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PENSIONI Già oltre 20 miliardi di euro in più di entrate tributarie.

(Giuseppe PACE). Uno stato che tartassa i propri cittadini offrendo servizi scadenti (scuola, giustizia, sanità, ecc.) non fa crescere né l’economia né il consenso elettorale, come Renzi crede. Sono cresciute di 18 miliardi di euro, con una impennata superiore al 6%, il totale delle entrate tributarie nei primi otto mesi dell’anno rispetto al 2015. Da gennaio ad agosto il gettito complessivo dello Stato è stato pari a 303 miliardi da confrontare con i 284 miliardi dello stesso periodo dello scorso anno. L’incremento percentuale è nettamente più consistente rispetto all’andamento dell’economia reale: secondo le stime del governo, il 2016 si dovrebbe chiudere con il Pil in crescita dello 0,8%, i consumi in aumento dell’1% e i prezzi in rialzo dello 0,1%. Questi i dati principali di una analisi realizzata dal Centro studi di Unimpresa, secondo la quale le entrate tributarie sono aumentate di 11 miliardi (+4%). Secondo l’analisi dell’associazione, basata su dati della Banca d’Italia, Il totale delle entrate nelle casse dello Stato è passato da 284,9 miliardi di gennaio-agosto 2015 a 303,2 miliardi di agosto 2016, con un incremento di 18,2 miliardi (+6,40%). Nel dettaglio, le entrate tributarie sono passate da 258,6 miliardi a 270,05 miliardi, in crescita di 11,4 miliardi (+4,41%). Si sono registrate variazioni positive per tutti i periodi in esame con la sola eccezione del mese di aprile, nel quale gli incassi tributari sono scesi di 586 milioni (-1,99%) passando da 29,4 miliardi a 28,8 miliardi. L’incremento più robusto si è verificato nel mese di giugno, con una variazione positiva di 4,1 miliardi (+10,22%) da 40,9 miliardi a 45,1 miliardi. Le “altre entrate” sono passate complessivamente da 26,3 miliardi a 33,1 miliardi con un incremento di 6,8 miliardi (+25,93%) per la quasi totalità attribuibile alla variazione positiva di 7,1 miliardi registrata nel mese di luglio. L’andamento delle entrate ha dunque visto una crescita del 6,4% che non riflette il contesto congiunturale. Secondo le stime del governo contenute nella nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza, alla fine del 2016 il prodotto interno lordo dovrebbe raggiungere una crescita dello 0,8%, i consumi dovrebbero terminare l’anno con un aumento dell’1% e i prezzi in salita dello 0,1%. E’ dunque evidente come il maggior gettito non è riconducibile alla sola crescita dell’economia: lo scostamento tra il +6,4% sul fronte fiscale, confrontato con il +0,8% del Pil è frutto di un aggravio dell’imposizione fiscale, legata al susseguirsi di manovre e misure pesanti, nei confronti di famiglie e imprese, attuate negli ultimi anni dai vari governi. L’eccessivo peso fiscale strangola la ripresa economia e i consumi languono, tanto che a ottobre l’indice dei prezzi è tornato negativo, sancendo così che il Paese è nuovamente in deflazione. «La ripresa è lontana e l’andamento dei prezzi, con i consumi al palo, dimostrano il ritorno della preoccupante spirale deflazionistica che non solo alimenta timori per questa fase, specie se si guarda alle prospettive di acquisti di Natale, ma soprattutto rende sempre più incerto il futuro, ciò sia per quanto riguarda le imprese sia per quanto riguarda le famiglie» afferma il Centro studi di Unimpresa sul dato definitivo sui prezzi a ottobre diffuso dall’Istat, secondo cui l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività, al lordo dei tabacchi, a ottobre diminuisce dello 0,1% su base mensile e dello 0,2% su base annua (la stima preliminare era -0,1%). Una situazione confermata dal boom delle riserve delle famiglie e delle imprese italiane che sono salite complessivamente di oltre 40 miliardi negli ultimi 12 mesi. Da agosto 2015 ad agosto 2016 il totale dei depositi di cittadini, aziende, assicurazioni e banche è aumentato di oltre il 2% passando da 1.556 miliardi a 1.596 miliardi. Le famiglie non spendono e hanno lasciato in banca 33 miliardi in un anno (+3%), le imprese non investono e i loro fondi sono cresciuti di 13 miliardi (+6%), le banche, invece, hanno assistito a una contrazione della liquidità per 13 miliardi (-3%), ma allocata in forme di impiego diverse dal credito. Le riserve delle assicurazioni sono salite di 1 miliardo (+6%), quelle delle imprese familiari di 4 miliardi (+9%), quelle delle onlus di 919 milioni (+3%). Cosa accadrebbe se l’Italia avesse la pressione fiscale allineata con il dato medio presente nell’Unione Europea? Ogni italiano pagherebbe 946 euro di tasse in meno all’anno. A segnalarlo è l’Ufficio studi della dell’Associazione artigiani di Mestre che ha comparato la pressione fiscale registrata l’anno scorso nei principali paesi europei; dopodiché ha misurato il differenziale di tassazione esistente tra gli italiani e i contribuenti dei più importanti Paesi