Crea sito

I GIOVANI E IL DRAMMA DELLA DISOCCUPAZIONE IN ITALIA

(Gianluca Martone) Uno dei drammi attuali che sta attanagliando l’Italia, in particolare il mondo giovanile, è certamente quello della disoccupazione. Su questa delicata tematica, anche Papa Francesco è intervenuto diverse volte con moniti molto duri. Nel mese di gennaio 2016, il Santo Padre si rivolse cosi ai membri del Movimento cristiano lavoratori ( Mcl), che compiva 40 anni:” “Il lavoro è una vocazione, perché nasce da una chiamata che Dio rivolse fin dal principio all’uomo, perché coltivasse e custodisse la casa comune. Così, nonostante il male che ha corrotto il mondo e anche l’attività umana, nel lavoro libero, creativo, partecipativo e solidale l’essere umano esprime e accresce la dignità della propria vita“. 1. Educazione
“Occorre formare a un nuovo umanesimo del lavoro, dove l’uomo, e non il profitto, sia al centro; dove l’economia serva l’uomo e non si serva dell’uomo”. “Educare aiuta a non cedere agli inganni di chi vuol far credere che il lavoro, l’impegno quotidiano, il dono di sé stessi e lo studio non abbiano valore”.  “Oggi, nel mondo del lavoro, ma in ogni ambiente, è urgente educare a percorrere la strada, luminosa e impegnativa, dell’onestà, fuggendo le scorciatoie dei favoritismi e delle raccomandazioni”.2. Condivisione “Qualsiasi forma di lavoro presuppone un’idea sulla relazione che l’essere umano può o deve stabilire con l’altro da sé – prosegue il Papa – Il lavoro dovrebbe unire le persone, non allontanarle, rendendole chiuse e distanti. Occupando tante ore nella giornata, ci offre anche l’occasione per condividere il quotidiano, per interessarci di chi ci sta accanto, per ricevere come un dono e come una responsabilità la presenza degli altri”.3. Testimonianza “Oggi ci sono persone che vorrebbero lavorare, ma non ci riescono, e faticano persino a mangiare. Voi incontrate tanti giovani che non lavorano: davvero, come avete detto, sono i nuovi esclusi del nostro tempo, e vengono privati della loro dignità. La giustizia umana chiede l’accesso al lavoro per tutti”.  “Di fronte alle persone in difficoltà e a situazioni faticose – penso anche ai giovani per i quali sposarsi o avere figli è un problema, perché non hanno un impiego sufficientemente stabile o la casa – non serve fare prediche; occorre invece trasmettere speranza, confortare con la presenza, sostenere con l’aiuto concreto”.  Sempre su questa delicatissima tematica, Papa Francesco è ritornato nei Vespri a conclusione del 2016, con queste significative affermazioni:” “Abbiamo creato una cultura che, da una parte, idolatra la giovinezza cercando di renderla eterna- ha detto il Pontefice- , ma, paradossalmente, abbiamo condannato i nostri giovani a non avere uno spazio di reale inserimento, perché lentamente li abbiamo emarginati dalla vita pubblica obbligandoli a emigrare o a mendicare occupazioni che non esistono o che non permettono loro di proiettarsi in un domani”.”Abbiamo privilegiato la speculazione- ha ancora proseguito Francesco- invece di lavori dignitosi e genuini che permettano loro di essere protagonisti attivi nella vita della nostra società. Ci aspettiamo da loro ed esigiamo che siano fermento di futuro, ma li discriminiamo e li ‘condanniamo’ a bussare a porte che per lo più rimangono chiuse”, E ha così proseguito: “Siamo invitati a non essere come il locandiere di Betlemme che davanti alla giovane coppia diceva: qui non c’è posto. Se vogliamo puntare a un futuro che sia degno di loro, potremo raggiungerlo solo scommettendo su una vera inclusione: quella che dà il lavoro dignitoso, libero, creativo, partecipativo e solidale”. “Guardare il presepe- ha ancora detto – ci sfida ad aiutare i nostri giovani perché non si lascino disilludere davanti alle nostre immaturità, e stimolarli affinché siano capaci di sognare e di lottare per i loro sogni. Capaci di crescere e diventare padri e madri del nostro popolo”.

