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Report sulla droga. Un passo indietro per andare avanti

Se la lotta alla droga fosse una guerra, oggi dopo almeno mezzo secolo di forte diffusione degli stupefacenti, i governi dei Paesi occidentali di certo non potrebbero dichiarare una vittoria. In Europa ogni anno muoiono mediamente circa 16.381 persone per droga, in Africa sono 1.341 (il dato si riferisce a soli tre Paesi), nelle Americhe 68.039 (di cui 63.632 negli U.S.A.), in Asia 32.719 e in Oceania 2.090 (dato solo per l’Australia e la Nuova Zelanda), quindi globalmente la droga miete almeno 120.570 anime all’anno (basato sui dati pervenuti da 99 Paesi su 196 riconosciuti dall’O.N.U. e riferito all’overdose) [ref.: United Nations Office on Drugs and Crime]. Il problema è molto vasto, a Dehli in India, ci sono 70.000 bambini in dipendenza da droga [Viceland, Dateline, SBS, 14/06/2018] ed è quindi ovvio che queste statistiche non sono su una strada in discesa. Con un così grande numero di morti per droga, l’O.N.U. e i governi dei Paesi “civili” dovrebbero logicamente intervenire per sconfiggere seriamente questo nemico della società civile ma ciò non avviene. E la risposta allo scenario di sconfitta o di scelta di non cercare soluzioni vere, risiede anche in un’altra statistica che mostra l’interesse dei governi: “68 Stati coinvolti in guerre” e 801 “totale Milizie-guerriglieri e gruppi terroristi-separatisti-anarchici coinvolti” in guerre [ref. guerrenelmodo.it], un business che frutta molto, specialmente agli americani e ai francesi (questi ultimi hanno dei contratti vincolanti per l’acquisto di armi con le loro ex colonie), perché si possono vendere armi ad ambo i contendenti… Inoltre le guerre generano un altro enorme business che fa comodo alla classe politica e ai loro amichetti, quello dei rifugiati che, quelli veri, sono ben ventuno milioni… La seconda risposta, a livello globale, che non ha bisogno di statistiche ma di semplice logica, è la corruzione di molti membri di governi o delle forze armate, i quali sono coinvolti direttamente o indirettamente nel business della droga o che, usufruendone, non sono certo interessati a combatterlo. A questo proposito per esempio e per meglio comprendere, basta sapere che l’ex primo ministro italiano Silvio Berlusconi nell’estate del 2008, faceva “dei coca party in Sardegna e delle feste con escort nelle sue residenze” [La Repubblica, 24/03/2018] ed è quindi facilmente intuibile quale fosse la relazione tra l’ex premier italiano Silvio Berlusconi e Federica Gagliardi (tre anni di carcere per 24Kg di cocaina trovati nella sua valigia all’aeroporto di Fiumicino nel 2014), nota come “la Dama Bianca” fu “inclusa nella delegazione italiana per il G8 di Toronto in Canada, dove si era recata con un aereo di Stato insieme all’allora premier Silvio Berlusconi” [Corriere della Sera, 13/03/2014] nel 2010. Quindi vanno benissimo prese in considerazione le dichiarazioni di una delle donnette di Berlusconi, la quale sostenne che lui trasportasse cocaina per uso personale sull’aereo di Stato. Ma una conferma certa del livello a cui è giunta una parte della classe politica la si ebbe col servizio del 2006 di Matteo Viviani delle “Iene”, grazie al quale sappiamo che nella Repubblica Italiana “un deputato su 3 usa droghe” e, nel dettaglio, questo fu il dato: il 32% degli ‘intervistati’ è risultato positivo: il 24% (12 persone) alla cannabis, e l’8% (4 persone) alla cocaina. Pensare che ci fu una condanna a seguito di quel servizio giornalistico per “violazione della privacy”, invece che l’espulsione dal Parlamento dei deputati drogati, fa riflettere, soprattutto in considerazione del fatto che non puoi guidare un’automobile in stato di intossicazione ma evidentemente puoi guidare uno Stato. Il rapporto dell’agenzia sulle droghe (maggio 2010), ci informa che “il 5% della popolazione mondiale tra i 15 e i 64 anni ha fatto uso di qualche sostanza illecita, vale a dire 230 milioni di persone.” Il giro d’affari conseguente è enorme e, nel 2009, a livello globale la criminalità organizzata generava un’economia pari all’1,5% del Pil mondiale e i loro traffici il 7% dello scambio globale di merci, per arrivare, nel 2011, a un giro d’affari del crimine, che include prostituzione, droga, armi ecc., stimato a 710 miliardi di euro (870 miliardi di dollari USA), di questi il narcotraffico fruttava oltre 262 miliardi di euro. I governi di molti Stati mandano i propri soldati in “missione di pace” ma ci si domanda a cosa serva veramente, quando per esempio, in Afghanistan, in dieci anni di guerra, le coltivazioni di papaveri per il mercato dell’oppio, eroina e morfina sono aumentate di trenta volte, passando da 7.000 ettari ai 224.000 ettari del 2014. A questo proposito la Principessa India di Afghanistan, figlia dell’ex Re Amanollah, monarca riformatore, che regnò al 1919 al 1929 e che morì in esilio agli inizi degli anni ’60, in un’intervista del 2008 dichiarava: “Ma perché allora gli USA non hanno mai bombardato finora i campi da oppio?”. Forse perché, si chiedeva ancora, “conviene anche ad altri tenere in piedi il narcotraffico?” O perché “c’è interesse a tenere uno stato di guerra in Afghanistan, e non altrove?”. [ANSA] Nel frattempo, dal 2010 al 2015 con la produzione di Paesi come Afghanistan, Laos e Birmania alle stelle, la produzione annuale di oppio essiccato nel mondo ha superato le 7.000 tonnellate ma subito dopo, nel 2016-2017, la produzione mondiale di oppio è aumentata del 65% [stima Unodc] raggiungendo 10.500 tonnellate [Askanews] ma, secondo l’agenzia dell’ONU “il sequestro globale di oppiacei farmaceutici nel 2016 è stato di 87 tonnellate”, in prevalenza in Africa occidentale, centrale e settentrionale, cioè (87 su 10.500) in percentuale lo 0.83%, cioè meno dell’1%, quasi niente. Vista la statistica, sembrerebbe quasi che le forze di Polizia di molti Stati preferiscano seguire tattiche da “intelligence”, tutti 007 ma da Hollywood alle strade delle nostre città la differenza rimane che gli spacciatori continuano a spacciare e le istituzioni perdono il controllo del territorio. È ovvio che non si possa pensare solo ai “pesci grossi”, perché comunque sono i “pesci piccoli” i più vicini alla morte dei cittadini che cadono nelle maglie della droga. Ma non tutte le forze di Polizia seguono una filosofia estetica e nel Sud Est asiatico sono per strada armati di fucili semiautomatici e quando serve li usano, segno che Legge e Giustizia in quei Paesi non sono così corrotte come nei Paesi dei piagnucoloni. Qualche Stato al mondo una guerra al narcotraffico effettivamente la porta avanti, come quella “a bassa intensità” del Messico ma anche li la situazione non è limpida, difatti il governo messicano ha affermato che il loro “obiettivo principale è lo smantellamento dei potenti cartelli della droga, piuttosto che la prevenzione del traffico di droga, che è affidato ai funzionari statunitensi”. Ma chi ha cercato e applicato soluzioni vere al problema del narcotraffico già da molti decenni è la città Stato di Singapore che ha una delle più basse prevalenze di abuso di droga in tutto il mondo, grazie all’introduzione di pene severe fino all’applicazione della pena di morte. Secondo Benjamin Chang “in due decenni il numero di tossicodipendenti arrestati ogni anno è diminuito di due terzi, da oltre 6.000 nei primi anni ’90 a circa 2.000 nel 2011”. A Singapore le cose sono chiare: ogni persona che importa, esporta o si trova in possesso di più delle seguenti quantità di droghe è condannata a morte:

1200 grammi di oppio e contenente più di 30 grammi di morfina
30 grammi di morfina
15 grammi di diamorfina (eroina)
30 grammi di cocaina
500 grammi di cannabis
