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PAESAGGIO MOLISANO DA AMMIRARE E FAR VISITARE A PIU’ TURISTI

Giuseppe Pace (del Club Ragno di Bojano). Il 14 marzo è la giornata del Paesaggio e un pensiero va a quello molisano. Frequentando il Molise da tempo e alcuni dei soci del Club Ragno di Bojano, mi appare in tutto il suo splendore il paesaggio molisano poco valorizzato e con pochi turisti. Nel 1994 alla Camera di Commercio I.A.A. di Campobasso fui invitato a tenere una relazione sui “Punti di attrazione turistica del Matese”. Sull’invito o nomina c’era scritto: “matesologo”. In realtà del Matese conosco più di qualche sporadico paesaggio che non sono di minore qualità di altri vicini e lontani dei paesaggi italiani e stranieri. Sul Matese oltre a paesaggi montani d’eccezione come quello a Nord e a sud di monte Gallinola, vi è la valletta di Campitello Matese con la grotte suggestive dei briganti e delle “ciaole” o cornacchie da godere con visite guidate. Paesaggi eccezionali sono a Roccamandolfi con il castello della valorosa Giuditta, a Guardiaregia con le gole del Quirino e la pietra dei briganti, San Polo Matese con i fossili e le zampogne, Campochiaro non solo con il tempio di Ercole, ecc.. La città di Bojano ha splendidi paesaggi naturali e culturali sia a e da Civita Superiore che in centro lungo il Decumano. La porta del Molise per chi proviene dal Lazio e dalla Campania è Venafro, dove si intersecano itinerari che collegano regioni diverse e che hanno facilitato contatti tra i popoli fin dall’antichità più remota; tra essi lo storico fiume Volturno ha offerto il miglior collegamento con il Sannio dei Pentri. Venafro è una bella cittadina ricca di storia, che tanto ammirava il compianto prof. Dante Marrocco: presidente di un sodalizio culturale fondato dal padre Raffaele come ”Associazione Storica del Sannio Alifano” nel 1915 e cambiata di nome dal figlio Dante nel 1965 in ”Associazione Storica del Medo Volturno”. Marrocco amava ricordare la Colonia Giulia di Venafro, essa fu scelta dall’imperatore Augusto come una delle colonie destinate ai suoi veterani e tra I secolo a.C. e I secolo d.C. ha segnato il tessuto urbanistico con monumenti più significativi come il teatro, costruito alla maniera greca su un pendio, e l’anfiteatro, sul cui ovale si sono sovrapposte nel tempo costruzioni contadine. Con mia figlia appassionata d’Arte, ho visitato il castello di Venafro ed ammirato lo stesso anonimo artista che dipinse i significanti cavalli reali anche nel castello ducale di Mantova. Venafro è una città romana e medievale da ammirare ed illustrare ai turisti. La città romana, ricca e popolosa, è testimoniata dai reperti del locale museo archeologico ospitato nell’ex monastero di Santa Chiara; qui sono raccolte le testimonianze dell’antica città, famosa per il suo olio oltre che per i suoi prodotti artigianali (“badili e tegole le trovi a Venafro, e se hai bisogno delle funi da torchio, a Venafro le ha Caio Mennio”, dice Catone): le statue degli uomini illustri raffigurati nelle pose eroiche dei principi augustei oppure la copia marmorea della Venere “che emerge dalle onde del mare” (anadiomene), provenienti da edifici pubblici quali il teatro o da splendide dimore private. Qui è conservato un documento epigrafico unico: il testo inciso su un enorme blocco di pietra, con il quale Augusto regolamenta la costruzione e la gestione dell’acquedotto del Volturno. A nord di Venafro si va verso il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, con le cime delle Mainarde, tra sentieri nascosti da percorrere a piedi o a cavallo, si giunge agli abitati fortificati del IV secolo a.C. dei Sanniti Pentri, quali Monte San Paolo a Colli al Volturno o, più a nord, Monte Santa Croce a Cerro al Volturno. A Rocchetta al Volturno è possibile trovare in vacanza, di tanto in tanto, un mio collega padovano, Alberto Petrocelli, che del