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PAPA FRANCESCO E L’ESORTAZIONE POST SINODALE “AMORIS LAETITIA”

(Gianluca Martone) L’attesa esortazione apostolica post sinodale “Amoris Laetitia” di Papa Francesco è stata resa nota al mondo intero, con gli inevitabili commenti sia positivi che negativi. In questo editoriale, si cercherà di analizzarla con equilibrio dottrinale e giornalistico. Sul blog di Maurice Blondet, è stata pubblicata un articolo molto interessante di un sacerdote, don Elia, sull’esortazione, che pubblico integralmente:” Geniale astuzia gesuitica. Se non altro, bisogna dargliene atto. Con l’esortazione apostolica sulla famiglia è riuscito a catturare e calamitare su di sé l’attenzione universale, compresa quella di chi lo detesta. Tutti col fiato sospeso in attesa che scoccasse la fatidica ora. Mai la pubblicazione di un documento del Magistero aveva provocato tanta suspense ed era stato atteso con tanta trepidazione, seppure di segno diverso a seconda degli schieramenti. Che si sia d’accordo o meno, una simile ansia, da sola, ha comunque conferito al documento una risonanza enorme a livello mondiale, fuori e dentro la Chiesa. Non c’è che dire: un altro colpo da maestro nella strategia di manipolazione collettiva di cui tutti, nolenti o no, siamo inevitabilmente vittime – forse, come potremo verificare nei prossimi mesi, il colpo più devastante degli ultimi tre anni.I commenti, in senso favorevole o contrario, saranno d’obbligo e si moltiplicheranno a dismisura su siti e testate di ogni orientamento, continuando a tenere incollato l’interesse di tutti su un testo che, secondo l’ormai collaudata tecnica, non contiene dichiarazioni che contraddicano nettamente il deposito della fede, ma insinua l’eresia sotto forma di mantra ossessivi: accoglienza, inclusione, misericordia, compassione, inculturazione, integrazione, accompagnamento, gradualità, discernimento, coscienza illuminata, superamento di schemi rigidi o sorpassati… Chi può contestare una tale esortazione alla (apparente) carità evangelica senza passare per un ottuso e insensibile difensore di dottrine astratte, formulate in modo non più compatibile con la situazione odierna? Se – a quanto si afferma – il matrimonio cristiano (che i nostri genitori, nonni e bisnonni hanno normalmente vissuto, pur con tutti i loro limiti e sforzi) è un ideale cui tendere e non più la vocazione ordinaria del battezzato, elevata e fortificata dalla grazia, chi siamo noi per giudicare famiglie feritesituazioni complesse? A voler pizzicare il testo su qualche preciso svarione dottrinale, d’altronde, si ha l’ormai consueta impressione di essere alle prese con un oggetto viscido e sfuggente che non si lascia afferrare da nessun lato: non c’è un pensiero articolato e coerente, non c’è uno sviluppo teologico argomentato, ma un’iterazione snervante di ricorrenti temi con variazioni che, in appena trecentoventicinque paragrafi, stronca qualsiasi resistenza mentale e psicologica. Il realismo cui insistentemente ci si appella non è quello dell’interazione tra natura e grazia, tipico della tradizione cattolica, ma quello della sociologia e della psicanalisi, che ignorano completamente l’azione della grazia – se non intesa nel significato improprio di conforto psicologico – e considerano la natura esclusivamente nella sua disperata incapacità di correggersi. Di conseguenza l’unica soluzione possibile, nell’immancabile ospedale da campo, non è curare le malattie con una terapia adeguata, ma “aiutare a morire” pazienti accolti, integrati e felici di esserlo. Che dire? Eutanasia dello spirito… Frammisti a questa logorroica e interminabile ricetta, espressi in forma ambigua o imprecisa, nel penultimo capitolo (quello decisivo) arrivano infine gli errori formali, quando l’esausto lettore, indottrinato dai trecento paragrafi precedenti, non è più in grado di reagire.

