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KARL RAHNER L’ERETICO

(Gianluca Martone) Negli ultimi 50 anni, la Chiesa Cattolica è stata interessata da cambiamenti molto incisivi soprattutto sotto il profilo dottrinale e liturgico, grazie soprattutto al pensiero del teologo gesuita Karl Rahner. In un interessante articolo pubblicato alcune settimane fa sul Timone, lo studioso Stefano Fontana ha tracciato in modo illuminante questa controversa figura, che ha contribuito in modo determinante alla protestantizzazione della Chiesa Cattolica:” Nel lontano 1972 Karl Rahner, che a quei tempi, anche se lontani da noi oggi, era già Karl Rahner, scrisse un libretto dal titolo “Trasformazione strutturale della Chiesa come compito e come chance”. L’anno successivo fu pubblicato in lingua italiana dalla Queriniana. Il libro era rivolto alla Chiesa di Germania, che aveva appena celebrato il suo sinodo, ma le considerazioni del (già) grande teologo tedesco anticipavano sorprendentemente i tempi e parlavano di noi oggi. In Italia la DC doveva governare ancora per vent’anni, non si era nemmeno ancora fatto il referendum sul divorzio, Paolo VI aveva appena sconfessato le Acli che a Vallombrosa avevano scelto il socialismo, c’era stato il ’68 sì, ma per le Brigate Rosse mancavano ancora diversi anni, era ancora in corso la guerra del Vietnam. È vero che Paolo VI aveva già parlato del “fumo di satana” entrato nella Chiesa, ma a quell’epoca il sistema sembrava reggere. Era un altro mondo, eppure in questo altro mondo, Rahner pensava già a noi oggi, al nostro mondo e alla nostra Chiesa di oggi. La rilettura di quel libretto fa la nostra fotografia. Per dire la cosa in sintesi, la Chiesa di Karl Rahner doveva essere declericalizzata, democratica, aperta e dalle porte aperte, strutturata a partire dalla base, ecumenica, che non moralizza. Ecco come egli vedeva la Chiesa del prossimo futuro, oggetto e soggetto insieme di una “trasformazione strutturale”. Non si trattava di una predizione, ma di un “compito” da portare avanti intendendolo come “chance”, come possibilità per la Chiesa di continuare ad essere e ad esserci. Uno dei concetti chiave espressi nel libretto è quello di Chiesa “aperta”. La cosa viene detta non solo in senso pastorale (aperta nel senso di aperta ad accogliere tutti) ma dottrinale. Secondo Rahner, infatti, l’ortodossia, l’ordine, la chiarezza… sono caratteristiche di una setta. Ma la Chiesa non è una setta e quindi i suoi confini non devono essere chiari né definiti. Essa deve essere “aperta anche dal punto di vista dell’ortodossia”. E a questo proposito gli esempi che Rahner fa non potrebbero essere più attuali: “non è chiaro perché dei divorziati che si sono risposati dopo un primo matrimonio sacramentale non potrebbero in nessun caso essere riammessi ai sacramenti finché perseverano nel secondo matrimonio in quanto tale; è possibile non ritenere il precetto festivo come un comandamento che Dio avrebbe stabilito sul Sinai dotandolo di una validità perenne; non è neppure possibile stabilire con chiarezza, come a volte si fa, quali possibilità esistano anche per una coscienza cristiana nei confronti delle leggi penali dello Stato contro l’aborto”. Come dicevo, sembra che Rahner qui parli di noi, ora.

