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L GRANDE CARDINALE CAFFARRA DIFENSORE EROICO DELLA VERITA’

(Gianluca Martone) Nel corso di questi ultimi giorni, la Chiesa universale è stata sconvolta dall’improvvisa morte del grande Cardinale Carlo Caffarra, ex Arcivscovo di Bologna e strenuo difensore della famiglia e della vita. Sulla Nuova Bussola Quotidiana, alcuni giorni fa Mons. Luigi Negri, ex Arcivescovo di Ferrara- Comacchio e amico stretto del Cardinale Caffarra, ha rilasciato queste commoventi dichiarazioni:” Il cardinale Carlo Caffarra è stato nella vita della Chiesa italiana, e quindi anche nella mia vita, una presenza imponente, gigantesca, ma che si esprimeva nella assoluta normalità. Era una grandezza umile, un’umiltà fatta di fede; la fede che aveva ereditato dai suoi genitori e dal sano popolo lombardo in cui era nato e che ha onorato per tutta la sua vita assumendo anche gli atteggiamenti più immediatamente consoni al popolo di cui era espressione. Una fede limpida e profonda, una fede che egli aveva saputo evolvere in maniera critica e sistematica attraverso gli studi lunghi e felicissimi condotti spaziando per vari campi della teologia ma soprattutto della teologia morale. Sin dai primi momenti egli seppe impartire l’insegnamento con una grande profondità e assieme con una grande semplicità. Lo ricordo, io giovane studente dell’Università Cattolica e lui giovane insegnante nell’introduzione alla teologia morale, per il dispiegarsi nelle sue lezioni della grandezza delle direttive etiche della vita cristiana, delle grandi direttive di intelligenza e di dialogo che ci consentivano poi di essere pronti – proprio per l’insegnamento che avevamo ricevuto – al confronto attivo con il mondo circostante, anche quello più lontano dalla fede o quello direttamente ostile alla fede. Ha formato generazioni intere di cristiani e di preti alla grandezza dell’intelligenza della fede e alla sua capacità di comunicazione. Ha vissuto perché questo popolo di cristiani che aveva formato recuperasse sempre più profondamente il senso della propria identità e quindi l’impeto della propria responsabilità missionaria. Ha salito tutti i gradini della straordinaria, si potrebbe dire, carriera ecclesiastica, che l’hanno portato dalla direzione dell’Istituto Giovanni Paolo II per gli studi sul matrimonio e la famiglia alla felicissima stagione dell’episcopato in Ferrara in cui è stato mio indimenticabile predecessore; fino alla grandezza della fatica dell’episcopato bolognese, un episcopato segnato da una volontà decisa di rendere sempre più viva l’appartenenza alla Chiesa e sempre più capace questa appartenenza di diventare missione. Qui sperimentò un confronto anche duro con la mentalità laicista, che non gli perdonò nulla. Anzi, lo chiamò molte volte a discolparsi pubblicamente della sua forte fedeltà alla tradizione cattolica e alla cultura che nasce dalla fede. Seppe confrontarsi con tutti. Nessuno ricorda il cardinal Caffarra come una presenza ostile, nessuno lo ricorda – anche i più nemici – come una presenza con cui era difficile confrontarsi. Lo ricordano come un uomo con personalità, un uomo di cultura che proprio per la forza granitica della sua fede sapeva diventare capace di comunicazione sempre più profonda e articolata del tesoro della fede