Nel luglio 2015, don Maurizio Patriciello, eroico sacerdote partenopeo anti camorra, che si sta battendo molto da anni contro la terra dei fuochi, scrisse un interessante articolo su Avvenire su questo dramma nazionale:” Tutto torna. L’Italia boccheggia per la mancanza di lavoro. Il prezzo più alto lo stanno pagando i giovani. Nel nostro meridione, naturalmente, la crisi è avvertita in un modo ancora più forte e doloroso. Il lavoro non c’è e quel poco che si trova è malpagato, a rischio, a nero. A Frattaminore, nel Napoletano, pochi giorni fa una fabbrica di scarpe è stata messa sotto sequestro perché la maggior parte degli operai lavorava in nero. Una fabbrica fantasma, dunque. Evasione fiscale che fa tanto male alle casse dello Stato, ai lavoratori e ai cittadini. I figli hanno fame.  Crescono. Hanno bisogno di andare a scuola, di essere accuditi. Chiunque, in qualunque modo, ha la possibilità di portare qualche soldo a casa si ritiene fortunato. Non va per il sottile. Non reclama i suoi diritti. Sa bene che a tirarla troppo, la corda si spezza. Sa che anche il proprietario non se la passa bene. Sa che se chiude  la fabbrica dovrà rinunciare anche quel poco che ha. E allora si accontenta. Qualsiasi cosa gli venga chiesta, accetta. Accetta di fare straordinari senza essere retribuito, di sgaittolare via come un ladro quando arrivano i controlli.  ‘Diritto’ è parola bella. Ancora più bella lo diventa quando alla denuncia per i diritti rubati si aggiunge la speranza che poi verranno concessi. Il lavoro non c’è e quel poco che si trova non è legale. Lavoro illegale vuol dire eliminare poi gli scarti industriali in modo clandestino. Lavoro illegale vuol dire mantenere in vita la ‘terra dei fuochi’. Gli scarti accumulati hanno bisogno di essere smaltiti. E allora gli si da fuoco o li si interra senza farsi troppi problemi.  Tutto torna. Solo gli orbi si ostinano a non vedere. Solo gli ingenui cercano nei Rom o negli immigrati il capro espiatorio da esorcizzare.  Mercoledì un gruppo di missionari provenienti da ogni parte del mondo è venuto a farci visita. È stato un momento di condivisione e di speranza. Dopo l’incontro in parrocchia, siamo andati alla zona vasta di Giugliano. In quel luogo che sembra uscito dall’inferno, dove la terra fuma senza bruciare e l’aria è irrespirabile. I missionari erano increduli. Loro che provenivano dall’ Ammazzonia, dal Brasile, dalla Thailandia. A pochi metri sopravvive in maniera disumana il popolo degli ‘invisibili’. Un campo Rom, con decine di bambini, neonati, mamme giovanissime che allattano in mezzo alle pozzanghere. Ci vedono, ci corrono incontro, chiedono di essere aiutati ad andare via. Ci raccontano della puzza di gas che si sprigiona da quell’inferno la sera e la notte. All’ingresso tonnellate di immondizie aspettano di essere smaltite. I missionari sono increduli. Qualcuno dice: «Questo campo è identico a una favelas…».  Ma siamo in Italia non in Ammazzonia o in un paese del terzo mondo. La domanda è d’obbligo: «Che cosa vi aspettate?». Non mi piace parlare male, ma nemmeno mentire o girare la testa da un’ altra parte. La verità è che è stato fatto poco, tanto poco. La precarietà in cui versano moltisime famiglie campane permette ai disonesti di arricchirsi a dismisura e ai poveri di sprofondare nella miseria nera. Quando si ha fame si pensa a portare il pane a casa anche a costo di ammalarsi. Come dire: al resto penso dopo. In queste condizioni è naturale che chi alza troppo la voce per denunciare tutto questo alle istituzioni e alla società rischia grosso. Lo sappiamo. Fingere di non vedere vuol dire far precipitare la regione ancora di più nella illegalità e permettere ai camorristi e agli intrallazzieri di continuare a fare affari sulla pelle della gente. La Campania è tra le regioni dove i giovani restano ‘depositati’ dopo la scuola e senza lavoro. ‘Terra dei fuochi’, intanto, continua a bruciare. Non può non farlo. I roghi tossici sono l’ ultimo atto di un ingranaggio criminale e maledetto.  Che fare? La domanda la rivolgiamo a chi di competenza, sperando di avere finalmente una risposta soddisfacente”.