Chiesa aperta vuol dire che non sono chiari i confini dell’ortodossia e di conseguenza nemmeno quelli dell’eresia. Anche dentro la Chiesa, dice Rahner, ci sono disparati contenuti di coscienza e opinioni divergenti sul dogma oggettivo. Il pluralismo teologico e dottrinale non costituisce quindi una minaccia, continua Rahner, perché conforme ad una “Chiesa evangelica” “in cui si poteva dire pressappoco tutto e si poteva esprimere pubblicamente quello che si voleva”. La Chiesa del futuro – sosteneva Rahner nel 1972 – è una Chiesa che si costruisce dal basso, frutto di libera iniziativa ed associazione. Le stesse parrocchie si trasformeranno in questo senso. E a quel punto una comunità di base potrà esprimere un suo “capo adatto a guidarla tratto dal suo seno” e “presentare al Vescovo come suo presidente una persona cresciuta nel suo seno e fornita delle qualità necessarie per tale ufficio, e questa può ricevere validamente l’ordinazione anche se è sposata”. La comunità di base – aggiunge Rahner – potrà esprimere non solo una persona sposata, ma anche una donna: “Non vedo a priori alcun motivo di dare una risposta negativa a questo problema, tenendo conto della società di oggi e ancor più di quella di domani”. Una Chiesa costruita dal basso sarà anche una Chiesa democratica. Rahner notava nel 1972 che mantenere ridotto il numero degli elettori di un Vescovo garantirà sempre meno in futuro le caratteristiche di ortodossia ed ecclesiasticità del nominato (e purtroppo questo lo abbiamo constatato tutti), dato il pluralismo dottrinale e la particolarizzazione delle comunità di base, quindi si può passare ad un metodo democratico di designazione: c’è “un diritto dei sacerdoti e dei laici di concorrere alle decisioni della Chiesa in maniera deliberativa e non puramente consultiva”. È quanto oggi si chiama con insistenza “sinodalità” e che, secondo Rahner dovrebbe diventare prassi non solo consultiva ma deliberativa. Di questi tempi molti si saranno stupiti perché molti Pastori non siano intervenuti a proposito di leggi che colpiscono in modo molto duro principi fondamentali della legge morale naturale. Non sono rari i Vescovi e i parroci che non vedono di buon occhio che i cristiani “mostrino i muscoli” (come essi dicono) in pubblico per la difesa dei principi non negoziabili. La spiegazione c’è in queste pagine di Rahner di quarantaquattro anni fa: “morale senza moralizzare”. Per Rahner si “moralizza” quando “si proclamano norme di comportamento in maniera burbera e pedante, con indignazione morale, di fronte ad un mondo immorale senza condurlo realmente a quell’interiore esperienza essenziale dell’uomo che quest’ultimo ha e senza la quale anzi neppure i cosiddetti principi di diritto naturale potrebbero obbligarlo attualmente”. Uno legge questo libretto di Rahner e capisce da dove veniamo e dove andremo. Ma nonostante molti si siano sforzati in questi quarantaquattro anni di dargli ragione e di agire affinché le sue previsioni si avverassero, anche Rahner non è infallibile”.

Proprio pochi giorni fa, lo stesso Fontana ha ribadito questi concetti in un altro editoriale pubblicato sulla Nuova Bussola Quotidiana, sempre analizzando la figura di Rahner:” Molti hanno commentato le affermazioni di don Maurizio Chiodi, teologo e membro della Pontificia Accademia per la Vita, sulla contraccezione, e tra di essi anche noi de la Nuova Bussola Quotidiana (vedi qui e qui). In genere però ci si è soffermati sulle sue affermazioni e meno sulle motivazioni o assunzioni di principio. Queste ultime, da lui espressamente indicate, sono due: il principio della interpretazione di Humanae vitae alla luce di Amoris Laetitia e la “svolta antropologica” di Karl Rahner. Può essere utile indugiare su questi due principi perché, a partire da essi, il prof. Chiodi è stato assolutamente coerente nelle sue conclusioni di apertura alla contraccezione nella morale cattolica. Si potrà così capire anche che i due principi sono strettamente connessi l’uno con l’altro. La “svolta antropologica” di Karl Rahner, come ho cercato di mostrare in un mio recente libretto, non consiste genericamente in uno sguardo rivolto all’uomo, una specie di nuovo umanesimo o di nuovo personalismo cristiano. Esso consiste nella radicale accettazione della completa storicità dell’uomo. Svolta antropologica vuol dire che Dio si incontra nell’uomo e nel suo mondo storico. L’uomo è sempre “dentro” la storia, è strutturalmente “situato”, ha sempre alle spalle qualcosa che lo condiziona, un orizzonte che viene prima della sua esperienza storica e che la rende possibile.