in modo che questa realtà della fede sapesse incontrarsi in maniera significativa, magari polemica ma sempre significativa, con il mondo circostante. Un mondo che comprese con rara profondità nella sua tensione anti-cattolica. Aiutò generazioni di cattolici a leggere le linee di questa tendenza anti-cattolica che poi negli anni ultimi del suo episcopato bolognese si espresse con la volontà di emarginare ed escludere la Chiesa e la famiglia dal novero della vita sociale. Allora, quando l’età avanzava e le forze declinavano si prese la responsabilità di diventare l’assertore più limpido della dottrina cattolica sulla famiglia e di denunciare tutti gli equivoci, i tradimenti che erano perpetrati nel cosiddetto mondo cattolico nei confronti della grande tradizione della famiglia cristiana, fondamento insieme della vita della Chiesa e della società. Con una energia quasi giovanile, negli ultimi anni consacrò la sua esistenza, il suo magistero e la sua presenza pubblica dovunque lo chiamassero a difendere il dogma cristiano della famiglia. Quando si sono poi venute evidenziando le nubi nella vita e nella gestione della Chiesa, che ormai sono sotto gli occhi di tutti; e quando scoprì che il magistero non era più adeguatamente proposto e percepito – proposto dalle guide e percepito dal popolo – come corrispondente alla propria esigenza di formazione; con vero scandalo – lo scandalo della sua coscienza di prete e di vescovo formato con indiscussa adesione al magistero pontificio – si sobbarcò la responsabilità di essere una presenza caritativamente critica della vita della Chiesa, e di proporre al Papa quei punti di dubbio che soltanto il Papa avrebbe potuto o potrebbe risolvere adeguatamente. Credo che il cardinal Caffarra abbia portato con grande dolore – silenzioso ed umile ma un grande dolore – la situazione di fatica e di confusione nella Chiesa. E credo che – come mi confidava sua sorella quando nel pomeriggio mi sono recato a venerare la sua salma – egli di questo dolore della Chiesa e per la Chiesa è morto. Rimane nella nostra vita ecclesiale e sociale uno dei più strenui difensori della verità della fede cattolica, della verità dei diritti della Chiesa e del popolo, l’assertore di quella dottrina sociale della Chiesa che è fondamento indiscutibile per una evoluzione democratica della vita sociale del paese, di questo e di ogni altro paese”.

Sempre sulla Nuova Bussola Quotidiana, il collega Livio Melina ha dedicato queste splendide parole al grande Cardinale bolognese:” Man mano che le emozioni si placano nella preghiera, il primo momento di smarrimento per l’irreparabile perdita di un Maestro e di un Padre si trasforma nella coscienza grata di un dono ricevuto, così prezioso e unico, che, essendo radicato in Dio, neppure la morte può togliere. Chi ci è stato Padre nella verità, resta padre per sempre. E, in effetti, come ogni autentico Maestro, il cardinale Carlo Caffarra, non legava a sé o a proprie idee, ma aiutava a guardare insieme ad una Verità più grande, da amare, ricercare e onorare senza calcoli umani e riserve. Una Verità che per lui era una Persona. Chi ha avuto il dono di essergli discepolo non può dimenticare l’esperienza affascinante di chiarezza, cui introducevano le sue lezioni, mentre offrivano una visione nuova della teologia morale.
