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ELEZIONI POLITICHE 2018 E L’INGEGNERIA POLITICA

(Gianluca Martone)Per comprendere nel migliore dei modi il recente esito elettorale, è necessario analizzare le cause e le ragioni che hanno portato a questi incredibili risultati, soprattutto all’affermazione del Movimento Cinque Stelle nel meridione. Di recente, sul suo blog il giornalista Maurice Blondet ha cosi analizzato il successo del movimento di Beppe Grillo nel Mezzogiorno:” “Noi siamo proiettati al governo perché siamo una forza nazionale, non come le altre forze territoriali che stanno 15 punti sotto di noi”. Non capisco perché Luigi di Maio dice cose del genere, quando è evidente il contrario: il Movimento 5 Stelle è diventato la Lega Sud. Già le mappe del voto sono inequivocabili: il M5S è il partito territoriale del Meridione. Ma la geografia indica che è meridionale in un senso più profondo, caratteriale, di mentalità. La proclamata rivolta contro il sistema, con l’accortezza di restare nel vago e smorzare e annacquare le critiche precise e puntuali – nessuno oggi può dire cosa pensa il 5 Stelle dell’Euro, dell’eurocrazia, della finanza globale, della BCE e della NATO, di tutto ciò che costituisce “Il Sistema” – è un’attrattiva indubbia per gli eterni caratteri meridionali, rivoltosi ma non rivoluzionari, anzi insieme sediziosi e nello stesso tempo reazionari : un tempo furono sanfedisti, oggi – da 70 anni – sono “governativi”. Perché è dal “governo” che si aspettano un miglioramento delle loro condizioni, e per questo vociano e si agitano “contro il governo”. Poiché i lettori meridionali tendono ad offendersi, cito Massimo Viglione: è lui convinto che “promettere il reddito di cittadinanza ha scatenato tutte le passioni più retrivamente clientelari del Meridione”, e dice: “da meridionale, non posso non denunciare la cecità atavica di gran parte dei meridionali, sempre pronti a seguire chi comanda o chi promette”. Io mi limiterò a notare che un movimento che oggi è “populista” senza essere”sovranista” , il che tranquillizza i mercati ed ogni genere di poteri forti, esprime uno storico carattere meridionale. Il furbo e ricco Eugenio Scalfari lo ha riconosciuto: “Chi sceglierei fra Di Maio e Salvini? Un tempo li consideravo uguali. Nel senso che non si votano. Oggi tra Salvini, che è quello di prima, e Di Maio che sembra radicalmente cambiato, sceglierei Di Maio”. Certo, i populisti non-sovranisti non pretendono di diventare padroni del proprio destino, quindi vanno benissimo a chi ha il potere. Non lo insidiano. Anzi, Scalfari invita il PD a fondersi con i 5 Stelle: “Facendo un’alleanza con il Pd non è che ci sono due partiti, diventa un unico partito, Di Maio è il grande partito della sinistra moderna. Allora la faccenda cambia, se lui diventa la sinistra italiana voterò per questo partito”. Ci si vergogna a ricevere un simile elogio, se il M 5 Stelle non fosse diventato Lega Sud. C’erano ovviamente caratteri propri nel 5 Stelle che lo rendono attrattivo, anzi omogeneo, al Meridione: il regresso, la “decrescita felice”, l’utopismo alla Grillo delle energie pulite e dei consumi zero, che non è che ignoranza profonda della civiltà industriale. Il guaio è che l’abbraccio con l’elettorato meridionale lo farà sviluppare sempre più questo carattere regressivo e vacuo, e atrofizzare i caratteri fattivo-positivi del movimento del “vaffa”, la pulizia morale, la politica dell’onestà amministrativa. E’ tristemente interessante vedere che il 5 Stelle è diventato “Lega Sud”, proprio nel momento storico in la Lega ha imparato a cessare di essere “Lega Nord”. Grazie a Salvini, che è lui stesso evoluto politicamente e umanamente, la Lega di Bossi si evoluta in partito di ambizione nazionale e di capacità . Di Maio ha amato tanto ricordare che Salvini diceva “Forza Vesuvio, Forza Etna”, che non ha colto la maturazione non solo del linguaggio, ma del programma e della nettezza dei mezzi e delle persone che Salvini ha chiamato per attuare il programma. Fa il paio con la malafede con cui le sinistre continuano a bollare di “razzista” e “anti-immigrati” l’unico partito che abbia fatto eleggere al Senato un nigeriano d’origine. Toni Iwobi, 62 anni, il primo senatore nero. Residente a Spirano (Bergamo) e di origini nigeriane. Nella Lega dal 1993 e arrivato in Italia a 22 anni con un visto per motivi di studio è responsabile del dipartimento immigrazione del Carroccio. Da che parte stanno i pregiudizi? Non mi pare che stiano a Nord. Anche questo ritardo culturale nel capire il cambiamento, di tenersi attaccati ai propri pregiudizi, è purtroppo un carattere meridionale, il motivo della sua arretratezza. L’incapacità di cogliere le occasioni storiche; di cavalcare la modernità positiva; continuare a vedere nel Nord una entità antropologica estranea, significa essere rimasti ai tempi del film dove Totò e Peppino, essendo dovuti venire a Milano, si mettono a parlare in una specie di francese: “Nous voulevons savuar…”, e prende il vigile urbano per “generale austriaco”. Peccato. Soprattutto per il Sud. Perché questo voto, temo, aggrava, conferma, e rende definitiva la divisione in Due Italie di un paese che mai è stato unito come nazione. La separazione politica sarà solo questione di tempo”.

