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Perché il 22 ottobre si vota il Referendum sull’autonomia del Veneto?

(Giuseppe Pace). PADOVA. In un recente saggio che ho scritto sulla “Germania tra cultura e natura”, leolibri.it, auspico anche per l’Italia il federalismo regionale simile ai 16 Lànd tedeschi, che hanno più autonomie a cominciare dalla scuola, cosa importante che noi non abbiamo e manca poco per il libro unico nazionale delle dittature. Come in altri articoli, di questo ed altri mass media, ho sempre ribadito la necessità di un’evoluzione culturale dell’uomo che porta anche al controllo della spesa pubblica, da vicino si dice ancora, ma oggi si può anche da lontano con il digitale. Mentre la Catalogna insorge verso Madrid per andare verso l’indipendenza, il Veneto esulta perché il veneziano TAR gli ha dato soddisfazione e ragione di portare i cittadini residenti in Veneto a votare per chiedere più autonomia regionale. Il Governatore Zaia chiede di esercitare le competenze assegnate dalla Costituzione e non da Roma alla Regione Veneto come alle altre 19. In Veneto, con 5 milioni di residenti, e, tanto per precisare la realtà territoriale ai sordi romanocentrici, sia di destra che di sinistra ideologica (gli estremi si toccano dicevano saggi della ex D.C.), c’è solo 1 comune non virtuoso cioè che chiude il bilancio municipale in rosso. Unica regione italiana ad essere tanto virtuosa? Si, nemmeno l’efficiente e vicina Lombardia lo è, mentre il primato dei municipi non virtuosi li ha la Sicilia. Vediamo come la pensa il fondatore del Censis, De Rita, intervistato alla Fondazione Nordeset, in merito alla domanda: “referendum autonomista del 22 ottobre che dimensione di pensiero. ha? Ecco la risposta: «Dopo tutte le grane delle banche con questo referendum ci rinserriamo nuovamente nell’enfisema polmonare: è un problema generale di classe dirigente. Oggi come oggi, non essendosi né De Michelis né Cacciari, che ne avrebbe la cultura, nessuno pensa in grande». Il rischio che corre il Veneto è di un eterno nanismo? «La Fondazione Nord Est può essere finanziata per cose piccole ma non si affermerà sul mercato per autorevolezza. Sia chiaro: l’autorevolezza scientifica c’è, ma qui non si tratta solo di fare ricerca, serve autorevolezza politica per interpretare la società italiana e indicare una rotta». Anch’io penso che spesso il Veneto come tutto il settentrione sia un nano politico e un gigante economico, viceversa il Meridione. Il lamentarsi continuo del Veneto di non avere ministri o sufficiente voce a Roma o anche quella di dire siamo i più bravi, i più dei più, dà un’immagine di acuto provincialismo. Ma ha ragione quando chiede più autonomia da Roma, anche se il recente attacco all’U.E. di Zaia sugli Ogm non è da me condiviso, sembra un populismo fuori luogo oppure un ribellismo eccessivo su di un tema delicato e scientifico. L’U.E. non è più Roma, ma è un altro centro sovranazionale che abbiamo volutamente voluto. Se l’U.E. afferma che il principio di precauzione scientifico è stato applicato male dall’Italia. Ha fatto bene il produttore di mais del Veneto a ricorrervi e non sopportare la dittatura legislativa di Zaia pensiero. Egli forse ignora che la globalizzazione e la localizzazione sono facce diverse della stessa medaglia e il Veneto non può pensare solo in termini di localizzazione schierandosi contro gli Ogm. Ma restiamo sul referendum del 22 ottobre c.a. dove Zaia ha ragione da vendere.L’art. 117 della nostra Costituzione riconosce le autonomie degli Enti Locali come le 20 Regioni Amministrative, distinte in 15 ordinarie e 5 a statuto speciale per ragioni che dopo 70 anni sono anacronistiche. La nuova formulazione dell’arti 117 della Carta Costituzionale integra le materie attribuite alla potestà legislativa esclusiva dello Stato, già previste dal testo vigente con le seguenti (si riportano solo le principali rinviando alla lettura del testo di legge): coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario; perequazione delle risorse finanziarie; norme sul procedimento amministrativo e sulla disciplina giuridica del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche