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ANALISI DELL’IMMIGRAZIONE

(di Gianluca Martone) Una delle questioni maggiormente dibattute di questi ultimi mesi è certamente quella che riguarda il fenomeno dell’immigrazione, che ha interessato anche il nostro Paese, con opinioni diverse e spesso contrastanti. In un interessante editoriale pubblicato sul “Giornale” alcuni mesi fa, è stato analizzato in modo preciso dal giornalista Sergio Rame il business legato all’immigrazione.Trentaquattro miliardi di dollari. Una cifra da capogiro. È quanto vale il giro d’affari del traffico di esseri umani che, negli ultimi vent’anni, è costato la vita nel solo Mar Mediterraneo a 20mila persone. Col risultato che il Canale di Sicilia è sempre più affollato di persone che tentano di fuggire dall’Africa o dal Medio Oriente per cercare una nuova vita in Europa. Stando alle fonti di intelligence, si muore di più sulla rotta libica che su quella tunisina, ma in ogni modo il mare è sempre più pericoloso e i trafficanti di esseri umani sempre più senza scrupoli. Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr), nel 2014 sono stati 219mila i rifugiati e i clandestini che hanno solcato il Mediterraneo per raggiungere le coste del Vecchio Continente. Più o meno nello stesso periodo (da ottobre 2013 al novembre 2014), durante l’operazione Mare Nostrum, ci sono state circa 3.500 vittime. Dall’inizio del 2015, sempre dati Unhcr, sono già circa 31.500 le persone che hanno intrapreso traversate marittime per raggiungere Italia e Grecia, rispettivamente il primo e il secondo principale paese di arrivo, e i numeri stanno crescendo ulteriormente. Sulle coste italiane, secondo dati del Ministero dell’Interno, da gennaio 2015 sono sbarcati 23.556 immigrati. Erano stati 20.800 nello stesso periodo del 2014. Una crescita del 30%, che a fine anno potrebbe tradursi in un aumento di circa 200 mila persone sbarcate sulle coste italiane. Aumenta anche il numero di chi non ce la fa: con il tragico naufragio avvenuto oggi in acque libiche, che avrebbe provocato la morte di circa 700 persone, sale a oltre 1.600 il bilancio dei morti stimati dall’inizio dell’anno. Due giorni fa, infatti, l’Unhcr stimava in 950 i morti da gennaio, ai quali vanno aggiunti gli oltre 700 che sabato notte sarebbero finiti in mare dopo che il loro barcone si è capovolto. Ma per fortuna c’è anche chi sopravvive a questi viaggi pericolosi: secondo la Guardia Costiera italiana, solo dal 10 aprile sono state salvate più di 8.500 persone. Per salire su uno di questi barconi della speranza si arriva a sborsare dagli 9mila ai 12mila dollari. Come spiega l’Huffington Post, i punti di partenza sulla costa ad ovest di Tripoli sono Zuara, Sabratha, Sourman e Zanzur. Alle porte della capitale, invece, i clandestini vengono imbarcati a Tagiura. Chi parte da Misurata, invece, a Tarabuli. Tutte zone sotto il controllo del governo islamista di Tripoli. Un governo non riconosciuto dalla comunità internazionale e per di più legato ai miliziani di Ansar al Sharia che in Cirenaica combattono sotto le insegne nere del Califfato. I jihadisti di Ansar al Sharia, che nei mesi scorsi hanno giurato fedeltà a Abu Bakr al Baghdadi operano sicuramente a Sabratha, uno dei punti di partenza verso Lampedusa”.

Laura Zanfrini, Ordinario di sociologia delle migrazioni all’Università Cattolica di Milano, su “Avvenire” si è soffermata su questi importanti aspetti.