Per riprendere una immagine di Étienne Gilson, è come se l’uomo fosse davanti ad una scenografia e, tentando egli di andare al di là della scenografia per conoscere la realtà, qualcosa in lui producesse un’altra scenografia, senza mai uscire dalla successione delle scenografie. L’uomo non incontra mai il trascendente, incontra sempre l’immanente perché l’uomo – ecco appunto la “svolta antropologica” – fa strutturalmente parte del problema che egli vorrebbe risolvere, quello del senso della vita, e facendone strutturalmente parte, non vede mai le cose da un punto di vista esterno e trascendente ma sempre dall’interno. La rivelazione di Dio avviene così, dentro la storia umana e in modo umano, tramite eventi umani: Dio nella storia non c’è, c’è solo l’uomo, e se vogliamo parlare di Dio dobbiamo parlare dell’uomo, se vogliamo vedere Dio dobbiamo guardare l’uomo. Dio si incontra nell’uomo e il mondo è grazia. Si capisce subito che, date queste premesse, non si potrà pensare all’esistenza di divieti morali da rispettare sempre e in ogni situazione. Né la Humanae vitae né la Veritatis splendor possono stare dentro questo contesto teologico. Esso le espelle da se stesso e, se assunto, ne provoca la radicale revisione. Le pretese di principi morali assoluti sarebbero da considerarsi ideologiche. Dopo la svolta antropologica di Rahner, infatti, ogni posizione dottrinale definitiva, sia in campo dogmatico che morale, è da considerarsi la pretesa ideologica di voler vedere Dio come se fosse una cosa di questo mondo, mentre invece vediamo solo l’uomo, la pretesa di sottrarci al condizionamento strutturale in cui ci troviamo e ridurre la verità cristiana a definizione, a legge, a norma, a struttura, la pretesa di sentire la Parola di Dio definitiva mentre invece Egli è il Silenzio e si esprime atematicamente (ossia non dandoci dei contenuti) da dentro le vicende umane. Dio non lo si vede, e nemmeno la sua dottrina immutabile: nella storia ci si può solo porre domande (la cosiddetta “questionabilità”), discernere sempre provvisoriamente le situazioni, accompagnarci in una ricerca priva di pretese. Dichiarando i suoi principi di partenza, il Prof. Chiodi si è dimostrato coerente nelle conclusioni. Il problema, piuttosto, è che egli ha indicato nella “svolta antropologica” di Rahner un presupposto ovvio e scontato, mentre rimane ancora qualcuno che lo contesta. Non c’è dubbio che tale principio oggi rappresenti una nuova Scolastica, che il teologo che lo negasse avrebbe difficile vita accademica, che le applicazioni che ne derivano sono dilagate e diventate pane quotidiano fin nella più piccola parrocchia, ma con ciò la “svolta antropologica” di Rahner non è ancora dottrina della Chiesa. E così arriviamo al secondo dei principi indicati dal prof. Chiodi. Sarebbe normale pensare che, dato che esiste una tradizione della Chiesa, è l’ultimo documento magisteriale a dover essere letto a partire dai precedenti e non viceversa. Anzi, prima ancora, il magistero dovrebbe aver pubblicato l’ultimo documento garantendo che è in linea con i precedenti e ammettendo quindi implicitamente già con la stesura e l’autorevole pubblicazione del nuovo testo che così esso deve essere letto. Ma se ci si colloca dentro la nuova prospettiva della “svolta antropologica” emerge l’esigenza contraria. Dogmi e principi morali cambiano perché Dio ce li rivela non in presunte “tavole” fuori dal tempo, ma dentro le vicende della storia e quindi oggi potrebbe essere proprio Dio a volere che la Chiesa faccia questo passo in avanti nel tema della contraccezione”.

