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Il Nord Italia tra tangenti e referendum per l’autonomia

(Giuseppe Pace). PADOVA. Qualche studioso di Roma antica invoca spesso un colto console, di 22 secoli fa, dalle umili origini, Catone il censore, che con Carmen de moribus, raccolta di sentenze morali, sembra essere tornato alla ribalta dell’attualità di ruberie e tangenti di soldi pubblici nell’Italia attuale. Siamo alla vigilia di un referendum consultivo per conoscere se i 15 milioni di cittadini residenti in Lombardia e Veneto vogliono o meno una maggiore autonomia regionale, che Roma ladrona non concede facilmente. Arriva, come un fulmine a ciel sereno, la notizia da Genova della Magistratura che blocca, in via cautelare, i conti correnti delle casse del partito, Lega Nord, su ruberie perpetrate da Bossi ed altri oltre una decina d’anni fa. La Lega Nord, con il giovane rampante politico M. Salvini, che pare non abbia mai lavorato né studiato sodo, grida all’attacco democratico, mentre dal PD renziano, in particolare, si esulta per la decisione della Magistratura di Genova. Chi ha ragione? Ha ragione la Magistratura perché non può lasciare impuniti i reati ascritti a Bossi e collaboratori, quando hanno utilizzato i fondi erogati al partito per interessi personali. Bossi e collaboratori, dice Salvini e i suoi fedelissimi, non sono la Lega Nord attuale. Lo sappiamo ma il partito è unico e proprio perché ha fatto la fortuna politica gridando contro Roma ladrona, adesso deve imparare ad essere più onesto e non copiare o sorpassare i vizi e non le virtù gli altri partiti romani. Il PD però non è più il partito dalle mani pulite perché di corrotti e corruttori non è esente del tutto come paventono i nascenti giovani (qualcuno aspira a divenire Leader per formare poi il nuovo Governo repubblicano, ma come Salvini è un altro che non ha mai lavorato né studiato sodo) Pentastellati, Raggi ed altri permettendo, poiché sono meno illibati di quanto vogliono darla a bere ai disinformati elettori. Dalla redazione ANSA ROMA 15 settembre 201713:12 News si apprende “Oggi, per la prima volta nella storia della Repubblica, i giudici stanno bloccando l’attività di un partito politico”. Lo afferma Matteo Salvini in una conferenza stampa a Montecitorio nel dare l’annuncio di una sentenza dei giudici genovesi, che da oggi diventa operativa, su irregolarità dell’utilizzo di fondi pubblici che ha come conseguenza il blocco di fondi per 49 milioni in numerose importanti federazioni del partito. “Si tratta dell’azione di una scheggia di magistratura: ora non ho disponibilità per pagare i palchi di Pontida”. Salvini parla di “attacco alla democrazia”. “Tutto – denuncia Salvini – a fronte di 400mila euro presunti utilizzati da Bossi, i suoi figli e Belsito”. Al momento sono stati bloccati i conti delle federazioni di Imperia, Bologna, Bergamo, Sanremo e Trento. Il sequestro dei conti correnti della Lega Nord è scattato su ordine del tribunale di Genova che ha accolto la richiesta del pm Paola Calleri di confiscare i soldi del partito. In particolare sono stati bloccati i conti di importanti federazioni tra cui Imperia, Bologna, Bergamo, Sanremo e Trento. La richiesta era partita dopo che il tribunale aveva disposto la confisca diretta di circa 48 milioni al Carroccio a seguito della sentenza di condanna di Umberto Bossi, Francesco Belsito e altri 5 imputati, per la maxi truffa sui rimborsi elettorali tra il 2008 e il 2010. Bossi era stato condannato a due anni e sei mesi e Belsito a quattro anni e dieci mesi, oltre ai tre ex revisori contabili Diego Sanavio, Antonio Turci e Stefano Aldovisi (con pene dai due anni e otto mesi a un anno e nove mesi) e i due imprenditori Stefano Bonet e Paolo Scala (cinque anni). Secondo l’accusa, i vertici del partito avrebbero ottenuto i rimborsi elettorali con documentazioni artefatte, fondi che poi sarebbero stati utilizzati in gran parte per spese non istituzionali. “Quello emesso dal tribunale è un sequestro preventivo provvisorio. Se la sentenza di condanna di primo grado dovesse essere ribaltata in appello o in Cassazione, i soldi verranno restituiti”. Lo spiega il procuratore capo di Genova Francesco Cozzi in merito alla decisione del tribunale di bloccare i conti alla Lega Nord. “In fase di indagini preliminari – prosegue Cozzi – la procura aveva già chiesto il sequestro ma il giudice per le indagini preliminari lo aveva rigettato perché ancora non era stato quantificato il danno. Adesso, con la sentenza è stato stabilito quanto è l’ammontare e quindi si è chiesto il provvedimento”. Il pm Paola Calleri aveva fatto la richiesta di sequestro nelle scorse settimane proprio per garantire che quei soldi venissero “congelati” per evitare che, in caso di condanna definitiva, non potessero più essere recuperati nei prossimi anni. Ha fatto bene dunque la Magistratura e Salvini impari ad avere più rispetto dei Magistrati, che devono essere sempre imparziali “non leghisti”, ma nel contempo esponenti di altri partiti non ne approfittino troppo perché anche loro hanno molti scheletri negli armadi. In definitiva, sul blocco dei conti correnti della Lega Nord, sentendo le dichiarazioni entusiastiche di esponenti del PD sulla decisione della Magistratura mi viene di pensare che il PD sia contro il referendum sulla maggiore autonomia. Allora significa che gli esponenti che esultano sia romanocentrici, che difficilmente risiedono in settentrione e non conoscono affatto la realtà territoriale che va sotto il nome di Questione settentrionale, ma conoscono solo quella meridionale piagnona, non del fare rimboccandosi le maniche. Resta insoluto il problema di legalità dei partiti, che non stanno dando esempio di onestà ai propri iscritti e ai non iscritti che pure sono contribuenti. Il cittadino è stanco di fare il suddito e vedere tangentopoli, quasi impunita né prevenuta. Molti pensano che solo il Meridione è afflitto da tangentopoli, ma sta imparando a cambiare idea con le corpose tangenti del Settentrione. L’Italia tutta è da bonificare per le ruberie dei politici e di altri connessi ai primi per affari illeciti. Bisogna inasprire le pene per i tangentisti. Claudia Minutillo ha permesso di scoperchiare il pentolone del MOSE, poiché sedeva “al centro del grande sistema corruttivo. Prima come attenta segretaria di Giancarlo Galan, poi come spregiudicata imprenditrice e prestanome per affari non proprio specchiatissimi. Infine da supertestimone della grande inchiesta, indagata e ora anche un po’ pentita. È lei, questa veneziana che vive in una casa alberata della prima periferia di Mestre, ad aver dato il via all’inchiesta che sta scuotendo il Veneto e la più grande opera pubblica d’Italia, il Mose. Con i pm di Venezia è stata un fiume in piena. Ha parlato delle mazzette alla Regione, al Ministero, al Magistrato alle Acque, della corruzione del generale della Guardia di Finanza, del vorticoso giro di fondi neri nei quali è entrata a pieno titolo, di giornali acquisiti e pure di ragazze assunte per avere buoni rapporti con i Servizi segreti”. Ecco parte dei suoi verbali riportati ampiamente dai mass media. Nel marzo dello scorso anno, dopo averla arrestata per fondi neri e false fatturazioni e sospettando che dietro si nascondesse la corruzione dei politici, i pm di Venezia la incalzano sul punto. Le chiedono se le somme che transitavano dall’ufficio di Giovanni Mazzacurati, l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, l’ente che governava sul Mose, servono anche per ungere i funzionari delle strutture regionali, ministeriali o del Magistrato alle Acque. Dopo qualche resistenza, Minutillo sospira: «Sapevo che il sistema prevedeva sia la struttura burocratica, sia regionale, sia ministeriale e anche il Magistrato alle Acque che era di nomina ministeriale ma in realtà era Mazzacurati che decideva chi e come». Chi erano i destinatari delle somme raccolte da Mazzacurati? «Vi erano (omissis) e Marco Milanese, uomo di fiducia del ministro Tremonti. A lui era destinata la somma di 500 mila euro che l’ingegner Neri conservava nel suo ufficio al momento dell’ispezione della Guardia di Finanza al Consorzio Venezia Nuova… Mi dissero: “Pensa che Neri li aveva nel cassetto e li buttò dietro l’armadio”. La Finanza sigillò l’armadio e la sera andarono a recuperarli». Per lei sarebbe iniziato tutto nel 2005, anche se per gli inquirenti la data è spostata molto più indietro nel tempo. «Il primo imprenditore che accettò di finanziare i politici veneti fu Piergiorgio Baita (ex presidente della Mantovani, già arrestato e liberato dopo aver confessato, ndr), che io ebbi l’onere di presentare a Walter