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LA PERSECUZIONE DELLA MESSA TRIDENTINA

(Gianluca Martone) In questi ultimi anni, in Italia stiamo assistendo ad una vera e propria persecuzione nei riguardi dei sacerdoti che, con indomito coraggio, celebrano la messa cattolica di sempre in base al Motu Proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI. Tuttavia, questi episodi si sono verificati anche nel recente passato. Infatti, alcuni giorni fa, è stato pubblicato un interessante articolo di Radio Spada su questa delicata questione scritto da Giuliano Zoroddu che pubblico integralmente, nel cinquantesimo anniversario della messa nuova.
Il cinquantesimo anniversario della messa nuova ci dà l’occasione per lodare quegli “uomini gloriosi” che si rifiutarono di celebrarla in quanto non espressione della fede cattolica ma intrisa di idee protestanti, attirando su se stessa la persecuzione di coloro che affermarono che “nuovo Ordo è stato promulgato perché si sostituisse all’antico” (Paolo VI, Allocuzione al Concistoro, 24 maggio 1976) … altro che “mai abrogato”! E la persecuzione non si limitò solo alle pene canoniche: si pensi alla sospensione a divinis e alla scomunica inferte a Mons. Lefebvre rispettivamente nel 1976 e nel 1988; ma furono anche vere e proprie persecuzioni fisiche. Poco conosciuto è per esempio il caso di don Clemente Bellucco (1909 1981), fedele alla messa della sua ordinazione, fatto in manicomio dal Vescovo di Padova Bortignon. Più noto è invece quello che capitò all’abbè Bruno de Blignières nel 1987, che è raccontato di seguito

Non sono delle foto dell’epoca del Terrore o dell’era staliniana. Sono delle foto, quanto mai emblematiche, dell’epoca… conciliare: un Sacerdote strappato a viva forza dall’altare, durante la celebrazione della Santa Messa, da quattro poliziotti,trascinato via di peso con tutti i paramenti sacri, e scaraventato fuori della chiesa, come un sacco di patate, mentre i fedeli vengono fatti sgomberare a calci, a colpi di manganello e persino con gas lacrimogeni.
È accaduto il 30 marzo u. s. nella chiesa parrocchiale di Saint Louis di Port Marly, Diocesi di Versailles, con la connivenza della Curia episcopale. «Non si era più visto in Francia dai tempi della Rivoluzione», «sistemi da cortina di ferro» scriveva Monde et Vie, 10-23 aprile 1987. E Le Figaro, 1 aprile 1987, parlava di Sacerdote «espulso mani militari».
La gravità dell’inaudita violenza poliziesca si pone indipendentemente da tutte le ragioni, che qui illustriamo a parte, del conflitto tra i fedeli di Port Marly e il Vescovo di Versailles mons. Louis Simonneaux, spalleggiato dal coadiutore mons.Jean Charles Thomas e dal vicario mons. Jordan. Lo ha rilevato anche la stampa francese indipendente e non «tradizionalista». Così le courrier des yvelines il 2 aprile u. s., esposte al di sopra delle parti le ragioni in conflitto, concludeva: «Resta una questione di fondo: si può espellere un prete che sta celebrando la Messa? Gli specialisti consultati affermano che non esiste nessun precedente nella storia contemporanea francese».
Decisamente il 30 marzo a Port Marly l’autorità civile ed ecclesiastica hanno oltrepassato la misura. Il tutto aggravato dal successivo silenzio della Curia di Versailles, che si è ostinatamente rifiutata sia di deplorare la sacrilega violenza della forza pubblica sia di sconfessare la propria complicità. «La Curia di Versailles si rifiuta di commentare l’intervento della polizia» prendeva atto il quotidiano locale Toutes les Nouvelles de Versailles, 1 aprile 1987. «Per la prima volta in Francia, credo, un prete è molestato mentre celebra la Messa, è strappato dall’altare e buttato fuori, senza che nessun vescovo elevi la benché minima protesta» constatava Present, 2 aprile 1987.«Quali proteste si sarebbero sentite se la polizia avesse espulso dei musulmani da una moschea o degli ebrei da una sinagoga!» osservava nella stessa data Aspects de la France.