1000 grammi di miscela di cannabis
200 grammi di resina di cannabis
250 grammi di metanfetamina
E le condanne a morte sono obbligatorie anche per qualsiasi persona presa in produzione di:
Morfina, o qualsiasi sale di morfina, estere di morfina o sale di estere di morfina
Diamorfina (eroina) o qualsiasi sale di diamorfina
Cocaina o qualsiasi vendita di cocaina
Metanfetamina
[ref. Wikipedia]
Il progresso in questa lotta è stato grazie alla politica lungimirante e decisa di Lee Kuan Yew (1923-2015), che fu il primo Primo ministro (1959-1990) della Repubblica di Singapore, il quale seppe sconfiggere la criminalità e la corruzione, anche a livello governativo (fece anche arrestare suo cognato), riducendola di oltre il 90% e il business degli stupefacenti del 90%, cosa che permise alle sue riforme economiche di portare lo Stato al suo attuale splendore. Ma intanto il cittadino occidentale dibatte se sia giusto legalizzare la droga, cioè dà voce a coloro che la usano o che hanno interesse alla diffusione della stessa, una logica tutta da provare. Così, con questa nuova sottocultura che vorrebbe la legalizzazione, loro fanno passi avanti, cambiano le “mode” e gli effetti: “negli Stati Uniti le morti da overdose di “painkillers”, farmaci contenenti oppioidi prescritti abusivamente, continuano ad aumentare, soprattutto fra le donne, così come i decessi correlati all’eroina, passati da 5.900 del 2012 agli oltre 8000 del 2013. E la tendenza a nascondere la dipendenza dietro la richiesta di cure è in aumento anche in Australia, dove l’uso improprio delle prescrizioni per morfine light continua a crescere esponenzialmente, mentre diminuiscono i casi di chi si nasconde a bucarsi.” Le statistiche dunque ci mostrano chiaramente che migliaia di vite, giovani e non, vengono stroncate dagli effetti della droga, quello che non mostrano sono le morti indirette (cioè chi viene ammazzato da chi è intossicato da droga) ma nonostante questo parte della magistratura di alcuni Paesi, come l’Italia per fare un esempio, ritiene giusto, di fatto, depenalizzare lo spaccio con le ragioni più varie e così recentemente abbiamo visto a Senigallia il trentottenne gambiano tornato libero, dopo essere stato arrestato per spaccio e resistenza a pubblico ufficiale andare in spiaggia a gridare: «Sono musulmano, faccio quello che voglio» [Il Secolo d’Italia, 09/09/2018], o il caso del nigeriano spacciatore arrestato tre volte per spaccio di eroina in quaranta giorni e sempre rilasciato [Il Tirreno, 26/08/2018], o un altro pusher, anche lui clandestino, scarcerato con la motivazione del tribunale di Milano: «vendere droga è la sua sola fonte di sostentamento» [Libero.it 29/08/2018]. Quindi è logico pensare che un domani gli stessi magistrati ci diranno che per un tossicodipendente è lecito rapinare e, perché no, magari anche ammazzare, perché il crimine «è la sua sola fonte di sostentamento»… Dov’è l’ultima fermata dell’assurdità? La soluzione ai problemi della droga e del crimine più in generale non è affatto nello stolto buonismo in voga oggigiorno ma in punizioni severe e carcere duro. La società di oggi fa ripensare a quello che accadeva esattamente cento anni fa, quando finita la prima Guerra mondiale, dilagava in mezza Europa l’anarchia; La conseguenza in Italia fu il fascismo, una reazione di coloro che erano stufi del caos generato dalla sinistra. Oggi la situazione di anarchia in Italia ha diverse aggravanti: parte della magistratura che non compie più il proprio dovere nel modo consono, il fatto che non usciamo da una guerra, una sinistra che prevalentemente non è più tale, in quanto non fa l’interesse delle categorie di italiani che dovrebbe difendere ma dei propri interessi di potere e infine, cosa più grave, il non far esperienza dalla propria storia, “Historia magistra vitae” dicavano saggiamente i Romani. (Matteo Cornelius Sullivan)