Superando gli schematismi dell’impostazione casuistica, che contrappone la norma alla coscienza e resta invischiata nel dibattitto sterile tra rigorismo e lassismo, egli ci ha indicato che l’origine della dinamica morale consiste nell’incontro con Cristo e ci ha mostrato come la verità sul bene apre un cammino di pienezza di vita, in armonia col disegno che Dio Creatore ha scritto nel cuore di ogni uomo. La chiarezza cristallina dell’insegnamento non era quindi in nessun modo rigidità ignara della complessità della vita concreta, ma piuttosto luce che mobilita per un cammino di conversione e di crescita verso il compimento della propria umanità, nella fiducia che la Grazia di Dio sempre rende possibile ciò che comanda. Radicando nel dono dell’Alleanza tra Cristo e la Chiesa la sua comprensione del sacramento del matrimonio, egli ne ha delineato i tratti di una dimora di edificazione umana ed ecclesiale e di una vera e propria via alla santità. Come la sapienza orientale riconosce, i veri maestri sono i “genitori del cuore”, e quindi anche i padri del nostro spirito. Essi continuano a vivere e ad operare in noi, chiedendo ascolto ed ospitalità alla nostra libertà e fruttificando nelle nostre opere. Come sacerdote appassionato di Cristo e della Chiesa, il card. Carlo Caffarra ha esercitato una paternità nutrita di semplice e concreta sollecitudine per le persone, con una spiccata capacità di creare attorno a sé comunione di vita e spirito di fraternità, entusiasmando al lavoro comune. La grande stima e amicizia, di cui lo aveva privilegiato san Giovanni Paolo II, si concretizzò in maniera unica nell’opera di costruzione del Pontificio Istituto per Studi su Matrimonio e Famiglia, per il quale egli donò le sue energie, il suo amore, la sua creatività. Egli poi la sviluppò secondo nuove dimensioni e traiettorie come Arcivescovo di Ferrara e poi di Bologna, senza mai dimenticare la centralità del matrimonio e della famiglia nella nuova evangelizzazione. L’amore senza riserve a Cristo, alla Chiesa e al Papa ha sempre avuto per lui la forma di una testimonianza limpida e franca per la Verità, priva di compromessi e infingimenti, per vantaggi personali o per amore del comodo. Per questo, fino all’ultimo ha saputo spendersi ed esporsi, affrontando incomprensioni, ostilità e perfino umiliazioni e derisioni, convinto che la forma più vera di amore e il miglior servizio che avrebbe potuto dare alla Chiesa e al Papa era la fedeltà alla propria coscienza e alla voce di Dio, che in essa risuona. E’ morto nell’anno centenario dei messaggi di Fatima e la misteriosa lettera scrittagli da suor Lucia in riferimento alla sua missione fondativa dell’Istituto gli permetteva di comprendere il momento presente come parte dello scontro definitivo di Cristo col Nemico, che sarebbe avvenuto proprio sul terreno del matrimonio e della famiglia cristiana, secondo le parole della veggente. Egli ha offerto la sua vita per questo, con generosa e limpida testimonianza. Che il Signore renda fruttuoso per noi questo sacrificio, in un momento così drammatico della vita della Chiesa e del mondo! Per lui dunque sono particolarmente appropriate le parole dell’Apostolo: «Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice mi consegnerà in quel giorno, e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione» (II Tim 4, 8)”.
Proprio in questi ultimi giorni, è stato pubblicato un accorato intervento del Cardinale Caffarra, che avrebbe dovuto rilasciare nel corso di una manifestazione organizzata dalla Nuova Bussola Quotidiana. Lo pubblico integralmente, per mettere in risalto ancora una volta la grandezza di questo grande Cardinale:” Dividerò la mia riflessione in due parti. Nella prima cercherò di riflettere su ciò che costituisce la distruzione dell’umano e su alcuni principali fattori di questa distruzione. Nella seconda parte risponderò alla domanda: chi ricostruisce l’umano?
LA DISTRUZIONE DELL’UMANO.