“La migrazione forzata ha oggi di norma una configurazione collettiva, non individuale, e riflette l’esigenza di sottrarsi da situazioni di crisi dall’evoluzione imprevedibile, con la conseguente difficoltà per gli Stati di controllare gli ingressi e valutare le istanze di protezione. La minaccia da cui si fugge non è più, necessariamente, lo Stato, ma può consistere in un soggetto privato e perfino in un membro della famiglia, circostanza che rende molto più complessa l’istruttoria delle domande e più facili gli abusi. I timori di persecuzione non concernono soltanto l’imprigionamento, ma la più ampia sfera dei diritti umani – per esempio la paura di subire la sterilizzazione o l’escissione, l’oppressione degli omosessuali, la sopravvivenza minacciata da catastrofi ambientali anche solo annunciate -, prefigurando situazioni in cui è sempre più difficile stabilire chi davvero merita protezione. La ‘fuga’ non necessariamente approda a un territorio straniero, ma è spesso destinata ad arrestarsi in un campo profughi in cui si sarà costretti a vivere in cattività, in antitesi a quell’anelito di libertà che un tempo segnava il tragitto dei migranti per ragioni umanitarie. La migrazione è a volte non solo forzata, ma addirittura coatta, realizzata attraverso varie modalità di tratta e riduzione in schiavitù. Inoltre, i sistemi di protezione sono stati costruiti in ottemperanza a un modello maschile, risultando inadeguati a rispondere ai bisogni e ai rischi specifici della componente femminile. Infine, è la stessa accessibilità dell’opzione migratoria, oggi più facile rispetto al passato, a concorrere alla crescita del numero di persone che fanno appello a ragioni di carattere umanitario per sfuggire da situazioni di disagio economico e incertezza: un fenomeno che rende il confine tra migrazioni volontarie e forzate sempre più poroso, e che alimenta la convinzione che molti – troppi – facciano un ricorso improprio ai dispositivi di protezione. L’emergenza di questi giorni esige certamente risposte immediate, che almeno riducano il numero di quanti perdono la vita sulle rotte della speranza, o della disperazione. Ma uno sguardo proiettato al futuro e alle esigenze di sostenibilità del sistema internazionale di protezione non può esimersi dal prefiggersi una progressiva riduzione del volume dei richiedenti asilo. Un obiettivo che può essere raggiunto solo attivando diversi livelli di responsabilità. Quello certamente della comunità internazionale, chiamata a ideare nuovi strumenti di protezione e d’intervento, ma prima ancora a risolvere gli squilibri di una globalizzazione senza regole. Quello delle autorità nazionali dei paesi di destinazione, sollecitate ad adottare politiche migratorie più coerenti con l’attuale realtà d’interdipendenza delle economie nazionali. Quello delle autorità dei paesi d’origine, silenti spettatrici – o addirittura complici – dei traffici di persone e soprattutto incapaci di offrire valide alternative alla migrazione, così ledendo il fondamentale diritto a non emigrare. E, ancora, le responsabilità della società civile nelle sue espressioni organizzate che, svincolate dalle incrostazioni nazionalistiche che imbrigliano l’azione dei governi, possono svolgere un ruolo strategico nella governance della mobilità umana, nel solco di alcune interessanti esperienze già avviate (come le iniziative per il contrasto della tratta implementate grazie alla collaborazione delle diocesi dei luoghi di partenza e di arrivo). Infine, la responsabilità dei singoli e delle famiglie coinvolti nei processi migratori, spesso schiavi di modelli di comportamento e spinte all’emulazione che fanno apparire l’emigrazione una soluzione desiderabile indipendentemente dal suo ‘prezzo’ e dalle sue conseguenze. In particolare, a essere chiamata in causa è la responsabilità di coloro che utilizzano in maniera impropria e strumentale la richiesta di protezione umanitaria, e di quanti, assecondando per ragioni più o meno nobili tale comportamento, sottraggono risorse e legittimazione a un istituto che rischia di risultare inoperante proprio per i soggetti che più di tutti avrebbero bisogno di essere tutelati e protetti.”Su”Tempi”, il criminologo Andrea Di Nicola ha esaminato in modo accurato il business criminale legato all’immigrazione.“Già il termine “scafista” è errato. Non è importante colui che pilota la barchetta, lo scafista in senso stretto, ma lo smuggler, colui che lavora come organizzatore del viaggio. Alcuni dei 997 “scafisti” arrestati nell’ultimo anno sono anche smuggler ma di solito chi sta sulla barca non è l’organizzatore, anzi. Tracciando un paragone con un altro traffico criminale, quello della droga, chi è sulla barca corrisponde un po’ al piccolo spacciatore. Certo fa parte anche lui della rete, ma non è il grande trafficante colombiano, né il suo referente europeo. Più che pensare agli scafisti, occorre capire invece come questi grandi criminali siano capaci di irridere i buchi dell’Europa. Bisogna capire perché più in Europa si alzano le barriere, più i trafficanti sono capaci di operare, con costi crescenti. I trafficanti sfruttano