Colombelli su incarico di Galan a Venezia, organizzando un appuntamento all’hotel Santa Chiara. Nell’occasione ricevetti una busta contenente del denaro a Galan. Erano i primi mesi del 2005».Un capitolo viene dedicato al sistema di «spionaggio» che garantiva a imprenditori, manager e Consorzio una sorta di immunità giudiziaria. Sa qualcosa l’ex segretaria dei tentativi di bloccare gli esiti delle verifiche della Finanza? «Sì – racconta -. Ci fu corruzione di un generale ma non mi è stato detto il nome (si tratta di Emilio Spaziante, arrestato per aver ricevuto 500 mila euro, ndr)». Chi lo pagò? «La Mantovani, Baita…». L’ex presidente del gruppo Mantovani, la spina dorsale del Consorzio Venezia Nuova, capofila anche del maggior appalto dell’Expo, ricorre spesso nella deposizione. «Mi chiese anche di fare un paio di assunzioni (era già imprenditrice, ndr)». Cioè? «I cognomi di queste due ragazze sono significativi: una si chiama S., il cui padre è comandante dei Servizi segreti, che evidentemente si pensava potesse avere un ruolo nell’ambito delle indagini in corso; e l’altra si chiama A., il cui padre è un importante funzionario della Regione del Veneto, che ha un ruolo fondamentale in molte attività del Gruppo Mantovani, come per esempio tutte le opere di bonifica e di salvaguardia della laguna. Per esempio: successe che un giorno andai da Chisso per chiedere chiarimenti su un accordo di programma che non si faceva e A. doveva seguire la questione. “Ma voi non gli dovevate assumere la figlia? Lui su questa cosa è molto arrabbiato, tu assumi la figlia e vedrai che le cose si risolvono”, mi disse». A un certo punto gli inquirenti scovano una serie di contatti romani della Mantovani finalizzati all’acquisto di una società capitolina, la New Time corporation. «Si trattava dell’acquisizione di una quota della società editrice di un giornale che si chiama Il Punto … Era gente appartenente ai Servizi, per cui questa partecipazione, che costò molti soldi e molti altri vennero versati in tempi recenti, era un modo per pagare queste persone, per avere informazioni e per vedere di influire sulle indagini in corso».Ma cosa sa esattamente delle somme destinate alla Regione? «Per quanto è a mia conoscenza, le somme sono state versate a Galan e a Chisso. A Galan venivano consegnate, anche più volte all’anno, somme ingenti di denaro, parliamo di 100 mila euro o anche più. Questo mi è stati riferito sia da Baita che si lamentava delle richieste esose, sia dallo stesso Galan quando ne ero la sua segretaria. Poi c’erano alcuni funzionari regionali ai quali si facevano favori. Quanto a Galan, Baita mi disse che aveva sostenuto finanziariamente la ristrutturazione della sua villa. Non so se avete mai visto la casa, credo che i lavori siano costati qualche milione di euro». E l’assessore regionale Chisso (arrestato, ndr)? «So che normalmente l’ingegner Mazzacurati versava somme di denaro a Chisso all’Hotel Monaci all’ora di pranzo. Chisso in più occasioni si lamentò del fatto che Mazzacurati versava solo alle feste comandate… era chiaro che voleva essere remunerato più frequentemente». Da segretaria a prestanome, da imprenditrice a finanziere. Sempre più su e sempre più in là. «È la commissione di collaudo sulla gestione il vero business futuro del Mose – ha spiegato scuotendo la testa -. Il Mose ormai lo danno per finito perché i soldi sono stati erogati o comunque stanziati tutti (in realtà ne sono stati stanziati 4,9 miliardi su 5,4, ndr); il vero affare ora è quello della gestione del Mose. Vale svariate decine di milioni di euro l’anno». Poi è precipitata: l’arresto, la confessione, la super testimonianza. Oggi è libera. Intanto il costo del MOSE, finito al 90% già è di 6 miliardi. Al Sud Italia un sistema così raffinato di rubare, mediante una cupola affaristica, non sembra sia stato pensato. Ma allora è proprio vero che al Settentrione le mazzette tangentizie sono più consistenti. Catone il censore chissà cosa scriverebbe oggi del territorio controllato, referendum permettendo, ancora da Roma: forse meno ladrona dei “quasi barbari provinciali”, Bossi, Galan, ecc. L’Italia del Sud ha la irrisolta Questione Meridionale, ma il Settentrione ha la sua Questione, che non è da meno per il sistema di ruberie di alcuni politicanti che parlano non tanto bene, ma razzolano meglio.