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La Romania e Gerusalemme capitale d’Israele

Giuseppe Pace (Esperto Internazionale di Ecologia Umana ed ex prof. in Romania). Sono 4 i Paesi dell’Unione Europea, su 28 (con brexit 27), che presenzieranno alla cerimonia di Lunedì che sancisce il passaggio dell’ambasciata americana in Israele da Tel Aviv, dove è stata finora, a Gerusalemme, dopo la decisione presa dal presidente Donald Trump. All’inaugurazione della nuova sede ci saranno i rappresentanti diplomatici di Austria, Romania, Repubblica Ceca e Ungheria. Lo ha reso noto il ministero degli Esteri israeliano. La linea della maggior parte dei Paesi UE, Vaticano compreso, è quella che riconosce Gerusalemme capitale di due Stati, e quindi di opposizione alla scelta di Trump di riconoscere la città capitale solo di Israele. Da anni in Romania c’è una frizione politica tra il Governo a guida PSD e la Presidenza della Repubblica a guida liberale con un Presidente di lontana origine tedesca. E’ chiaro che il Presidente fa politica per accrescere la sua sfera d’influenza sul PSD avverso politicamente. La Romania però ha spesso avuto giovani ed abili Ministri degli Esteri nonché Ambasciatori. Ma sul problema di Gerusalemme capitale d’Israele si apre una nuova polemica tra il liberale Presidente e il Governo del PSD. D’Israele Gerusalemme è la Capitale e Trump vi sposta l’ambasciata Usa ed infiamma il Medio Oriente. La cerimonia fissata per Lunedì 14 maggio, giorno della nascita di Israele, è stata svolta puntualmente. Il giorno successivo i palestinesi commemorano la Nakba (catastrofe). Attese grandi proteste nei territori palestinesi: morti e feriti nel settimo venerdì di proteste. Gerusalemme Capitale, Trump sposta l’ambasciata Usa ed infiamma il Medio Oriente. Il trasferimento dell’ambasciata Usa in Israele a Gerusalemme permetterà al processo di pace in Medio Oriente di andare avanti “sulla base della realtà piuttosto che della fantasia”. Questa la posizione degli Stati Uniti d’America in una mossa che rischia di infiammare il Medio Oriente a 6 mesi dal riconoscimento ufficiale da parte degli Usa di Gerusalemme quale capitale di Israele. Ora l’amministrazione Trump tira diritto e lunedì completerà lo spostamento della sede diplomatica da Tel Aviv a Gerusalemme, città contesa come capitale anche dai Palestinesi. Molte le proteste nei territori palestinesi. Solo ieri si sono registrati almeno due morti e centinaia di feriti ai confini di Gaza nel settimo venerdì di protesta per “la marcia del ritorno”. La mossa statunitense è criticata da buona parte della comunità internazionale e causa di ulteriori tensioni in Medio Oriente. L’inaugurazione coincide con il 70esimo anniversario della creazione dello Stato di Israele: il giorno successivo i palestinesi commemorano la Nakba (la catastrofe in lingua araba), vale a dire l’inizio dell’esodo e della cacciata di centinaia di migliaia di palestinesi dalle loro terre. La nuova ambasciata avrà inizialmente da 50 a 60 impiegati e si installerà inizialmente nei locali che erano del consolato americano, in attesa della costruzione di un nuovo edificio. Secondo quanto ha affermato un alto funzionario Usa, parlando in un briefing in condizione di anonimato l’amministrazione Usa è “abbastanza ottimista” che l’apertura dell’ambasciata produrrà una regione più stabile “nel lungo periodo”. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha riconosciuto la città contestata di Gerusalemme come capitale di Israele sei mesi fa. La mossa di spostare l’ambasciata è stata fatta “nel migliore interesse degli Stati Uniti, ed è qualcosa che il presidente aveva promesso durante la campagna”, ha aggiunto l’alto funzionario, sottolineando che il cambiamento nella politica statunitense potrebbe “creare una dinamica migliore per la pace” e “visto da una prospettiva più ampia penso che aiuterà la stabilità”. Il funzionario ha poi respinto le relazioni secondo le quali altri paesi si sono rifiutati di partecipare all’apertura, spiegando che non sono stati inviati inviti e che l’evento è una “celebrazione bilaterale” con Israele. Fra gli 800 invitati all’inaugurazione della contestata nuova ambasciata americana a Gerusalemme non vi sono diplomatici stranieri. La precisazione giunge dopo che il negoziatore palestinese Saeb Erekat ha esortato tutti i dignitari stranieri a boicottare l’inaugurazione. Il Presidente della Repubblica di Romania, Klaus Iohannis, ha detto Sabato che il governo romeno non si è consultato con lui quando ha agito per bloccare la dichiarazione dell’Unione Europea. Il ministro PSD, Teodor Melescanu, è stato convocato al Palazzo Cotroceni Martedì. Il Presidente ha accusato il PSD che fa la politica estera “ad orecchio”. Aggiunge che “Questo è un altro esempio di quanto male sa governare il PSD. Questi plebeisti hanno usato la mancanza di chiarezza nella legislazione in vigore e