Partiamo da una pagina drammatica del Vangelo: il tradimento di Pietro. Lo leggiamo nella versione marciana [cfr.Mc.14,66-72]. In che consiste il tradimento di Pietro? La domanda della serva lo mette davanti una scelta, una scelta che riguarda se stesso e la sua identità in relazione a Gesù. Due possibilità si aprono davanti alla libertà di Pietro: affermare o negare la verità di se stesso. Pietro sceglie di negare la verità: “Non so e non capisco quello che vuoi dire” [69]. Pietro prevarica la verità. Solo la verità o anche se stesso? Non nega forse di essere ciò che è? Tradendo Cristo tradisce se stesso. Egli salvaguarderebbe se stesso solo se affermasse la verità; se la testimoniasse. E’ pieno di paura, e di una tale paura da portarlo allo spergiuro: “Cominciò ad imprecare e a giurare”. Affermando la verità avrebbe salvato se stesso, perché avrebbe trasceso se stesso verso la verità, quel se stesso pieno di paura. Questa narrazione evangelica è il paradigma di ogni auto-distruzione dell’umano. La domanda della serva è solo occasione data a Pietro di riscoprire la sua identità, la verità su se stesso. La riscoperta è un atto dell’intelligenza di Pietro: in quel momento diviene cosciente di essere un discepolo di Gesù. E nello stesso momento questa coscienza provoca, interpella la sua libertà a testimoniare la verità. E’ una verità che genera un imperativo che riguarda Pietro, e solo lui. Pietro non sta discutendo sulla natura del discepolato, della sequela di Gesù. Si trova come ingabbiato dentro la verità conosciuta, la verità di se stesso. Sappiamo che Pietro ha tradito, e piange. Egli è stato autore, vittima, e testimone della prevaricazione contro la verità. In una situazione analoga, Giuda pensò di non essere più degno di esistere e si impiccò. “Quindi l’uomo è se stesso attraverso la verità. La relazione colla verità decide della sua umanità e costituisce la dignità della sua persona” [K. Woitila, Segno di contraddizione, Milano 1977, pag. 133].
Possiamo dunque dire: la distruzione dell’umano consiste nel negare colla nostra libertà ciò che la nostra ragione ha riconosciuto essere il vero bene della persona. Teologicamente è il peccato. Già Ovidio aveva scritto: video meliora proboque et deteriora sequor. La distruzione dell’umano ha quindi il carattere della lacerazione della propria soggettività. Ed ha il carattere della menzogna: costruisce un umano –personale e sociale- falso. Forse nessuno, come Pirandello, ha descritto con maggior profondità e tragicità la vita, la società umana così costruita, come una mascherata. L’uomo non vive in una casa senza porte e senza finestre; vive all’interno di una cultura, respira uno “spirito del tempo”, che, supportati oggi da potenti mezzi di produzione del consenso, favoriscono non raramente fattori distruttivi dell’umano. Mi limiterò ad esaminarne solamente due: la contraffazione della coscienza morale; la separazione della libertà dalla verità. Il primo fattore distruttivo dell’umano è la contraffazione che la coscienza morale ha subito dentro alla cultura occidentale, riducendosi progressivamente, come già più di un secolo orsono aveva già visto Newman, al diritto di pensare, parlare, scrivere secondo i propri giudizi o umori. Dire oggi “la mia coscienza mi dice che…” nella comunicazione odierna significa semplicemente dire. “io penso che… io desidero che…a me piace che…”.
Facciamoci allora due domande. In che cosa consiste precisamente questa contraffazione? Perché questa contraffazione è un fattore devastante dell’umano?
Consiste nello scambiare, confondere l’affermazione che l’obbligo morale sorge nella coscienza e mediante coscienza con l’affermazione che l’obbligo morale nasce dalla coscienza. Consiste nel confondere la funzione manifestativa [della verità circa il bene] della coscienza con la funzione costitutiva propria della ragione, in quanto partecipazione della Sapienza divina.
La contraffazione della coscienza morale è fattore distruttivo, ed altamente distruttivo, dell’umano, perché distrugge alla sorgente l’originario rapporto della persona umana con Dio Creatore. Oscura lo splendore dell’originaria parola che Dio Creatore rivolge all’uomo, come sua guida.