Finalmente qualcosa a cui aggrapparsi per denunciare – ciò che si spera comincino a fare vescovi e cardinali – un’esplicita deviazione dottrinale! L’errore più grave, da cui discendono gli altri, riguarda l’imputabilità morale degli atti umani, che non sempre è piena. Verissimo per singole azioni; peccato che le cosiddette situazioni irregolari siano stati durevoli e condizioni stabili in cui non si può cadere per debolezza o inavvertenza, ragion per cui l’osservazione non è pertinente. Da questo errore di prospettiva deriva l’opinione che non tutti coloro che vivono una situazione coniugale irregolare siano in peccato mortale, privi della grazia santificante e dell’assistenza dello Spirito Santo. Ciò può risultare vero unicamente in presenza dell’ignoranza invincibile: ma è un’ipotesi ammissibile, in questo caso? Nell’eventualità, compito di ogni fedele – e a maggior ragione di ogni sacerdote – è proprio quello di istruire gli ignoranti. Di conseguenza, affermare che chi è in stato di peccato grave è membro vivo della Chiesa non può non essere falso: il peccato mortale si definisce appunto come morte dell’anima. Se poi, su questa china, si arriva ad asserire che l’adulterio permanente può essere per il momento «la donazione che Dio stesso sta richiedendo in mezzo alla complessità concreta dei limiti, benché non sia ancora pienamente l’ideale oggettivo» (Amoris laetitia, 303), siamo alla bestemmia. A rimediare non basta una citazione di san Tommaso, strumentale e strappata al contesto: è il metodo dei Testimoni di Geova. Non siamo accorati per chi si ingegnerà a tirare il documento da una parte o dall’altra per trovarvi supporto al proprio orientamento (normalista o rivoluzionario); la perfidia peggiore consiste nel fatto che anche le obiezioni, loro malgrado, ne rafforzeranno la ricezione: che se ne parli anche male, purché se ne parli… e più se ne parlerà, più il veleno che contiene penetrerà nelle conversazioni quotidiane, nei dibattiti televisivi, nei progetti pastorali, nella mentalità e nella prassi comuni. È proprio così che idee inizialmente inaccettabili vengono trasformate in norma; è esattamente la stessa tecnica utilizzata dalle menti occulte del nuovo ordine mondiale, che nel giro di pochissimi anni ha portato la società e gli Stati ad ammettere e premiare le devianze sessuali, prima universalmente e spontaneamente aborrite, e a stigmatizzare come nemico del genere umano chi ancora le denuncia per quello che sono – la più ripugnante forma di degradazione della persona. Ora anche nella Chiesa, con la scusa dell’adattamento ai tempi e mediante la valutazione dei casi particolari, demandata ai singoli chierici, ciò che era inammissibile diverrà obbligatorio – e guai a chi non si adegua. Se ci avete fatto caso, l’attacco è stato sistematicamente portato contro i Sacramenti che sono i pilastri del vivere sociale e cristiano: il matrimonio, fondamento della famiglia e dell’educazione alla fede e alla vita; la confessione, fattore di discernimento morale e di correzione della condotta individuale; l’Eucaristia, principio di santificazione e vincolo di appartenenza ecclesiale. Il primo è stato demolito con le nuove norme per le cause di nullità; il secondo, svuotato di senso e di valore con le inaudite raccomandazioni ai missionari della misericordia; il terzo, ridotto a mero simbolo con poche battute estemporanee sull’intercomunione con i protestanti. Complimenti: neanche Ario e Lutero erano riusciti a far tanto danno con così pochi mezzi e in così poco tempo. Nella hit parade degli eretici il Nostro ha raggiunto la vetta in modo fulmineo.