tese ad assicurarne l’uniformità sul territorio nazionale; disposizioni generali e comuni per la tutela della salute, per le politiche sociali e per la sicurezza alimentare; disposizioni generali e comuni sull’istruzione; ordinamento scolastico; istruzione universitaria e programmazione strategica della ricerca scientifica e tecnologica; ordinamento, legislazione elettorale, organi di governo e funzioni fondamentali di Comuni e Città metropolitane; disposizioni di principio sulle forme associative dei Comuni; previdenza sociale, ivi compresa la previdenza complementare e integrativa; tutela e sicurezza del lavoro; politiche attive del lavoro; disposizioni generali e comuni sull’istruzione e formazione professionale; tutela e valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici; ambiente ed ecosistema; ordinamento sportivo; disposizioni generali e comuni sulle attività culturali e sul turismo; ordinamento delle professioni e della comunicazione; disposizioni generali e comuni sul governo del territorio; sistema nazionale e coordinamento della protezione civile; produzione, trasporto e distribuzione nazionali dell’energia; infrastrutture strategiche e grandi reti di trasporto e di navigazione di interesse nazionale e relative norme di sicurezza; porti e aeroporti civili, di interesse nazionale e internazionale. In sintesi estrema la Regione può intervenire sui seguenti problemi territoriali: la tutela della salute; le politiche sociali; la sicurezza alimentare; l’istruzione; le attività culturali; il turismo e il governo del territorio. Si torna dunque alla legislazione concorrente, che a gran voce i sostenitori della riforma indicano come difetto principale dell’attuale assetto di competenze e che invece, nella sostanza, si ripropone in tutte le ambiguità. La novità dunque è soltanto quella di avere notevolmente ampliato gli ambiti riservati alla competenza legislativa esclusiva dello Stato, non di avere risolto le incongruenza e i potenziali conflitti. Ma leggiamo l’illuminante art. 117 della Costituzione (Articolo così sostituito con l’art. 2 l. cost. 18 ottobre 2001, n. 3) “La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali [80; l. 11/2005, in materia di adeguamento all’ordinamento comunitario]. Lo Stato ha legislazione esclusiva nelle seguenti materie:a) politica estera e rapporti internazionali dello Stato; rapporti dello Stato con l’Unione europea; diritto di asilo e condizione giuridica dei cittadini di Stati non appartenenti all’Unione europea;b) immigrazione;c) rapporti tra la Repubblica e le confessioni religiose [7, 8];d) difesa e Forze armate; sicurezza dello Stato; armi, munizioni ed esplosivi;e) moneta, tutela del risparmio e mercati finanziari; tutela della concorrenza; sistema valutario; sistema tributario e contabile dello Stato; perequazione delle risorse finanziarie;f) organi dello Stato e relative leggi elettorali; referendum statali; elezione del Parlamento europeo;g) ordinamento e organizzazione amministrativa dello Stato e degli enti pubblici nazionali [97];h) ordine pubblico e sicurezza, ad esclusione della polizia amministrativa locale;i) cittadinanza, stato civile e anagrafi;l) giurisdizione e norme processuali; ordinamento civile e penale; giustizia amministrativa;m) determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale [2, 119-120];n) norme generali sull’istruzione [33-34];o) previdenza sociale[38];p) legislazione elettorale, organi di governo e funzioni fondamentali di Comuni, Province e Città metropolitane [d.lgs 267/2000, recante “Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali”];q) dogane, protezione dei confini nazionali e profilassi internazionale;r) pesi, misure e determinazione del tempo; coordinamento informativo statistico e informatico dei dati dell’amministrazione statale, regionale e locale; opere dell’ingegno; s) tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali [9]. Sono materie di legislazione concorrente quelle relative a: rapporti internazionali e con l’Unione europea delle Regioni; commercio con l’estero; tutela e sicurezza del lavoro; istruzione, salva l’autonomia delle istituzioni scolastiche