Per rendersi conto che guasto umano è la contraffazione della coscienza morale, è necessario, in via preliminare, capirne la vera natura. Due sono stati i grandi maestri al riguardo: Socrate e S. Paolo. Cominciamo subito col dire che mediante il giudizio — in cui precisamente consiste la coscienza — l’uomo scopre non una qualsiasi verità morale, ma una verità inerente all’azione che sta per compiere (o ha compiuto). È una verità che riguarda la persona nella sua singolarità, come soggetto che sta per compiere un’azione: la coscienza le fa conoscere precisamente la verità morale di questa azione, cioè la sua bontà o malizia morale. A questo punto è logico che ci chiediamo: come può conoscere questa verità? Come si costruisce questo giudizio, in cui consiste precisamente la coscienza morale? Dalla risposta a questa domanda dipende, alla fine, tutta la nostra concezione della coscienza. Dobbiamo partire dalla nostra quotidiana esperienza Essa ci attesta che il giudizio della coscienza possiede una forza del tutto singolare: quella di obbligare assolutamente e non solo ipoteticamente le nostre decisioni, la nostra libertà. Anzi, la cosa è così chiara per ciascun uomo che parlare di “coscienza” e di “sentirsi obbligato a …” è praticamente lo stesso. Ma ciò che soprattutto interessa è notare e capire la natura, la forma del tutto singolare di questo obbligo. È certo infatti che, in un certo senso, ogni giudizio della nostra ragione esige un certo comportamento e, quindi, certe decisioni della volontà. Se noi sappiamo che un cibo nuoce alla nostra salute, noi solitamente decidiamo di astenercene; se sappiamo che fuori di casa la temperatura è rigida, decidendo di uscire, siamo logicamente decisi a vestirci. E così via. Tuttavia, questi — ed altri — giudizi della nostra ragione esigono un coerente comportamento, ma solo ipoteticamente: se vuoi essere sano, sapendo che un cibo…, se non vuoi prendere una bronchite, sapendo che il clima… Ma se facciamo attenzione al giudizio della coscienza, vediamo che l’obbligo da esso generato è essenzialmente di diversa natura. Esso, l’obbligo, non è sospeso ad un “se”: esso non è sospeso a nulla. Esso si impone, immediatamente da se stesso alla libertà dell’uomo. La coscienza dice assolutamente: devi fare quest’azione; non devi fare quest’azione. La voce della coscienza pone la libertà dell’uomo di fronte ad un assoluto: un assoluto dovere. Abbiamo così una situazione interiore assai singolare. Da una parte, infatti, la persona umana si sente obbligata solo mediante questo giudizio della coscienza: solo di fronte a questo giudizio, quello della coscienza, la libertà si sente obbligata assolutamente. Dall’altra parte, questo giudizio è un atto del singolo, del soggetto: e solamente suo. Come può accadere che la persona mediante un suo proprio atto si senta obbligata così profondamente, così strettamente da non potere, con un suo atto contrario, slegarsi? È un suo atto — un atto della sua ragione — che ha legato la sua libertà. Con un suo atto — un atto della sua ragione — lo slega: Sancho Panza riconosce che merita di essere punito, ma chiede di essere lui stesso a bastonare se stesso! Il grande Cervantes aveva capito perfettamente la contraffazione della coscienza.