Distruggendo la fede nei Sacramenti e nella vita soprannaturale, si annienta inevitabilmente anche quella – inseparabile – nei due misteri principali del Credo cristiano: Incarnazione, Passione, morte e Risurrezione di nostro Signore Gesù Cristo; unità e Trinità di Dio. Anche se l’ordine del catechismo è inverso, qui dobbiamo partire dal fondo: i Sacramenti, infatti, applicano alle anime dei credenti i frutti del mistero salvifico di Cristo, il quale sarebbe stato impossibile se Gesù non fosse il Figlio di Dio, una cosa sola con il Padre nell’unità dello Spirito Santo. In ultima analisi, dunque, chi nega l’efficacia della grazia sacramentale nega il Dio della Rivelazione; in altre parole, è apostata e ateo, perché nel suo discorso rimane soltanto l’uomo. Degno erede e continuatore di quel famoso porporato, estintosi per volontaria eutanasia, che da vecchio affermava di non aver ancora capito perché mai il Padre avesse fatto soffrire il Figlio. Gli sarebbe bastato leggere la Bibbia, di cui peraltro passava per maestro. Ora, se è vero che non si può fare a meno di leggere pur qualcosa della e sull’ultima pubblicazione pontificia, evitiamo di cadere in trappola lasciandocene catturare e intossicare, dimenticando poi di fare le uniche cose effettivamente utili e necessarie nell’attuale frangente storico – quelle che persino l’ambiente tradizionale, ahimé, non pratica abbastanza, rischiando di estenuarsi in sfoghi polemici che, alla fin fine, non cambiano nulla, se non le nostre condizioni emotive. Preghiamo, offriamo, facciamo penitenza (ma sul serio, non a chiacchiere) e, se abbiamo tempo e voglia di leggere, curiamo la retta fede. Non lasciamoci rubare la fruizione e il godimento del tesoro che possediamo, perdendo la pace e la serenità di chi conosce la verità e si sforza di viverla con l’aiuto della grazia e il proprio impegno personale. Dato che l’atomizzazione dottrinale e pastorale della Chiesa Cattolica, che di fatto è in corso da decenni, è stata ormai formalmente sancita, preghiamo senza sosta per essa, i cui nemici da sempre si adoperano a minarne l’unità allo scopo di dominarla e distruggerla. Divide et impera, nonostante la scarsa preparazione culturale, almeno una cosa l’ha imparata – e l’applica a meraviglia, polverizzando la comunione del Popolo di Dio. Preghiamo anche gli uni per gli altri onde poter fare un discernimento retto: i sacerdoti in cura d’anime, riguardo alle difficili scelte che saranno obbligati a compiere; i fedeli, riguardo ai comportamenti che dovranno tenere in “comunità” parrocchiali in cui abusi e sacrilegi, se già non lo sono, diverranno prassi corrente. «Il fratello aiutato dal fratello è come una città fortificata» (Pr 18, 19): posso garantire per esperienza personale che il sostegno dell’intercessione altrui permette di sopportare le più gravi prove con un’inspiegabile letizia. Il Signore ricompensi con la gioia della fedeltà amorosa a Lui i tanti che pregano per il povero prete che scrive”.
Sul sito cattolico “La Fede Quotidiana”, è stata cosi analizzata questa esortazione:” “Non tutte le discussioni dottrinali, morali o pastorali devono essere risolte con interventi del magistero”. Comincia con questa raccomandazione l’Esortazione apostolica postsinodale “Amoris Laetitia” – firmata il 19 marzo ma pubblicata oggi -, indirizzata dal Papa “ai vescovi, ai presbiteri e ai diaconi, alle persone consacrate, agli sposi cristiani e a tutti i fedeli laici sull’amore nella famiglia”. “Nella Chiesa è necessaria una unità di dottrina e di prassi, ma ciò non impedisce che esistano diversi modi di interpretare alcuni aspetti della dottrina o alcune conseguenze che da essa derivano”, precisa il Papa nel documento – 325 paragrafi articolati in nove capitoli – in cui definisce “un prezioso poliedro”, che va conservato, il contributo offerto dai padri sinodali nei due anni di cammino del Sinodo. E proprio le due “Relatio Synodi” del 2014 e del 2015, insieme alle 28 catechesi del mercoledì nel periodo intersinodale, sono i testi maggiormente citati da Francesco, insieme agli interventi dei suoi predecessori – san Giovanni Paolo VI, Paolo VI e Benedetto XVI – in testi basilari per la pastorale familiare come la “Familiaris consortio” e l’“Humane vitae”.Già nei sette paragrafi introduttivi, il Papa sgombra il campo da aspettative incongrue: “I dibattiti che si trovano nei mezzi di comunicazione o nelle pubblicazioni e perfino tra i ministri della Ciesa vanno da un desiderio sfrenato di cambiare tutto senza sufficiente riflessione o fondamento, all’atteggiamento che pretende di risolvere tutto applicando normative generali e traendo conclusioni eccessive da alcune riflessioni teologiche”. Nell’Anno del Giubileo, l’“Amoris Laetitia” vuole essere “una proposta per le famiglie cristiane, che le stimoli a stimare i doni del matrimonio e della famiglia, e a mantenere un amore forte e pieno di valori quali la generosità, l’impegno, la fedeltà e la pazienza”, in modo da “incoraggiare tutti ad essere segni di misericordia e di vicinanza lì dove la vita familiare non si realizza perfettamente o non si svolge con pace e gioia”. “Tenere i piedi per terra”, lo spirito del documento, in cui in cui si ricordano “alcuni elementi essenziali dell’insegnamento della Chiesa circa il matrimonio e la famiglia” e si indicano “alcune vie pastorali” per “costruire famiglie solide e feconde secondo il piano di Dio”. Al centro, “un invito alla misericordia e al discernimento pastorale davanti a situazioni che non rispondono pienamente a quello che il Signore ci propone”. “Prendersi cura delle famiglia”, l’orientamento di fondo, perché le famiglie “non sono un problema, sono principalmente un’opportunità”.