 

Una giovane ragazza siciliana, Roberta Silluzio di Sortino, piccolo paese in provincia di Siracusa, ha rilasciato in esclusiva per il nostro Quotidiano un’accorata testimonianza, che serve da monito per tutti i politici e non solo, i quali si disinteressano dei giovani e del loro futuro:” Una ragazza siciliana vive la sua giovinezza tra la sicurezza e il comfort della famiglia e l’insicurezza e le difficoltá della vita di tutti i giorni quando ci si deve confrontare con il mondo, le istituzioni e la burocrazia a volte fin troppo lenta e complicata. La disoccupazione in Sicilia è una realtá che va sempre ad aumentare, l’indicatore di povertá è salito dal 48% nel 2014 al 52% nel 2015, questo vuol dire che una persona su due vive in stato di povertá. Senza dubbio questa tematica qui è molto delicata perchè I soprattutto i giovani siamo costretti a emigrare al nord o all’estero pur di trovarevun impiego. Tutto ciò  è un continuo impoverimento per la Sicilia e le due risorse economiche e umane,cge non aiuta a migliorare la situazione occipazione siciliana. Queste dinamiche comportano uno scoraggiamento, ragazzi chevnon fercsno più lavoro? Si arrendon, anche  perchè in alcune province il tasso di disoccupazione tocca il 70%,cioè 1 ragazso su 4 lavora in modo regolare. In una societá che non investe per come dovrebbe sulla famiglia sicuramente influusce negativamente sulle coppie che vogliono crearsene una. Questo può giá scoraggiare le nascite e comportare un calo netto delle nascite in Italia, rendendolo un Paese sempre più vecchio”.

Tutto cio’ è stato confermato da questa drammatica lettera, che una ragazza di 26 anni scrisse all’ex Premier Matteo Renzi alcuni mesi fa:”Sono una ragazza i 26 anni. Questa mattina mi sono svegliata, mi sono seduta a tavola ec’era mia madre con lo sguardo perso nel vuoto. Le ho chiesto cosa avesse. Mi ha risposto se fosse possibile vendere un rene. Prima mi sono molto arrabbiata. Poi ho respirato e ho provato dentro i me una forte rabbia mista a tristezza. Avrei voluto risponderle:”Tranquilla, ci penso io a te”. Nonostante due lauree, nonostante aver girato tutta l’Italia in cerca di un lavoro, nonostante abbia mandato migliaia di curriculum, un lavoro non ce l’ho. Noto con profondo dolore che i dati inerenti i 10 milioni di italiani in povertà e oltre il 40% di disoccupazione giovanile è secondario alla varie riforme costituzionali, alle vostre ghigliottine, al vostro senato di nominati( fortunatamente scongiurato grazie al NO del 4 dicembre scorso). Stiamo morendo. Non abbiamo piu’ sogni, speranze. Ci è stato tolto tutto. Allora ho una domanda da farle: se lei avesse una madre di 65 anni che arrivasse a pensare di vendere un rene per mantenere la propria famiglia, lei da figlio come si sentirebbe?”