Ma com’è possibile che in Regioni storicamente governate da anni dal centro sinistra e con una Sicilia, nella quale pochi mesi fa ha vinto le consultazioni regionali il centro destra con il neo governatore Musumeci, il Movimento Cinque Stelle ha colto un risultato clamoroso con percentuali di consenso ben al di sopra del 50%, aggiudicandosi addirittura nell’isola tutti e 28 i collegi uninominali? A questo legittimo tentativo ha risposto sempre lo stesso Blondet, con un interessante ed esaustivo articolo, che pubblico integralmente, scritto pochi giorni prima del voto del 4 marzo:” SI avvicinano le elezioni del 4 marzo e l’esito è quantomai incerto: la legge elettorale, un misto di maggioritario e proporzionale, garantisce infatti poca governabilità. Tutto spinge per la creazione di una “Grande Coalizione”: già, ma quale? Contrariamente all’opinione prevalente, l’obiettivo non è un patto “al centro”, un’unione cioè tra forze moderate, bensì la nascita di una coalizione basata sul Movimento 5 Stelle e la sinistra, depurata da Matteo Renzi. Le drammatiche esperienza di Roma e Torino non preoccupano, perché devono essere ripetute a scala nazionale: l’establishment liberal lavora ormai apertamente per il default dell’Italia ed il “sacco di Roma”. Il biennio 2018-2019, come abbiamo sottolineato nella nostra prima analisi dell’anno, sarà certamente decisivo per gli equilibri internazionali. L’ordine euro-atlantico uscito dall’ultima guerra si sta sgretolando e né la UE né la NATO conserveranno l’assetto attuale. Ciò non toglie, però, che l’establishment euro-atlantico abbia un “piano” in serbo per ognuno: è da illusi immaginare un “libero tutti” che apra le porte ad una nuova età dell’oro. Anzi, al contrario: più il potere atlantico si indebolisce e più aumenta la volontà di fare terra bruciata, per impedire che i vecchi sudditi, una volta liberati,convergano verso la Russia e la Cina. L’Italia, il cui valore geopolitico è enorme, non fa eccezione: se non la si controlla, è meglio distruggerla, magari spartendosi le spoglie con i vicini (Francia e Germania). Purtroppo il concetto di “anarchia internazionale” (la reciproca ostilità tra potenze) fatica ad inculcarsi nella mente degli italiani, educati da sempre ad un complesso di inferiorità nei confronti delle potenze straniere e perciò tradizionalmente “esterofili”. Il processo di annichilimento dell’Italia, avviato nei primi anni ‘90 con Tangentopoli e la destabilizzazione della Somalia, ha accelerato a partire dal 2011: austerità, cessione delle imprese strategiche (Telecom, Edison, Unicredit, alimentare e lusso), guerra in Libia e conseguenti flussi migratori incontrollati. Arrivati nel 2018, sta per iniziare l’ultima fase del processo di “distruzione controllata” dell’Italia e le imminenti elezioni del 4 marzo, decretando chi dovrà gestire il pericolosissimo aumento generalizzato dei tassi ed il conseguente crollo delle piazze finanziarie, giocano un ruolo cruciale.
