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TESTIMONIANZE DI DONNE DIVORZIATE RISPOSATE

donna(di Gianluca MARTONE) A poche settimane dal Sinodo, che inizierà ufficialmente il prossimo 4 ottobre, regna una grande confusione all’interno del mondo cattolico, che ha determinato una notevole confusione anche tra gli stessi fedeli. Per riaffermare con forza e coraggio il dogma dell’indissolubilità del matrimonio, che da sempre ha rappresentato il caposaldo della dottrina della Chiesa Cattolica, è importante proporre alcune testimonianze di donne divorziate risposate, le quali invitano la Santa Madre Chiesa a non indietreggiare su questo fondamentale Valore, istituito direttamente da Nostro Signore Gesu’ Cristo, come recita il Vangelo di San Matteo al capitolo 19. “Allora gli si avvicinarono alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: «E’ lecito ad un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?». Ed egli rispose: «Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse: Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola? Così che non sono più due, ma una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi». Gli obiettarono: «Perché allora Mosè ha ordinato di darle l’atto di ripudio e mandarla via?». Rispose loro Gesù: «Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così. Perciò io vi dico: Chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di concubinato, e ne sposa un’altra commette adulterio».Nello scorso mese di novembre 2014, il Timone pubblico’ la straordinaria testimonianza di Luma Simms, riportata su “First Things”, donna divorziata risposata, la quale si è convertita dal protestantesimo al cattolicesimo, della quale ripropongo alcuni passaggi molto interessanti.

“La bella enciclica Humanae Vitae di Papa Paolo VI riusci’ ad ammorbidire il mio cuore nei confronti della Chiesa cattolica. Dopodiché non riuscivo più ad averne abbastanza. Volevo conoscere ciò in cui la Chiesa crede partendo dalle sue stesse parole. Siccome avevo divorziato e siccome un altro membro della mia famiglia ha di recente abbandonato il suo matrimonio dopo 43 anni, nei nostri figli sono maturati molti dubbi e domande sul matrimonio”. Un giorno, «uno dei nostri figli ha dato voce alla sua ansia, affermando in nostra presenza che non si può mai dire che mamma e papà saranno sempre al tuo fianco». In quel momento Simms e suo marito hanno capito quanto i loro figli siano stati «profondamente influenzati dalle nostre scelte e dalla cultura che le ha rese possibili». Ma questo «ci ha resi, in quanto genitori cristiani, curiosi di veder crescere i nostri figli in una Chiesa che resta salda sul matrimonio». La Chiesa cattolica, ha cosi continuato , «offre una dottrina ricca e bella sul matrimonio in tutta la sua pienezza, specialmente come immagine del matrimonio di Cristo con la Sua sposa, la Chiesa». Questa visione, «ci ha portato lentamente a prendere in considerazione le altre posizioni della Chiesa». Molte volte «mi sono alzata nel cuore della notte pensando: come è possibile che sia arrivata a prendere in considerazione il cattolicesimo? Ma poi alla mattina durante la Messa quotidiana, pregando la liturgia, sperimento la presenza profonda di Dio, anche se non ricevo l’eucarestia».. Come sia possibile, Simms lo spiega così: «È attraverso la comunione spirituale che continuo ad essere spiritualmente nutrita dal Signore». E pensare che «questa sia una comunione di serie b», precisa, significa «sminuire uno dei modi in cui Cristo nutre la Sua gente». Perché, come chiarisce il grande teologo Hans Urs von Balthasar, la comunione spirituale «è l’atto di preghiera della fede vivente e intelligente, che comunica con Cristo, verità vivente ed eterna, entra con lui in partecipazione e comunione vivente». Cioè, sottolinea Simms, non si tratta innanzitutto «dell’assenza di qualcosa ma della Sua presenza», per questo «non mi permetto di autocommiserarmi mentre viene distribuita l’Eucaristia. E Dio non voglia che mi arrabbi con il mio sacerdote o con la Chiesa». Simms afferma poi che «non è la Chiesa» a negarmi la comunione, «sono io che (…) ho disobbedito a Dio abbandonando il mio primo matrimonio», nonostante fossi «immatura» e «le circostanze mi abbiano portato a questa drastica misura». Forse «alcune persone potrebbero rimanere scioccate dall’idea di sottomettersi a una Chiesa in cui non posso prendere la comunione perché sono divorziata e risposata. Ma a meno che riescano a dimostrare il contrario, ogni compromesso sulla comunione ai divorziati e risposati corromperebbe la dottrina del matrimonio e, riducendo l’immagine della Chiesa come sposa di Cristo, svilirebbe la Chiesa. Io ho trovato riparo presso la Chiesa. Ora prego, per la mia salvezza e per quella dei miei figli, che la Chiesa non vacilli».