paesaggio rocchettano è un esperto di qualità. Io ne studiai anni fa il banco di travertino che deviò il percorso del Volturno a poche centinaia di metri dalla sorgente. Altro paesaggio suggestivo è quello della vicina Terra Sancti Vincentii. La posizione topografica ebbe un ruolo determinante nello sviluppo del grande cenobio benedettino di S. Vincenzo al Volturno sorto nell’VIII secolo d.C. L’Abbazia di S. Vincenzo, con grandi possedimenti fondiari, che si distribuivano ampiamente non solo nel Molise ma in tutto il Meridione, aveva nel porto di Napoli l’uso riservato di un proprio molo di attracco. I risultati dello scavo dell’abbazia hanno permesso di scoprire un contesto archeologico di rara monumentalità e ricchezza, perfettamente inserito nel contemporaneo risveglio culturale che animava l’Italia e l’Europa stessa: splendidi affreschi della cripta di Epifanio, di altissima qualità artistica; materiale scultoreo al livello delle produzioni più significative dei grandi centri longobardi contemporanei, pavimenti unici come quello della cappella di Santa Restituta, da attribuire a maestri di Costantinopoli. L’Abbazia di Castel San Vincenzo era in stretto legame culturale con il Monastero di Cingla di Ailano (CE), dove pare fosse stato registrato il famoso rogito della nascita della lingua italiana volgare del X secolo e dove pare che Celestino V ebbe i natali. Il paesaggio del Molise ammirevole è anche quello che si presenta risalendo dalla piana costiera seguendo gli stessi percorsi che da millenni segnano i campi gi grano e le colline punteggiate di uliveti, si riscopre Larino, capitale dei Sanniti Frentani. Qui i segni dell’opulenza di quegli antichi larinati che Cicerone immortala nell’orazione Pro Cluentio, famiglie di antica stirpe che avevano in queste contrade assolate le loro terre, i loro affari, i loro allevamenti. Onori e prestigio nell’anfiteatro, dono per testamento da parte di personaggi che fecero storia anche nella Capitale, e nelle annesse terme, con le vasche ondeggianti di mosaici policromi, con delfini e animali marini; prestigio ed onore anche nelle case private, adorne di splendidi pavimenti mosaicati. Verso sud-ovest, dove le colline si attenuano dolcemente per scendere verso il fiume Fortore, erano vasti campi lussureggianti di vigneti e messi, qua e là le fattorie grandi e piccole in cui si lavoravano i prodotti agricoli per il consumo quotidiano e per i mercati; a San Giuliano di Puglia è una di queste villae rusticae, che conserva l’ambiente del torchio e l’annessa piccola cella vinaria o olearia. Nelle campagne, oltre le colline che sovrastano l’antica città ad occidente, si susseguono le cime di colline sempre più aguzze, e tra queste Gerione, presso Casacalenda, su cui il castellum medievale comincia a mostrare, nel corso degli scavi, le tracce di mura ben più antiche e le testimonianze, ora più concrete, della presenza di Annibale che qui attese con il suo esercito ed i suoi elefanti la primavera che lo avrebbe portato alla schiacciante vittoria di Canne nel 216 a.C. Ancora più ad occidente, proseguendo lungo l’attuale strada statale – a sua volta ricalcante il percorso che nelle cartografie antiche congiungeva Bojano a Larino –, si lambisce Morrone del Sannio, dove l’abbazia di Casalpiano rivela, sotto i medievali edifici sacri, un’altra delle villae rusticae che segnavano il territorio municipale di Larinum; qui un pavimento in cocciopisto con mosaico ci lascia, scritto in lingua sannitica, il nome di uno dei proprietari. Nel Molise si possono ripercorrere le autostrade della transumanza o grandi vie verdi, i tratturi, ricalcati in parte dalla viabilità romana già durante le guerre sannitiche (seconda metà del IV – III secolo a.C.). Le grandi migrazioni stagionali della pastorizia tra le montagne abruzzesi e la pianura pugliese si svolgevano attraverso queste vie di terra che hanno lasciato una “traccia” inconfondibile nel paesaggio. Bojano, Isernia, ecc.sono attraversate dal percorso dell’attuale tratturo “Pescasseroli-Candela”. Per la sua importanza strategica il territorio di Aesernia fu interessato precocemente dall’espansione di Roma, con la deduzione di una colonia latina nel 263 a.C. Nella parte meridionale della città, nel cuore del centro urbano, l’ex monastero benedettino di S. Maria delle Monache ospita il Museo Archeologico, in cui si susseguono reperti lapidei di vario genere, dalle sculture ai rilievi e alle numerose iscrizioni dei secoli più fiorenti della città, tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C.: scene di battaglia come quella che imita la “Battaglia di Alessandro Magno” raffigurata in un mosaico di Pompei, Issione legato alla ruota cui è condannato in eterno, gladiatori pronti a combattere, souvetaurilia  (sacrifici cruenti con maiali, pecore e buoi) si susseguono nelle sale del piano terra del museo unitamente ai materiali delle necropoli di epoca romana. Negli anni Settanta una scoperta di archeologia preistorica poneva Isernia al centro dell’attenzione internazionale: in località “La Pineta”, poco distante dal centro, veniva alla luce un insediamento paleolitico, il cui interesse è motivato dal notevole stato di conservazione e dall’alta cronologia (740.000 anni fa). L’uomo, accampandosi in prossimità di un corso d’acqua, ha lasciato nel terreno i resti della sua attività di caccia, numerosi strumenti in pietra, blocchi depositati a “lastricare” una delle paleosuperfici oggi visitabile. Percorrendo il tratturo suddetto si giunge al Tempio di Ercole di Campochiaro, dove sorgeva-oggi è poco valorizzato e visitato- il santuario di Ercole, divinità nazionale dei Sanniti, su un’altura immersa in fitti boschi, che domina la piana di Boiano, capitale dei Sanniti Pentri. Il complesso, costruito scenograficamente su terrazze naturali nel corso del IV secolo a.C., ebbe una vita breve: il santuario venne infatti in parte distrutto da un terremoto violentissimo nei primi decenni del III secolo a.C. Solo nel II secolo, il santuario visse una nuova fase favorevole, con la costruzione del grande tempio, al centro della terrazza superiore. Ridiscendendo il tratturo Pescasseroli-Candela si giunge ad Altilia , nel territorio dell’attuale centro di Sepino, punto d’incontro e di scambio dei prodotti agricoli con quelli pastorali in occasione delle migrazioni stagionali delle greggi. Il municipio romano fu preceduto da un insediamento fortificato, di epoca sannitica, che sorgeva sulla montagna di Terravecchia. Il massimo fervore edilizio per Altilia, città di pianura, risale all’epoca dell’imperatore Augusto e della dinastia giulio-claudia (I secolo d.C.), quando furono realizzati gli edifici più importanti: il foro, la basilica, le terme, il macellum, il sistema fognario, forse il teatro e soprattutto la cinta muraria. L’impianto urbano si mantiene vitale almeno fino ai secoli IV-V d.C. Un emiciclo di case rurali che nel tempo hanno preso il posto della media e summa cavea del teatro romano di Altilia ospita il Museo Archeologico con molti impiegati e pochi turisti. Eppure esso rappresenta millenni di storia, a cominciare dalla preistoria, si possono leggere nelle sale discrete in cui, accanto all’archeologia, continuano a mostrarsi le testimonianze architettoniche della vita che in questi edifici si è svolta fino a pochi anni fa: il camino, il forno, il lavabo in pietra. Così le forme ceramiche si susseguono nella loro evoluzione nei secoli, da quelle verniciate di nero dell’epoca sannitica a quelle romane fino alle maioliche medievali e moderne; ampolline di vetro, lucerne, condutture in piombo con i nomi dei fabbricanti, pedine e dadi da gioco, una minuscola bambolina in osso, l’occorrente per il trucco con una conchiglia in cui si è miracolosamente conservata la sostanza azzurra usata per le palpebre. Un