e con esclusione della istruzione e della formazione professionale; professioni; ricerca scientifica e tecnologica [9] e sostegno all’innovazione per i settori produttivi; tutela della salute; alimentazione; ordinamento sportivo; protezione civile; governo del territorio; porti e aeroporti civili; grandi reti di trasporto e di navigazione; ordinamento della comunicazione; produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia; previdenza complementare e integrativa; armonizzazione dei bilanci pubblici e coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario [53]; valorizzazione dei beni culturali e ambientali e promozione e organizzazione di attività culturali; casse di risparmio, casse rurali, aziende di credito a carattere regionale; enti di credito fondiario e agrario a carattere regionale. Nelle materie di legislazione concorrente spetta alle Regioni la potestà legislativa, salvo che per la determinazione dei princìpi fondamentali, riservata alla legislazione dello Stato.Spetta alle Regioni la potestà legislativa in riferimento ad ogni materia non espressamente riservata alla legislazione dello Stato. Le 20 regioni amministrative italiane, dice il Governatore del Veneto, il leghista Luca Zaia, devono diventare tutte a statuto “superspeciale” e non 5 speciali e 15 ordinarie. Se avesse invocato solo lo statuto speciale per il Veneto gli si poteva dare anche del becero ”razzismo di parte”, ma, mi risulta, che abbia una visione politica più ampia e condivisibile, esperienza politica forse maturata con la presenza a Roma, dove forse si è sprovincializzato. Dunque la richiesta di maggiore autonomia, tanto osteggiata dalla romano centrica Corte Costituzionale, è stata approvata a Venezia dal TAR. Ancora una volta Venezia fa strada lungo l’illuminismo della ragione e non lungo il sentiero tenebroso romano. Il Tribunale amministrativo regionale del Veneto ha respinto un ricorso contro il referendum sul tema dell’autonomia del Veneto in programma il 22 ottobre. I giudici amministrativi, a cui erano ricorsi due cittadini, Dino Bertocco e Marcello Degani, hanno respinto la richiesta di annullamento del decreto che indiceva il referendum consultivo per una serie di motivi, tra cui il fatto che «i provvedimenti impugnati (Decreto di indizione del referendum e legge regionale che lo sancisce) si inseriscono in una complessa procedura, che vede come attori organi statali e regionali, non conclusasi e rispetto alla quale peraltro il risultato referendario non ha alcuna efficacia vincolante». Inoltre i giudici del Tar in base alle argomentazioni dei legali della Regione Veneto riconoscono «il difetto di legittimazione ad agire da cittadini ricorrenti, i quali, sforniti di una posizione differenziata, sembrano aver proposto un’azione popolare al di fuori dei casi tassativamente ammessi dalla legge». «È fallito l’ultimo colpo di coda che era stato tentato, anche se in sordina, per affossare il referendum per l’autonomia dei veneti. Ho sempre avuto fiducia nella Magistratura Amministrativa. Adesso non ci sono più ostacoli. Da adesso si corre a pancia bassa verso il voto del 22 ottobre prossimo». Questo il commento di Luca Zaia, presidente della Regione Veneto. «Ha avuto pessimo esito – aggiunge il governatore – un tentativo di sgambetto da parte di anime belle che predicano bene e razzolano male. Ma era davvero l’ultimo possibile e ora si guarda avanti. Ringrazio i Magistrati Amministrativi, verso i quali ho sempre nutrito la massima fiducia, per l’attenzione riservata a questo delicato procedimento e i nostri legali per la grande difesa messa in campo sul piano giuridico. Complimenti ai Professori Luca Antonini e Mario Bertolissi, all’Avvocatura regionale guidata dall’Avvocato Ezio Zanon e all’Avvocato Francesco Zanlucchi e al tutto il nostro board scientifico che è al lavoro su questa partita storica per i veneti». Nel Veneto i quasi 600 Comuni sono macchine amministrative efficienti ed ancora asburgiche, l’Italia dal 1866 non è riuscita a fiaccare la laboriosità del cittadino che lavora anche nel pubblico, fatte le dovute e non poche eccezioni, comunque. “C’e’ bisogno di organizzare meglio