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Padova-Venezia. Una tromba d’aria con raffiche di vento da 300 km/ora

(di Giuseppe PACE) PADOVA. Le calamità naturali causate da fenomeni metereologici come i tornado sono studiati dall’Homo sapiens dal paleolitico inferiore. Prima si affidava alla magia e all’irrazionale che c’è in lui poi alla sua razionalità, grazie al metodo scientifico di Galileo, che insegno 18 anni all’Università di Padova fino al 1610. Nel territorio padovano e veneziano forti temporali si sono abbattuti dal pomeriggio dell’8 luglio 2015. Ho telefonato, per solidarietà, al collega G. Zuccarello del liceo scientifico “G. Galilei” di Dolo (VE), che mi ha riferito di aver visto grossi e pericolosi chicchi di grandine e mi chiedeva lumi, memore del corso che avevo frequentato all’Aeroporto di Capodichino durante gli anni trascorsi all’Università Federico II di Napoli. Le espressioni “tornado” e “tromba d’aria” sono sinonimi, sono concettualmente la stessa cosa. Per semplice abitudine, in Italia fenomeni del genere vengono chiamati trombe d’aria, in altre parti del mondo (come negli Stati Uniti) si preferisce usare l’espressione tornado (twister in inglese). In realtà le trombe d’aria sono derivate dalla base di una nube, pericolosa d’estate, il cumulonembo. La tromba d’aria appare a forma di “imbuto” che si protende dalla base del cumulonembo fino a terra. Sulla terra ferma se ne verificano più del mare. Esse sollevano una grande quantità di polvere e detriti che accompagna il loro moto fino alla dissipazione. Dai 100 ai 500 metri circa è il diametro della base di una tromba d’aria, ma in casi eccezionali sono state registrate tornado con diametro di base superiore a 1 km ad esempio l’EF5 di Oklahoma Citty. L’altezza di una tromba d’aria può variare tra i 100 e i 1000 metri, in relazione alla distanza tra suolo e base del cumulonembo. Le trombe d’aria più violente tendono a presentarsi come imbuti con confini lineari, in generale i più deboli si presentano con una forma sinuosa che si assottiglia progressivamente con l’inizio della dissipazione. L’8 luglio ero a Iesolo (VE), dove pioveva, ma la notizia del disatro in riviera del Brenta, tra Dolo e Mira, è giunta subito mediante i mass media nazionali e locali. Pioggia e vento a Piazzola sul Brenta e nei dintorni di Cittadella. Grandinate nel Cittadellese, a Camposampiero, a Fiumicello di Campodarsego. Tromba d’aria a Cazzago di Dolo, devastazione sulla Riviera del Brenta e nel Miranese con case e ville venete distrutte ed alberi sradicati. Un morto e trenta feriti di cui due gravi. Ma è al confine con la provincia di Venezia, sulla Riviera del Brenta, che la furia del vento e della pioggia hanno colpito più duramente. Mezz’ora di pioggia fortissima, mista a raffiche di vento e grandine, hanno devastato il Miranese e la Riviera. Dalle 17 si è scatenato l’inferno, dopo giorni di calura e afa. Danni ingentissimi e feriti. All’improvviso il cielo è diventato scuro e si è materializzato il tornado o tromba d’aria. Purtroppo il bilancio è tragico: un morto e una trentina di feriti, due dei quali in codice rosso. “Volava di tutto. Tegole, travi, pezzi interi di case. Abbiamo capito subito che, stavolta, la situazione era gravissima”. Sono le drammatiche parole di Valentina Abinanti. Trentadue anni, originaria di Galliate (Novara), Valentina è una cacciatrice di tornado. Insieme ad altri quattro appassionati, mercoledì 8 luglio era là, sulla Riviera del Brenta. È stato un vero e proprio inferno quello che, alle 17.30, si è scatenato nei pressi di Dolo a causa di una supercella temporalesca. Un tornado si è abbattuto su Cazzago di Dolo e su Mira, con venti che hanno raggiunto i 250-300 km/h e chicchi di grandine dalle dimensioni più grandi di una noce. Drammatico il bilancio: un morto e trenta feriti. Il Centro Epson Meteo, dopo aver seguito in diretta l’evolversi della situazione, ha deciso di raccogliere la testimonianza di Valentina. La giovane racconta: “Non credevo ai miei occhi. Già ero abituata a trovarmi di fronte a forti tornado negli Stati Uniti, ma in Italia non mi era mai