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Il cittadino del Molise non è su un’isola felice

(Giuseppe PACE). BOJANO (CB). Non pochi affermano che la malavita organizzata sia onnipresente negli appalti pubblici nel Mezzogiorno. Forse sono esagerazioni, ma abbassare la guardia significa sottovalutarne il fenomeno che muta adattandosi ai nuovi tempi. Mentre in Comune di Bojano (CB) finalmente si comincia a capire le spese del misterioso bilancio, come riportato dai mass media molisani, il territorio regionale pare preso d’assalto dalla malavita organizzata proveniente dalla costa campana e da quella pugliese. Corre voce a Bojano che non pochi lavori pubblici siano nelle mani della camorra, come confessò anche il pentito alla commissione parlamentare antimafia in merito al consorzio industriale Bojano-Campobasso. Alcuni sussurrano che diverse villette a schiera, disabitate oppure abitate saltuariamente, nel circondario bojanese, siano costruite da prestanomi camorristici. Quando la camorra deve partecipare ad una gara per un appalto consistente di lavori pubblici fa partecipare un pool di ditte, tutte controllate dal suo clan centrale, dicevano anche ben informati. Se una vince, vince il clan camorristico. Se questo è vero bisogna controllare meglio le singole ditte che gareggiano in ogni appalto pubblico soprattutto in Molise dove i soldi pare che abbondino vista la piccola regione con maggiore capacità di chiedere ed ottenere fondi di tutti i generi da Roma, da Bruxeles ed altrove. Il report della Dia sul secondo semestre del 2016 sfata il mito dell’oasi: sulla costa ai Cozzolino sono subentrati i Ferrazzo in Attualità- di redazione web-22 agosto 2017 di Primopianomolise, a firma i. iacobucci, scrive: ”Un’isola infelice. Considerata poco appetibile per via di gap infrastrutturali e di contesto che in realtà alla criminalità fanno comodo e ora che le mafie si sono insediate sarà ancora più difficile superare. Poco appetibile, è questo il rischio adesso, potrebbe diventarlo per gli investimenti sani. L’isola felice. Molise e Abruzzo oasi felici non lo sono più da anni. Prima della ‘ndrangheta, attivo sullo stesso territorio c’era il clan camorristico Cozzolino di Ercolano. Sgominato nel 2014 dall’operazione ‘Adriatico’, ha lasciato suo malgrado spazio. Felice Ferrazzo, arrestato poco meno di un anno fa nell’inchiesta della procura aquilana denominata ‘isola felice’ insieme ad altre 24 persone (149 gli indagati in sei regioni), è il capo ‘ndrina che «non solo aveva scelto di stabilire ufficialmente la propria residenza a San Giacomo degli Schiavoni, ma si era di fatto reso promotore di una associazione criminale composta sia da calabresi che da siciliani (famiglia Marchese di Messina) che operava tra San Salvo, Campomarino e Termoli». La relazione della Dia al Parlamento sul secondo semestre 2016 manda in soffitta definitivamente il mito di una terra circondata e solo sfiorata dalle organizzazioni malavitose, al massimo i clan nel Molise ‘passano’. Così ci si illudeva. Con l’economia in difficoltà e vie di comunicazione così ‘disastrate’, si è spesso pensato e detto, qui nemmeno i traffici illeciti sono possibili. Sbagliato. Investigatori e magistrati, anzi, hanno negli ultimi anni avvertito e denunciato il pericolo che la crisi economica attraesse i mafiosi. Non per forza personaggi appariscenti o riconoscibili per prototipo, si presentano – ha spiegato il procuratore generale della Corte d’Appello Guido Rispoli in un’intervista rilasciata qualche mese fa a questo giornale – come benefattori. ‘Aiutano’ commercianti e imprenditori che navigano in cattive acque. In realtà fagocitano negozi, ditte. Divorano l’economia che ancora resiste. L’operazione di un anno fa, oltre agli arresti, porta al sequestro di numerose attività commerciali. Secondo quanto ricostruito dai carabinieri coordinati dalla procura aquilana e dalla Dda nazionale, il clan Ferrazzo voleva rinascere in Abruzzo, arrivando in una ‘isola felice’ per ricostruire le proprie abitudini criminali usando lo spaccio di droga per finanziare altre attività lecite e illecite. In particolare, spiega il procuratore nazionale antimafia Roberti in conferenza stampa, «il traffico di droga serviva al sostentamento, all’acquisto di armi e al reimpiego del denaro in attività tendenzialmente lecite già esistenti oppure nuove attraverso prestanomi». Le armi venivano acquistate «non solo in Italia dalla zona di Foggia, in ambienti malavitosi già