Di recente sul Corriere della Sera, la collega Stefania Tamburello ha messo in evidenza in un interessante articolo i giovani talenti italiani, i quali sono riusciti a realizzare i loro sogni all’estero:” Hanno tra i 21 e i 24 anni e sono i sei studenti della Luiss , cinque ragazzi e una ragazza, che hanno vinto la Rotman International Trading Competition, la gara di finanza applicata che si svolge a Toronto. Tanto per fare capire quanto siano stati bravi, la squadra dell’Università romana ha vinto per il secondo anno consecutivo, prevalendo su atenei dai nomi altisonanti come quello di Berkeley o del Mit di Boston, ed è l’unica non americana che abbia mai conquistato il trofeo. A vederli, sembrano dei giovani come tanti altri, impegnati a concludere il loro percorso di studi, ma dopo qualche domanda mettono in mostra determinazione, e tanta preparazione. Riccardo, il team leader , ovvero il caposquadra – l’unico ad avere partecipato a entrambe le edizioni vincenti – spiega quali siano state le prove più impegnative. La prima, per esempio, richiedeva di gestire, in una situazione di mercato frenetico, l’ordine dato da un fondo di investimento di trattare un quantitativo di titoli a un determinato prezzo. «Bisognava decidere velocemente, in 10-15 secondi, ponendosi domande come “se compro a 20 riuscirò a vendere dopo i titoli senza perderci?”». Un’altra prova chiedeva di dare un valore teorico ai titoli di 4 aziende, in presenza di notizie sensibili sul management o sul mercato. «Anche qui bisognava decidere in una manciata di secondi» A premiare i loro sforzi è stata la costanza dei risultati nei 6 test perché «l’obiettivo finale era raggiungere il profitto più alto con il rischio più contenuto» spiega il professor Emilio Barone che è il regista della partecipazione alla gara.  I ragazzi hanno le idee chiare. Iacopo confessa che la curiosità per la finanza gli è nata quando aveva otto anni e vedeva il padre misurarsi, peraltro neanche troppo spesso, con investimenti azionari. Iacopo è il più giovane, deve ancora laurearsi a differenza degli altri che sono impegnati nel successivo master e viene da Fondi dove ha frequentato il liceo scientifico tecnologico Pacinotti. Con buona pace delle classifiche Ocse che mettono la scuola italiana agli ultimi posti della classifica internazionale, i 6 giovani campioni di trading hanno tutti frequentato licei statali. Anna Chiara il liceo Renato Cartesio di Olevano Romano, Dario l’Itcg Carducci-Galilei di Fermo, Riccardo il liceo scientifico Righi di Roma, Matteo il classico Giulio Cesare di Roma e Alessandro il classico G.B. De La Salle di Benevento. «Vengo da un paesino di 1.800 abitanti Fragneto Monforte, famoso per il raduno di Mongolfiere, di finanza lì certo non si parla e studio grazie ad una borsa di studio», dice.  Per il futuro pensano di proseguire a impegnarsi nella finanza, e vedono come «strada obbligata» quella di lasciare l’Italia e trasferirsi all’estero. Due di loro, Alessandro e Dario, hanno iniziato uno stage presso una società internazionale di scommesse che opera nel betting exchange, molto attivo sulla piazza britannica. Gli altri hanno in corso contatti con banche d’investimento.  Se chiedi loro del privato fraintendono e pensano che la domanda riguardi l’occupazione futura. Del resto, confessano, la preparazione alla gara di Toronto ha assorbito tutto il loro tempo e anche per il dopo università, la vita privata non è la loro prima preoccupazione.  Hanno le idee chiare e sanno che l’impegno sul lavoro sarà nei prossimi anni quasi totalizzante («Forse per questo ci sono poche ragazze nel settore» dice Anna Chiara) , ma non importa perché quello che conta è poter fare quello che piace «anche se, certo, nei nostri desideri di qui a dieci anni c’è pure avere una vita privata felice».  Quando è scoppiata la crisi andavano ancora a scuola e non mettono in discussione l’importanza dell’etica nel loro lavoro. «Occorre definire il giusto limite tra rischio e profitto» sostengono. Alla domanda su come investirebbero ora i soldi rispondono quasi all’unisono (solo una voce suggerisce le valute): «Le principali azioni italiane, perché finora hanno sofferto molto più del dovuto».