il sistema istituzionale del paese. Penso che un ragionamento, anche nella Conferenza delle Regioni, su una riorganizzazione istituzionale, anche aggregativa delle Regioni italiane, sia un tema che andrà nei prossimi mesi affrontato”. Lo ha detto il presidente della Regione Emilia Romagna, Stefano Bonaccini, intervenendo a un convegno nel corso del meeting di Rimini. Ciò che forse sfugge al cittadino residente nelle regioni del Mezzogiorno è la richiesta delle regioni settentrionali di federalismo al 100% e ciò coinvolge non tanto solo la Lega Nord, ma soprattutto il PD che centralista iniziale pare stia per divenire federalista ad oltranza. Comunque resta il problema che i Paesi a nord delle Alpi hanno più federalismo regionale di noi meridionali delle Alpi. Ciò è enblematico di una Democrazia più matura che vuole assegnare al cittadino, non più suddito dello Stato, di controllare, se vuole, le spese regionali derivanti dalle tasse versate per obbligo di legge. La sovranità si professa non si rivendica, sembra essere il monito ricordato e ribadito dall’Avv. Ivone Cacciavillani, noto studioso del Veneto senza esagerazioni politiche. Egli è anche il presidente del Comitato tecnico della proposta della macroregione Triveneto a statuto speciale di cui il sottoscritto è componente. Come premesso l’evoluzione culturale umana porta verso una Democrazia meno rappresentativa e più partecipativa, dunque anche verso maggiori responsabilità agli Enti Locali, regioni comprese, che restano, pur sempre, diramazioni di uno Stato che si chiama Italia dal 1861, per il Veneto dal 1866. a concezione dell’autonomia territoriale nello Stato unitario. – Se si riflette sul modo in cui si sia venuto affermando nel nostro ordinamento il principio autonomistico emerge quasi costantemente in tutta la nostra storia istituzionale la tensione fra due poli tra loro in rapporto dialettico, talora antitetico, comunque sempre di difficile contemperamento: da un lato l’esigenza di assicurare l’unità dell’ordinamento e dall’altro il riconoscimento e l’attuazione alle autonomie territoriali. Le paure romano centriche, diffuse soprattutto nel Mezzogiorno nostrano non hanno ragion d’essere. La Lega Nord non chiede più l’indipendenza del Nord dal Sud, ma solo più autonomia. Il Nord viaggia ad una velocità maggiore del Sud verso l’economia avanzata da Stato moderno, ma i servizi che riceve il Nord non sono pari ai contributi versati a Roma, non più ladrona ma pasticciona e sempre pronta a non fare o pasticciare per ammodernare l’Italia. Come è noto, al momento della formazione dell’unità nazionale si sacrificarono le istanze, pur autorevoli e presenti, in favore di un assetto articolato dell’organizzazione di governo su base territoriale, ed in particolare regionale, anche sul piano amministrativo. Si diede vita invece ad un assetto unitario e centralizzato secondo l’idea che l’unità dell’ordinamento dovesse coincidere con l’unità dello Stato, del soggetto Stato quale ente portatore di tutte le finalità di interesse generale e titolare di tutte le funzioni di governo e di amministrazione sulla società, e da questa separato se non contrapposto. Vero è che tra la fine dell’ottocento e i primi decenni del novecento si giunse al riconoscimento di Comuni e Province come enti politicamente autonomi, retti da organi rappresentativi delle rispettive collettività e di per sé responsabili nei loro confronti. Comuni e Province tuttavia furono sempre qualificati, in coerenza con l’idea base dello Stato unitario, come enti autarchici (vennero anzi qualificati addirittura come enti ausiliari dello Stato quando ne furono soppressi gli organi politico rappresentativi durante il ventennio). Con il boom economico l’Italia è cambiata, sia pure a due velocità principali per non dire a 20 secondarie quante sono le realtà regionali. Adesso il centralismo statalista è fuori del tempo e della storia del nostro Paese, si proceda pure verso una maggiore autonomia regionale senza se e senza ma. Solo così il futuro cittadino non potrà più dire ”piove governo ladro” oppure, al settentrione, “Roma ladrona”! Nel Veneto dello scandalo regionale MOSE che dirà?