capitato”. Valentina, che di professione è insegnante di scuola elementare, nutre da sempre la passione per la caccia ai tornado. La sua esperienza in questo campo inizia nel 2007. “Quanto accaduto nel Veneziano è stato davvero sconvolgente. Noi monitoravamo la zona già da tre giorni: la sera di martedì 7 luglio abbiamo preso la decisione di recarci in Veneto perché i modelli meteorologici indicavano la possibilità di sviluppo di fenomeni particolarmente intensi. Partiti alle 10 del mattino, seguivamo di minuto in minuto l’evolversi della situazione”. Per quanto riguarda la strumentazione di cui si sono avvalsi, Valentina afferma: “In Italia, dal punto di vista tecnico, non c’è gran che. Io, personalmente, ho utilizzato il mio cellulare, col quale monitoravo le immagini radar, e poi semplicemente mappe digitali. Il problema – sottolinea – è che il radar ha 30 minuti di ritardo, quindi ci siamo dovuti muovere a vista”. Appena oltrepassata Venezia, i giovani hanno avvistato il temporale che si muoveva dall’alto Vicentino. “In breve tempo- racconta- il radar ha iniziato a mostrare la forma di una supercella. Appena l’abbiamo vista, ci siamo diretti in quella direzione. Abbiamo intercettato il temporale a metà strada tra Vicenza e il mare. Era velocissimo, si muoveva verso sud-est”. Le sue parole trasudano la drammatica emozione vissuta: un’emozione che, probabilmente, Valentina non dimenticherà facilmente. “Nel giro di 20 minuti il temporale si è trasformato in tornado. Era vicino a Dolo. Già solo guardandolo, si capiva che si trattava di un tornado particolarmente intenso. Noi ci siamo tenuti a una distanza di circa un chilometro dal tornado. Da là si vedeva tutta la struttura del temporale supercellulare, le striature in rotazione e, in fondo, il tornado”. Ma com’è possibile stabilire l’entità di un simile fenomeno? La stima dell’intensità dei tornado, infatti, generalmente viene fatta in base ai danni: è pertanto una valutazione a posteriori. Nel caso di Venezia, però, non vi erano molti dubbi. “I detriti arrivavano a un’altezza di 50 metri. Quando succede ciò, già scarti automaticamente le prime categoria, e capisci che il tornado ha un’intensità tra le maggiori. Volava di tutto. Interi pezzi di casa sollevati dal vento, alberi, tegole”. Il nostro Paese non è immune da questi fenomeni: in Italia in media si verificano 8-10 trombe d’aria all’anno, solitamente concentrate tra l’estate e l’autunno. Le zone maggiormente colpite sono le aree pedemontane alpine, il Friuli, il Ponente Ligure, le coste dall’alta Toscana e del Lazio e la Sicilia orientale. Nelle trombe d’aria “italiane” di solito il mulinello ha un diametro di 50-150 metri, con venti che ruotano intorno al centro del mulinello alla velocità di 100-150 km/ora, mentre l’imbuto si sposta insieme alla nube temporalesca alla velocità di circa di 30-40 km/ora. Fortunatamente, a differenza delle alluvioni, le trombe d’aria ed altri similari fenomeni meteorologici hanno durata breve (difficilmente oltre i 30 minuti), riuscendo così a percorrere solitamente distanze limitate, in media 5-10 km. La rarità del fenomeno e la ristretta area da esso interessata fanno sì che la probabilità che un dato luogo sia investito da una tromba d’aria risulti molto bassa, ma purtroppo non del tutto remota. Trombe d’aria come quelle che hanno spazzato il Golfo Ligure sono una presenza sempre più frequente nel cielo italiano. «Ma anche i piccoli tornado, che sono manifestazioni della stessa specie ma molto più violente » nota Massimiliano Pasqui dell’Istituto di biometeorologia del Consiglio nazionale delle ricerche. Le trombe d’aria sono vortici che ruotano a velocità intorno ai 200 chilometri orari, talvolta superandole. Le scure colonne aeree dal diametro variabile fra dieci e venti metri si muovono in qualche caso alla velocità di 50 chilometri orari aggiungendo con lo spostamento un’ulteriore capacità di danno. Per fortuna la loro vita è breve, pochi minuti, durante i quali percorrono pochi chilometri. E poi scompaiono dissipando la loro energia. Questi fenomeni nascono in genere in mare dalla primavera sino all’autunno