La drammatica fuga dei cervelli italiani all’estero fu esaminata attentamente dal giornalista Orlando Sacchelli sul Giornale nel febbraio 2015, il quale affermo’:” “Una volta arrivato a Londra ho avuto l’occasione di capire cosa mi piacesse fare nella vita, probabilmente grazie alla sensazione di avere la possibilità di fare quello che vuoi anche se non sei nessuno e non conosci nessuno. In Italia mi sentivo in trappola, senza un futuro e questa sensazione l’ho notata anche in altri appena arrivati qui. Molti pensano di non valere nulla, arrivano qui disperati con ottime lauree in mano e pronti ad accettare di lavare i piatti pur di avere uno stipendio sicuro”. Le parole di Marco Bocci, geologo, aiutano a capire lo stato d’animo di molti “cervelli italiani” fuggiti all’estero. E che all’estero trovano la loro strada. Non è una novità assoluta. Il nostro Paese ha sempre esportato in giro per il mondo i migliori talenti. L’illuminista toscano Filippo Mazzei raggiunse la Virginia e divenne grande amico dei primi presidenti degli Stati Uniti. Fu proprio Mazzei a suggerire a Thomas Jefferson di aggiungere “la ricerca della felicità” come diritto fondamentale nella Dichiarazione d’indipendenza. Antonio Meucci, mentre a Cuba lavorava come tecnico di teatro, ebbe la geniale intuizione di creare un sistema per trasmettere la voce a distanza: l’antenato del telefono, il cui brevetto poco dopo gli venne rubato da Alexander Graham Bell (fu solo nel 2002, a 113 anni dalla morte, che il Congresso degli Stati Uniti riconobbe Meucci come unico inventore del telefono). I nostri ragazzi escono dalle università con un’ottima preparazione. Questo dato emerge inequivocabile dai “cervelli italiani” fuggiti all’estero che ilGiornale.it ha interpellato nelle ultime settimane.Tutti sono d’accordo su un punto: la formazione che hanno ricevuto è buona e non hanno nulla nulla da invidiare ai loro colleghi, anzi… spesso è vero il contrario, nel senso che avvertono una certa superiorità (culturale) di partenza. Un altro aspetto che emerge in modo netto è questo: l’Italia non sa o non riesce a valorizzare i propri talenti. Per varie ragioni. La principale è la mancanza di meritocrazia. Nulla di nuovo sotto il sole, si tratta di un male atavico del Belpaese. Però sentirselo ricordare dai nostri migliori giovani connazionali che, una volta arrivati all’estero, trovano tutt’altra musica (un sistema dove il merito – e solo quello – premia le persone) lascia capire quanta strada debba ancora fare il nostro paese prima di potersi dire “normale”. Meritocrazia non vuol dire fare solo dei bei discorsi con cui gonfiare il petto promettendo il cambiamento. Contano i fatti. E i numeri. Abbiamo raccolto le testimonianze di diversi giovani che vivono e lavorano all’estero, o che vi hanno fatto una significativa esperienza: in Francia, Portogallo, Spagna, Lussemburgo, Irlanda, Regno Unito, Svizzera, Stati Uniti e Australia. Sono giovani impegnati nel campo della ricerca e dell’università, o anche in ambiti professionali di vario tipo, dalla biologia marina all’informatica, dal giornalismo alla finanza applicata ai programmi di sviluppo dei paesi più arretrati. Esperienze stimolanti che nessuno degli interpellati si è pentito di aver fatto. Anzi, sono tutti strafelici e ben lieti di aver avuto questa opportunità lavorativa e di vita. Questo ci fa pensare che a volte non trovare spazi nel nostro paese ci induce a tirare fuori il meglio di noi pur di conquistare le soddisfazioni che meritiamo. Non è un atteggiamento autoconsolatorio, cerca solo di fotografare la realtà. Accanto all’emigrazione per “fame” e disperazione (che esiste ancora, ma in misura ridotta) c’è quella di chi cerca, all’estero, una