Un’altra eccezionale testimonianza di donna divorziata risposata è stata pubblicata lo scorso 30 gennaio 2015 su Riscossa Cristiana, nella quale si riscontra la grande fede di questa mamma, la dott.ssa Maike Hickson, che chiede al Santo Padre in un’accorata e commovente lettera di non fare alcun passo indietro sulla dottrina bi millenaria della Chiesa Cattolica in materia matrimoniale.“Caro Santo Padre, È con l’angoscia nel cuore che ho deciso di scrivere questa lettera aperta e sincera. E parlerò di cose che di solito, in condizioni normali, non avrei mai reso pubbliche. Lo faccio, o almeno mi propongo di farlo, per il bene della Chiesa, per la maggior Gloria di Dio e per la salvezza degli uomini. Lei potrà giudicare. Questa notte, non sono riuscita a dormire. Mi preoccupa la situazione della Santa Madre Chiesa. Nel corso dell’anno 2014, particolarmente tramite il Suo apprezzamento pubblico della proposta del Cardinale Walter Kasper che i divorziati “risposati” possano ricevere la santa Comunione, Lei, Santo Padre, ha aperto la porta a molta confusione rispetto all’insegnamento morale della Chiesa Cattolica ed a molta imprudenza da parte della Gerarchia della Chiesa. Alcune dichiarazioni provenienti dal Sinodo dei Vescovi sulla Famiglia in ottobre 2014 hanno accentuato questa confusione. E poi in dicembre 2014 Lei stessa, in un’intervista con La Nación, ha suggerito un atteggiamento lassista da parte della Chiesa verso coloro che si sono sposati fuori dalla Chiesa dopo un divorzio, dicendo: “La sola Comunione non è la soluzione. La soluzione è l’integrazione”. Sembra adesso che Lei abbia intenzione che loro non solo ricevano la santa Comunione ma anche partecipino alla vita ecclesiale, come lettori alla santa Messa o come padrini dei bambini. Questo tipo di approccio significherebbe ignorare o bilanciare il peccato, o addirittura condonarlo. Confonderebbe la distinzione tra chi vive in stato di grazia santificante, così gradito a Dio perché segue i suoi Comandamenti e consigli, e chi vive obiettivamente in stato di peccato, quindi dispiacendo a Dio per la sua mancanza di rispetto verso la legge e la sapienza di Dio. Una tale strada causerebbe l’anarchia e la distruzione del fondamento morale della Chiesa Cattolica. Si verrebbe presto alla regola del “Va bene tutto”. Se le coppie “risposate” possono ricevere la Santa Comunione, perché non può farlo un qualsiasi altro peccatore che ugualmente si rifiuta di pentirsi e fare ammenda? Un ubriacone cronico, un marito che regolarmente picchia la moglie, un criminale abituale, o una donna che ha ucciso il bambino nel suo grembo e non si pente di niente? Perché qualsiasi Cattolico dovrebbe ancora ascoltare e seguire le leggi della Chiesa, più quando non ci sarà più sanzione morale contro di lui in nessun modo? E per quanto riguarda le parole di Gesù Cristo stesso? Non hanno più importanza? Se si cambiasse la legge cattolica sull’adulterio si sfiderebbe Cristo Stesso. Seguendo l’invito di Mario Palmaro, anche io resisto pubblicamente alla direzione in cui Lei sembra voler condurre la Chiesa. Mi faccia spiegare perché. Io mi sono convertita dieci anni fa, sono nata nel 1972 e cresciuta in Germania e ora vivo negli Stati Uniti. Sono uscita da un mondo che ormai vuole sempre di più sovvertire e invadere, se non penetrare, la vita della Chiesa cattolica, un mondo al quale ora sembra che Lei si inchini e che assecondi. Sono cresciuta senza fede, da una famiglia distrutta, in un mondo di convivenze, aborti, divorzi ed egoismo. Io non conoscevo nemmeno tutti i Dieci Comandamenti. Di certo non li vivevo. Né avevo una famiglia sana a darmi una forte identità, un rifugio sicuro, o una guida morale. Questo stile di vita mi ha condotto in un vicolo cieco e anche nella depressione. È stato quando ho incontrato il mio futuro marito che la luce di Cristo