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Caserta. Un convegno sul disagio mentale

(Caserta24ore) Curare la sofferenza mentale è possibile”: con tali convinzione, oltre che, auspicio, è stato presentato un importante seminario sul disagio mentale, tenutosi a San Leucio (Caserta) il 12 maggio 2018, cui hanno partecipato numerosi e molto qualificati relatori, tra cui la stessa presidente dell’Ordine dei Medici. Tenutosi nella spettacolare sede del Belvedere, complesso monumentale sede, in epoca borbonica, di una utopia realizzata, modello di società comunitaria più equa che, per alcuni aspetti, richiamava il socialismo, nell’organizzazione protoindustriale della lavorazione della seta, l’incontro è stato dedicato ad un’altra utopia di cui si ricerca la realizzazione: l’integrazione e la riabilitazione, il più possibile, delle persone colpite da disagio psichico. Luogo, dunque, potentemente simbolico, secondo quanto rimarcato dallo stesso sindaco di Caserta, presente all’incontro, il Belvedere ha visto, per l’occasione, la presenza di un folto pubblico, tra cui quattro scuole, compresi i Licei capuani “Garofano” e “Pizzi”, che hanno contribuito attivamente alla buona riuscita dell’evento. L’evento stato è  organizzato dalla S.I.P.I. (Società Italiana di Psicoterapia Integrata), attiva da circa 40 anni (quanti trascorsi dalla legge Basaglia, per la chiusura dei manicomi, attuata però negli anni a seguire), e dell’associazione LiberaMente. Momenti centrali, durante l’incontro, vi sono stati tra un gruppo di giovani pazienti, in cura per problematiche attinenti al disagio psichico, diversi esperti in materia, ed il pubblico, con cui c’è stata una interazione spontanea: domande e risposte particolarmente  sincere, che hanno valorizzato soprattutto il puntare sull’intelligenza emotiva. I giovani pazienti, in modo diretto, hanno confidato al pubblico di sentirsi un po’ spaventati ed in ansia per l’attenzione, capovolgendo la percezione che alcune persone hanno, di timore verso il disagio mentale. Tuttavia, proprio mostrando le proprie fragilità e la propria sensibilità particolarmente accentuata, i pazienti sono riusciti a tessere un dialogo molto positivo con il pubblico, raggiungendo più tranquillità e riuscendo a narrare, in modo logico e conseguenziale, le proprie vicende, dietro cui, spesso, traspaiono disagio familiare e sociale, oltre che psicologico-esistenziale. Soprattutto, è stato essenziale il riconoscimento del problema e la netta volontà di curarsi: aspetto non sempre scontato, invece, anche in persone non in cura, ma colpite da un disagio, non riconosciuto ma esistente, e spesso in situazione border line, dalle molte sfumature e dai molto gradi, tra un equilibrio, in parte di facciata, e lo squilibrio. Nel corso dell’incontro, con franchezza, non sono stati negati i conflitti, che hanno, al minimo, aggravato la sofferenza psichica, ma si è sottolineato quanto sia stata raggiunta una maggiore consapevolezza di propri aspetti patologici, che prima non venivano abbastanza compresi, e si è capito quanto, a volte, sia giusto rispettare la rabbia stessa, quando fondata, rispetto a genitori deludenti, riguardo cui è sensato differenziarsi. Domande e risposte, tra studenti e pazienti, hanno mostrato nitidamente quanto sia il caso di partire, primariamente, dalla conoscenza della propria malattia, per gestirla, cambiando a volte prospettiva, e  ristrutturando il proprio stile relazionale, cambiando schemi mentali. L’incontro è stato, così, veramente utile, nel permettere di incontrare i pazienti in quanto persone, da non considerare solo per la proprie patologia. Un altro aspetto sottolineato è stato quello della collaborazione, tra psicologi e medici: questi ultimi distinti per specializzazione in psichiatria e neurolgia, in quanto le disfunzione possono essere chimiche, ma anche più puramente mentali, riguardo la psiche: i due contesti, pur a volte intrecciandosi, sono da distinguere. Ispirazione prevalente dell’incontro, infatti, è stata quella della salute intesa in quanto stato di benessere a tutto tondo: fisico, mentale e sociale, secondo la definizione datane dalla stessa Organizzazione Mondiale della Sanità; è stato inoltre ricordato quanto l’intervento psicofarmacologico, nei casi in cui sia efficace, riduca i sintomi, ma spesso non incida sulle cause dei problemi psichici: ragione per cui l’intervento farmacologico è da affiancare, solitamente, al lavoro psicoterapeutico e psicosociale, per evitare forme di recidiva e di cronicizzazione dei sintomi. Nonostante, quindi, a volte emergano ancora sentimenti di impotenza rispetto a patologie di più profonda gravità, rispetto ad un iniziale, “romantico” desiderio di cambiare le cose, secondo quanto raccontato al convegno stesso, è comunque da ricordare che, nella maggior parte dei casi, il miglioramento è risultato possibile, ed anche una reintegrazione nel sociale. L’incontro, allietato anche da un buffet mattutino, ulteriore occasione di condivisione, è stato così costruzione viva di conoscenza diretta e di apertura mentale contro chiusura aprioristica ed indifferenza gratuita.

Antonella Ricciardi