dell’Unione. Dal confronto emerge che la pressione fiscale più elevata si registra in Francia. A Parigi, il peso complessivo di imposte, tasse, tributi e contributi previdenziali è pari al 48% del Pil, cosa che ha innescato l’adieu dei contribuenti a maggior reddito, i più penalizzati dall’ultima riforma fiscale. Seguono il Belgio con il 46,8%, l’Austria con il 44,3%, la Svezia con il 44% e, al quinto posto, l’Italia. L’anno scorso la pressione fiscale nel Belpaese si è attestata  al 43,4% del Pil. La media dei 28 Paesi che compongono l’Ue, invece, si è stabilizzata al 39,9%, 3,5 punti in meno che in Italia. Nella comparazione, l’Ufficio studi della Cgia ha deciso di calcolare anche i maggiori o minori versamenti che ogni contribuente “sconta” rispetto a quanto succede altrove. Ebbene, se la tassazione in Italia fosse in linea con la media europea, nel 2015 ogni italiano avrebbe risparmiato 946 euro.  Effettuando il confronto con la Germania, si evince come i tedeschi paghino al fisco mediamente 973 euro all’anno meno, gli olandesi -1.513 euro, i portoghesi -1.756 euro, gli spagnoli -2.296 euro, i britannici -2.350 euro e gli irlandesi –5.133 euro. Per contro, gli svedesi pagano al fisco 162 euro all’anno in più rispetto agli italiani, gli austriaci +243 euro, i belgi +919 euro e i francesi +1.243 euro. «Sebbene la pressione fiscale sia leggermente in calo, per pagare meno tasse – dichiara il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia, Paolo Zabeo – è necessario che il Governo sia più incisivo sul versante della “spending review”. Solo con tagli agli sprechi e alle inefficienze della macchina pubblica si possono trovare le risorse per ridurre il carico fiscale generale. La razionalizzazione della spesa pubblica, inoltre, dovrà proseguire molto in fretta. Entro la fine dell’anno prossimo, infatti, per evitare che dal primo gennaio 2018 scatti la clausola di salvaguardia che comporterà un forte aumento dell’Iva e delle accise sui carburanti, il Governo dovrà reperire ben 19,5 miliardi di euro». La Cgia ricorda che il dato della pressione fiscale italiana relativa al 2015 non tiene conto dell’effetto del cosiddetto “Bonus Renzi”. L’anno scorso, gli 80 euro “concessi” ai lavoratori dipendenti con retribuzioni medio-basse sono costati alle casse dello Stato 9,6 miliardi di euro. Quest’ultimo importo è stato contabilizzato nel bilancio dell’amministrazione pubblica come spesa aggiuntiva. Pertanto, se si ricalcola la pressione fiscale considerando questi 9,6 miliardi di euro che praticamente sono un taglio delle tasse, anche se contabilmente vanno ad aumentare le uscite, la pressione fiscale scende al 42,8%. «Con troppe tasse e pochi servizi – segnala il segretario della Cgia Renato Mason – si deprimono i consumi e gli investimenti. Inoltre, diventa difficile fare impresa, creare lavoro e redistribuire ricchezza. Soprattutto per le piccole e piccolissime imprese che per loro natura non possono contare su strutture amministrative interne in grado di gestire le incombenze burocratiche, normative e fiscali che quotidianamente sono costrette a fronteggiare». In questa analisi non è mancata nemmeno una ricostruzione storica. Negli ultimi 15 anni, il risultato fiscale emerso dalla comparazione con la media europea è costantemente peggiorato. Se nel 2000 sui contribuenti italiani gravava una pressione fiscale pari a quella media presente in Ue, nel 2005 il carico fiscale per ciascun italiano era superiore del dato medio europeo di 127 euro. Il gap a svantaggio degli italiani addirittura salito a 895 euro nel 2010 e ha raggiunto, i 946 euro nel 2015. Le cose non vanno meglio nemmeno per le imprese. Il peso della tassazione sulle aziende italiane è massimo in Ue quando calcoliamo la percentuale delle tasse pagate dagli imprenditori sul gettito fiscale totale: l’Italia si piazza al primo posto (14%), sul secondo gradino del podio si posiziona l’Olanda (13,1%) e sul terzo il Belgio (12,2%). Tra i principali competitor dell’Italia si segnala che la Germania registra l’11,8%, la Spagna il 10,8%, la Francia e il Regno Unito il 10,6%. La media Ue, invece, è dell’11,4%. Al netto dei contributi previdenziali, in termini assoluti le imprese italiane versano ben 98 miliardi di euro all’anno (ultimo dato riferito al 2014). Tra i principali paesi Ue, conclude l’Ufficio studi della Cgia, solo le aziende tedesche e quelle francesi versano in termini assoluti più delle nostre, rispettivamente 131 e 103,6 miliardi di euro. Tuttavia, va ricordato che la Germania conta una popolazione di 80 milioni di abitanti, la Francia 66 e l’Italia “solo” 60.  

Il 43,4% di tassazione è eccessivo in Italia. Con una tale massa di gettito fiscale fa presto il Premier a promettere bonus a destra e a manca, ma i cittadini soffrono per il basso potere d’acquisto e la deflazione non li ha tranquillizzati, anzi tende a crescere a a far aumentare le incertezze future.