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Le acque del Matese con anidride carbonica d’origine vulcanica, lo scrive Science Advances

Giuseppe Pace (Naturalista). Nel 1986, per l’ASMV (Associazione Storica Sannio Alifano dal 1915, cambiata in A. S. del Medio Volturno dal 1965), preparai uno studio sulle cause dei terremoti nel Matese, che fu poi pubblicato sull’Annuario dell’antico Sodalizio culturale. Mentre preparavo tale studio, commemorativo del sisma di secoli prima su invito del compianto Presidente, prof. D. B. Marrocco, feci una visita al Fisico di Frosolone (IS) Domenico Mainella. Questi mi fornì di sismogrammi realizzati con sismografi, di sua invenzione alla MAE, Molisane Apparecchiature Elettroniche, e piazzati a Guardiaregia (CB) a settentrione dei monti del Matese. L’epicentro sismico del Matese è confacente con le nuove rivelazioni geologiche e geochimiche:”La scoperta dell’Ingv: è la causa della sequenza sismica del 2013-2014. Gli eventi di questo genere sono significativi e avvengono in profondità. Il 29 dicembre 2013 una forte scossa di terremoto interrompe il clima festivo. Poi le repliche. L’epicentro, spiega poco dopo l’Ingv, è Piedimonte Matese e la magnitudo 4.9. Il sisma è avvertito distintamente anche a Napoli. Si pensa al risveglio della famigerata faglia del Matese. Poco più di quattro anni dopo una scoperta scientifica dimostra che non era così. Quella sequenza fu causata dalla risalita di magma, rocce fuse, localizzata in profondità (tra i 15 e i 25 chilometri): fra la crosta terrestre e il mantello. L’area interessata dalla sorgente è quella che gli scienziati individuano come Sannio-Matese, il centro più vicino è San Gregorio Matese ma la zona interessata è più ampia. Lo studio firmato Ingv e Università di Perugia, pubblicato su Science Advances, è iniziato perché la sequenza sismica 2013-2014 presentava delle anomalie rispetto ai terremoti dell’Appennino. Questi, nel 99% dei casi, sono provocati dal movimento di placche che, scontrandosi, danno origine alle scosse. Nel caso degli eventi di fine 2013, per esempio, le oscillazioni registrate erano minori del solito (invece che dieci, una o due): come accade nei fenomeni vulcanici. Non si tratta di una nuova sorgente, chiarisce Giovanni Chiodini (geochimico dell’Ingv), è probabilmente e attiva da un milione di anni. La novità è che il suo movimento è stato scoperto e osservato. Adesso il gruppo di ricercatori, coordinato da Francesca Di Lucci e Guido Ventura (di cui fa parte anche Chiodini), è in grado di affermare che «intrusioni attive di magma sotto l’Appennino meridionale possono dar luogo a terremoti di magnitudo significativa e più profondi rispetto alla sismicità tipica di quell’area». Il Matese è stato studiato da molti ed in particolare dal Naturalista Giuseppe Volpe, ex prof. di Storia naturale al liceo sannitico di Campobasso a metà 1800 e poi parlamentare, nato a Vinchiaturo e morto a Sepino (CB). G. Volpe scrisse la prima opera sull’origine del Matese citandone l’origine vulcanica con i pesci fossili di Pietraroja (BN) fuoriusciti dalle acque del lago del Matese. Nel secolo successivo e fino alla scoperta recentissima dell’Università di Perugia quasi nessuno aveva più visto o stimato vulcanismi sotto il Matese e si pensava solo all’origine tettonica e alla natura prevalentemente dolomitica del basamento del massiccio montuoso e a quella carbonatica e carsica del mantello superficiale, che formava grotte che poi sprofondavano per il peso generando sismi locali. Qualcosa però lasciava intendere la presenza di vulcanismi attivi sotto il Matese per i gas di alcune sue acque che fuoriescono a Pratella, Ciorlano, Riardo, Sepino, ecc.. Adesso la scoperta ci riporta alla mente il molisano G. Volpe che fu un antesignano del vulcanismo matesino più ancora del medico-geologo venafrano del 1700, Nicola Pilla, che descrisse bene il colore delle rocce della cima di monte Miletto. Del Matese e dei suoi fossili famosi di Pietraroja si interesso anche Scipione di Breislak, geografo polacco alla corte dei Borboni, scrisse il monumentale libro Geografia fisica della Campania. Il famoso Ciro, piccolo e dinosauro fossile di Pietraroja prende il suo nome Scipionix samniticus. Di Piedimonte Matese si è interessato alla geologia matesina il geologo Giuseppe Pastura. Ma leggiamo aspetti significanti delle recenti rivelazioni