è sembrata entrare per la prima volta nel mio cuore, lentamente ma costantemente. Ci sono stati due aspetti molto importanti della vita della Chiesa che sono stati i canali di grazia per me e attraverso i quali sono stata fortemente attratta da essa, e ciò succedeva prima del mio avere una fede veramente soprannaturale. In primo luogo, la bellissima liturgia tradizionale, la Messa e l’Ufficio Divino cantato con i suoi canti gregoriani; in secondo luogo proprio l’insegnamento morale della Chiesa, con la sua comprensione più piena e la verità sulla natura umana. Avendo vissuto una vita sfrenata, senza riguardo per il peccato o per qualsiasi fedeltà profonda, mi sono resa conto che questa strada conduce solo allo scoraggiamento e a un pessimismo radicale verso qualsiasi amore duraturo o verso qualsiasi modo stabile e radicato di vivere. Quando, per esempio, ho studiato l’insegnamento morale della Chiesa circa la castità e l’importanza di essa prima del matrimonio, e anche della indissolubilità del Voto sacramentale, mi sono resa conto, anche se solo ancora in termini naturali, della verità di tutto questo. L’insegnamento morale della Chiesa cattolica è un balsamo di guarigione per tutte quelle anime perdute nell’orgoglio, nella sensualità, nella slealtà e nel disprezzo per il benessere dei propri figli. Questo egoismo che porta ad abbandonare un compagno amato e passare a un’altra persona quando qualcosa non va, trascurando il bisogno e il desiderio dei figli avuti dal precedente legame di avere una propria casa calda e stabile, è anche dannoso per le anime che commettono e permangono in questi atti egoistici. Quando peccano in questo modo, sono meno liberi. Il peccato non è un bene per l’uomo. Questo è quello che ho capito un po’ alla volta. Ho compreso che, solo quando ci si mantiene casti prima del matrimonio e si rimane così lontani da un attaccamento fisico prematuro verso una persona cara e solo quando si ha la coscienza chiara di prendere un impegno per la tutta vita quando ci si sposa, solo allora, con l’aiuto della grazia, ci sarà un legame ben preparato per durare. La coscienza deve essere preparata a sapere che nonostante tutti quei problemi che sorgono in un matrimonio, ci sarà sempre un modo di rimanere insieme “nel bene e nel male”. Ho anche capito, essendo stata in precedenza una studentessa zelante dell’Illuminismo neo-pelagiano del 18° secolo, che noi esseri umani non abbiamo solo bisogno di ideali astratti, ma anche di indicazioni molto chiare su come condurre una vita buona e anche migliore. Non è sufficiente parlare della bellezza dell’essere umano, della fraternità, dell’amore, e così via, si deve sapere come raggiungere concretamente e da vicino questi obiettivi. La Chiesa è qui per istruirci e per elevarci al di sopra la nostra natura umana decaduta con le nostre inclinazioni peccaminose e la sua forte tendenza verso l’egoismo e la disperazione.La mia vita personale è una testimonianza di questo. La Chiesa con i suoi precetti e consigli mi ha tirato fuori dal fango del peccato e dell’egoismo. E ora, Santo Padre, mi sembra che Lei trascini la Chiesa nel fango. Lei dice al peccatore che quello che è e che fa va bene così come è, dopo tutto. Lei non ci eleva al modello più alto di Cristo, come la Chiesa quale maestra delle nazioni ha sempre lealmente fatto; Lei ci lascia stare dove siamo, ci conforta, oppure tranquillizza, nel nostro peccato. Qui sta la crudeltà del sentimentalismo, che non è la vera pietà! Un lassismo verso i Comandamenti e consigli di Dio porterà solo verso più peccato. Questo è ciò che noi abbiamo sperimentato su noi stessi, noi i figli della rivoluzione culturale del ‘68 in Germania. Ci hanno permesso di giocare con noncuranza nel fango, e ad agire seguendo il nostro compiacimento e la nostra accidia. La conseguenza è stata la disumanità. Molti