La realtà della nostra esperienza interiore ci attesta chiaramente che questo non accade. L’uomo non può dispensarsi dall’obbligo cui lo stringe il giudizio della coscienza: l’universale esperienza del rimorso lo dimostra. Questa impossibilità ci costringe ad una riflessione più profonda sulla coscienza morale. Il fatto che l’uomo senta di non poter dispensare se stesso dall’obbligo della propria coscienza dimostra che il giudizio di essa fa conoscere alla persona una verità che pre-esiste alla coscienza medesima. Una verità, cioè, che non è vera in forza e perché la nostra coscienza la conosce, ma, viceversa, la nostra coscienza la conosce perché quella verità esiste. Insomma: non la verità dipende dalla coscienza, ma la coscienza dipende dalla verità. Quale verità? Quella verità alla luce della quale e in forza della quale “questa azione è buona ed è da compiersi” o “questa azione è illecita ed è da evitarsi”. Giungiamo così già a una conclusione assai importante: poiché l’uomo è obbligato solo mediante il giudizio della propria coscienza (= auto-nomia); poiché il giudizio della propria coscienza obbliga perché fa conoscere la verità, dunque l’uomo è autonomo quando è sottomesso alla verità. La propria autonomia consiste nella propria subordinazione alla verità. Ma ora dobbiamo brevemente riflettere sulla verità conosciuta mediante il giudizio della propria coscienza. Di quale verità si tratta? Poiché la coscienza è un giudizio riguardante la nostra azione sotto il profilo morale, si tratta di una verità pratica (riguarda l’agire umano), di una verità sul bene e sul male del nostro agire. Il giudizio della nostra coscienza scopre nell’atto che sto per compiere (ho compiuto) — o a causa della sua struttura stessa o a causa delle circostanze in cui è compiuto — un rapporto con un ordine in forza del quale “iustum est ut omnia sint ordinatissima” (sant’Agostino, De libero arbitrio, 1, 6, 15): un ordine intrinseco all’universo stesso dell’essere. Se scopro che la relazione dell’atto che sto per compiere, è una relazione di contrarietà: se cioè la coscienza vede che questo atto è contrario a questo ordine; che questo atto sfregia questo ordine e lo deturpa, questo atto, precisamente in ragione della sua difformità, deve essere evitato. La coscienza morale conosce questo ordine dell’essere in quanto esso è rispettato o negato da questo atto che sto per compiere. E, pertanto, il giudizio della coscienza — e la cosa è degna di molta attenzione – è la convergenza, il punto di incontro, la sintesi della conoscenza dell’ordine intrinseco all’essere con la conoscenza dell’atto che sto per compiere. Questo ordine intrinseco all’essere non è altro che l’ordine della Sapienza creatrice di Dio, colla quale e nella quale tutto ciò che è stato creato è stato creato. Ma come può l’uomo conoscere questo ordine, questa “rettitudine ontologica”? Questa capacità umana è precisamente ciò che chiamiamo ragione umana. Essa è, pertanto, ciò che rende l’uomo partecipe della stessa Sapienza di Dio: il sigillo impresso nell’uomo — e solo nell’uomo — dalla mano creatrice di Dio. Mediante la ragione l’uomo conosce quell’ordine che costituisce la bellezza, la bontà dell’essere. Ed è nella luce di questa conoscenza che la coscienza può scoprire se l’atto, che la persona sta per compiere, si inscrive in questo ordine: in questa bellezza, in questa bontà. Dire che questo ordine è creato, costituito dalla ragione umana e non semplicemente scoperto da essa, equivale a negare semplicemente un dato di cui la nostra esperienza è continuamente testimone. Quando noi scopriamo con la nostra ragione questa bellezza, quest’ordine e le sue immutabili esigenze, “non examinator corrigit, sed tantum laetatur inventor” come scrisse profondamente sant’Agostino (op. cit., 2, 12, 34), “non (le) giudica da arbitro, ma si allieta di averle scoperte” La coscienza morale, come si vede, è il luogo dove Dio rivolge la prima, originaria, permanente parola all’uomo: luogo dove Dio si rivela come guida dell’uomo. Spegnete questa luce e l’uomo brancolerà nel buio. Ora possiamo capire meglio in che cosa consiste la contraffazione della coscienza. E’ stata sradicata dalla divina Sapienza, ed il suo è il giudizio ultimo ed inappellabile. Insomma, Sancho Panza che si bastona da solo. Il secondo fattore è costituito dal divorzio della libertà dalla verità [circa il bene]. In che cosa consiste il mirabile coniugio della libertà colla verità? Di che natura è questo vincolo? Preliminarmente dobbiamo tener presente che non parliamo di verità in generale. Stiamo parlando della verità pratica, come abbiamo già detto; cioè della verità circa il bene/il male della persona umana come tale. Quando dico “2+2=4” dico la verità, ma non