piena affermazione di sé, una valorizzazione, umana e professionale, che da noi stenta a trovare. E se una volta i nostri connazionali emigravano per poter stare meglio, andando a fare i lavori più umili in giro per il mondo, oggi esportiamo “cervelli”, persone ben preparate e colte, in grado di fornire un valore aggiunto importante ai paesi che li accolgono e li integrano. Persone il cui merito viene riconosciuto e valorizzato. In molti casi il cosiddetto “ascensore sociale” si concretizza partendo da un volo aereo: quello usato per trasferirsi in un altro paese. Ma tutto questo non va visto con vittimismo. Se non fossimo noi italiani ad emigrare, portando le nostre capacità e il nostro know-how laddove serve, lo farebbero (e già lo fanno) i giovani di altri paesi. Le riflessioni sull’Italia dei giovani cervelli fuggiti all’estero che abbiamo raccolto sono molto interessanti. Ci aiutano a capire le difficoltà del nostro Paese, le strettoie burocratiche che comprimono all’inverosimile le nostre potenzialità. Lacci e lacciuoli, arretratezze culturali e organizzative, mancanza di organizzazione, gravi carenze manageriali. Sono questi i problemi dell’Italia. E non sono solo problemi politici. È tutto il Paese che soffre e arranca. L’input per il cambiamento deve partire dall’alto, pensano alcuni. Può essere. Ma l’esempio che ci arriva dai nostri giovani all’estero è che il cambiamento parte da noi, dal nostro metterci in gioco e sfidare le difficoltà per plasmare, con le nostre mani, un futuro migliore”.

 

Questo fenomeno, dalle conseguenze devastanti per la nostra Nazione, fu analizzato dal collega Federico Nicci sul Giornale nel mese di gennaio 2015:” Quanto è comune la frase: “Studia, figlio mio, studia”. Eppure, purtroppo, in Italia avere una laurea in tasca non sembra servire a molto. Mentre in Europa, conseguire un titolo di studio equivale a lavorare. Un triste “paradigma” che emerge dal rapporto intermedio Ocse Education at a Glance, presentato lunedì scorso a Londra. E l’Italia non ci fa certo una bella figura. Infatti, il 16% dei ragazzi che scelgono di frequentare un ateneo dopo il diploma di scuola secondaria superiore arrivando fino alla laurea, restano disoccupati. Un dato impressionante rispetto alla media europea del 5,3%. Il tutto accompagnato da un tasso di disoccupazione alto tra i giovani adulti (25-34 anni) con istruzione post secondaria. Ma non basta. Il nostro Paese insieme a Messico, Portogallo, Spagna e Turchia è tra i cinque paesi Ocse con la più alta percentuale di persone con qualifiche basse sia tra gli adulti (55-64 anni) sia tra i giovani (25-34 anni). Inoltre nel nostro Paese la quota di ragazzi privi di istruzione secondaria di secondo grado è al di sotto del 30% ma resta una magra consolazione visto che con Grecia, Spagna e Turchia deteniamo il primato dei “neet”, ragazzi tra i 25 e i 29 anni che non lavorano e non studiano. Andreas Schleicher, coordinatore per l’Ocse del programma Pisa ha ammesso che l’Italia “ha fatto molti e significativi miglioramenti negli ultimi dieci anni ma quando si guarda all’educazione dopo la scuola il legame con il mondo del lavoro è debole e l’università è distante dall’ambito professionale.” I dati dell’Ocse raccontano un’altra peculiarità degli studenti italiani: i nostri studenti non lavorano mentre frequentano l’Università. In altri Stati per i ragazzi è considerato normale fare entrambi, magari per ottenere maggiore autonomia o per inserirsi nel mondo lavorativo prima ancora di arrivare all’agognata meta. Da noi solo il 5% degli studenti lavora meno di dieci ore settimanali a differenza di Canada, Stati Uniti ed Islanda dove arrivano anche a 34 ore alla settimana”.