Il denigrato “Rosatellum”, un misto di maggioritario e proporzionale, garantisce poca governabilità: pochi ricordano, però, come sia il frutto di un travagliato e difficile iter parlamentare, ostacolato dall’ex-presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e dal Movimento 5 Stelle. Sia a “re Giorgio”, artefice del disastroso intervento in Libia e dell’altrettanto nefasto governo Monti, sia al Movimento 5 Stelle, da noi definito “la stampella del potere” a causa della sua origine massonica-atlantica, non sarebbe affatto dispiaciuto votare col “Consultellum”: una legge elettorale per la Camera, una per il Senato. Ossia la massima ingovernabilità. Perché l’ingovernabilità è un valore? Perché obbliga le istituzioni ad adottare, una volta chiuse le urne, soluzioni “impensabili”. Come ha scritto di recente Beppe Grillo sul suo blog, obbliga al “Sto impazzendo, sto impazzendo, fate veloce a fare un governo perché io sto impazzendo1”. Costringe, cioè,a sdoganare definitivamente il Movimento 5 Stelle, usandolo come perno attorno cui costruire un governo. L’opinione che i “poteri forti” premano per una grande coalizione “di centro”, basata su un patto tra Silvio Berlusconi e Matteo Renzi, è errata: entrambi sono indigesti a chi conta davvero. Sono cioè indigesti non alla commissione europea (che vale come il due di briscola), ma ai circoli finanziari rappresentati dal settimanale The Economistche, per inciso, sono gli stessi che hanno partorito la Casaleggio srl ed il Movimento 5 Stelle. La strategia dell’alta finanza non contempla quindi una grande coalizione tra “partiti moderati”, ma una grande coalizione incentrata sui grillini, la cui forza, si noti, nasce da quelle stesse politiche di austerità imposte dall’alta finanza.
Prima si indebolisce l’Italia con le ricette del governo Monti; poi si aumenta il veleno con i governi Letta-Renzi-Gentiloni; parallelamente si prepara il virus che dovrà uccidere il paziente debilitato: è il Movimento 5 Stelle, gonfiato a dismisura dalle politiche dei precedenti esecutivi “europeisti”. La strategia appena descritta non è affatto nuova ed è già sperimentata, ad esempio, nella Germania degli anni ‘30. Il suddetto processo è perfettamente rappresentato dalla linea editoriale del “Corriere delle Sera”, storico giornale della borghesia anglofila e “badogliana”. Si parte nel 2011 con l’incondizionato sostegno a Mario Monti, firma dello stesso Corriere; si sostiene la linea di austerità/privatizzazioni/europeismo portata avanti dal governo di centro-sinistra; si vira, quando il PD è stato ormai logoro, verso il Movimento 5 Stelle, preparando così il terreno ad un governo grillino con la benedizione del primo quotidiano d’Italia. Da sempre attivo nella lotta contro le nostre istituzioni (si ricordi che il feticcio della “casta” nasce a Piazza Solferino con il libro di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo), il Corriere si sposta esplicitamente verso M5S con l’arrivo di Luciano Fontana alla direzione del giornale (maggio 2015) e trova in Ernesto Galli della Loggia il principale artefice dello “sdoganamento” del M5S: il movimento non è eversivo, è democratico ed incarna la volontà di “palingenesi” del Paese. Analogo percorso compie la rete La7, sempre di proprietà di Umberto Cairo (nonostante un po’ grillina lo sia sempre stata, essendo nata come tv della Telecom che ha giocato un ruolo chiave nella nascita di M5S). È talmente sfrontato il sostegno del gruppo Cairo, RCS e La7, ai grillini, che lo stesso patron è stato costretto a difendersi:“Non sono certo le nostre testate che hanno creato il successo dei Cinque Stelle”2. Perché il giornale della borghesia “anglofila” si prodiga per sdoganare i 5 stelle,nonostante il clamoroso fallimento della giunta Raggi a Roma e di quella Appendino a Torino (che deve le sua nascita al decisivo avvallo degli Agnelli-Elkann)? Perché, spostando la domanda ad un livello superiore, l’establishment liberal lavora per portare i grillini al potere, nonostante