Sul Foglio Matteo Matzuzzi ha cosi esaminato l’esortazione del Papa:” L’esortazione post sinodale sulla famiglia ha come titolo “Amoris laetitia”, la gioia dell’amore Roma. E’ lunga 259 pagine, divisa in nove capitoli e 325 paragrafi. L’esortazione post sinodale Amoris laetitia, “la gioia dell’amore”, è stata presentata questa mattina in Vaticano. Il documento, firmato dal Papa lo scorso 19 marzo, solennità di san Giuseppe, recepisce i risultati del Sinodo straordinario del 2014 e di quello ordinario dello scorso autunno. Ampio spazio, nel testo, hanno le relazioni conclusive delle due assemblee. Si chiarisce subito che Francesco si è avvalso, per la stesura dell’ampia esortazione, del contributo di “diverse conferenze episcopali” (vengono menzionate nella Sintesi fornita ai giornalisti la keniota, l’argentina e l’australiana) nonché “di citazioni di personalità significative come Martin Luther King o Erich Fromm”. La riflessione del Pontefice parte dalle Sacre Scritture, quindi passa a citare la Familiaris Consortio di Giovanni Paolo II nel punto in cui afferma che “è sano prestare attenzione alla realtà concreta, perché le richieste e gli appelli dello Spirito risuonano anche negli stessi avvenimenti della storia, attraverso i quali la Chiesa può essere guidata a una intelligenza più profonda dell’inesauribile mistero del matrimonio e della famiglia”. Una parte rilevante riguarda l’accompagnamento delle persone abbandonate, separate o divorziate. In questi paragrafi (che occupano il sesto capitolo) si sottolinea l’importanza della recente riforma dei procedimenti per il riconoscimento dei casi di nullità matrimoniale e si mette in rilievo la sofferenza dei figli nelle situazioni conflittuali. Il divorzio viene definito “un male, ed è molto preoccupante la crescita del numero dei divorzi. Per questo, senza dubbio, il nostro compito pastorale più importante riguardo alle famiglie è rafforzare l’amore e aiutare a sanare le ferite, in modo che possiamo prevenire l’estendersi di questo dramma nella nostra epoca”. Il settimo capitolo è focalizzato sull’educazione dei figli, con il pieno sostegno all’educazione sessuale, di cui viene sostenuta la necessità. Ci si domanda, nel documento, “se le nostre istituzioni educative hanno assunto questa sfida, in un’epoca in cui si tende a banalizzare e impoverire la sessualità”. Questa va “realizzata nel quadro di un’educazione all’amore, alla reciproca donazione”. Attenzione all’espressione “sesso sicuro”, che “trasmette un atteggiamento negativo verso la naturale finalità procreativa della sessualità, come se un eventuale figlio fosse un nemico dal quale doversi proteggere. Così si promuove l’aggressività narcisistica invece dell’accoglienza”. Ma la parte più delicata, che sarà inevitabilmente al centro di discussioni, è quella intitolata “Accompagnare, discernere e integrare la fragilità”. E’ qui che si riscontra il pensiero del Papa relativamente all’annosa questione del riaccostamento dei divorziati risposati alla comunione, il tema che più ha diviso i padri sinodali nel biennio di confronto. La parola comunione non viene mai menzionata, ma la linea recepita è quella emersa già nella Relatio finalis, ossia di una cauta apertura al riavvicinamento ai sacramenti. Cauta perché è lo stesso Francesco, nel paragrafo 304, a dirlo:
“(…) Ciò che fa parte di un discernimento pratico davanti a una situazione particolare non può essere elevato al livello di una norma. Questo non solo darebbe luogo a una casistica insopportabile, ma metterebbe a rischio i valori che si devono custodire con particolare attenzione”. La motivazione dell’apertura – che riprende i punti cardine della relazione proposta dal circolo minore in lingua tedesca – la si trova in due parole che fanno da architrave a tutta l’esortazione: discernimento e integrazione. Emblematico quanto affermato al punto 296: La strada della Chiesa, dal Concilio di Gerusalemme in poi, è sempre quella di Gesù: della misericordia e dell’integrazione […]. La strada della Chiesa è quella di non condannare eternamente nessuno; di effondere