Ecco, infatti, la risposta del vescovo Simonneaux al sig. Marquan, portavoce della delegazione di Port Marly, finalmente ricevuta all’indomani dei fatti nel tentativo di arginarelo scandalo dell’opinione pubblica francese:
«Sig. Marquant:… io penso che ciò che ha fatto la polizia il 30 marzo mattina non è un fatto di polizia … ho visto il sig. Didier, Sindaco di Port Marly, almeno quindici volte; mi ha sempre detto: “Agisco su richiesta del Vescovo e dell’abbé Caro”. Mi ha sempre detto cosi. Noi domandiamo perciò una sconfessione pubblica se non è vero … Quando vediamo il Prefetto, questo mi dice: “Non interverrei mai senza l’espressa richiesta delle autorità” … ecco perché credo che effettivamente la responsabilità incombe sull’episcopato. Mons. Simmoneaux: -Vi lascio la responsabilità della vostra affermazione. Sig. Marquant: -Ma, in questo caso, aspetto che voi ci diciate che voi non c’entrate per nulla in questo affare. Mons. Simmoneaux: -Voi mi chiedete troppe negazioni; non ne farò nessuna su nessun argomento, né su questo né su altri, perché non è per questo che vi ho fatto venire».
Ma se mons. Simmoneaux si rifiuta di negare la sua responsabilità, ci pensano ad affermarla le autorità civili. Intanto si fa correre la voce che Giovanni Paolo II avrebbe manifestato la sua «solidarietà» ai due Vescovi di Versailles, deplorando l’«affare». Aumentano lo scandalo e la tensione. È il caso di vedere chiaro nell’«affare» di Port Marly. L’«AFFARE» DI PORT MARLY Un’oasi di vita cattolica
Nella parrocchia di Saint Louis di Versailles, il canonico Roussel, grazie al suo prestigio personale, riesce a conservare, col consenso del Vescovo, mons.Louis Simonneaux, il rito romano tradizionale nella celebrazione della Santa Messa. Nel corso di vent’anni gli si raccoglie intorno una comunità numerosa e fervente, assidua agli uffici liturgici che il canonico Roussel, noto musicologo e compositore, organizza in modo mirabilmente degno. Nasce una corale, si organizzano associazioni giovanili (scouts, guide ecc.) e, poiché la chiesa parrocchiale cade a pezzi per l’incuria della municipalità, i fedeli di tasca propria e senza nessun contributo dello Stato, provvedono a restaurarla Saint Louis di Port Marly diventa, dopo Ecône e – si badi – indipendentemente da sua ecc.za mons. Lefebvre, un’oasi di vita cattolica. I frutti non si fanno attendere: dal 1975 ad oggi escono da quella comunità, miracolosamente indenne dalla bufera postconciliare, venti vocazioni. Port Marly, come Ecône, sta a dimostrare la fecondità di quell’«esperienza della tradizione», per la quale invano sua eec.za mons. Lefebvre chiese a Paolo VI almeno la stessa libertà concessa ad altre esperienze più o meno cervellotiche, più o meno eterodosse.
Il decreto di «normalizzazione»
Nel dicembre 1985 il canonico Roussel muore. Egli però, ha provveduto alla continuità della comunità di Port Marly, associandosi come coadiutori due Sacerdoti: l’abbé Izimba e il padre Pochet.
Il Vescovo di Versailles ha, invece, deciso la «normalizzazione» di Saint Louis. Scartati, perciò, i due assistenti del curato defunto, nomina parroco l’abbé Caro. Nella lettera di nomina (20 luglio 1986) si legge: «Al centro della vostra missione generale vi affido particolarmente due consegne, importantissime per il loro significato: 1) invitare tutti i parrocchiani di Port Marly a celebrare [sic!] progressivamente la stessa Messa del Papa … ; 2) anche per quanto concerne la catechesi, i “ parcours” diocesani da me approvati saranno progressivamente adottati …».
«Adelante, presto, cum juicio» (« I promessi sposi», cap. XIII): progressivamente, sì, per timore della reazione dei fedeli, ma non troppo, dato che il termine ad quem è fissato perentoriamente alla 1 domenica d’Avvento per il rito della S. Messa e alla riapertura dell’anno catechetico per la catechesi. Fedele alle direttive, il nuovo curato, accolto con deferenza dalla comunità, si rifiuta di celebrare secondo il rito romano tradizionale; assiste, tuttavia, nel più devoto raccoglimento alla Messa solenne che il padre Pochet continua a celebrare nel modo tradizionale ed aiuta l’officiante a distribuire la Santa Comunione: il passaggio – è la direttiva del Vescovo – deve essere il più possibile indolore.