una verità pratica. Pratica significa che trattasi di una verità che deve essere realizzata, compiuta nel e mediante l’atto della persona. La verità preme per essere agita, compiuta. Essa è in me; se la rifiuto, rifiuto me stesso. Non è difficile vedere allora il rapporto verità-libertà: La verità è il progetto della costruzione dell’umano; ma nessuna costruzione dell’umano è possibile se non è compiuta dalla libertà. Sarebbe, per definizione una costruzione inumana. La persona si costruisce, “si libera non solo e non principalmente per il fatto che conoscendo la verità su di sé, la riconosce come verità soltanto colla forza della sua conoscenza. Egli si libera quando…si identifica con essa fino in fondo, scegliendola con l’atto della libertà… quando “fa la verità”” [K. Woitila]. Gesù ha detto: “non chi dice Signore, Signore, ma chi fa la volontà del Padre mio”. Esiste dunque una coesione essenziale fra persona, atto della persona, e verità: è il risultato della conoscenza morale. Ed esiste una coesione esistenziale, realizzata o negata dall’atto libero. In questo senso Kierkegaard aveva ragione quando scrisse che la verità è soggettività. A causa di processi culturali lunghi e complessi, oggi il vincolo verità-libertà si è spezzato o affermando una verità dell’uomo senza libertà o una libertà senza verità. Si potrebbe verificare questa duplice affermazione nelle ideologie ecologiste, nella visione contemporanea della sessualità, nelle dottrine economiche, nella riduzione del diritto a mera tecnica normativa. Un uomo senza verità è condannato alla libertà, e sarà ben contento di consegnarla al potente di turno [la Leggenda del Grande Inquisitore]. Un uomo senza libertà diventa un’orma sulla sabbia, disegnata e disfatta da un destino inesorabile ed impersonale, “che a comun danno impera”, direbbe Leopardi.

CHI RICOSTRUISCE L’UMANO
Inizio questa seconda parte della mia riflessione da una metafora. Due persone stanno camminando sull’argine di un fiume in piena. Uno sa nuotare, l’altro no. Questi scivola e cade nel fiume, che sta travolgendolo. Tre sono le possibilità che l’amico ha a disposizione: insegnare a nuotare; lanciare una corda raccomandargli di tenerla ben stretta; buttarsi in acqua, abbracciare il naufrago, e portarlo a riva. Quale di queste vie ha percorso il Verbo Incarnato, vedendo l’uomo trascinato all’auto-distruzione? La prima, risposero i Pelagiani, e rispondono tutti coloro che riducono l’evento cristiano ad esortazione morale. La seconda, risposero i Semi-pelagiani, e rispondono coloro che vedono grazia e libertà come due forze inversamente proporzionali. La terza, insegna la Chiesa. Il Verbo, non considerando la sua condizione divina un tesoro da custodire gelosamente, si gettò dentro la corrente del male, per abbracciare l’uomo e portarlo a riva. Questo è l’evento cristiano. Chiediamoci: a quale profondità la ricostruzione dell’umano deve cominciare? Al punto dove si incrociano verità e libertà. Il male della persona umana in quanto tale è il male morale, poiché esso colpisce il soggetto personale. La ricostruzione dell’umano o comincia a questo livello o sarà sempre semplice chirurgia estetica. L’atto redentivo di Cristo, accaduto una volta per sempre sulla Croce, e sacramentalmente sempre presente ed operante nella Chiesa, guarisce precisamente quella lacerazione del soggetto dalla quale ha origine la devastazione dell’umano. E la Chiesa esiste per questo: per rendere presente qui ed ora l’atto redentivo di Cristo. “Ricordati che Gesù Cristo…è risuscitato dai morti” [2Tim. 2,8] scrive Paolo al suo discepolo Timoteo. Guai se la memoria della Chiesa ha altri contenuti! Ma in che cosa consiste precisamente la ricostruzione dell’umano, operata mediante la Chiesa dall’atto redentivo di Cristo? La teologia la chiama “giustificazione del peccatore”. E’ l’operazione che Dio mediante il dono dello Spirito, compie nella persona che si riconosce davanti a Lui ingiusta. Sentite che cosa scrive il b. Antonio Rosmini. “L’operazione di Dio nell’interiore dell’uomo, questa operazione di grazia è un dogma del cristianesimo; è propriamente quel dogma fondamentale ssu cui il cristianesimo stesso si erige come sua base,…è l’essenza di essa religione soprannaturale”. [Antropologia soprannaturale, Opere vol.39, pag. 68]. Chi ricostruisce l’umano? La grazia di Cristo. Bisogna ritornare a dirlo, chiaramente; a dire che questo è il cristianesimo. Il Signore Risorto ha un rapporto reale col mondo, rapporto che richiede, da parte dei discepoli, di essere tradotto nella prassi cristiana. Questo rapporto reale accade ogni volta che celebriamo un sacramento della fede. I sacramenti infatti sono l’avvenimento cultuale della presenza corporea di Cristo nel nostro mondo.