e si spostano verso la terraferma dove, per effetto dell’attrito e della rotazione, liberano la loro potenza dopo aver fatto volare oggetti trasformandoli in proiettili naturali da cui difendersi. Tutto si innesca alla base dei cumuli temporaleschi a un’altezza di qualche centinaio di metri in una zona retrostante il temporale dove ancora la pioggia non è arrivata. «A innescare la tromba d’aria come quelle del Golfo Ligure è una combinazione di cause — spiega Pasqui —. Prima di tutto le correnti più fresche che arrivano in quota dall’Oceano Atlantico. E può succedere che più fronti temporaleschi uniscano la loro azione scatenando anche più di una tromba d’aria». Solo dal 1971 si riescono a misurare simili fenomeni grazie a un professore dell’università americana di Chicago, Theodore Fujita, che ha ideato una scala che porta il suo nome. Divisa in cinque livelli partendo da zero, la scala classifica la violenza considerando soprattutto la velocità del vento e i danni provocati. Ai primi gradini si trovano le trombe d’aria che poi diventano in genere tornado quando si arriva al terzo livello, con velocità intorno al 250 chilometri orari e l’espressione di una forza che solleva automobili e persino carrozze ferroviarie. Fujita arrivò all’importante risultato dopo essere stato uno degli scienziati inviati a studiare gli effetti dell’esplosione della bomba atomica di Hiroshima da cui si erano generati anche alcuni tornado. Al suo ritorno, in collaborazione con Allan Pearson, responsabile del Centro di previsione meteorologica di Kansas City nel Missouri, elaborò il metodo oggi correntemente impiegato. In Italia le trombe d’aria si verificano lungo tutte le coste dello stivale mentre piccoli tornado si sono scatenati in Pianura Padana soprattutto nel Nordest a partire dall’Emilia Romagna. «L’aumento della temperatura dei nostri mari registrato negli ultimi anni è uno degli elementi che favorisce l’innesco dei vortici, tanto da spingere a una loro più intensa osservazione favorita pure dalla maggiore diffusioni di mezzi tecnologici, cellulari compresi, i quali consentono di cogliere facilmente il fenomeno di breve durata favorendone la registrazione. E questo discorso è valido per l’intero Mediterraneo». Può succedere che le trombe d’aria non raggiungano la superficie e allora, pur essendo in qualche modo percepite e ben avvistate, non rientrano nella classificazione anche perché la loro potenza distruttiva per fortuna non riesce a liberarsi, dissolvendosi nel cielo e offrendo soltanto uno spettacolo da ricordare. “Questi eventi – spiega il meteorologo Federico Grazzini – sono generati da temporali non molto frequenti, ma piuttosto potenti, che si sviluppano molto in altezza e durano a lungo, creando forti venti in rotazione. Queste condizioni sono favorite da ambienti instabili, come il gran caldo di questi giorni” “La tromba d’aria che ha colpito la Riviera del Brenta si può classificare di livello intermedio, F3, in una scala, denominata ‘Fujita‘, che va da 0 a 5 e misura l’intensità di un tornado in base ai danni provocati al suolo – spiega F. Grazzini, meteorologo dell’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente (Arpa) dell’Emilia Romagna -. Significa che la tromba d’aria, con venti che soffiano a quasi 300 km/h, può abbattere strutture in muratura, scoperchiare tetti e sradicare alberi. Ma cosa innesca questi violenti fenomeni naturali? “Trombe d’aria intense come quella di Venezia – chiarisce Grazzini – sono generate dalle cosiddette supercelle, un particolare tipo di temporali non molto frequenti “La tromba d’aria che ha colpito la Riviera del Brenta si può classificare di livello intermedio, F3, in una scala, denominata ‘Fujita‘, che va da 0 a 5 e misura l’intensità di un tornado in base ai danni provocati al suolo – spiega F. Grazzini, meteorologo dell’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente (Arpa) dell’Emilia Romagna -. Significa che la tromba d’aria, con venti che soffiano a quasi 300 km/h, può abbattere strutture in muratura, scoperchiare tetti e sradicare alberi. Questo è avvenuto in Veneto centrale l’8 luglio 2015.