Il «colpo di forza» episcopale
I fedeli, però, si sono premurati di far pervenire comunque al Vescovo, che si rifiuta di riceverli, le proprie richieste: che sia rispettato il carattere proprio della loro parrocchia o almeno sia consentita la coesistenza dei due riti: essi non impediscono a nessuno di assistere al nuovo rito celebrato dall’abbé Caro; che sia lasciata loro almeno identica libertà. La richiesta è più che ragionevole. A metà novembre, invece – si appressa il termine fissato dall’alto – il nuovo parroco annunzia le decisioni episcopali: niente è lasciato alla comunità di Port Marly, neppure una sola Messa domenicale secondo il rito romano tradizionale. E, a far crollare ogni illusione, si provvede ad allontanare bruscamente l’ ultimo coadiutore del defunto parroco, il padre Pochet (l’altro, l’abbé Izimba è stato già allontanato e, non è esitato a far soffiare sul suo conto il «venticello» della calunnia).
La risposta dei fedeli
La comunità di Port Marly piomba nello sgomento: dopo vent’anni, spogliata del rito romano tradizionale, di una catechesi sicuramente cattolica, di un Sacerdote che permetta loro di continuare nel solco della tradizione cattolica, avverte che la si vuoi piegare per forza di cose a quel corso innovatore che ha dato vent’anni di frutti velenosi per la Chiesa e per le anime. E’ in gioco la loro fede e la fede dei loro figli. Resisteranno. Anche i
più convinti sostenitori della moderazione e del dialogo debbono convenire che non si da loro altra via d’uscita e che il dovere di ubbidienza alla legittima autorità cessa quando si tratta di salvaguardare un bene superiore. Il 29 novembre, vigilia della «normalizzazione» inflessibilmente perseguita da mons. Simonneaux, i fedeli di Port Marly, rispondono al colpo di forza episcopale con un colpo di forza: occupano la chiesa e chiamano ad officiarla un benedettino, ordinato prete da mons. Lefebvre, e che è uscito dalla propria comunità, quando questa ha adottato il nuovo rito.
Un uomo di «dialogo»
Nel gennaio è nominato coadiutore del Vescovo di Versailles mons. Jean Charles Thomas, già Vescovo di Aiaccio. Si parla di lui come di un uomo di «dialogo». Ed infatti si dichiara disponibile al dialogo anche con i fedeli di Port Marly, a condizione però che chiariscano se sono «tradizionalisti» o «integristi», perché in questo secondo caso sarebbero «al limite della rottura, se non già al di là della rottura» ( le courrier des yvelines, 29 gennaio 1987) e premette che «mons. Simonneaux ha fatto sufficienti aperture» (ivi). I fedeli, che da mons. Simonneaux si sono visti chiudere in faccia una porta dopo l’altra, sia in senso figurato che reale, vedono crollare ogni residua speranza. Al richiesto chiarimento rispondono di non essere né integristi né tradizionalisti, ma semplicemente cattolici, e che, poiché intendono vivere come hanno vissuto tutti i cattolici fino al Vaticano II, sono certi di non essere né al limite né al di là della rottura, a meno che non si voglia sostenere per assurdo che fino al Vaticano II nella Chiesa cattolica si è vissuti tutti, gerarchia e fedeli, «al limite della rottura se non già al di là della rottura» ( le courriere des yvelines, 19 febbraio 1987).
L’intervento del «braccio secolare»
Da parte episcopale si fa ricorso allora alla forza pubblica. Il 6 marzo la chiesa e fatta sgomberare una prima volta, ma i fedeli la rioccupano durante la notte successiva e si accollano turni di guardia, anche notturni, a scanso di nuove sorprese. Il 30 marzo, pero, la polizia irrompe in forza ed ha luogo l’interruzione della Santa Messa e l’estromissione violenta del celebrante e dei fedeli. Subito dopo si provvede a murare e sbarrare porte e finestre della chiesa. Dunque – commentano i fedeli – i Vescovi francesi preferiscono una chiesa chiusa al vedervi celebrare il rito tradizionale della Chiesa romana.
La protesta «solenne»
La domenica successiva la comunità di Port Marly è tutta sul sagrato intorno al Sacerdote, che celebra davanti alla porta murata e sbarrata e così la domenica delle Palme, quando, al termine della funzione, mentre il popolo canta il Christus vincit, alcuni giovani riescono ad aprire un varco nel muro. Dietro di loro i fedeli di Port Marly irrompono nella «loro» chiesa, che ora costa loro molto di più del denaro sborsato per restaurarla. Mons. Simonneaux e Thomas emettono un «comunicato». Vi si legge tral’altro: «In nome dei fedeli della comunità di Port Marly, privati per la terza volta della loro chiesa… noi protestiamo solennemente». Ecco: finalmente la protesta della Curia di Versailles è arrivata; pubblica e «solenne»; ma solo perché i fedeli «conciliari» di Port Marly. (una cinquantina) sono stati privati «della loro chiesa» … murata e sbarrata. da Si si No no del 15 giugno 1987