inizio della legislatura in collaborazione con il terzo settore ed il privato sociale. Non dimentichiamo che la soglia di povertà è arrivata in Veneto ad incidenza del 4.9%”. Emblematico dell’atmosfera politica padovana è il convegno del 5.06.2017, organizzato da: Retelavoro Solidale, Pastorale Sociale della Diocesi di Padova con le parrocchie del Vicariato di Selvazzano e il Centro di Ascolto Caritas di Saccolongo, Provincia di Padova, e i comuni di Selvazzano, Rubano e Saccolongo. Erano pure presenti il parroco di San Michele di Selvazzano, gli assessori al Sociale di Selvazzano, Rubano e Saccolongo oltre a 2 persone del Centro di Ascolto vicariale della Caritas di Selvazzano e alla presidente di Venetica Cooperativa sociale. Ovviamente la tecnologia del consenso, per il possibile voto di scambio del Rei, potrebbe essere stata ben approntata da politici navigati e targati Pd. “L’Italia è in ritardo rispetto ad altri Paesi d’Europa (certo, ma quelli hanno meno disoccupati, meno tangenti e nepotismo pubblico nonché servizi di più alta qualità), ma a livello territoriale qui si sta facendo davvero tanto, quindi speriamo di dare il via ad altri approfondimenti sul territorio per capire bene…”. I numeri presentati dalla Caritas per i soli sportelli di Selvazzano e Sarmeola additano una realtà preoccupante. Nel 2016 si sono presentati 206 utenti dei quali 60 per la prima volta e 146 hanno fatto ritorno per un totale di 600 accessi. La maggioranza è costituita dalle donne (70%) e la provenienza è soprattutto italiana (25%) seguita dalla nigeriana (23%), marocchina (15%), moldava (11%) con un totale di utenti extracomunitari pari al (64%). Si tratta perlopiù di famiglie con figli (53%), ma ci sono anche persone sole con figli (13%) in particolare donne e cominciano a emergere divorziati (una decina), soprattutto uomini. L’età più frequente tra gli stranieri va dai 30 ai 50 anni e per gli italiani dai 50 ai 70 anni. “Questi numeri sono persone – ha detto la Caritas diocesana patavina – sono vicini di casa cui hanno staccato le utenze e che, pur di non far vedere che hanno perso l’impiego, escono di casa facendo finta di recarsi al lavoro perché si vergognano. Il nostro compito è di fare tutto il possibile per dare opportunità lavorative e restituire dignità alle persone. Ma l’Ansa informa che “Capifamiglia under 34 sempre più poveri, tassi di disoccupazione giovanile tra i più alti d’Europa, ascensore sociale bloccato e record di Neet. In Italia la povertà tende a crescere al diminuire dell’età: i figli stanno peggio dei genitori, i nipoti peggio dei nonni. E’ quanto rileva il Rapporto di Caritas italiana su povertà ed esclusione sociale 2017 ‘Futuro anteriore’, che quest’anno si focalizza sulla vulnerabilità dei giovani. “Ancora più allarmante”, sottolinea la Caritas, risulta poi la situazione dei minori con 1 milione 292 mila in povertà assoluta (il 12,5% del totale). Al contrario, diminuiscono i poveri tra gli over 65 (da 4,8% a 3,9%). Nell’ultimo ventennio, osserva la Caritas, il divario di ricchezza tra giovani e anziani si è ampliato: la ricchezza media delle famiglie con capofamiglia di 18-34 anni è meno della metà di quella del 1995, mentre quella delle famiglie con capofamiglia con almeno 65 anni è aumentata del 60%. Il Rei è lo strumento di sostegno ai meno abbienti? «Una risposta concreta agli “ultimi”, che sono in cima alla lista del lavoro del Pd. ”I dati ci parlano di un 34%, un meridionale su tre, esposto a rischio povertà, contro la media nazionale del 19%, che al Nord scende all’11%. Ma molto c’é ancora da fare. L’introduzione del Rei porta l’Italia al livello delle altre democrazie d’Europa, ma sappiamo benissimo che le famiglie in condizioni di povertà grave sono molte di più di quelle copribili con