la misericordia di Dio a tutte le persone che la chiedono con cuore sincero […]. Perché la carità vera è sempre immeritata, incondizionata e gratuita. Pertanto, sono da evitare giudizi che non tengono conto della complessità delle diverse situazioni, ed è necessario essere attenti al modo in cui le persone vivono e soffrono a motivo della loro condizione”. Si tratta di integrare tutti, si deve aiutare ciascuno a trovare il proprio modo di partecipare alla comunità ecclesiale, perché si senta oggetto di una misericordia “immeritata, incondizionata e gratuita”. Nessuno può essere condannato per sempre, perché questa non è la logica del Vangelo! Non mi riferisco solo ai divorziati che vivono una nuova unione, ma a tutti, in qualunque situazione si trovino”. I divorziati che vivono una nuova unione, per esempio, possono trovarsi in situazioni molto diverse, che non devono essere catalogate o rinchiuse in affermazioni troppo rigide senza lasciare spazio a un adeguato discernimento personale e pastorale. Una cosa è una seconda unione consolidata nel tempo, con nuovi figli, con provata fedeltà, dedizione generosa, impegno cristiano, consapevolezza dell’irregolarità della propria situazione e grande difficoltà a tornare indietro senza sentire in coscienza che si cadrebbe in nuove colpe. La Chiesa riconosce situazioni in cui “l’uomo e la donna, per seri motivi – quali, ad esempio, l’educazione dei figli – non possono soddisfare l’obbligo della separazione”. Il caso di quanti hanno fatto grandi sforzi per salvare il primo matrimonio e hanno subito un abbandono ingiusto, o quello di “coloro che hanno contratto una seconda unione in vista dell’educazione dei figli, e talvolta sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido”. Altra cosa invece è una nuova unione che viene da un recente divorzio, con tutte le conseguenze di sofferenza e di confusione che colpiscono i figli e famiglie intere, o la situazione di qualcuno che ripetutamente ha mancato ai suoi impegni familiari. Dev’essere chiaro che questo non è l’ideale che il Vangelo propone per il matrimonio e la famiglia. I Padri sinodali hanno affermato che il discernimento dei pastori deve sempre farsi distinguendo adeguatamente, con uno sguardo che discerna bene le situazioni. Sappiamo che non esistono semplici ricette. (paragrafo 298)
Quanto al modo di integrare tali persone, il testo afferma che “i battezzati che sono divorziati e risposati civilmente devono essere più integrati nelle comunità cristiane nei diversi modi possibili, evitando ogni occasione di scandalo. La logica dell’integrazione è la chiave del loro accompagnamento pastorale, perché non soltanto sappiano che appartengono al Corpo di Cristo che è la Chiesa, ma ne possano avere una gioiosa e feconda esperienza”. Ma ecco i paletti messi nero su bianco: Per evitare qualsiasi interpretazione deviata, ricordo che in nessun modo la Chiesa deve rinunciare a proporre l’ideale pieno del matrimonio, il progetto di Dio in tutta la sua grandezza. (307) E prima, nei primi paragrafi, il Papa afferma che Nessuno può pensare che indebolire la famiglia come società naturale fondata sul matrimonio sia qualcosa che giova alla società. Accade il contrario: pregiudica la maturazione delle persone, la cura dei valori comunitari e lo sviluppo etico delle città e dei villaggi. Non si avverte più con chiarezza che solo l’unione esclusiva e indissolubile tra un uomo e una donna svolge una funzione sociale piena, essendo un impegno stabile e rendendo possibile la fecondità Prosegue ancora il paragrafo 52: Dobbiamo riconoscere la grande varietà di situazioni familiari che possono offrire una certa regola di vita, ma l unioni di fatto o tra persone dello stesso sesso, per esempio, non si possono equiparare semplicisticamente al matrimonio. Nessuna unione precaria o chiusa alla trasmissione della vita ci assicura il futuro della società. Inoltre, si legge, “se si tiene conto dell’innumerevole varietà di situazioni concrete (…) è comprensibile che non ci si dovesse aspettare dal Sinodo o da questa Esortazione una nuova normativa generale