conosciuta dalla Dna, ma anche dalla Svizzera, appena fabbricate e portate in Italia». Importante, per gli inquirenti, anche il rapporto con alcuni imprenditori edili che erano a disposizione del clan per attività illecite. Per Alcuni mettevano a disposizione locali per nascondere armi, droga e altro. Uno in Abruzzo e uno in Molise con arsenali e raffinerie vere e proprie per i quali si è già proceduto in passato. L’episodio chiave. L’arsenale scoperto a Termoli, parte tutto da lì. Nel luglio 2011 viene ritrovata una santabarbara nascosta in una macchina di proprietà di Eugenio Ferrazzo, pregiudicato 38enne di Mesoraca (arrestato, sarà condannato a 12 anni). L’auto è in un garage affittato da una donna termolese da un collaboratore di giustizia: Felice Ferrazzo, padre di Eugenio. È l’episodio chiave, intanto per capire che Ferrazzo padre non è affatto pentito ma che, anzi, sta rimettendo in piedi la ‘ndrina in un ‘posto tranquillo’. L’indagine la segue il procuratore di Campobasso Armando D’Alterio (oggi procuratore generale a Potenza) insieme al sostituto Rossana Venditti. Grazie alle intercettazioni ambientali in carcere, emergono gli affari abruzzesi, i collegamenti con la Calabria. Si avvia così la collaborazione investigativa con la procura dell’Aquila e quella nazionale antimafia. Nelle conversazioni di Ferrazzo, messe a disposizione da Campobasso, «rilevantissimi elementi di prova» in merito a reati di associazione a delinquere di stampo mafioso che spostano il fulcro dell’indagine in Abruzzo (seppure con notevoli ricadute in Molise). Il rapporto. Se nel primo semestre del 2016 gli analisti della Dia colgono «segnali – per quanto qualificati – delle cosche in Abruzzo e in Molise», l’operazione ‘Isola felice’ dimostra che la ‘ndrangheta si è espansa e lo sta ancora facendo «verso regioni solo all’apparenza meno appetibili». Nel corso delle indagini, si legge nella Relazione, «sono state documentate le cerimonie di affiliazione, che prevedevano giuramenti su “santini” e altre immagini sacre, insieme a rituali di chiara matrice pagana».I più potenti.La Direzione antimafia conferma, inoltre, l’ascesa dei calabresi. La ‘ndrangheta oggi è descritta come un’organizzazione mafiosa, segreta, fortemente strutturata su base territoriale, articolata su più livelli, dotata di organismi di vertice e allo stesso tempo ramificata nella società calabrese e non solo. Articolata in tre mandamenti, ha un organo collegiale che comanda (mantiene la pace «buona per tutti» ed evita la guerra che «porta sempre alle disgrazie e alla povertà», così il boss Giuseppe Pelle intercettato a marzo 2010) e si chiama Provincia. Da quella di Reggio Calabria tutto parte e tutto il mondo ‘ndranghetista deve dare conto alla Provincia reggina. Nel narcotraffico, la mafia calabrese è egemone. Non più controllo militare ma economico dei territori. La ‘ndrangheta è un’organizzazione, scrive la Dia, «versatile, opportunista, affarista, oggi proiettata all’accumulazione rapida della ricchezza con operatività diversificate, che, conscia di poter manovrare ingenti capitali ed influenzare le scelte amministrative ha molto attenuato, soprattutto fuori dai territori d’elezione, le tradizionali manifestazioni violente di potere». Coinvolge le altre mafie, non le combatte. Anche per questo al momento è considerata la più potente. Lontana anni luce dalla strage di Duisburg, la ‘ndrangheta non è più il suo stereotipo. Mentre la si pensava relegata al ruolo di comprimaria anche perché legata a regole che il mondo ha superato, ha dimostrato di riuscire a inghiottire il mondo che sembrava così distante da Reggio Calabria”. Oltre la cronaca dei coraggiosi mass media meridionali, c’è anche la volontà di rinnovamento democratico del nostro tempo del cittadino, che risiede al Sud Italia, che è stanco di far finta di vedere, di non sentire e di sussurrare con molta attenzione. Un notabile molisano, anni fa, disse che a Bojano si dice:”attacca l’asino dove dice il padrone, anche se sai che là se lo mangiano i lupi”. Egli era una probabile espressione della tangentopoli politica molisana. In Sicilia pare che si diceva:”bocca chiusa non entrano mosche”. In questi luoghi comuni c’è una rassegnazione atavica del nostrano Mezzogiorno, ma i tempi cambiano e tutti oggi vanno a scuola, dove il suddito può essere trasformato in cittadino se i docenti sono attivi ed impegnati perché esponenti della cultura interattiva da trasmettere per legge in modo democratico.