persone disperate e queste non si esauriscono né purtroppo diminuiscono. Non serve alzare barriere: gli smuggler sono violenti e sanno bene che arriverà sempre qualcuno da fregare. A chi parte dalla Siria vengono chiesti dagli otto ai 10 mila dollari, mentre per la rotta dalla Libia alla Sicilia chiedono 1.000 o 1.500 euro. Alcuni di questi boss guadagnano qualcosa come 6 milioni di euro all’anno a testa, in nero, quindi esentasse. Loro sono decine. Frontex nell’ultimo anno ha risucchiato 90 milioni di euro. Tutte le primavere arabe hanno sicuramente influito e hanno fatto sì che le rotte con Italia, Spagna e Cipro divenissero quelle principali, su cui si concentrano i più grossi trafficanti. Saremmo dovuti intervenire all’epoca. Tuttavia faremmo peggio se oggi andassimo in un certo paese, ad esempio la Libia, e muovessimo guerra alle tribù, pensando che in quel modo il traffico sparirebbe. Assolutamente non servirebbe a nulla, se non a spostare di qualche chilometro il punto di partenza dei viaggi. I trafficanti semplicemente riorganizzerebbero le loro rotte. Per questo anche un blocco navale al largo delle coste non servirebbe a nulla. Piuttosto ha senso intervenire in quei paesi concentrando tutti i richiedenti asilo in campi di rifugiati, ad esempio in Egitto. Significherebbe togliere un terzo dei potenziali clienti ai trafficanti, e quello sì che sarebbe un colpo durissimo”.Oltre a questi aspetti negativi e gestiti in modo negativo dalle istituzioni, sono stati resi noti dal “Giornale” alcuni mesi fa in un articolo firmato da Ivan Francese le gravi problematiche legate alla salute pubblica in Italia.“L’allarme arriva da Medici Senza Frontiere, una delle maggiori ong del settore medico: gran parte degli immigrati che lasciano le coste libiche alla volta della Sicilia hanno vissuto in “condizioni igieniche molto precarie”, con diversi casi di malattie “tipo scabbia”. La coordinatrice per la Sicilia di Medici Senza Frontiere, Chiara Montaldo, ha spiegato: “Sono tutti adulti, in maggioranza uomini, alcune donne e un solo bambino con la mamma – ha raccontato -. Abbiamo riscontrato che sono tutti subsahariani e che le condizioni generali di salute erano discrete. Però il dato che emergeva da tutti è quello di violenze subite, tantissime in carcere libico. L’80-90% ci ha riferito di essere stato in carcere per diversi mesi e hanno dolori, lesioni traumatiche, e malattie tipo scabbia che è sintomo di condizioni igieniche molto precarie”.
Questi dati eloquenti hanno determinato di recente l’immediata reazione del sindaco di Alassio, Enzo Canepa, il quale ha rilasciato queste dichiarazioni al “Giornale” pochi giorni fa, spiegando le motivazioni che lo hanno indotto a firmare un’ ordinanza, in cui vieta l’ingresso in città agli immigrati sprovvisti di un certificato sanitario“Questa disposizione serve a tutelare la sicurezza e la salute dei nostri cittadini e dei nostri turisti – ha commentato Canepa – ed è divenuta necessaria come risposta alla situazione di emergenza e all’invasione incontrollata del territorio nazionale avvenuta negli ultimi mesi”.
In un interessante editoriale firmato da Mario Valenza sul “Giornale”, sono stati messi in evidenza altri aspetti problematici legati al fenomeno migratorio.“Le ondate di sbarchi sulle nostre coste non conoscono fine. Migliaia di migranti partono dalle coste del nord Africa per restare poi in Italia. Ma quanto ci costa ospitare i profughi e i migranti a casa nostra? Il ministro Alfano ha allertato le prefetture per far posto a migliaia di migranti che stanno per arrivare in Italia. Chi si occupa dell’accoglienza riceve per ogni ospite un rimborso di 30 euro più Iva al giorno comprensivo di vitto, alloggio, gestione amministrativa dell’ospite, mediazione linguistica, assistenza per la richiesta di asilo, fornitura di abbigliamento, biancheria, prodotti per l’igiene personale. In più 2,50 euro in contanti da dare quotidianamente all’ospite. Il conto è presto fatto: 32,50 euro a persona. Circa 975 euro al mese. Recentemente l’Eurostat ha pubblicato un dettagliato rapporto sul tema immigrazione. Secondo i dati dell’ufficio statistico europeo l’Italia, tra quelli maggiormente coinvolti nel problema immigrazione, è il Paese che respinge meno immigrati. Secondo l’Eurostat alla fine del 2013 l’Italia era al quarto posto in Europa per numero di richieste di asilo pendenti: 27.930. Il Paese europeo con più richieste pendenti era invece la Germania, con 125.705 seguita dalla Svezia con 54.270 e dalla Gran Bretagna con 29.875. L’Italia, nel 2013, ha respinto il 36% delle richieste di asilo che sono state presentate rispetto al 74% della Germania, l’83% della Francia, il 47% della Svezia, l’82% della Gran Bretagna e il 68% del Belgio. L’Italia, nel 64% dei casi, accoglie gli immigrati: nel 12% dei casi riconoscendogli lo status di rifugiato, nel 30% dei casi per motivi umanitari e nel 22% assicurando alla persona una “protezione sussidiaria”. Insomma da noi le porte sono sempre aperte. E chi ha la fortuna di mettere piede in Italia avrà un reddito assicurato che va oltre quello di uno stagista o di un operaio”.