genitori e insegnanti, dal momento non hanno più voluto punire i loro bambini, né castigarli quando si comportavano male, hanno di conseguenza favorito il fiorire di comportamenti immorali e disumani. Io stessa sono stata testimone delle conseguenze di tale permissivismo a scuola quando una ragazza della mia classe è stata molestata dai compagni di classe in tenera età per la semplice ragione che lei cercava di essere una scolara brava e diligente. L’insegnante nel suo lassismo non si è opposto a quel male, cosicché è presto successo che la ragazza stessa ha dovuto lasciare la scuola. Ma qui dobbiamo ora affrontare la questione delle anime e della loro salvezza. Lei aiuterà come capo della Chiesa le anime ad arrivare al Cielo se le conferma nel loro peccato? Sono queste le cose che Sant’Ignazio di Loyola ha insegnato ai suoi Gesuiti? Ed è utile se Lei rende le cose vaghe e ambigue, poco chiare e confuse in modo equivoco? Quante coppie che hanno lottato a lungo per il loro matrimonio, ma sono lealmente rimaste insieme grazie all’insegnamento integrale e alla verità di Cristo, dopo le proprie parole recenti, come anche dopo alcune dichiarazioni del Sinodo dei Vescovi, ora scivoleranno nel lassismo e abbandoneranno il loro matrimonio, pensando che ora per loro c’è una “seconda opportunità”, dopo tutto? Che cosa succederà se Lei sottrae qualcuno da una disperazione temporanea, ma poi lo porta alla presunzione, che è, insieme alla disperazione, uno dei due principali peccati contro la virtù della Speranza? Lei dovrà un giorno rispondere per ciascuna di queste anime davanti a Dio, e La prego di meditare su quello che sto cercando di dire. Posso dirLe che il suo modo di fare non conduce a un buon risultato. Solo l’invito alla conversione e la chiara indicazione di come attuarla e di come perseverare in essa, secondo l’esempio del grande San Giovanni Battista, porterà le anime in Cielo. Non si deve assecondare il peccatore; piuttosto rialzarlo e condurlo fuori dal peccato! Questo è ciò che un buon sacerdote cattolico ha fatto con me, e io sarò per sempre grata a lui per averlo fatto. La prego, Santo Padre, di richiamare questo mondo nel peccato, che è immerso in tanta disumanità, perché non ha più un insegnamento e un nutrimento, né una madre che gli ricordi le Leggi di Dio e che qualche volta lo rimproveri. Le Leggi di Dio sono buone per noi! Esse mostrano al mondo peccatore come diventare migliore. Mostrano a tutte le persone conviventi e divorziate come diventare fedeli. Fedeli ai loro coniugi, e soprattutto, davanti a Dio, fedeli ai loro figli. Non ci permettono di continuare a rompere ciò che si è infranto, ma, piuttosto, ci aiutano ad aggiustarlo di nuovo e a guarirlo. Bisogna ammonire i genitori a trattenersi dal loro egoismo e a pensare prima ai figli e al loro bene più grande. Il divorzio è la morte per l’anima di un piccolo bambino vulnerabile, per le sue speranze, le sue sicurezze e i suoi sentimenti. Parlo per esperienza. E ora parlo anche come madre. Come pretende Lei che io e mio marito insegniamo ai nostri figli i Dieci Comandamenti e che noi possiamo essere veramente dispiaciuti per i nostri peccati quando ci confessiamo, quando nello stesso tempo la Chiesa presto potrebbe permettere a coloro che disobbediscono apertamente alle Leggi di Dio di ricevere la Santa Comunione? Ci risollevi, tutti noi peccatori. Ci chiami alla santità, una santità che si fonda su un profondo amore per Cristo e per sua Madre, e ci dia chiare indicazioni su ciò che è bene e meglio. In conclusione, cito ancora una volta Mario Palmaro, il cui invito a un’aperta resistenza accolgo con questa lettera, e la cui protesta prima della sua morte ha colpito il mio cuore e il cuore di molti altri. “Il fatto che un papa “piaccia” alla gente è del tutto irrilevante nella logica bimillenaria della