Vorrei ora riprendere brevemente il concetto appena formulato: trasporre nella prassi il rapporto di Cristo colla persona e col mondo. Solo alcune riflessioni generali.
E’ di urgenza drammatica che la Chiesa ponga fine al silenzio circa il soprannaturale. Quanto più la mondanizzazione della Chiesa avanza, tanto più si oscurano nella coscienza del popolo cristiano la verità del peccato originale e la fede nella necessità della redenzione: i due cardini sui quali si svolge tutta la proposta cristiana.
E’ necessario donare alla ragione la sua dignità regale. Non basta una fede esclamata ma non interrogata, una fede detta ma non pensata. Ciò che ho chiamato “trasposizione del rapporto reale di Cristo col mondo nella prassi del discepolo” è in gran parte una fatica della retta ragione. Anche su questo i Padri della Chiesa sono esemplari.
Infine ma non dammeno, è urgente la proposta chiara, netta, di una vera educazione cristiana dei bambini e dei giovani.
CONCLUSIONE
Concludendo, faccio una costatazione. Tutto ciò che costituisce ciò che noi chiamiamo “civiltà occidentale”, conduce all’ateismo o all’espulsione della religione dall’orizzonte della vita. In una parola: è una civiltà atea ed immanentistica. La contraffazione che ha subito il concetto e l’esperienza della coscienza morale è il sintomo patologico diagnosticamente più inequivocabile. Partendo da questa constatazione, faccio la prima riflessione conclusiva. La Chiesa tutta ha come suo dovere primario di denunciare questa distruzione dell’umano dovuta all’espulsione di Dio dall’orizzonte della vita. “La Chiesa deve denunciare la ribellione [= costruzione della persona senza Dio. Nota mia] come il più grave di tutti i mali possibili. Non può scendere a patti, se vuole essere fedele al suo Maestro; deve bandirla ed anatemizzarla” [J. H. Newman, Apologia pro vita sua, ed. Jaka boock, pag. 264]. Sarebbe una grave evasione dalla sua missione, parlare spesso d’altro ed esortare sovente ad altro, per assicurarsi il consenso del mondo. La seconda riflessione conclusiva. Pascal dice che nessuno ha parlato così male dell’uomo come il Cristianesimo, e nessuno così bene. E pertanto non bastano provvedimenti esterni, come la predicazione e l’insegnamento, che pure sono necessari. C’è bisogno di una forza rigeneratrice, che viene dall’alto mediante la Chiesa. La vera ricostruzione dell’umano deve partire dalle sorgenti stesse del pensiero e dell’agire libero; cioè dalla sostanza stessa dell’io. In breve, viviamo un momento di lotta, da cui nessuno deve disertare, poiché ciascuno ha comunque almeno una delle tre armi: la preghiera, la parola, la penna. E restare in pace: “I miti possederanno la terra”.
*Cardinale arcivescovo di Bologna (1938-2017