Pochi giorni fa, è stato accertato che l’Italia è ufficialmente in deflazione per la prima volta dal 1959, in questo interessante articolo pubblicato da Rodolfo Parietti sul Giornale:” È un come eravamo dal retrogusto amaro, un salto indietro nel tempo con venature poco nostalgiche: per la prima volta dal 1959, l’Italia ha chiuso il 2016 in deflazione. Prezzi in ghiacciaia, con un -0,1% timbrato Istat che è il riflesso di un Paese fermo, nemmeno lontano parente di quello di 57 anni fa, quando il profumo di boom economico si andava diffondendo su buona parte del territorio. Speranze e prospettive allora, solo incertezze oggi.Di questa regressione nazionale, espressa in modo altrettanto plastico dall’anemia cronica del Pil tricolore, hanno la maggiore responsabilità i governi – non eletti – che si sono avvicendati dalla crisi del debito sovrano. A cominciare da Mario Monti con la macellazione della domanda interna, fino all’esecutivo Renzi incapace di dare una sterzata alla nazione nonostante la miglior congiunzione economica degli ultimi decenni: tassi a zero; prezzi dell’energia in saldo; robustissimo puntello finanziario offerto dalla Bce con cui è stata, di fatto, impedita un’esplosione irreparabile del debito pubblico. Debito che, tra l’altro, tende a gonfiarsi vieppiù quando si finisce in una spirale deflazionistica.A fronte di una politica economica inefficace nell’azione di rilancio di occupazione e consumi, per anni è andato in scena il teatrino con cui sono stati negati o ridimensionati i problemi che affiggono parte delle nostre banche. Mentre nell’eurozona i governi si prodigavano per rimettere in bolla i conti degli istituti in difficoltà, in Italia stavamo ancora alla vulgata secondo la quale le banche di casa, così radicate sul territorio, così poco sensibili alle sirene tossiche dei derivati, erano un esempio di buona e sana gestione. Eppure, i segnali di credit crunch, cioè di strozzatura nella concessione di crediti, arrivati ben prima che si ingarbugliasse il nodo delle sofferenze, indicavano che non proprio tutto stava girando così bene. Così, a un certo punto, la storica saldatura tra risparmiatori-imprese e banche ha cominciato a mostrare le crepe. Un solco di sfiducia che il crac – con doloroso bail in – di Etruria, Marche, Chieti e Ferrara ha finito per allargare, fino poi a diventare una voragine con il caso Mps. Ora il governo ci ha messo una pezza da 20 miliardi. Secondo alcuni osservatori, non basterà a mettere in sicurezza il sistema. Palazzo Chigi rischia inoltre di gestire la crisi con una congiuntura meno propizia rispetto a qualche mese fa. Per esempio, le quotazioni del petrolio sono risalite del 12,6% nel dicembre scorso e del 52% nel corso del 2016, mentre l’euro è sceso del 7% nell’ultimo trimestre rispetto al dollaro. È una situazione che in molti Paesi dell’eurozona sta accelerando il processo di normalizzazione dei prezzi. In media, l’inflazione è salita infatti lo scorso anno dell’1,1%. In Germania, però, siamo già all’1,7%, un livello non molto distante dal target del 2% fissato dalla Bce. Berlino fa da tempo pressioni su Mario Draghi per ottenere un ritiro delle misure di stimolo economico e un rialzo dei tassi d’interesse. Questo pressing è destinato a diventare ancora più asfissiante, nonostante la banca centrale abbia deciso di allungare fino alla fine del 2017 il piano di quantitative easing, seppur riducendo da 80 a 60 miliardi di euro, a partire da aprile, l’ammontare degli acquisti mensili. Proprio ieri, dalle colonne di Handeslblatt, il ministro delle Finanze della Baviera, Markus Soeder, ha definito «un disastro» la politica attuata dalla Bce: «Draghi deve al più presto iniziare ad alzare gradualmente i tassi». È facile prevedere, tra l’altro, che gli attacchi all’ex governatore di Bankitalia diventeranno il leit motiv della campagna elettorale che accompagnerà i tedeschi alle urne in settembre. E comunque vada, gli spazi per ulteriori stimoli monetari sembrano ormai inesistenti. Di sicuro, oggi l’Italia non può permettersi un giro di vite ai tassi. Pena un ulteriore peggioramento dei conti pubblici e un crescita ancora più abulica. Inoltre, c’è un pericolo ulteriore: quello di un incremento dei prezzi indotto proprio dall’aumento delle quotazioni petrolifere. I primi sintomi si sono già visti in dicembre, con un’inflazione salita dello 0,4% rispetto a novembre. E senza buste paga più pesanti e senza un miglioramento dell’occupazione, nei prossimi mesi gli italiani potrebbero essere costretti a dare un’altra strizzata ai consumi”.

