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Sulla costa molisana si possono cercare idrocarburi sottomarini

Giuseppe Pace. (Socio onorario del Club “Ragno” di Bojano). Bojano. I sondaggi geologici sottomarini per ricercare idrocarburi al largo della costa molisana hanno avuto via libera. Il settore estrattivo è regolato dalla Legge regionale n. 11 del 05.04.2005 “Disciplina generale in materia di attività estrattive” la quale favorisce il corretto uso delle risorse nel rispetto dell’ambiente e del territorio. Tale legge individua, nel Piano Regionale delle Attività Estrattive (PRAE), lo strumento generale di pianificazione del settore con l’obiettivo di rendere compatibili le esigenze di carattere produttivo con quelle di salvaguardia dell’ambiente e del territorio. La stima delle riserve di idrocarburi è questione molto complessa. Sui valori pubblicati la correttezza non è sempre verificabile, visto che da un lato non esistono procedure standardizzate. Relativamente alle risorse ancora da scoprire, ci si riferisce alle cosiddette riserve ultime: le quantità convenzionali che devono essere ancora scoperte o che potranno essere con più efficienza prodotte in futuro da giacimenti oggi non noti. Infatti, in un determinato istante, le riserve certe di idrocarburi dipendono dal volume dei giacimenti già scoperti, dalle tecnologie di esplorazione e di produzione, nonché dal prezzo di vendita. L’aumento delle riserve è, da una parte, legato alla scoperta di nuovi giacimenti e dall’altra all’introduzione di nuove tecnologie per aumentare il fattore di recupero. Le stime delle riserve ultime variano parecchio, poiché dipendono da valutazioni tecniche ed economiche di maggiore o minore prudenza, ad elevato livello di soggettività. Nel 2011 l’Italia ha prodotto 6,6 mln tep di gas naturale (8,3 miliardi di Sm3) e 5,3 mln tep di olio greggio (106.000 bbl/g) contro un consumo annuo rispettivamente di 62,3 mln tep (77,9 miliardi di Sm3) e 71,9 mln tep (1,4 mln bbl/g). Ciò significa che l’Italia ha prodotto il 10,7% del proprio fabbisogno di gas e il 7,4% di quello di petrolio. Per un paese relativamente povero di risorse energetiche si tratta di quantitativi non trascurabili, anche perché queste percentuali sono suscettibili di aumenti rilevanti, viste le riserve di cui si dispone e a cui si potrebbe accedere se fossero consentiti maggiori investimenti. Quasi il 75% del gas è prodotto offshore e il restante 25% a terra, essenzialmente in Basilicata, Sicilia e Puglia. L’olio invece è prodotto essenzialmente a terra, dal grande giacimento della Val d’Agri e da produzioni minori dei giacimenti siciliani e lombardo-piemontesi. La giustizia amministrativa, in primo e secondo grado, questa volta spalanca le porte alle prospezioni da parte della società Spectrum, che aveva richiesto questo permesso al Mise. Il Tar del Lazio aveva respinto il primo ricorso da parte degli enti locali (la Regione Molise non si era costituita). Subito venne presentato l’appello, ma anche i giudici di Palazzo Spada, con sentenza dello scorso 8 marzo, si sono dichiarati a favore di questa ricerca. Le vicende amministrative relative all’odierno contenzioso traggono origine da un’istanza di pronuncia di compatibilità ambientale relativa al progetto di effettuazione del Programma dei Lavori collegato al progetto “Permessi di prospezione d 1 B.P.-SP e d 1 F.P.