la loro manifesta incapacità di governare? La risposta si ricollega con quanto dicevamo in apertura: l’oligarchia atlantica ed i loro tirapiedi mirano alla destabilizzazione e all’annichilimento dell’Italia e intendono portarlo a compimento servendosi di M5S. Un ipotetico governo Di Maio non sarebbe nient’altro che la continuazione del processo iniziato con governo Monti, anzi, ne sarebbe l’epilogo. Prima i poteri “liberal” (gruppo Bilderberg e Trilaterale) indeboliscono il Paese con l’austerità di Monti, poi aumentano la dose di veleno con i governi di centrosinistra e, quando il paziente è sufficientemente indebolito, inseriscono il virus: il Movimento 5 Stelle, con il suo mix letale di incapacità e cupio dissolvi. Supponiamo che l’esperimento “Raggi” sia ripetuto a scala nazionale, per di più in un contesto macroeconomico sempre più ostile (aumento tassi e recessione economica), qual sarebbe il destino dell’Italia? Come una nave senza comandante in mezzo alla tempesta (dopo anni, peraltro, di incuria e malgoverno), l’Italia sarebbe travolta dai marosi della crisi: caos, saccheggio e default. La lunga stagione di “destrutturazione” del Paese, iniziata nel 1992-1993, culminerebbe così in un epico schianto, grazie al M5S (dopotutto, non fu grazie ad Antonio Di Pietro, l’uomo simbolo di Mani Pulite, se Gianroberto Casaleggio si affacciò alla politica?). Così, le disastrose amministrazioni Raggi ed Appendino verrebbero replicate nei dicasteri romani, con il preciso intento di portare l’Italia alla bancarotta e spalancare le porte alla speculazione più selvaggia. Qualcuno potrebbe obiettare: ma non è interesse dell’establishment atlantico preservare la calma sui mercati, spingendo verso un governo “moderato”? Non è l’Italia troppo grande per essere fatta fallire? Dieci anni di liquidità a costo zero hanno creato un’enorme bolla azionaria e obbligazionaria che, alzati i tassi di interesse, cerca soltanto un pretesto per scoppiare: l’Italia del 2018 potrebbe essere la Lehman Brothers del 2008. Inoltre, l’oligarchia finanziaria atlantica ha spinto al default negli ultimi 20 anni la Russia, i Paesi del sud-est asiatico (1997-1998) e l’Argentina (2001). Non si capisce per qual motivo dovrebbe risparmiare l’Italia che, come ricordano sinistramente molti commentatori, vale ormai soltanto “il 2-3% del PIL mondiale”. M5S è il cavallo di Troia per portare il Paese alla bancarotta; le nostre istituzioni massoniche e la borghesia “badogliana”, da sempre alleate col nemico, sono suoi complici”.
I legami stretti tra il movimento di Casaleggio e l’alta finanza massonica mondialista guidata dal magnate Soros sono stati analizzati da un interessante articolo di Fabrizio Boschi sul Giornale:” Hai voglia a prendere il 33%. Del peccato originale non ci si libera mai. E non stiamo parlando di uno come Rocco Casalino a capo della comunicazione o dei soldi in nero pagati al milionario Grillo. Adesso spunta qualcosa di grosso che rende bene l’idea delle astuzie della Casaleggio Associati, ben avvezza a certi stratagemmi. Un documento della discussa Open Society Foundations (una delle più grandi fondazioni private al mondo che supportano gruppi per i diritti umani, con un budget annuale di oltre 900 milioni di dollari), la società che fa capo all’87enne miliardario americano George Soros (nato a Budapest in una famiglia ebraica, ha un patrimonio di 25,2 miliardi di dollari, una delle trenta persone più ricche del mondo), molto chiacchierato per le sue attività speculative (condannato per insider trading) e di una filantropia sospetta (ha spostato 18 miliardi di dollari alla Open Society Foundations per pagare meno tasse in quanto le donazioni sfuggono alle imposte), dimostra che la Casaleggio Associati ha incassato dalla Open Society Foundations di Soros, 248mila dollari dall’agosto 2017 al marzo 2018 per un progetto volto «a cambiare, a spingere gli elettori e i candidati alle elezioni politiche del 2018 a cambiare strategia su migrazioni ed