di tipo canonico, applicabile a tutti i casi. E’ possibile soltanto un nuovo incoraggiamento a un responsabile discernimento personale e pastorale dei casi particolari, che dovrebbe riconoscere che, poiché ‘il grado di responsabilità non è uguale in tutti i casi’, le conseguenze o gli effetti di una norma non necessariamente devono essere sempre gli stessi”. Il compito di accompagnare il discernimento è dei presbiteri, e “in questo processo sarà utile fare un esame di coscienza, tramite momenti di riflessione e di pentimento. I divorziati risposati dovrebbero chiedersi come si sono comportati verso i loro figli quando l’unione coniugale è entrata in crisi; se ci sono stati tentativi di riconciliazione; come è la situazione del partner abbandonato; quali conseguenze la nuova relazione sul resto della famiglia e la comunità dei fedeli; quale esempio essa offre ai giovani che si devono preparare al matrimonio”. Colloquio che – si precisa – deve avvenire “In foro interno” e concorre alla formazione di un giudizio corretto su ciò che ostacola la possibilità di una più piena partecipazione alla vita della Chiesa e sui passi che possono favorirla e farla crescere”. Chiusura netta al paragrafo 56 sulle “varie forme di un’ideologia, genericamente chiamata gender, che nega la differenza e la reciprocità naturale di uomo e donna. Essa prospetta una società senza differenze di sesso, e svuota la base antropologica della famiglia. Questa ideologia induce progetti educativi e orientamenti legislativi che promuovono un’identità personale e un’intimità affettiva radicalmente svincolate dalla diversità biologica fra maschio e femmina. L’identità umana viene consegnata a un’opzione individualistica, anche mutevole nel tempo. E’ inquietante che alcune ideologie di questo tipo, che pretendono di rispondere a certe aspirazioni a volte comprensibili, cerchino di imporsi come un pensiero unico che determini anche l’educazioen dei bambini”.
Anche Sandro Magister sull’Espresso” si è soffermato sull’esortazione post sinodale, con un’analisi clamorosa:” Il capitolo ottavo, su divorziati risposati e dintorni, è quello che più stupisce dell’esortazione “Amoris lætitia”: È un’inondazione di misericordia. Ma è anche un trionfo della casuistica, pur così esecrata a parole. Con la sensazione, alla fine della lettura, che ogni peccato è scusato, tante sono le sue attenuanti, e quindi svanisce, lasciando spazio a praterie di grazia anche nel quadro di “irregolarità” oggettivamente gravi. L’accesso all’eucaristia va da sé, neppure è necessario che il papa lo proclami dai tetti. Bastano un paio di allusive note a piè di pagina. E quelli che fin qui hanno obbedito alla Chiesa e si sono riconosciuti nella sapienza del suo magistero? Quei divorziati risposati che con tanta buona volontà, per anni o per decenni, hanno pregato, frequentato la messa, educato cristianamente i figli, fatto opere di carità, pur in una seconda unione diversa dalla sacramentale, senza fare la comunione? E quelli che oltre a ciò hanno accettato di vivere “come fratello e sorella”, non più in contraddizione col precedente matrimonio indissolubile, e hanno così potuto accedere all’eucaristia? Che ne è di tutti questi, dopo il “liberi tutti” che tanti hanno letto nella “Amoris lætitia”? C’è una nota a piè di pagina – un’altra, non le due citatissime che fanno balenare la comunione per i divorziati risposati – che riserva a quelli tra loro che hanno compiuto la scelta di convivere “come fratello e sorella” non una parola di conforto ma uno schiaffo. Gli si dice infatti che facendo così possono far danno alla loro nuova famiglia, poiché “se mancano alcune espressioni di intimità, ‘non è raro che la fedeltà sia messa in pericolo e possa venir compromesso il bene dei figli'”. Il sottinteso è che fanno meglio gli altri a condurre una vita piena da coniugi anche in seconde nozze civili, magari facendo anche la comunione. Leggere per credere. È la nota numero 329, che impropriamente cita a sostegno del suo rimprovero nientemeno che la costituzione conciliare “Gaudium et spes”, al n. 51”.