-SP situati nel mare Adriatico prospiciente le coste delle regioni Emilia Romagna, Marche, Abruzzo, Molise, Puglia” presentata dalla Società Spectrum Geo Ltd (prot. DVA 2011-20236 del 8.8.2011), alla quale ha fatto seguito il decreto n. 103/2015, emanato dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare (Mattm) di concerto con il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo (Mibact). Invero, il procedimento di Via, una volta espletata istruttoria, veniva definito mediante la formulazione di un giudizio positivo di compatibilità ambientale del progetto, subordinatamente al rispetto delle prescrizioni ivi dettate. Con ricorso giurisdizionale (R.G. n. 10309/2015) la Provincia di Teramo, i Comuni di Alba Adriatica, di Giulianova, di Martinsicuro, di Pineto, di Roseto degli Abruzzi, di Silvi e di Tortoreto impugnavano, chiedendone l’annullamento, i seguenti atti: decreto 103 del 3 giugno 2015 emanato dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, di concerto con il Ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, recante la compatibilità ambientale del programma dei lavori presentato dalla Società Spectrum Geo Ltd. e collegato alle istanze di rilascio dei Permessi di Prospezione d 1 B.P-.SP e d 1 F.P-.SP per l’esecuzione di rilievi geofisici tramite la tecnica c.d. air-gun, su due distinte porzioni del mare Adriatico prospicienti le coste della Regione Emilia Romagna, Marche, Abruzzo, Molise (Istanza di Permesso di Prospezione d 1 B.P-.SP – Adriatico centro—settentrionale) e Puglia (Istanza di Permesso di Prospezione d 1 F.P-.SP ¬Adriatico meridionale) e ogni altro atto presupposto, connesso e/o consequenziale, ancorché non conosciuto e comunque lesivo. L’udienza pubblica c’è stata lo scorso 21 dicembre. Tra i motivi dirimenti di questo appello, il Consiglio di Stato evidenzia che alla luce di approfondimenti che mettevano in evidenza una minima interferenza col limite delle 12 miglia dalla costa, il Mise disponeva la riperimetrazione d’ufficio dell’istanza confermando al tempo stesso che il relativo “iter istruttorio potrà proseguire relativamente alla rimanente parte dell’area dell’istanza in quanto compatibile con quanto disposto dalla citata normativa ambientale”. Si è provveduto a riperimetrare l’area oggetto dell’istanza di Spectrum per garantire il rispetto del limite delle 12 miglia dalla costa, con la precisazione che il programma dei lavori collegato all’istanza di permesso di prospezione in questione “non prevedeva attività all’interno delle suddette aree marine e costiere protette e, pertanto, non si ravvisa la necessità di chiederne un aggiornamento a seguito della riperimetrazione d’ufficio”. Inoltre, il Collegio intende in primo luogo rilevare che l’istruttoria svolta dai Ministeri appellati appare nel complesso completa, articolata e rispettosa dell’iter normativo nella sua interezza, così come dagli atti impugnati emerge che la Commissione tecnica abbia sempre motivato in maniera sufficiente ed idonea in relazione alle criticità rappresentate nelle osservazioni rese dai soggetti interessati ai sensi dell’art. 24 d.lgs. n. 152/2006. Dal 2002 al 2011 in Italia sono stati perforati 74 pozzi esplorativi, dei quali 39 hanno dichiarato la scoperta di un giacimento. In questo intervallo di tempo, il tasso di successo è pari al 50%, percentuale molto elevata (in molte zone il tasso di successo è anche solo del 10%). Ciò significa che le moderne tecniche di prospezione geochimica, geologica e geofisica sono in grado di localizzare i pozzi esplorativi con molta più accuratezza rispetto al passato. E, non ultimo, riteniamo che in Italia vi sia ancora un buon potenziale petrolifero non espresso. La Fig.17 mostra l’ubicazione geografica dei suddetti ritrovamenti, anni 2002 – 2010, dove sono anche evidenti le aree in cui si concentra maggiormente l’attività di esplorazione. Si tratta esclusivamente di piccoli ritrovamenti nei pressi di aree già in produzione. Il confronto tra Italia e resto d’Europa è molto condizionato da quella che possiamo definire l’anomalia italiana. I dati su cui basarlo – si tratti di riserve o produzione – sono fuorvianti: perché non espressivi dell’effettiva consistenza del patrimonio di cui potremmo beneficiare. Nel quadro geografico e geologico europeo, esclusi. I grandi produttori del Mare del Nord (Norvegia, UK), l’Italia è, infatti, un Paese relativamente ricco di idrocarburi: nel