Questo progetto massonico di distruzione dell’Italia e della società cristiana, che spesso ho analizzato nei miei articoli, è evidente in queste significative parole pronunciate da questo lavoratore italiano, che servono da monito per tutti coloro che hanno incarichi di responsabilità:” “Sono cresciuto in una famiglia dove lavorava solo mio padre. Mia madre badava a me e mia sorella, alla casa, amministrava i soldi di famiglia, si preoccupava di farci studiare e mio padre si ammazzava 8-10 ore al giorno durante la settimana.  Il Sabato e alla Domenica, non ci riversavamo nei centri commerciali ma incontravamo i parenti, gli amici, ci inventavamo una gita fuori porta al fiume o in campagna.Alle volte si andava a qualche matrimonio. Con il suo solo stipendio, mio padre ha fatto studiare due figli, ha comprato la casa in cui sono cresciuto e due appartamenti, piccoli a dire il vero, con sala cucina e cameretta, in montagna e in campagna dove di tanto in tanto passavamo le vacanze estive, i fine settimana e le feste portandoci i parenti, accampati per terra e nei sacchi a pelo. Ferie estive, 3 o 4 settimane.  Oggi senza il lavoro mio e di mia moglie, non riusciremmo a tirare avanti con due figli e, anche se potessimo permetterci l’acquisto di una casa di campagna o in montagna, ci troveremmo ad essere ammazzati di tasse da una parte e, dall’impossibilità di andarci nei fine settimana perchè, con le politiche di liberalizzazione del Governo, la nostra settimana di lavoro è diventata di 7 giorni su 7, con un giorno in settimana di riposo, quando i figli sono a scuola. Non esistono momenti di aggregazione familiare per chi lavora nel commercio, la possibilità di organizzare un ponte pasquale o natalizio, il concetto di fine settimana è diventato astratto e asettico, anche per i bambini. Quando le insegnanti di mio figlio mi hanno chiamato, mi hanno detto chiaramente che dovremmo passare più tempo con lui. Che nel compito “Racconto il mio fine settimana”, mio figlio ed altri bimbi, tutti figli di commessi, venditori, impiegati della grande distribuzione, hanno scritto che non hanno fatto niente e sono stati in casa con i nonni perchè i genitori dovevano lavorare. Viene a mancare nella loro fase di crescita, l’influenza della figura familiare compatta e delle esperienze che con il tempo porterebbero alla modifica della personalità in maniera imprevedibile. E qui sta il punto. in pochi anni, hanno liberalizzato il mondo del lavoro con orari e turni che rendono impossibile la cura dei rapporti familiari e relazioni sociali. Hanno trasformato il lavoro straordinario festivo in ordinario. Hanno privato il significato delle festività e delle ricorrenze, equiparandole ad una giornata lavorativa qualsiasi. i periodi di ferie estive si limitano a 2 settimane consecutive e durante l’anno sei obbligato a fare una settimana alla volta, sempre lontano dai ponti festivi, per smaltire il maturato. Questo, ovviamente, solo per il mercato privato visto che i servizi pubblici, gli asili, gli uffici comunali e compagnia bella, si possono permettere orari corti, 5 giorni alla settimana di lavoro e tutte le chiusure festive del calendario. Non si capisce come sia possibile che a legiferare sulle norme del mondo del lavoro sia gente che, come emerso, lavora 3 giorni alla settimana, senza obbligo di frequenza e super pagata da fare schifo.  Personalità influenti che, guarda caso, hanno la più alta percentuale di impiegati comunali e pubblici nel loro stato di famiglia rispetto alla media italiana. E che si possono permettere il lusso di non pagare mai per quello che fanno”.