euroscetticismo». E viene indicato pure un referente, Luca Elauteri, socio fondatore e amministratore dal 2004 della Casaleggio Associati con tanto di e-mail ([email protected]). Elauteri si occupa di Content e Social Media Strategy nell’ambito di editoria digitale e dei new media. Questo documento è stato scoperto da Alessandro Cerboni, bioingegnere di Arezzo, vice presidente di Assocompliance, per anni vicino al M5s che conosce tutti gli scheletri negli armadi della Casaleggio, una persona troppo intelligente e qualificata per restare con la banda Di Maio (infatti lo segarono alle «parlamentarie»). La Open Society Foundations ha iniziato a lavorare in Italia nel 2008, proprio un anno prima della fondazione del M5s. Ovviamente la Casaleggio Associati bolla la notizia come una fake news, ma il dubbio resta. Sarà per questo che per tutta la campagna elettorale il M5s non è stato più antieuro come lo era invece agli inizi e non si è più scagliato contro gli immigrati? Chi c’è al servizio delle lobby estere o viene influenzato dalle stesse? Ad avvalorare questo documento, la notizia che gli «uomini di Soros» avrebbero contribuito a scrivere il programma di governo del Movimento 5 stelle sui migranti: la denuncia, pubblicata a gennaio, fu fatta da Francesca Totolo che, su Il Primato Nazionale, scrisse un articolo dove dimostrava i legami tra la Open Society Foundations e il M5s. «Il ricollocamento dei richiedenti asilo» è stato redatto da Maurizio Veglio, noto avvocato tra i membri di Asgi (Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione), associazione fondata e finanziata dalla Open Society Foundations. L’Asgi ha aderito a numerose campagne pro-immigrazione volte a favorire l’accoglienza dei migranti e pro-ius soli e c’è un collegamento diretto tra alcune parti del programma sui migranti del M5s e l’Asgi, associazione che spesso fa causa ai sindaci di centrodestra. Del resto i legami tra i grillini e Soros esistono da sempre. Lorenzo Fioramonti, ministro ombra dello Sviluppo Economico per il cinquestelle, ha lavorato per la Fondazione Rockfeller e scrive su Open Democracy, sito legato alla Open Society Foundations. E due anni fa Di Maio pranzò coi vertici della Commissione Trilaterale, la somma dei poteri forti dell’Occidente fondata dal banchiere Rockefeller, che insieme a Soros era considerato uno dei due burattinai del mondo. Onestà.
Tutto quello che si è verificato in quest’ultima settimana in Italia, è accaduto lo scorso anno in Francia, dove Macron ha stravinto le presidenziali per l’Eliseo, distanziando di moltissimi milioni di voti la sfidante Marine Le Pen e dove l’elettorato francese, spostato da un’opera eccezionale di ingegneria massonica, è stato indotto a votare l’ex ministro dell’economia del governo Valls, spostando su di lui i consensi di Hollande, ormai indigesto ai transalpini esattamente com’è accaduto nel Mezzogiorno in Italia, dove la massoneria ha spostato i voti dal Pd ai Cinque Stelle. Ecco un articolo esaustivo che un anno fa spiego’ il trionfo di Macron:” Emmanuel Macron è stato eletto e non è certo una sorpresa. La sua è una vittoria annunciata e, se gli exit polls saranno confermati, ben oltre le previsioni. E ora dobbiamo chiederci: che presidente sarà? So di andare controcorrente ma Macron non rappresenta, a mio giudizio, una vera novità politica ovvero non costituisce il cambiamento che ha promesso in campagna elettorale. D’altronde, pensateci bene: come può un uomo che è stato consigliere dell’Eliseo e poi ministro dell’economia di un governo socialista incarnare un movimento politico se non rivoluzionario perlomeno molto innovativo, considerando che poco più di un anno fa “En marche!” non esisteva nemmeno? Come può un ex banchiere rappresentare le istanze del socialismo e della sinistra? I veri movimenti sorti dal nulla richiedono tempi di incubazione e di crescita più lunghi, vedi il lungo percorso della Lega Nord in Italia e, in tempi più recenti, del Movimento 5 Stelle o di Podemos in Spagna.