Il recente Sinodo sulla Famiglia del 2105 è stato condizionato molto dal pensiero di matrice protestante di Rahner, come evidenzio’ smpre Fontana in un suo illuminante articolo pubblicato nel mese di aprile scorso sulla Nuova Bussola Quotidiana:” Durante il lungo periodo sinodale sulla famiglia caratterizzato dal Sinodo straordinario dell’ottobre 2014 e da quello ordinario dell’ottobre 2015 si sono potuti verificare molti elementi derivati da una impostazione rahneriana delle cose. Rahner, in altre parole, ancorché morto nel 1984, è stato presente al Sinodo. Si potrebbe anche dire che le notevoli contrapposizioni che sono emerse durante i due Sinodi derivano dallo scontro tra l’area della teologia rahneriana e la controparte. Elementi fortemente rahneriani erano già emersi nella lezione introduttiva al Sinodo tenuta davanti ai Cardinali da parte del cardinale Walter Kasper nel febbraio 2014. Pensiamo per esempio all’idea che non si possa mai conoscere una situazione oggettiva e pubblica di peccato, quale è appunto quella dei divorziati risposati. La tesi espressa da Kasper era che non esistono i divorziati risposati, ma questo, quello, quell’altro divorziato risposato. La realtà, quindi, non mostra strutture portanti e universali, ma solo situazioni uniche individuali. Questo modo di vedere è di origine nominalistica dato che proprio questo diceva Guglielmo di Occham nel XIV secolo e divenne anche il modo di vedere di Lutero e della filosofia protestante in genere, in quanto è il modo migliore per separare la ragione dalla fede. Se non esistono nella realtà strutture universali che la ragione possa conoscere con le proprie forze, essa non potrà salire naturalmente dalle cose a Dio, né la rivelazione potrà servirsi del linguaggio della ragione per farsi capire da tutti. La ragione sarà nominalista, ossia potrà fare esperienza di singole cose alle quali, per somiglianza tra loro, potrà poi anche assegnare un nome comune, ma solo un nome che non si riferisce a nessuna realtà oltre le singole cose. La fede sarà fideista. Dio è onnipotente, è il totalmente Altro, è volontà e non verità. La Veritatis splendor di Giovanni Paolo II dice l’opposto di quanto affermato da Kasper, ma quella enciclica aveva alle spalle una diversa filosofia. Anche per Rahner ci sono solo casi particolari da affrontare uno per uno, perché la realtà del mondo è complessa, non c’è una dottrina che vi si possa applicare e non si può conoscere mai se si è o meno davanti ad una situazione di peccato. Davanti ad una coppia di divorziati risposati la Chiesa deva comprendere, accogliere ed accompagnare con un percorso da farsi caso per caso e adoperando il non ben precisato discernimento. Quanto appunto ha proposto il cardinale Kasper.

Durante la discussione sinodale molti vescovi dissero che anche in una relazione omosessuale è presente la grazia di Cristo. Prima, durante e dopo il Sinodo molti vescovi e cardinali si sono detti favorevoli ad affidare compiti ecclesiali agli omosessuali pur se perseveranti nella loro relazione, e ad appoggiare il riconoscimento delle unioni civili tra persone omosessuali da parte dell’autorità politica. E’ evidente che queste prese di posizione comportano l’abolizione del diritto naturale e della legge morale naturale e non tengono conto della necessità di rispettare la natura e le sue leggi se si vuole piacere alla soprannatura e alla grazia. Dire che la grazia è presente anche in una relazione omosessuale significa dire, con Karl Rahner, che la grazia è data sempre a tutti perché essa viene data al mondo, ove non esistono situazioni al di fuori della grazia di Dio.