Di recente, il quotidiano francese “Le Figaro” ha pubblicato i risultati di un sondaggio Ifop, dal quale emerge che gli europei, fortemente preoccupati per l’immigrazione, vorrebbero porre fine alle garanzie di libera circolazione nello spazio Schengen. I più favorevoli alla soppressione degli accordi di Schengen e al ripristino dei controlli alle frontiere, una delle richieste formulate da Marine Le Pen, sono i francesi (67%), seguiti dai britannici (63%), dagli olandesi (59%) e dagli italiani (56%). Questi ultimi precedono di soli 3 punti i tedeschi, che si dichiarano contrari a Schengen con una percentuale del 53%. Il sondaggio rivela anche gli italiani sono fra i meno favorevoli di questi cinque Paesi al rafforzamento di controlli alla frontiera (lo chiede soltanto il 23%, contro il 47% dei francesi), ma fra i più convinti sostenitori della necessità di sviluppare e stabilizzare i paesi del sud del Mediterraneo (61% contro il 33% dei francesi). Gli italiani, dunque, si pongono più degli altri il problema di come affrontare il problema alla radice, non limitandosi alle sole politiche di gestione dell’emergenza.Sono di grande attualità le significative parole pronunciate dal Cardinale Giacomo Biffi, ex Arcivescovo di Bologna e recentemente scomparso all’età di 87 anni, nel 2000 al seminario della Fondazione Migrantes.“L’auspicio sostanziale che crediamo di dover formulare per lo Stato e la società civile, è che si chiariscano e siano comunemente accolte alcune persuasioni, sicché ci si accosti al fenomeno dell’immigrazione provvisti di una “cultura” plausibile largamente condivisa.E’ incontestabile, per esempio, il principio che a ogni popolo debbano essere riconosciuti gli spazi, i mezzi, le condizioni che gli consentano non solo di sopravvivere ma anche di esistere e svilupparsi secondo quanto è richiesto dalla dignità umana. Gli organismi internazionali sono sollecitati a farsi carico delle iniziative atte a conseguire questa mèta e non possono perdere di vista questo necessario ideale di giustizia distributiva generale; e tutto ciò vale – in modo proporzionato e secondo le reali possibilità – anche per i singoli stati.
Ma non se ne può dedurre – se si vuol essere davvero “laici” oltre tutti gli imperativi ideologici – che una nazione non abbia il diritto di gestire e regolare l’afflusso di gente che vuol entrare a ogni costo. Tanto meno se ne può dedurre che abbia il dovere di aprire indiscriminatamente le proprie frontiere. Bisogna piuttosto dire che ogni auspicabile progetto di pacifico inserimento suppone ed esige che gli accessi siano vigilati e regolamentati. E’ tra l’altro davanti agli occhi di tutti che gli ingressi arbitrari – quando hanno fama di essere abbastanza agevolmente effettuabili – determinano fatalmente da un lato il dilatarsi incontrollato della miseria e della disperazione (e spesso pericolose insorgenze di intolleranza e di rifiuto assoluto), dall’altro il prosperare di un’industria criminale di sfruttamento di chi aspira a varcare clandestinamente i confini.Ciò che dobbiamo augurare al nostro Stato e alla società italiana è che si arrivi presto a un serio dominio della situazione, in modo che il massiccio arrivo di stranieri nel nostro paese sia disciplinato e guidato secondo progetti concreti e realistici di inserimento che mirino al vero bene di tutti, sia dei nuovi arrivati sia delle nostre popolazioni. Una consistente immissione di stranieri nella nostra penisola è accettabile e può riuscire anche benefica, purché ci si preoccupi seriamente di salvaguardare la fisionomia propria della nazione. L’Italia non è una landa deserta o semidisabitata, senza storia, senza tradizioni vive e vitali, senza una inconfondibile fisionomia culturale e spirituale, da popolare indiscriminatamente, come se non ci fosse un patrimonio tipico di umanesimo e di civiltà che non deve andare perduto. Bisogna perciò concretamente operare perché coloro che intendono stabilirsi da noi in modo definitivo “si inculturino” nella realtà spirituale, morale, giuridica del nostro paese, e vengano posti in condizione di conoscere al meglio le tradizioni letterarie, estetiche, religiose della peculiare umanità della quale sono venuti a far parte. Compito primario e indiscutibile delle comunità ecclesiali è l’annuncio del Vangelo e l’osservanza del comando dell’amore. Di fronte a un uomo in difficoltà – quale che sia la sua razza, la sua cultura, la sua religione, la legalità della sua presenza – i discepoli di Gesù hanno il dovere di amarlo operosamente e di aiutarlo a misura delle loro concrete possibilità. Il Signore ci chiederà conto della genuinità e dell’ampiezza della nostra carità e ci domanderà se abbiamo fatto tutto il possibile. Su questo però – sarà bene che nessuno se lo dimentichi – noi siamo tenuti a rispondere non ad altri, ma solo al Signore”.