Nella sua esortazione post sinodale, soprattutto con la nota n.329, Papa Francesco ha posto in secondo piano l’eroico comportamento di questi due coniugi che, per accedere alla comunione, hanno vissuto 25 anni in castità come “fratello e sorella”, esattamente come sottolineò Papa Benedetto XVI nell’esortazione post sinodale “Sacramentum Caritatis” del 2007:” Alcune settimane fa, il portale americano pro-lifeLifesitenews ha pubblicato, a firma di Pete Baklinski, un articolo che narra la storia di Peter e Anne Stravinskas, una coppia cattolica americana sposata civilmente, che per potere fare la Comunione visse per venticinque anni in continenza assoluta, ovvero come fratello e sorella (l’articolo originale può essere letto qui). Questa è una storia di santità tanto più eroica in quanto vissuta partendo da una situazione di peccato, e può servire da sprone e da esempio a tanti nostri fratelli e sorelle che vivono la stessa situazione. La vicenda, raccontata dal figlio della coppia, Peter junior, oggi sacerdote, ha inizio negli anni quaranta del secolo scorso quando Peter Stravinskas, cattolico, venne abbandonato dalla moglie. Sebbene sapesse che il suo matrimonio, celebrato in chiesa, era indissolubile, Peter si sposò nuovamente con rito civile con Anne, una donna cattolica non praticante. Sebbene vivessero entrambi lontani dalla Chiesa, decisero di dare al figlio Peter junior, nato nel 1950, un’educazione cattolica. La loro vita cambiò radicalmente il giorno in cui il bambino, tornato a casa da scuola, confidò alla madre la sua tristezza qualora, quando sarebbe andato in Paradiso, non avesse avuto con sé i genitori. La suora che insegnava catechismo, infatti, aveva detto che «le persone che non vanno a Messa la domenica, quando muoiono, vanno all’inferno». La madre troncò lì il discorso, che ella tuttavia riprese la sera con il marito, dopo che il figlio era andato, così essi pensavano, a dormire – in realtà egli ascoltava il dialogo tra i genitori da dietro la porta. La donna espresse al marito il proprio disappunto per quella che ella considerava un’indebitaintromissione della suora nella vita della famiglia, ripromettendosi di ammonire la stessa suora in tal senso l’indomani mattina. Il marito non fu d’accordo, disse alla moglie che non poteva aspettarsi, dalla suora, parole diverse da quelle da lei dette, e le propose un’altra soluzione: che dalla domenica successiva tutta la famiglia andasse insieme a Messa. Così avvenne, e la domenica successiva gli Stravinskas parteciparono, per la prima volta tutti insieme, alla Messa. Soprattutto Anne fu presa da un fortissimo desiderio di fare la Comunione, e fu grande la sua sofferenza quando comprese di non potere ricevere Gesù, essendo sposata con il marito solo civilmente.