A ben vedere, anche l’invito alla parresia fatto ai Padri sinodali presenta una accentuazione rahneriana. Essa significa l’accettazione del pluralismo dentro la Chiesa nel senso della moderna libertà di espressione. Questa concezione della libertà di espressione è però diversa dalla libertà in senso cattolico. La parresia consiste nel coraggio di annunciare la verità, senza timori umani o reverenziali o senza la preoccupazione di salvare il salvabile. Non può significare la libertà di esprimere, in un consesso ecclesiale tanto importante come un Sinodo, idee scandalose per i fedeli o sconcertanti o che insinuano dubbi su fondamentali verità di fede professata. Il mondo è senz’altro pluralista, ma la Chiesa non può esserlo. Ma se la Chiesa fa parte del mondo anche essa sarà pluralista come Rahner continuamente afferma. Però il punto principale della presenza della teologia rahneriana al recente Sinodo sulla famiglia riguarda l’accesso alla comunione dei divorziati risposati, ossia di persone in stato di peccato pubblico e oggettivo. Se il peccato è visto come la morte ontologica (vale a dire del suo stesso essere) dell’anima, allora non si può pensare che sia possibile ricevere la comunione se prima l’anima non rinasce tramite il sacramento della confessione. Se però si vede la cosa non in senso ontologico ma esistenziale, tutto è reversibile nell’esistenza e quindi è possibile prevedere percorsi esistenziali per cui qualcuno possa accostarsi alla comunione pur rimanendo nella situazione oggettiva di peccato. Qui non c’è più la netta distinzione tra vita e morte, tra bene e male, tra grazia e peccato, tra dogma ed eresia, ma c’è una situazione esistenziale oggetto del nostro discernimento personale ed ecclesiale. Nell’esistenza tutto è convertibile, niente è irrevocabile. Tenuto anche conto di quanto si è già detto, ossia della impossibilità per Rahner di conoscere sia le situazioni oggettive e pubbliche di peccato sia quelle personali. Per lui ci sono le leggi di Dio, ma Dio – egli dice – non è il Dio delle leggi. Non possiamo poi dimenticare che dal Sinodo sulla famiglia non è emersa nessuna indicazione sulla castità né alcuna indicazione se l’esercizio della sessualità fuori del matrimonio sia peccato. Giovanni Paolo II è stato ampiamente citato ma non lo è stato su due punti in particolare: il divieto di accedere all’eucarestia per i divorziati risposati e l’esercizio della sessualità fuori del matrimonio, punto ove si decide di accettare o di respingere l’eredità della Humanae Vitae di Paolo VI. Karl Rahner è tra i principali critici di quella enciclica di Paolo VI, anche se certamente non il solo, e per questo si capisce che al Sinodo sulla famiglia del 2014 e 2015 questa pluridecennale opposizione alla morale sessuale dell’enciclica di Paolo VI ha trovato un punto di condensazione importante. Secondo Rahner la Chiesa non deve “moralizzare”, ossia non deve dare precetti, norme, principi, regole, ma deve formare le coscienze. Che essa debba formare le coscienze è certamente vero, ma i precetti di Dio sono soavi e il suo giogo è leggero, ossia le leggi di Dio esprimono il bene dell’uomo e non si contrappongono alla coscienza. I precetti di Dio non sono astratti sicché la coscienza dovrebbe mediarli verso il concreto. Il precetto e la coscienza si corrispondono. La teologia morale di Rahner è diversa da quella della Vertitatis splendor di Giovanni Paolo II e nel Sinodo sulla famiglia è emersa con evidenza.

Karl Rahner affermo’ questa frase, che collide in modo dirompente con il Magistero della Chiesa Cattolica:” La salvezza non è un problema, perché è assicurata a tutti, senza limiti di spazio, di tempo e di cultura. La chiesa è una comunità vasta come il mondo, che include i “cristiani anonimi”, i quali, benché possano dirsi non-cattolici, o addirittura atei, hanno la fede implicita. Chiunque infatti “accetta la propria umanità, costui, pur non sapendolo, dice di sì a Cristo, perché in lui ha accettato l’uomo”. Tutti, dunque, anche gli atei, in quanto atei, si salvano se seguono la propria coscienza. Qualsiasi uomo, quando conosce se stesso, anche nel male che compie, se si accetta come tale, allora è auto-redento ed ha fede”.