petrolio, occupa il primo posto per riserve di petrolio ed è il secondo produttore europeo dopo la Danimarca. Nel gas, invece, si attesta in quarta posizione per riserve e in sesta posizione per produzione, non tanto per la povertà assoluta del nostro sottosuolo quanto per le immani difficoltà a valorizzarlo. Va da sé che i volumi estratti siano andati poi diminuendo secondo il naturale tasso di esaurimento dei giacimenti in esercizio, non essendo questo controbilanciato dalla scoperta e messa in produzione di nuovi. In Molise sono ancora vivi i ricordi dell’Italia autarchica di minerali metallici e a Campitello Matese si può ancora vedere una miniera abbandonata, ma attiva negli anni Trenta. La geologia dell’Italia è molto complessa e ha dato alla penisola un assetto strutturale e sedimentario molto articolato. Ciò non ha favorito la formazione di grandi ed estesi bacini petroliferi, ma ha creato localmente situazioni favorevoli alla formazione di numerose province di una certa importanza, anche se non di grande estensione. Dal punto di vista tettonico e strutturale, l’Italia può essere suddivisa in quattro zone, legate alla presenza delle catene alpine e appenniniche: un “bacino di retroarco”: area poco deformata costituita dal Mar Tirreno; un’area di catena, che costituisce il grande arco che va dalle Alpi agli Appennini, fino a costruire l’ossatura della Calabria e della Sicilia; un’area di “avanfossa”: il bacino depresso e poco deformato che si trova al fronte delle catene montuose che avanzano sul cosiddetto “avampaese”, rappresentata dal margine adriatico e ionico e dal Canale di Sicilia; un’area di “avampaese”: la zona non ancora deformata verso la quale avanzano le catene montuose in formazione, costituita dalla Pianura Padana, dal Mare Adriatico, dalla Sicilia Sud-orientale e dal Canale di Sicilia. L’intensificarsi delle esplorazioni di idrocarburi nell’Adriatico, sono dunque il frutto di un mix diverso di fattori che si sono sommati negli ultimi anni. Almeno cinque sono gli avvenimenti che possono essere identificati come game changer per la sicurezza energetica della regione: a. l’avanzamento delle tecnologie di rilevazione ed esplorazione ha comportato un abbattimento dei costi di ricerca ed estrazione e, assieme al costante prezzo elevato del petrolio, ha reso potenzialmente profittevoli lo sfruttamento di aree in passato ritenute non remunerative; b. lo sviluppo di mercati sempre più spot per il gas, legati alla diffusione del LNG e al boom dello shale, ha rivoluzionato la geopolitica energetica, creando interessanti alternative alle costose pipeline che hanno forti implicazioni politiche e di sicurezza energetica e necessitano di ingenti investimenti di lungo periodo; c. la crisi economica che ha colpito l’Europa, facendo ridurre i consumi di gas e mettendo sotto grande pressione numerosi sistemi economico-sociali dell’Europa Sud Orientale, ad iniziare dalla Grecia; d. lo sviluppo di South Stream – che ha tagliato in due i Balcani, separando di fatto i Balcani adriatici da quelli danubiani, ridisegnando la mappa geopolitica della regione e gettando le basi per un nuovo precario assetto regionale; e. il deteriorarsi della grave crisi Ucraina, che si trascinerà per anni, riattivando e mantenendo latente il confronto tra Washington e Mosca, nell’Europa Orientale. Ciò potrà comportare ripercussioni imprevedibili sullo scenario balcanico, teatro marginale di confronto tra USA e Russia, ma che proprio per la sua bassa rilevanza globale, potrebbe acquistare un ritorno di consistenza come retrovia di una rinascente competizione bipolare Est – Ovest. Nel 1940 a Morcone (BN) ai piedi del Matese si estravano 60 milioni di tonnellate di carbone fossile su 3 milioni circa di tonnellate nazionali. Adesso se dalle coste marine molisane si potranno estrarre altri combustibili fossili, ben vengano per la crescita economica italiana.