Chiesa: il papa è il vicario di Cristo in terra, e deve piacere a Nostro Signore. Questo significa che l’esercizio del suo potere non è assoluto, ma è subordinato all’insegnamento di Cristo, che si trova nella Chiesa cattolica, nella sua Tradizione, e che è alimentato dalla vita di Grazia attraverso i sacramenti.” Devo continuare a pregare per Lei, Santo Padre, ogni giorno. E allo stesso tempo devo, in questa valle di lacrime, continuare a dare credito alle fedeli parole di Mario Palmaro: “In qualche chiesetta sperduta ci sarà sempre un sacerdote che celebra santamente la messa, in un piccolo appartamento una vecchietta solitaria sgranerà sempre con fede incrollabile il suo rosario, in un angolo nascosto del Cottolengo una suora accudirà sempre un bambino considerato da tutti una vita senza valore. Anche quando tutto sembra perduto, la chiesa, città di Dio, continua a irradiare su quella degli uomini la sua luce”. Le chiedo, Santo Padre, per irradiare la luce della Fede e dell’amore di Dio nel mondo, di dire la verità al mondo, che parte della Creazione è in rivolta contro Dio, e di mostrare al mondo dove sbaglia, e di farlo anche a rischio di perdere la sua popolarità attuale e apparente buona fama nel mondo. Il mondo ha bisogno della piena testimonianza della Chiesa cattolica oggi ancora più che mai, a quanto pare. Senza compromessi, e con la piena verità. Poi Lei riceverà tanta fiducia, una maggiore autorità educativa, e un rispetto vero”.Nello scorso mese di luglio, la “Nuova Bussola Quotidiana” ha pubblicato una significativa testimonianza di una donna separata, Stefania Tanganelli che, nonostante la sua condizione irregolare, decide di restare comunque fedele alla promessa matrimoniale.
“«L’esperienza della separazione è più dolorosa di quanto si possa immaginare, si deve provare per credere quanto dolore, quanta disperazione si lascia dietro una famiglia sfasciata, buttata via, come se non fosse mai stata. Io sapevo nel mio cuore di avere una vera vocazione al matrimonio e alla famiglia, questo era il modo in cui avevo scelto di servire il Signore, e adesso? Insomma avevo scelto di restare fedele al mio sposo, avevo scelto Gesù nella mia vita, ma dovevo dare un significato a queste parole perché non bastavano da sole a dare un senso alla mia scelta. Avevo davanti a me tutta la vita e il mio sposo non c’era più, ma volevo Gesù con me, volevo vivere nella verità del Vangelo, queste erano le mie uniche certezze». «Parliamo tanto di Gesù, ma raramente lo facciamo partecipe del nostro quotidiano, e spesso gli diciamo “sia fatta la tua volontà” ma prima dicci cosa vuoi, abbiamo paura di donargli un “si” in bianco, un sì senza ma e senza però. Ecco, io a un certo punto ho balbettato questo sì a Gesù senza se e senza ma. Ecco perché dal dramma della separazione può nascere una via alla santità. La santità è la vocazione di ogni cristiano, forse lo dimentichiamo troppo spesso. E La santità, cioè la pienezza della vita cristiana, non consiste nel compiere imprese straordinarie, ma nell’unirci a Cristo, nel vivere i Suoi misteri, nel fare nostri i Suoi atteggiamenti, i Suoi pensieri, i Suoi comportamenti. La misura della santità è data dalla statura che Cristo raggiunge in noi, da quanto, con l’aiuto e la forza dello Spirito Santo, modelliamo la nostra vita su quella di Gesù». «Io non potrei vivere senza Eucarestia, senza l’incontro quotidiano con il Signore. Questo ha la priorità nella mia vita, è il momento più bello della mia giornata. L’Eucarestia quotidiana, in un certo senso, trasforma il nostro dna, perché il Corpo di Cristo si unisce al nostro corpo e noi siamo meno noi stessi e più Cristo. Cambia il nostro corpo e cambia la nostra vita, cambia il modo di vedere il mondo, come in un grafico, se proietti la vita sull’eternità tutto acquista un altro valore. Così si può passare