In realtà Macron è, da sempre, un rappresentante dell’establishment e la sua ascesa è frutto di una brillante quanto spregiudicata operazione di marketing politico. Ragioniamo. Sulla Francia incombeva un rischio: che dopo la Brexit e la vittoria di Trump, il vento del cambiamento si imponesse anche qui, spazzando via i due partiti tradizionali, sia quello socialista sia l’Ump, accomunati, agli occhi degli elettori, da lunghi anni di promesse tradite. Come scongiurarlo? Puntando sul nuovo, ma teleguidandolo. Dunque, più precisamente, presentando il vecchio vestito di nuovo. Attenzione: non si tratta di congetture. Jacques Attali nell’aprile del 2016 pronosticava che uno sconosciuto avrebbe vinto le presidenziali del 2017 e indicava due possibili nomi: Emmanuel Macron a sinistra e Bruno Le Maire. Con queste premesse non è difficile scremare la retorica elettorale per decriptare le intenzioni di Macron, il quale non rappresenta il cambiamento ma la continuità. Sotto ogni punto di vista, anche riguardo la sua personalità. Con lui i francesi otterranno il proseguimento delle politiche di Hollande, che, paradossalmente, tanto hanno odiato. L’uomo giusto per la Francia di oggi era Fillon, ma non era gradito a quell’establishment che infatti lo ha azzoppato. E Marine Le Pen? Per portare a compimento la rimonta impossibile avrebbe dovuto vincere, anzi stravincere il confronto televisivo. E questo non è avvenuto per l’incapacità di mostrarsi presidenziale e propositiva nella seconda parte del dibattito di mercoledì sera. Anche la scelta di denunciare i presunti conti segreti alle Bahamas di Macron è stata azzardata: queste cose le fai se ne sei sicurissimo altrimenti ti si ritorcono contro. Aggiungete la presunta gaffe con il Corriere della Sera e gli echi del cosiddetto Macronleaks (le email trafugate), che, contrariamente a quanto scritto da molti giornali, hanno rafforzato il candidato di “En marche!” permettendogli di presentarsi come vittima di una macchinazione. La campagna di Marine Le Pen è stata ben strutturata e, per nove decimi, riuscita: il suo scopo era di presentarsi come un candidato sempre più neogollista e sempre meno Front National ma ha sbagliato la volata finale, contraddicendosi. Per stanchezza o forse in seguito a una suggestione. E possibile che lei e il suo stratega Florian Philippot abbiano pensato di replicare le tattiche di Trump, alzando i toni e sparando ogni cartuccia (conti alle Bahamas) . Ma la Francia non è l’America. E le svolte improvvise sono sempre rischiose. Se ti ispiri a De Gaulle non puoi comportarti d’un tratto come Trump. Negli ultimi tre giorni della campagna la Le Pen ha bruciato i progressi fatti negli ultimi dieci. Il suo è comunque un risultato storico, mai un candidato del Fronte aveva ottenuto tanti consensi, praticamente raddoppiati rispetto al 17,8% di Jean-Marie Le Pen nel 2002. Resta un dato di fondo: se sommate i voti ottenuti al primo turno a destra dalla Le Pen e da Dupont-Aignan e a sinistra da Mélenchon, risulta che quasi il 50% dei francesi ha votato per partiti in aperta rottura con l’establishment, quasi anti-sistema. Questo significa che il malessere francese è profondo ed è destinato ad aumentare se l’economia francese non ricomincerà a crescere davvero e se la società francese non troverà un nuovo slancio. Quel che l’élite alla Jacques Attali è incapace di realizzare da oltre un decennio.Come dire: risentiremo parlare della Le Pen e di Mélenchon”. A conferma di cio’, pochi giorni prima del decisivo ballottaggio per l’Eliseo, le piu’ importanti obbedienze massoniche della Francia, in particolare il Grande Oriente di Francia, rilasciarono questo importante documento, che ha condizionato, e non poco l’esito elettorale francese:” Comunicato del Collettivo Laico – vota repubblicano il 7 maggio. Lo scrutinio del 23 aprile ha piazzato, ancora una volta, il FN nel secondo turno. Questa situazione costituisce una minaccia per la democrazia, la Repubblica e dei suoi principi di libertà, uguaglianza, fraternità e laicità. Di fronte a questo pericolo, le associazioni aderenti al Collettivo Laico, chiamano i cittadini, indipendentemente dalla loro convinzioni personali, ad opporsi all’accesso dell’estrema destra alla presidenza e di portare il loro voto al candidato che l’affronta.
firmatari. Grande Oriente di Francia, Federazione Francese dei diritti umani, Uguaglianza Secolare Europa (égale), Comitato Laicità Repubblica, Laicità, Libertà, Federazione Nazionale dei Delegati dipartimentali della pubblica educazione (dden), Associazione dei Liberi Pensatori di Francia (ADLPF) Osservatorio del secolarismo Val d’Oise – forze laiche Marianne libero, Chevalier de la Barre, Diritto internazionale della Lega delle Donne (LDIF), Osservatorio della laicità Provenza (OLPA) Saluti de Femmes, Osservatorio di laicità Saint-Denis, Donne contro fondamentalismi (CFI), International League contro il razzismo e l’antisemitismo comitati (LICRA) 1905 Rodano Alpi Movimento Europa e Laicità -CAEDEL