La coppia espose il problema al parroco, il quale rispose loro che c’era la possibilità che Peter senior facesse verificare se il suo matrimonio era stato celebrato validamente, una procedura, aggiunse tuttavia il sacerdote, che era lunga e costosa. Egli propose alla coppia un’altra soluzione, quella di vivere come fratello e sorella, cioè di astenersi dall’avere rapporti sessuali. Essi accolsero il consiglio del parroco e poterono accostarsi alla Comunione. Peter junior seppe della situazione dei suoi genitori solo molti anni dopo, discutendo con il padre suciò che la Chiesa insegna a proposito del matrimonio. Il padre gli disse: «Sì, possono accadere situazioni irregolari. Ma per essere fedeli a Cristo, tua madre e io viviamo da dieci anni come fratello e sorella». Il figlio testimonia che essi vissero in questo modo tutto il resto della loro vita matrimoniale. Peter senior morì nel 1983 all’età di settantuno anni, Anne visse fino a ottantasette anni, lasciando questo mondo nel 2005. Quello di Peter senior e Anne è un esempio di santità e di fedeltà a Dio e alla sua Legge. Vivere ilcammino della santità, infatti, non significa essere perfetti, bensì, con l’aiuto della grazia di Dio, di combattere le proprie inclinazioni cattive e di dire un “no” cosciente al peccato. Nonostante la situazione matrimoniale irregolare di partenza, Peter senior e Anne seppero riconoscere Cristo, e nutrendosi di Lui, vissero nella virtù, poiché un vero incontro con Cristo è un incontro di Amore, e l’anima riconosce che Dio ama senza misura, e quindi rifiuta i compromessi con il mondo e desidera dare, a sua volta, senza misura. Del resto la soluzione proposta dalla Chiesa ai quei coniugi che vivono in situazioni irregolari di vivere come “fratello e sorella”, soluzione adottata da quando il divorzio è divenuto un fenomeno di massa che coinvolge anche moltissimi sposi cattolici, è un grande atto di misericordia: infatti, non si chiede ai coniugi sposati civilmente di rompere il loro legame, cosa che nella maggior parte dei casi porterebbe a sofferenze ancora più grandi, soprattutto se si hanno dei figli, bensì di vivere questo legame nella castità assoluta, un sacrificio che rappresenta la decisione per la conversione e il riconoscimento dell’indissolubilità del matrimonio religioso celebrato in precedenza.
Inoltre, è interessante notare come la conversione di Peter senior e di Anne fu avviata da una suorache disse la verità: se si è lontani da Dio e se si vive nel peccato sussiste la concreta possibilità che l’anima si danni per l’eternità. Ciò li spinse a convertirsi, ad abbandonare la via del peccato nella quale essi vivevano. Essi risposero all’appello che il Signore fece loro attraverso questa suora, e cambiarono vita. Non solo guadagnarono la vita eterna, ma il loro sacrificio ottenne da Dio il dono di un figlio sacerdote, che della virtù dei genitori è testimone in parole e opere. Oggi un sacerdote o un catechista che osasse parlare dell’inferno e della concreta possibilità didannazione per l’eternità se ci si indurisce nel peccato, potrebbe finire nei guai, anche all’interno della Chiesa. Verrebbe accusato di essere rigido, di avere un atteggiamento da fariseo o dottore della Legge, verrebbe rimproverato di non avere un “linguaggio inclusivo”, di “giudicare”. Dal proseguo dell’intervista di Lifesitenews, appare chiaro come padre Peter Stravinskas, figlio diPeter senior e Anne, abbia compreso come la strada seguita, a suo tempo, dalla suora che portò alla conversione dei genitori, sia l’unica strada che la Chiesa deve percorrere per guarire le ferite di tanti figli lontani. A proposito del concetto di “accompagnamento”, menzionato nella relazione finale del recente Sinodo sulla famiglia, egli afferma che ammonire i peccatori e avvertirli della natura del loro peccato è veramente «un’opera di misericordia spirituale», e aggiunge che il linguaggio cosiddetto di “integrazione” utilizzato nella stessa relazione finale del Sinodo, rappresenta un “cavallo di Troia” avente lo scopo di attaccare il cuore dell’insegnamento di Gesù sull’indissolubilità del matrimonio. La Chiesa, prosegue padre Stravinskas, non ha il potere di cambiare l’insegnamento sul divorzio e sul nuovo matrimonio, giacché esso viene da Dio stesso, e chi si avvicina indegnamente all’eucaristia commette un peccato di sacrilegio, il più grave tra tutti i peccati. Ricordando il luminoso esempio dei genitori, egli afferma che la posizione di cardinali quali Kasper e Marx, che considerano “irrealistica” la richiesta alle coppie sposate civilmente di astenersi dai rapporti sessuali, «disonora i miei genitori e migliaia di altre coppie come loro che hanno deciso di porre la propria fiducia alle parole di Gesù e di andare avanti nella grazia di Dio». La nostra fede, conclude padre Stravinskas, «ci insegna che Dio dà a ognuno la grazia per evitare il peccato».