l’attuale importo finanziario. Il Pd Molise, ad esempio, vuole che la misura sia estesa a tutte le persone in condizioni di povertà assoluta. Nel frattempo, sono stati posizionati 1,759 miliardi di euro per il 2018 e 1,845 miliardi nel 2019. Significa fino a 534 euro per 18 mesi alle famiglie con cinque o più componenti, a cui si aggiungerà un percorso di reinserimento lavorativo personalizzato”. Spudoratamente commentano che ”Di questi tempi è raro che vengano introdotti nuovi diritti. Eppure è successo, per una volta possiamo rallegrarci, ma soprattutto andare fieri di un importante risultato sociale ascrivibile prima al governo Renzi”. Ma si sa che il “rottamatore per antonomasia” era pronto anche a rottamare soprattutto i suoi avversari interni, che adesso crescono giorno per giorno, ultimo è l’ex Magistrato, P. Grasso, che vedono oltre il 10% dei consensi alle prossime elezioni politiche. Il Rei è una delle principali eredità del governo Renzi. Il Rei, in prima battuta, riguarderà le famiglie con minori, disabili, donne in gravidanza a 4 mesi dal parto e gli over 55 disoccupati. La misura riguarderà per ora 500mila famiglie per un totale di 1,8 milioni di persone e avrà un tetto di 485 euro al mese – 5.800 l’anno – nel caso di famiglie in difficoltà con almeno cinque componenti. Il Reddito di inclusione non ha nulla a che vedere con il reddito di cittadinanza che il Movimento Cinque Stelle vorrebbe concedere ad una platea molto più grande (anche questi con il voto di scambio possibile ci vanno ancora più dentro). La proposta in Parlamento arriverebbe a concedere fino a 780 euro a persona. Se però i componenti della famiglia sono sette, il massimo erogabile in un anno è di 37.440 euro. Se si moltiplica questa somma per il numero di famiglie povere si possono apprezzare le conseguenze sui conti pubblici: secondo alcune stime l’operazione costerebbe circa 20 miliardi di euro l’anno, un po’ meno dell’intera manovra lorda per il 2018. Il Rei oggi vale 1,7 miliardi di euro, destinati a crescere ad almeno due miliardi negli anni a venire. Per poter accedere al Rei è necessario avere determinati requisiti e aderire a un progetto di inclusione lavorativa. La misura viene riconosciuta a nuclei con un Isee non superiore a 6mila euro e un valore patrimoniale non superiore ai 20 mila euro. È inoltre necessario risiedere in via continuativa in Italia da almeno 2 anni, e possono richiederlo cittadini europei o extra Ue con permesso di lungo soggiorno. Le domande potranno essere presentate ai Comuni, che invieranno le informazioni all’Inps, che potrà o meno riconoscere il diritto al reddito. Al Nord molti sono divenuti meno poveri perchè hanno lavorato sodo. Renzi plaude al suo 41% di Si referendario, ma la stragrande maggioranza delle 20 regioni gli votarono contro, solo qualche regione rossa e il Trentino A.A. lo assecondarono. Alle prossime elezioni politiche il suo presunto 41% si dimezzerà, soprattutto al Nord. Molti vedono che questo Governo sta impoverendo l’Italia con denaro pubblico, che distribuisce fuori dei contratti nazionali di categoria e a pioggia, sempre con la modalità, tipica dei cattocomunismi, del brigante: prendere ai ricchi per dare ai poveri! Ma quando la classe media verrà ulteriormente depredata e distrutta a chi verranno presi i soldi per rimpinguare le casse erarariali? Il Pd continua sulla “strada dell’incontro, dell’ascolto, dell’informazione”, (della “sepolta” D.C.) per dissipare pubblico denaro ed inasprire la pressione fiscale già altissima? Adesso che anche Alfano lascia lo scranno della politica chi appoggerà i quarantenni d’assalto renziani, sepre pronti a rottamare anche la Sinistra dalemiana, bersaniana e, ultima, anche grassiana, che pare leghi con i grillini per un futuro governo di tecnici.