geochimiche relative al Matese: «Le catene montuose sono generalmente caratterizzate da terremoti riconducibili all’attivazione di faglie che si muovono in risposta a sforzi tettonici», conferma Di Luccio, che è geofisico dell’Ingv. «Tuttavia, studiando una sequenza sismica anomala, avvenuta nel dicembre 2013-2014 nell’area del Sannio-Matese con magnitudo massima 5, abbiamo scoperto che questi terremoti sono stati innescati da una risalita di magma nella crosta tra i 15 e i 25 km di profondità. Un’anomalia legata non solo alla profondità dei terremoti di questa sequenza (tra 10 e 25 km), rispetto a quella più superficiale dell’area (< 10-15 km), ma anche alle forme d’onda degli eventi più importanti, simili a quelle dei terremoti in aree vulcaniche». Gli esperti hanno analizzato anche le acque della zona e i dati raccolti mostrano che i gas rilasciati da questa intrusione di magma sono costituiti prevalentemente da anidride carbonica, arrivata in superficie come gas libero o disciolta negli acquiferi di questa area dell’Appennino. «Questo risultato – aggiunge Ventura, vulcanologo dell’Ingv – apre nuove strade alla identificazione delle zone di risalita del magma nelle catene montuose e mette in evidenza come tali intrusioni possano generare terremoti con magnitudo significativa. Lo studio della composizione degli acquiferi consente di evidenziarne anche l’anomalia termica». «È da escludere che il magma che ha attraversato la crosta nella zona del Matese possa arrivare in superficie formando un vulcano», aggiunge Giovanni Chiodini, geochimico dell’Ingv. Se la risalita di magma è continua questo può dar luogo alla formazione di un vulcano e comunque in tempi ‘geologici’. Si tratta però, precisa Ventura a Primo Piano, di «un processo discontinuo, negli anni probabilmente formerà granito, rocce che le persone conoscono perché sono anche di tipo ornamentale». Il Matese è classificato già come zona a massimo rischio sismico. E la scoperta è destinata a riaccendere l’interesse – e anche l’allarme – fra le popolazioni che vivono nella zona. Immediato, come nel 2013, il pensiero va alla faglia del Matese. Le due cose, però, dice chiaramente Guido Ventura, sono differenti. Il fenomeno scoperto «è un processo indipendente». Il Matese dunque è terra d’esame di na probabile frattura terrestre o linea di minore pressione sul magma sottostante attraverso la quale un po’ della de gassificazione magmatica risale in superfice e si mescola alle acque matesine, che sgorgano copiose dappertutto, ma in particolare a Bojano dove alimentano il fiume Biferno e l’acquedotto campano e foggiano e Piedimonte Matese, dove alimentano il Torano, affluente di sinistra del Volturno e l’acquedotto campano per dissetare parte della metropoli campana. Come appassionato di cultura del Matese, anni fa il collega caiatino prof. Pasquale Cervo mi invitò a scrivere qualcosa sul Lete e le sue acque e ciò mi causo un invito in comune con l’imprenditore dell’Acqua Lete a Pratella. Quanta acqua è passata sotto i ponti del piccolo Lete sia nella sua alta valle, dov’è Letino, che nella sua bassa valle di Prata S., di Pratella e di Ailano, dove pure l’idrogeno solforato delle sue acque si fa sentire bene. Le nuove scoperte geochimiche mi rallegrano dell’importanza del Matese, nativo. L’estate scorsa pranzando alla trattoria “Le Trote” rividi, da vicino, il chiassoso Lete scorrere nella sua bassa valle mentre è silenzioso nell’alta valle dove il mito dell’acqua dell’oblio aleggia ancora tra i vicini boschi di faggio delle sorgenti nella dolina carsica delle Secine, toponimo di Segala, che si coltivava anni fa. Il piccolo fiume Lete, nella sua bassa valle, costeggia i centri civici delle antiche comunità di Prata S. e Pratella, toponimi di grandi e piccoli prati della transumanza verticale, di cui esistono ancora tratti di un antichissimo tratturo, uno di essi lambisce il reperto geomorfologico a forma di V sulle grotte del Lete di Cauto. Della Transumanza e del mitico Lete esistono molti amici e cultori, alcuni conosciuti a Bojano come l’Avv. Alessio Spina e il Dr. in Criminologia, A. Goffredo Del Pinto. Il primo ha visitato il lago di Letino e il sommitale cimitero due anni fa restandone ammaliato, il secondo conosce molto di transumanza e di reperti archeologici degli antichi Sanniti, molti li ha rinvenuti e donati alla Soprintendenza molisana.