bloccato un documento a livello europeo senza consultare il Presidente. E’ già la seconda volta, dice Klaus, che il PSD fa politica estera a orecchio, come ha fatto per i salari a orecchio, come fa molte altre cose a orecchio. Ecco dunque improvvisamente che la Romania viene posta al bordo dell’Unione con i Paesi che rispettiamo, ma che sono essenzialmente piuttosto euroscettici. Voglio ricordare a questi del PSD romeni che sono europei, sono pro-europei e le misure sempre più frequenti antieuropei rischiano davvero di tirarci fuori dall’Europa.Questo non è possibile, non è accettabile che il PSD attraverso la governance a orecchio, priva di fondamento, prende, sempre più spesso, decisioni che sono sicuro che sono dettate dal partito, non dal governo per portarci al bordo dell’Europa. I romeni vogliono essere parte integrante del nucleo dell’Europa, i romeni non vogliono avere questi approcci euroscettici o antieuropei “. I diplomatici provenienti da Romania, Ungheria e Repubblica Ceca Venerdì hanno bloccato un’iniziativa dell’Unione Europea lanciata da Francia e altri Stati membri dell’UE, criticando il trasferimento dell’ambasciata degli Stati Uniti a Gerusalemme. Scrive Paolo Mastrolilli su Italia.it Israele:“Prenderemo i nomi». «La minaccia dell’ambasciatrice americana Nikki Haley, diretta contro i Paesi che voteranno in Assemblea generale a favore della risoluzione che boccia il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele, sta scuotendo l’Onu. Diplomatici di lungo corso raccontano di non aver mai visto prima un atteggiamento cosi abrasivo, che però ieri mattina è stato appoggiato dallo stesso Trump: «Questi Paesi prima ci chiedono milioni, anche miliardi di dollari, e poi ci voltano le spalle».Per afferrare i contorni del quadro, occorre in primo luogo ricostruire la “questione Gerusalemme”. Vincendo la guerra dei Sei Giorni, nel 1967, Israele ottenne anche il controllo di Gerusalemme Est, l’altra metà della città che era era stata divisa in due nel 1948, dalla proclamazione dello Stato di Israele e dalla guerra che ne era seguita. Nel 1967 Israele dichiarò alle Nazioni Unite che non si trattava di un’annessione ma solo di una “integrazione giuridica e amministrativa”. Atteggiamento che cambiò rapidamente, quando la Corte suprema israeliana stabilì che Gerusalemme Est era diventata “parte integrante” dello Stato ebraico. Nel 1980, infine, il Parlamento di Israele approvò la Legge per Gerusalemme come parte della Legge fondamentale dello Stato ebraico, dichiarando Gerusalemme capitale unificata dello Stato ebraico. Per il resto del mondo, però, tutto questo non ha alcun valore. L’Onu considera Gerusalemme Est “territorio occupato”, una posizione che dura dal 1947, quando fu approvata la Risoluzione 181 che dice: “La città di Gerusalemme resterà un corpus separatum retto da un regime speciale internazionale e amministrato dall’Onu”. Idea ribadita sempre, dalla Risoluzione dell’Assemblea Generale del 1949, dal Rapporto speciale sui diritti dei palestinesi del 1979, dalla Risoluzione 63/30 del 2009 e da altre sei Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, compresa la 478 del 1980 che definiva la Legge per Gerusalemme approvata dalla Knesset “una violazione del diritto internazionale”. Dal punto di vista della legittimità internazionale, insomma, l’annessione israeliana di Gerusalemme Est vale quanto l’annessione russa della Crimea: nulla. Così la pensa, con qualche sfumatura, in pratica tutto il mondo, con le eccezioni della Repubblica Ceca e di Vanuatu. Usa, Ue, Russia, Vaticano: tutti fermi sul corpus separatum fino all’arrivo di D. Trump. Che non a caso ha nominato ambasciatore in Israele David Friedman, un ebreo ortodosso che, con un gesto almeno inconsueto per un diplomatico, come prima cosa è andato a pregare al Muro del Pianto. È chiaro che Trump, se prenderà la decisione di spostare l’ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme, riconoscerà l’annessione di Gerusalemme Est, renderà legittimi gli insediamenti e cambierà, grazie alla potenza americana, il quadro internazionale. Molti dimenticano che lo Stato d’Israele fu voluto dall’ONU e non è poca cosa. Dire che là prima c’erano gli Arabi significa non riconoscere la Storia, che certifica l’esistenza, ancora prima dell’espansionismo dell’impero Ottomano, di Ebrei. Molti altri non sanno che quando Roma era caput mundi aveva un ruolo simile a quello che hanno ancora gli USA, non riconoscerlo è non riconoscere il valore della Storia che Putin, riconfermato Presidente della Russia, non ignora chiamando il Presidente d’Israele alla parata a Mosca del primo maggio per ricordare i milioni di morti (oltre 20 milioni di russi e oltre 6 milioni di ebrei) causati dalla follia del nazismo tedesco nel secondo, e si spera ultimo, conflitto mondiale. La posizione dello Stato del Vaticano di eccessiva moderazione non brilla di coraggio storico!