santuario sannita è ubicato nella località oggi detta San Pietro dei Cantoni. Dedicato probabilmente a Mefite, dea che propizia gli scambi, i riti di passaggio e che consente il collegamento tra il cielo, con gli dei olimpici, la terra  e il mondo sotterraneo, con le divinità infere. Risalendo dalla piana del Tammaro verso Campobasso, a Cercemaggiore, su un’altura di 1086, Monte Saraceno, si scopre un altro insediamento fortificato, percorribile per tutta la sua lunghezza. Le monumentali porte urbiche, aperte nelle mura megalitiche, rivelano tecniche costruttive e planimetrie di tipo greco; la posizione, che fa spaziare lo sguardo dai Monti del Matese al Mare Adriatico, ha fatto ben meritare al Monte l’appellativo di “Terrazzo del Molise” e alla fortificazione su di esso ubicata quello di “Sentinella dei Sanniti”. Nel cuore del centro storico di Campobasso, capoluogo di regione, è possibile visitare il Museo Sannitico – da me visitato con studenti nel 1889 quando insegnavo a Campobasso- e ripercorrere la storia degli antichi popoli dei Sanniti e Longobardi. All’originario nucleo ottocentesco rappresentato dalla collezione provinciale si aggiungono alcuni tra i più interessanti risultati degli scavi recenti, tra cui le necropoli della fascia costiera del Molise quale quella di Guglionesi, con i suoi cavalieri vestiti di tunica e cinturone di bronzo, e quella di San Giuliano di Puglia, che spazia dal VI secolo a.C. al I secolo d.C. Altri cavalieri sono quelli della sezione dedicata alle necropoli di epoca longobarda di Campochiaro (VII secolo d.C.), spesso seppelliti con i loro cavalli, con le loro armi e le cinture multiple; le loro donne esibiscono ricchi orecchini d’oro e d’argento: un contesto multietnico in cui elementi autoctoni si fondono e si confondono con altri di matrice avarica e bizantina. A Baranello, invece, il Museo Civico “G. Barone” mostra ceramiche greche, magnogreche, etrusche, sannitiche e romane, bronzi, maioliche e porcellane di ogni genere e di svariata provenienza, dipinti famosi come il mangiatore di prosciutto. A Campobasso e nell’interland, si scoprono testimonianze dirette di epoca sannitica, come il tempio di San Giovanni in Galdo, costruito nella seconda metà del II secolo a.C., il centro sannitico di Monte Vairano con il circuito murario, le porte e gli edifici al suo interno, la triplice fortificazione, possente di blocchi, che si articola sulla montagna di Frosolone, dove si ammirano stupefacenti sculture create dalla natura nella roccia. A San Giuliano del Sannio (CB), la villa romana dei Neratii, antica e prestigiosa famiglia tra i cui componenti si annoverano personaggi di rango senatorio, nasce tra II e I secolo a.C., con una fase monumentale databile al I secolo d.C. Quello che è finora stato portato alla luce, con le murature in opera reticolata propria degli edifici di prestigio, dà già l’idea di una residenza lussuosa. Nell’ambito delle iniziative della XIV edizione della Settimana della Cultura, nel restaurato salone dell’ex Convento di Santa Maria delle Monache a Isernia fu proposta una mostra che, attraverso l’esposizione di una serie di reperti archeologici e di opere d’arte, ripercorreva i luoghi sacri e le forme della religiosità in Molise dall’epoca sannitica a quella barocca. La sezione della mostra dedicata all’archeologia ripercorreva, attraverso 150 reperti circa, il cammino della religiosità antica dall’epoca sannitica a quella tardo antica. Ai materiali provenienti dal santuario sannitico di Pietrabbondante si vanno ad aggiungere quelli dedicati a divinità femminili di San Pietro di Cantoni a Sepino (alla dea Mefite) e della città di Larino (a Venere). Seguono poi molte altre divinità, quali Ercole, i Dioscuri, Mercurio e Minerva, il cui culto prosegue ininterrotto dall’epoca sannitica a quella romana, mentre il culto dei Lari farà la sua apparizione solo in epoca imperiale.