dal dramma della separazione a una via di santità che ci chiama ad essere sempre fedeli alla nostra promessa matrimoniale». «La Chiesa è stata con me madre amorosa e compagna di cammino, ho conosciuto nella mia vita sacerdoti e pastori che mi hanno sempre accolto ed amato, guidato nel mio faticoso e difficile cammino verso il Signore e la pienezza della mia vita, come angeli mandati a portarmi una focaccia ed una brocca d’acqua che mi permettesse di riprendere il cammino verso l’incontro sempre nuovo con il Signore. Devo ammettere di essere stata molto fortunata ad abitare in una parrocchia francescana di frati minori polacchi dove ancora si respira forte il messaggio di San Giovanni Paolo II. E anche di aver avuto come maestra nell’orazione suor Angela, una priora carmelitana, e di aver conosciuto don Renzo Bonetti e con lui aver cominciato questa bellissima avventura che è la fraternità “Sposi per sempre”, che intende porsi al servizio della Chiesa con la speranza di essere e fare luce per coloro che scelgono consapevolmente la fedeltà nella separazione. Vivere come sposi per sempre testimoniando con la vita che la fedeltà al sacramento del matrimonio è possibile, anche là dove l’amore umano non è più ricambiato. Mi piace essere una persona che prova a vivere il “per sempre”, mi piace pensare che esiste un amore che non muore, ma che anzi, alimentato dalla Grazia, si trasforma in qualcosa di grande che riesce ancora a donare gioia. Ho sempre cercato di insegnare a mio figlio, con la mia vita, che non necessariamente tutto ha una scadenza, che il “dura finchè dura” non ha senso se vuoi costruire una vita e una felicità vera, gli voglio insegnare che si può anche lottare per quello in cui si crede e si può continuare a crederci anche se sopraggiunge una sconfitta, perché nella vita non ci sono solo vittorie, anzi sono i momenti più duri a donarle valore. Voglio insegnargli ha non avere paura di amare».
Oltre a questi drammi familiari, vi sono spesso anche storie, che mettono in luce la bellezza del sacramento del matrimonio, come quella raccontata alcuni mesi fa dal Messaggero, scritta dal giornalista Alessandro Di Liegro, che pubblico integralmente.“Quando Floyd Hartwig ha esalato l’ultimo respiro, Violet Hartwig gli stava stringendo la mano. Ha poi guardato la figlia che le ha detto: «Ora puoi andare anche tu», ha sorriso e poi ha chiuso gli occhi per sempre.Floyd e Violet Hartwig erano una coppia di Fresno, California, sposati da oltre 67 anni e morti a cinque ore di distanza l’uno dall’altra nella casa di Easton dove hanno passato tutta la loro vita insieme. La figlia, Donna Scharton, ha raccontato alla Associated Press che non appena la famiglia si era resa conto che le gravi condizioni di salute dei due non permettevano molte speranze di sopravvivenza, hanno accostato i due letti e gli hanno unito le mani. L’11 di Febbraio scorso sono spirati nel modo in cui hanno sempre voluto.
La loro storia d’amore era iniziata dopo la guerra, in una sala da ballo della loro città natale dove Floyd, un marinaio decorato, si trovava a seguito di una licenza: «Hanno lavorato fianco a fianco per tutta la loro vita – afferma la figlia Donna – dei gran lavoratori, delle persone amorevoli, al di là di ogni concetto umano». Entrambi stavano combattendo una battaglia difficile: Violet soffriva di demenza senile ed era stata colpita da diversi infarti. Floyd, invece, era sopravvissuto a un cancro al colon e a uno alla vescica, ma non ha potuto nulla confro un collasso renale. Al loro capezzale sono giunti i tre figli, i quattro nipoti e i 10 pronipoti: «Erano davvero devoti e rispettosi l’uno dell’altra – continua la figlia – mia madre si svegliava ogni giorno alle 4 per lavorare al ranch di famiglia e per prendersi cura della famiglia. Seminava, cucinava, praticava giardinaggio e volontariato».